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La leadership come pedagogia. La sinistra italiana tra Parigi e Roccacannuccia

Written by Luciano Cafagna Tuesday, 01 April 2003 02:00 Print

Molti hanno parlato recentemente – tra questi anche Ralph Dahrendorf – di una sorta di mutamento genetico che si sarebbe prodotto in tempi recenti nelle caratteristiche della politica nei paesi democratici: una tendenza spiccata alla personalizzazione. In parole povere si vuole affermare che il punto di riferimento del cittadino di una democrazia non sarebbe più una organizzazione- partito o un partito-ideologia, quanto una singola personalità politica.

 

Molti hanno parlato recentemente – tra questi anche Ralph Dahrendorf – di una sorta di mutamento genetico che si sarebbe prodotto in tempi recenti nelle caratteristiche della politica nei paesi democratici: una tendenza spiccata alla personalizzazione. In parole povere si vuole affermare che il punto di riferimento del cittadino di una democrazia non sarebbe più una organizzazione- partito o un partito-ideologia, quanto una singola personalità politica. Si potrebbe essere quindi tentati, su tali basi, di interpretare le sofferenze odierne della sinistra come una difficoltà di questa metà (circa) dei cittadini italiani di oggi (penso naturalmente all’intero arco del centrosinistra) ad affrontare un siffatto processo di personalizzazione in corso nella vita politica.

Potrebbe confortare questo convincimento il fatto che, nell’area della sinistra italiana, la politica era «più partito» che in altre aree. Ma ho l’impressione che ciò possa portare fuori strada e che gli attuali problemi della sinistra vadano piuttosto cercati in direzione diversa, dalla parte opposta a questa. Intanto non sono molto convinto del fatto che la tendenza alla personalizzazione sia, nelle democrazie, un fenomeno recente. Roosevelt e Kennedy, Churchill e Thatcher, De Gaulle e Mitterrand, Adenauer e Brandt dove li mettiamo? E quanto, poi, all’Italia di oggi mi pare che la personalizzazione sia, in larga misura, una deformazione ottica tipicamente di sinistra. La sinistra è di fatto, oggi, la forza politica più ossessivamente «personalizzante» che vi sia in Italia. Ma lo è in negativo: non fa che parlare di Berlusconi dalla mattina alla sera. Appare, a sentire e leggere discorsi e articoli dei suoi esponenti, che altro, in Italia, non vi sia, né vi sia, per la sinistra, altra fonte di motivazione al proprio agire politico che l’antiberlusconismo. Il fronte politico governativo non appare ossessionato in questa misura dal proprio leader. È una coalizione di quattro componenti, i cui capi sono anche dotati – prescindiamo da ogni giudizio di valore – di una loro personalità, e non si risparmiano certo nel cercare di far discutere di sé, e delle proprie specifiche posizioni; e persino di una loro probabilità di successione. Salvo «l’amor nostro» di cui parlano, del resto autoironicamente, i redattori de «Il Foglio», non pare ci sia, a destra, questo gran culto della personalità. Sembrerà a prima vista un’eresia: ma io penso che Berlusconi, per i suoi seguaci, non sia tanto un leader carismatico, quanto un simbolo e un mediatore. Simbolo di società civile contro politicantismo e iperpoliticismo (due diversi, benché contigui, vissuti polemici della nostra società civile), e mediatore fra quattro o cinque correnti di opinione abbastanza disparate fra loro. In ogni caso, se si dovesse continuare così, con il pompaggio, sia pure di tipo demonizzante, del super-personaggio Berlusconi, mi sembra molto difficile che la sinistra, o addirittura il centrosinistra tutto insieme, possano arrivare a tirar fuori dal proprio cappello un leader capace di raggiungere un paragonabile tasso di popolarità. Comportandosi come si sta comportando, la sinistra finisce, infatti, con l’alzare talmente la posta del gioco sulla «persona» da superare decisamente i mezzi di cui sembra disporre per poter giocare un simile tipo di partita. Dunque, se a questo stile di lotta politica fossero sospese le sorti della sinistra, allora, credo, dovremmo proprio disperare del futuro di questa.

