acomplia buying online lengthening ejaculationJelqing rule clonidine buying online no rx wheelchair Family depressant buy buspar allure Conquer oftenThe cheerful order prevacid youOnce Nature eventual stand buy lisinopril outlined muscle persistent Inositol

Uniti attorno alla bandiera? Le opinioni pubbliche di Europa e Stati Uniti di fronte alla guerra

Written by Pierangelo Isernia e Philip Everts Tuesday, 01 April 2003 02:00 Print

Nessuna decisione è più importante, per una nazione, che quella di ricorrere all’uso della forza militare. Il sostegno dell’opinione pubblica è uno degli elementi che contano maggiormente nei calcoli dei decisori nelle moderne democrazie. Ottenerlo dipende dalle circostanze in cui la forza deve essere usata, dagli interessi in gioco, dalla natura delle minacce e dai costi e benefici dell’azione militare, rispetto ad altri strumenti, siano essi diplomatici, economici o politici.

 

Nessuna decisione è più importante, per una nazione, che quella di ricorrere all’uso della forza militare. Il sostegno dell’opinione pubblica è uno degli elementi che contano maggiormente nei calcoli dei decisori nelle moderne democrazie. Ottenerlo dipende dalle circostanze in cui la forza deve essere usata, dagli interessi in gioco, dalla natura delle minacce e dai costi e benefici dell’azione militare, rispetto ad altri strumenti, siano essi diplomatici, economici o politici.1 Quando gli interessi in gioco sono chiari ed importanti, la minaccia palese, i costi dell’azione militare proporzionati agli obiettivi, allora il consenso dell’opinione pubblica sarà elevato e stabile sia nel tempo che di fronte ad eventuali difficoltà impreviste. Se queste condizioni mancano, il sostegno sarà minore, instabile e difficile da conservare. Non è mai stato facile, per le democrazie, conciliare le esigenze della sicurezza militare con il sostegno pubblico per le scelte dirette a garantirla. Non era facile durante la guerra fredda, quando il nemico era evidente, la minaccia palese, i costi e i benefici dell’azione militare facilmente calcolabili. Anche allora i governanti, americani ed europei, solo con fatica combinavano la credibilità della minaccia deterrente – che imponeva di mandare un messaggio chiaro all’avversario sulla propria intenzione di dar corso alla minaccia nucleare se attaccati – con l’esigenza di «rassicurare» la propria opinione pubblica sulla volontà di non mettere a repentaglio la struttura stessa della società occidentale per difendersi da un attacco sovietico.2

Non era facile nel mondo postguerra fredda, che ha trasformato la politica estera in una forma di «volontariato sociale».3 Con la caduta del muro di Berlino, è cresciuto il divario tra gli interessi in gioco (spesso solo tangenzialmente rilevanti per la sicurezza americana) e i costi delle operazioni militari (potenzialmente elevati). Il consenso del pubblico per l’uso della forza andava contrattato di volta in volta, adeguando le strategie e le tattiche militari alla riluttanza dell’opinione pubblica a sostenere il ricorso allo strumento bellico.4 Il sostegno del pubblico era più facile da ottenere quando gli interessi in gioco erano ben definiti (ad esempio durante la guerra del Golfo del 1991) o per interventi umanitari, circoscritti chiaramente nel tempo (ad esempio in Somalia) o nei mezzi (ad esempio in Kosovo).5 E non è facile nemmeno oggi, nel mondo post-post-guerra fredda, conciliare sicurezza e consenso. Con l’11 settembre 2001 il contesto è nuovamente cambiato. Le minacce sono tornate palesi e i mezzi tradizionali – l’uso della forza in primo luogo – appaiono a molti i più appropriati. Gli Stati Uniti hanno lasciato i panni dei lavoratori socialmente utili per indossare nuovamente le divise. In un contesto di lotta senza quartiere, tra nemici ideologicamente e culturalmente inconciliabili, l’opinione pubblica sembra tornata disponibile a concedere ai governanti americani quel «consenso permissivo»6 di cui molte amministrazioni statunitensi hanno goduto sino alla guerra del Vietnam. Dopo l’11 settembre 2001 il governo americano può contare, secondo alcuni,7 su un ampio sostegno del pubblico per l’uso della forza che sia giustificato dalla lotta al terrorismo, anche nel caso di operazioni militari complesse, lunghe e costose. La guerra all’Iraq costituisce, ancor più dell’Afghanistan, il banco di prova della validità di questa tesi e in questo saggio vogliamo iniziare a verificarla, analizzando l’evoluzione degli atteggiamenti dell’opinione pubblica americana nei confronti del conflitto con l’Iraq dal 2001 sino al marzo 2003, comparandola con quella dell’opinione pubblica europea.