Forse, però, quando a sinistra si fanno discorsi di tal genere sulla personalizzazione e sulla popolarità, si vuol dire soltanto e più semplicemente che la crisi della sinistra è una crisi di leadership. Ma allora si tratta di un’altra cosa. Una leadership non è un nome o una faccia, sono delle idee-guida, unite a una capacità, di uno o di parecchi, di far ascoltare quelle idee e farle condividere (ma quelle idee restano comunque il fattore più importante di una leadership). Converrebbe, allora, stando così le cose, parlare piuttosto di idee e di modi per fare capire e fare accettare quelle idee. E veniamo al punto. Non a caso la crisi presente della sinistra si è svelata – io credo – il giorno in cui Nanni Moretti esortò Massimo D’Alema a «dirci qualcosa di sinistra». Non che, la crisi, l’abbia provocata il regista, ovviamente. Ma la battuta, che fece subito il giro del mondo, di «quel mondo», fotografava perfettamente una situazione, come si capì meglio qualche tempo dopo. E la situazione era in sostanza la seguente: che il «popolo di sinistra», nato demograficamente o comunque idealmente prima del 1989, non riusciva a percepire la politica dei suoi rappresentanti nella maggioranza parlamentare e nel governo come «qualcosa di sinistra»: cioè come qualcosa di familiare, di rispondente in qualche modo a quello che il popolo di sinistra si era abituato a sentirsi dire nella sua lunga storia. Tornerò più avanti su questo, ma ora mi preme sottolineare che un disincanto siffatto, nel gorgheggiare politico, bastò presto per produrre tre o quattro conseguenze disastrose: la prima, che una parte del «popolo di sinistra» non andasse più a votare; la seconda, che parecchi, fisiologicamente troppi, fra gli elettori di sinistra andassero a votare solo per dare testimonianza della propria identità storica (tale il voto bertinottesco); la terza, che la classe politica della sinistra si smagliasse, e che si smagliasse il suo complessivo rapporto col «popolo di sinistra»; e infine – ultima conseguenza, ma niente affatto secondaria – che quella forza invisibile che fa l’opinione incerta di chi si preoccupa soprattutto che gli equilibri sociali abbiano una possibilità di guida efficace (di governance si dice oggi) si accorgesse di tutto questo. E che, passandosi parola, ne tirasse, e ne facesse tirare, le conclusioni. E le conclusioni, a dirla «in soldoni» (solo per essere chiaro) erano grosso modo queste: che la tesi, attribuita all’autorevolezza di Gianni Agnelli – secondo la quale, destra o sinistra, per governare, devono più o meno fare le stesse cose, ma che la sinistra può farle meglio, perché gode di consenso sociale – non appariva più attendibile come era apparsa prima. Perché la sinistra quel consenso, non lo aveva più in tasca come si era prima pensato.

Qui non si tratta, ovviamente, di imbastire il processo a nessuno. Riuscire a fare quello che Nanni Moretti pretendeva e stare al governo, era per politici di sinistra (nelle circostanze date e col peso addosso dei messaggi che essi avevano trasmesso per decenni) cosa difficile se non difficilissima. Le circostanze del successo elettorale della sinistra, nel 1996, erano state essenzialmente quelle di un’improvvisa divisione del centrodestra, rimasto tuttavia e di fatto maggioritario, come osservò D’Alema a Gargonza. Era stato, insomma, più il centrodestra a mettersi, dividendosi, sulla strada della (temporanea) «perdizione», che non il centrosinistra a vincere. Ma, soprattutto, quel che stava per venir fuori era che, se il centrodestra pareva presentarsi come un’armata Brancaleone, il centrosinistra, forse, non era da meno. Oggi, col senno del poi, possiamo probabilmente dire che lo era, addirittura, più del centrodestra. Il brancaleonismo del centrodestra era, infatti, soprattutto un fatto di avventurosa improvvisazione politica (non priva peraltro di una sua rozza genialità). Ma, in fondo, si poteva intravedere una realtà sociale e culturale nuova abbastanza concreta. Quella della crescita quantitativa, e forse anche qualitativa, del mondo della «cultura d’impresa», come ancora lo stesso D’Alema ebbe a definirlo in un convegno a Frascati, contrapponendola all’altra grande formazione antropologicoculturale di massa, quella – però in problematico declino – del lavoro a reddito fisso, spesso a protezione combinata statalistico-sindacale. (Si può forse avere un’idea di questa «formazione culturale di massa», nella sua parte attiva e positiva, ascoltando quell’ottimo mezzo mediatico che è il canale radio de «Il Sole 24 Ore»). Altri chiamano, più prosaicamente, questo popolo della «cultura d’impresa» il popolo della «partita IVA». Potremmo anche chiamarlo il popolo di Pirola o di Buffetti. E chi più ne ha più ne metta, purché non si scambino queste approssimazioni per sottovalutazioni, perché si tratta di qualcosa che costruisce reddito e che conta.

Berlusconi, in effetti, non aveva fatto altro, nel 1993, che mettersi, più in grande, sulla pista aperta da Bossi a metà anni Ottanta, perché il padanismo di Bossi, al netto di un’aggiunta xenofoba, altro non era che «partita IVA». Acida polemica, cioè, contro il «plusvalore» prelevato dai politici, per comprarsi voti al Sud, mantenere apparati e clientele, oppure farsi in proprio fortune non guadagnate, comunque, con quel lavoro su cui drammaticamente incombe l’IVA (non importa poi se si paghi o si evada...). Il maggioritarismo berlusconiano, però, mirava assai più ambiziosamente del leghismo, ad andare oltre i limiti geografici della Padania. Per far questo Berlusconi aveva profittato, in perfetto contropiede, della «rivoluzione giudiziaria» e della frantumazione prodotta da questa nel sistema dei partiti a perno democristiano, alla gran parte dei cui frantumi il capitalista di Milano-due offrì provvida, sollecita e confortevole dimora. E così mise strepitosamente insieme un «popolo IVA» assai più ampio di quello di Bossi, perché da un grande self made man il «popolo IVA» si sente certamente più «rappresentato» che non da un capo-popolo straccione: così come, al limite, può sentirsi addirittura rappresentato dal grande contribuente che «combatte» lo statalismo fiscalista tentando di evadere ed è, per questo, «perseguitato». Berlusconi, partendo da queste premesse padane rilanciate, arrivò addirittura al perverso capolavoro di mettere insieme nel proprio cesto anche le vaste reti del politicantismo clientelare, meridionale e non: che, del «popolo IVA» bossiano, erano state invece, a sentir le indignazioni di allora, proprio la bestia nera. Non è ancora chiaro, comunque, se gli interessi compositi della coalizione di centrodestra siano, alla lunga, effettivamente compatibili fra loro, se le circostanze congiunturali internazionali non siano per essere alla fine sfavorevoli alle attese del «popolo IVA» italico o possano, invece, volgersi propizie a una composizione di quegli interessi e a una soddisfazione di quelle attese. E, soprattutto, se possa formarsi una classe dirigente con l’effettiva capacità politica e culturale di costruire e gestire un «blocco» siffatto. Se, dunque, le circostanze possano rendersi propizie a una possibile sopravvivenza di questo ipotetico «blocco» alle variabili fortune di un leader forse troppo improvvisato.

Partita IVA e tradizioni clientelari non bastano, in ogni caso, a cementare un blocco. Ricordiamoci di che qualità millenaria fosse il cemento della Democrazia cristiana. Perciò conviene, a questo punto del ragionamento, soffermarsi sull’intero arco delle idee della leadership dell’odierno centrodestra. A quanto dicono, Berlusconi si accorse, attraverso la lettura dei sondaggi, che serpeggiava diffusa, in una parte cospicua della opinione pubblica italiana, una specie di ideologia suscettibile di fare da cemento a un «blocco»: con parole mie chiamerei questa ideologia una sorta di «post-anticomunismo». L’anticomunismo storico era stato, in sostanza, un ricco coacervo di paure, culturali e sociali. Queste andavano – si fa per dire, per farsi capire – dal classico «i comunisti mangiano i bambini» alla diffidenza nei confronti di chi è sospettato di nutrire simpatie troppo deboli – mettiamola così, usando una litote – nei confronti della proprietà privata, per arrivare – passando per tutti i pregiudizi pubblici e privati del classico tradizionalismo conservatore – fino a una diffidenza e ostilità verso qualcosa che appariva come una visione militare della politica. Il fatto è, effettivamente, che molte di queste paure sono sopravvissute al crollo dei regimi comunisti nel mondo. Ad esse si sono, poi, in parte sostituite e in parte aggiunte, le nuove paure sociali che si formano in una matura società di immigrazione, quale è nel frattempo divenuta, quasi all’improvviso, l’Italia. Comunque, quale che sia il grado di capacità rappresentativa reale del rapporto fra il sociale e il politico, il mondo economico-sociale e culturale di referenza del berlusconismo, con una certa evidenza, c’è, ed è questo. Un grande «popolo delle scimmie», avrebbe detto, con irriverente espressione, Gramsci. II quale, però, si badi bene, si esprimeva così prima del micidiale avvento effettivo del fascismo al potere, avvenuto proprio con l’apporto determinante di quel «popolo delle scimmie». Non a caso Togliatti – che del fascismo fu analizzatore fine – non si sarebbe mai più espresso in modi analoghi. E, oggi, quel «popolo» è cresciuto e si è anche consolidato parecchio.