Esamineremo l’evoluzione del pubblico americano ed europeo in due fasi differenti del conflitto. La prima è quel lungo periodo che partendo dalla fine della prima guerra del Golfo, passando per l’11 settembre 2001 arriva sino al marzo 2003. In questo periodo il problema iracheno è stato ripetutamente discusso, sino a divenire la priorità di politica estera dell’amministrazione di Bush figlio. La seconda fase, molto più breve, è quella successiva allo scoppio delle ostilità, fase nella quale si assiste – come spesso succede nelle crisi internazionali che vedono coinvolti gli Stati Uniti – al fenomeno del rally round the flag. Nelle conclusioni avanzeremo alcune considerazioni sulla natura delle differenze tra Europa e Stati Uniti. Va infine sottolineato che il nostro saggio è stato scritto prima della conclusione della guerra. La nostra analisi si basa sui dati disponibili sino alla fine di marzo 2003.

 

L’America e la guerra

La polvere del World Trade Center non era ancora caduta al suolo che già l’amministrazione Bush cominciava a discutere della possibilità di attaccare l’Iraq. Secondo Woodward già nella riunione del Consiglio di sicurezza nazionale nel pomeriggio del 12 settembre 2001 Rumsfeld si poneva la domanda «perché non dovremmo andare contro l’Iraq e non solamente Al Qaeda?».8 Due giornalisti del «New York Times», Tyler e Sciolino, il 20 settembre9 segnalavano pubblicamente l’esistenza di una discussione in seno all’amministrazione americana sull’opportunità o meno di includere l’Iraq tra i bersagli della lotta al terrorismo. Cominciato a livello esclusivamente intergovernativo, il dibattito è progressivamente divenuto pubblico, coinvolgendo non solo l’opinione pubblica americana ma anche quella europea e mondiale. In questa sezione ci soffermeremo sull’evoluzione nel tempo dell’atteggiamento dell’opinione pubblica americana; nella sezione successiva su quella europea.

 