Di fronte alla formazione di un «blocco» (lasciamo stare se capace di farsi storico o meno) che ha al suo centro una sorta di «cultura d’impresa », una capacità di trascinamento nei confronti di strutture clientelari più o meno arcaiche, e, come brodo di coltura, un coacervo di paure di stampo individualistico e tradizionalistico, quali caratteristiche dovrebbe avere – in un paese moderno a sistema politico maggioritario – lo schieramento opposto? È difficile immaginare che uno schieramento siffattamente opposto a quello precedentemente descritto possa avere al suo centro, come suo nucleo essenziale, una cultura che non sia una «cultura del sociale». E, questo, soprattutto se non vi sono, o non sono praticabili, altre alternative polarizzanti di tipo forte nella tradizione culturale del paese. In Italia l’unica polarità culturale forte, diversa da quella fra socialismo (in senso lato) e individualismo, e dotata di buone radici, sarebbe quella fra tradizionalismo cattolico e modernità laica. Ma, per ovvie ragioni, non è una polarità praticabile, in Italia, oggi, da uno schieramento di centrosinistra. E non è neanche compatibile, allo stato delle arti, con una moderna cultura del sociale, vista la solida, e spesso avanzata, posizione acquisita in questo campo dalla nostra cultura cattolica.

Può, dunque, una cultura del sociale, in Italia, oggi, aspirare alla formazione di uno schieramento maggioritario? La risposta affermativa apparirebbe ovvia ove appena si considerasse l’esperienza della maggior parte dei paesi europei. Se in Italia questa situazione stenta ad affermarsi bisogna allora chiedersene il perché. E, ove si riesca ad individuare tale perché, chiedersi se esso possa essere rimosso. Io credo che quel perché stia nel fatto che la cultura del sociale, in Italia, per ragioni storiche, è handicappata da un peculiare intreccio di massimalismo, di corporativismo e di utopismo che si sostengono mutuamente. E che non esiste, o non esiste più, altrove. Se questo intreccio perverso non lo si prende di petto, a sinistra, non si riuscirà mai a nulla. Questo intreccio fu governato, nel recente passato, dalla forte pedagogia comunista, che disponeva, oltre che di buone capacità, di una droga che oggi non è più in commercio, ovvero la mitologia del grande paese del socialismo realizzato. Ma questo impasto di massimalismo, corporativismo e utopismo ora rischia, nel profondo mutare delle circostanze oggettive, e in mancanza di una nuova pedagogia, di disfarsi nelle proprie contraddizioni. Abbiamo a volte l’aria di non aver capito il profondo senso storico della cosa, ma la forza lavoro italiana, per una parte che cresce ogni giorno, non parla più la nostra lingua; e quindi non si pensa che essa farà sempre più parte organica dello stesso gioco politico italiano, e che a questo bisogna prepararsi, se si vuole avere un futuro. Inoltre il nostro sindacato è composto, per oltre metà dei suoi iscritti, di pensionati, un genere in eccezionale crescita, per via dell’invecchiamento della popolazione: e non sembra preoccuparsi molto della drammaticità finanziaria del mantenimento, nei prossimi decenni, di questi milioni di pensionati in crescita. Ancora: l’occupazione delle leve giovani presenta preoccupanti aspetti, purtroppo strutturali di nuova precarietà, i quali dovrebbero essere affrontati con qualcosa di politicamente grande e di percepibile pragmatismo, di cui però non si vede l’ombra. Insomma, la base sociale di una sinistra è profondamente mutata e sta profondamente mutando. La sinistra ha perduto anni a discettare di maggioritario, di federalismo, di premierato. Costruendosi così – ed è questo il tragicomico, alla fine – non solo un muro di incomprensioni intorno – ma anche trappole per se stessa, e piedistalli per i suoi avversari: questi, nel federalismo, nel premierato e nello stesso maggioritario, ci guazzano e ci prosperano. Perciò non c’è molto da meravigliarsi se, alla sinistra, non le è rimasto molto altro che mettersi a fare girotondi come i bambini.

In fondo, una leadership è, per gran parte, una pedagogia. La parola può non piacere, ma è dovutamente severa e non trovo metafore migliori: si tratta, puramente e semplicemente, di aiutare il «popolo di sinistra» a ragionare, con la propria testa, di fronte a un innegabile mutamento di prospettive. In Italia di questo c’era più bisogno che altrove. E perché? È semplice: perché più forte è stato il trauma del crollo dei sistemi comunisti. E, di nuovo, perché? Per il semplice e banalissimo fatto che dove c’erano i comunisti più ragionevoli, c’erano anche più comunisti! E dunque più esteso e diffuso è stato quel trauma. La precedente ragionevolezza ha finito, tra l’altro, con l’essere confusa con un aggiornamento già avvenuto. E che, invece, non c’era stato affatto, se non in una minoranza. In un contesto del genere, avrebbe anche potuto avere un senso – dato il momento di crisi acuta – il trasferimento di un leader da un settore di esperienza sociale diretta, come il sindacato, alla politica: trasferimento la cui opportunità è stata, in passato, sempre negata, e non senza ragione. Quella esperienza diretta, in questa peculiare situazione, avrebbe potuto conferire la dovuta affidabilità e credibilità a un non facile discorso «pedagogico» correttivo sulla cultura del sociale di una nuova sinistra. Quel che altri non era stato capace di fare o che, nel tentarlo, non era stato capace di farsi ascoltare. La realtà sociale con cui fare i conti, oggi, è – l’ho appena ricordato – quella, mai vista prima, di grandi ondate immigrative, di una popolazione drammaticamente in corso di invecchiamento, di una possibilità di nuova occupazione come mai strettamente vincolata a dosi da cavallo di formazione. Ebbene, c’è scarsa traccia di questi essenziali elementi nei vecchi discorsi sul sociale, e spesso ce ne è totale dimenticanza in gran parte di quelli che oggi stancamente li ripetono. (Fanno eccezione alcune meditate analisi di Bruno Trentin, per un verso, le coraggiose riflessioni dei martiri giuslavoristi; mentre forse qui sta il punto lacunoso del bel ragionamento di Alfredo Reichlin sulla missione di rilancio di un paese in declino che dovrebbe spettare alla sinistra italiana, apparso nel precedente numero di questa rivista).

La pedagogia di una nuova leadership della sinistra dovrebbe partire da qui: dalle nuove frontiere del sociale, per spiegare le conseguenze di tutto questo, i nuovi obiettivi che si pongono per ospitare civilmente nella società nuovi milioni di proletari immigrati, per mantenere vecchi e nuovi milioni di pensionati, per costruire e formare una nuova capacità di lavoro e di occupazione per i giovani che vengono dalle famiglie dei lavoratori «fordisti» metropolitani e che non trovano più lo stesso scenario dei padri. E magari, a questo punto, prospettare la drammatica necessità, ancorché impopolare, di una storica stretta della pressione fiscale. Ecco un discorso di «sinistra», con le sue ruvidezze, ma lontano dalle solite insalate fra diavolo e acquasanta. Ma se, invece, il credito di fiducia, che l’autorità di una seria esperienza può conferire, è speso per avallare acriticamente nuovi illusionismi, per rincorrere gli istintivi e fisiologici estremismi di una gioventù lasciata senza guida, per lisciare il pelo a nuovi arroganti e presuntuosi imbonitorelli di turno, allora non si fa che alimentare, puramente e semplicemente, una nuova «bolla speculativa » di massimalismo, corporativismo e utopismo.

Vado al concreto. È curioso che, comparsa sul firmamento (si fa per dire) la stella di Cofferati, la dirigenza dei DS si sia affrettata a offrirgli la funzione di produrre idee e programma. Ma Cofferati non era solo una bella faccia di cinese accattivante e simpatico: qualche idea concreta l’aveva già espressa e cavalcata. E queste idee, a quanto se ne può vedere a tutt’oggi, sembra siano abbastanza vicine a quelle dell’acritico antiamericanismo di massa di Agnoletto e Casarini, più il massimalismo sociale di Bertinotti. Il gioco di Cofferati – peraltro uomo, per formazione, di sinistra riflessiva e moderata – non sembra tanto oscuro: cercare di strappare la «piazza» ai vari Agnoletto, Casarini, Bertinotti. Ottima idea, ma con fortissimo rischio di boomerang. E subito, a ruota, abbiamo visto arrivare, poi, il gioco che cerca di «tirar dentro» Cofferati, per tentare di scavalcarlo in questa sua manovra, e di strappargli il contatto con i supergiovani che tengono oggi la piazza. Sembra proprio la parodia di quella straordinaria immagine del marxiano «18 brumaio» e dei rivoluzionari che cercano di montare l’uno sulle spalle dell’altro. Tatticismo? Non ho nulla contro il tatticismo, per carità. Purché la tattica presupponga una strategia. E su una strada siffatta vedo, invece, solo una doppia resa strategica. La gioventù che è fisiologicamente attratta dalla idea di un possibile «mondo migliore», viene così, in pratica, abbandonata alla mercé di un bombardamento di informazioni approssimative e dimezzate di improvvisatori; come se la sinistra non avesse una sua storia culturale al riguardo, carica di esperienze, di illusioni e di errori, che dovrebbero essere preziosi, almeno, come mappa degli scogli per le rotte future. Si può naturalmente avere il sospetto (o, magari, la squallida speranza) che dietro tutte queste manovre possa nascondersi un modello tattico che, per comodità, chiamerò «alla Enrico IV». Enrico IV di Valois fu quel leader politico religioso francese di fine Cinquecento che riuscì ad entrare a Parigi alla testa di forze protestanti, facendosi poi subitamente cattolico. E che, così facendo, pose fine alle guerre di religione in Francia, e, insieme, fondò nel suo paese – non è poco – la monarchia assoluta, lo Stato moderno e la nazione francese. «Parigi val bene una messa». Caspita, se la vale! Purché si tratti di Parigi e non di Roccacannuccia. Non ce lo diranno mai – perché le tattiche, ovviamente, non si dichiarano – ma è possibile che Sergio Cofferati e magari oggi, in seconda battuta, anche Massimo D’Alema, abbiano avuto in mente qualcosa di simile. La disgrazia sta nel fatto che è difficile credere che un modello «alla Enrico IV» possa, nella nostra situazione, avere la minima probabilità di funzionare. Vedo la messa, ma non vedo Parigi. Dietro, e di contro, alle guerre di religione, alla fine del Cinquecento stava nascendo in Francia la nazione, una realtà unitaria, stanca delle lotte fratricide e la crisi dei poteri feudali. Ma qui, invece, come stanno i fatti, che cosa sta nascendo? Proprio niente. Sta solo morendo qualcosa. Temo che, nella nostra situazione, funzioni non un modello alla Enrico di Valois, ma piuttosto il semplice modello del proverbio che suona «chi cavalca la tigre non può più scendere». Provi Cofferati a scendere dalla tigre. Ha tentato appena di poggiare un piede a terra e subito la tigre – sotto la forma di Bertinotti, questa volta quasi simpatico, diciamoglielo con schietta ammirazione «tecnica» – glielo ha staccato con un morso: il referendum sull’articolo 18. Adesso Cofferati – ce ne siamo accorti tutti – gira già con la stampella.

Le drammatiche circostanze della politica mondiale tendono oggi, disgraziatamente, a trasferire di nuovo su grandi, terribili, ma comunque transitorie, emergenze i temi della agenda politica. Certo, qualunque tormentato giudizio ci suggerisca in concreto la riflessione responsabile sulle cose del mondo, e del Medio Oriente in specie, il pacifismo – a sinistra – è d’obbligo. Ma il punto vero è un altro: che l’entusiasmo pacifista non diventi un alibi per rinunciare, ancora una volta, alla formazione di una cultura sociale della sinistra adatta ai problemi di un futuro «normale», al di là delle emergenze. Non si speri molto sulla fragilità del nemico: lì, più tempo passa così, più è facile che, morto un papa, possa forse pure bastare un semplice vescovo... Una sinistra moderna, invece, oggi, o si da questa nuova cultura o si ridurrà progressivamente ad essere la malinconica, e inesorabilmente declinante, alleanza fra le nostalgie di vecchi veterani, in estinzione fisiologica, e il provvisorio romanticismo di giovani entusiasti. Entusiasti, naturalmente, finché saranno giovani.

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