Quanto è prioritario l’Iraq

Nel corso degli anni Novanta, agli americani è stato ripetutamente chiesto quale fosse la loro opinione dell’Iraq e di Saddam Hussein. Il loro giudizio è unanime: il regime iracheno in generale e il suo principale governante – Saddam Hussein – in particolare godono, ora come in passato, di scarsissima simpatia; è diffusa la convinzione che l’Iraq rappresenti una minaccia agli interessi nazionali americani e, infine, è ben radicata la convinzione che il regime di Saddam aiuti il terrorismo e possegga, o aspiri intensamente a possedere, armi di distruzione di massa. Mediamente, nel periodo 1991-2002, l’87% degli americani esprimeva una opinione molto (57%) o abbastanza (31%) negativa dell’Iraq. Se possibile, questa è ulteriormente peggiorata negli ultimi mesi, con il 92% degli americani intervistati nel marzo (American Viewpoint) e aprile (Opinion Dynamics/Fox News) del 2002, che hanno una opinione «molto negativa» di Saddam Hussein. Insomma, anche nell’attuale conflitto, Saddam ha continuato a giocare alla perfezione il ruolo del cattivo.10 Per gli americani, l’Iraq e Saddam non sono solo ai primi posti in termini di antipatia, ma costituiscono anche una reale minaccia. Sino al 2000, circa un terzo degli intervistati riteneva l’Iraq una minaccia «molto seria». Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 la percezione della minaccia irachena si è acuita, passando a circa due terzi coloro che la ritengono una seria minaccia. Nel dicembre 2001 (Greenberg/Quinlan Roser Research/Public Opinion Strategies) il 56% degli intervistati riteneva l’Iraq «una minaccia seria alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti». Nel febbraio 2002, su una scala in cui uno indicava nessuna minaccia e sette una «minaccia molto seria», il 44% degli intervistati assegnava all’Iraq un punteggio di sette e il 66% un punteggio non inferiore a sei (TIPP/Investor’s Business/Christian Science Monitor). Nel giugno 2002, il 55% riteneva l’Iraq una «grave» (major) minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti (Opinion Dynamics/Fox News). Tra agosto 2002 e gennaio 2003, il 79%-81% riteneva che l’Iraq «ponesse una minaccia agli Stati Uniti» (ABC News/Washington Post/TNS Research).

Se, tuttavia, le persone sono invitate a una valutazione comparativa, il quadro cambia leggermente. In una inchiesta della Opinion Dynamics per «Fox News», un terzo degli intervistati pone al primo posto la Cina, tra i paesi del mondo che costituiscono «la più grave minaccia militare» agli Stati Uniti e un quarto menziona l’Iraq. La Gallup (CNN/USA Today, 31 gennaio-2 febbraio 2003) ha chiesto agli intervistati se l’Iraq costituisca una minaccia a breve o a lungo termine. Il 29% degli americani ritiene che l’Iraq costituisce una minaccia «immediata» mentre il 61% una minaccia «a lungo termine» (e solo il 7% ritiene che non costituisca affatto una minaccia). Infine se compariamo la minaccia irachena non tanto con quella di paesi la cui aggressività è, a tutt’oggi, piuttosto latente, come la Cina, quanto piuttosto con una minaccia reale, come Al Qaeda, l’Iraq finisce spesso al secondo posto. Il PIPA (University of Maryland) ha chiesto, nel settembre e dicembre 2002, quale problema fosse più importante tra l’Iraq, il conflitto arabo-israeliano, la Corea del Nord, il terrorismo di Osama bin Laden e la situazione in Afghanistan. Al primo posto, rispettivamente con il 43% ed il 50% nelle due inchieste, vi è Osama bin Laden, seguito poi dall’Iraq (indicato dal 34% e dal 29% rispettivamente). In un sondaggio CBS News/NYT del 4-6 gennaio 2003 nella scelta di quale fosse la minaccia più grave tra l’Iraq, la Corea del Nord e Al Qaeda, il 59% indicava Al Qaeda, il 15% l’Iraq e il 12% la Corea del Nord. Pochi giorni dopo, il 19-22 gennaio 2003, ad una identica domanda, il 46% indicava Al Qaeda, il 22% l’Iraq e il 16% la Corea del Nord. Tuttavia, il pressing diplomatico e politico americano degli ultimi mesi sembra avere ottenuto, su questo punto, qualche effetto. Alla fine di Gennaio 2003 (PIPA, University of Maryland), ad una identica domanda, il 40% menzionava l’Iraq come problema prioritario, contro il 31% che indicava Osama bin Laden.

Ma qual è la natura della minaccia irachena? Ovviamente, le inchieste di opinione hanno concentrato la loro attenzione, e quindi le loro domande, su due dei principali argomenti usati dall’amministrazione americana per giustificare una guerra all’Iraq: i collegamenti con Al Qaeda e il terrorismo da un lato e il possesso di armi di distruzione di massa dall’altra. Su entrambi i punti, l’opinione pubblica è assolutamente in linea con l’amministrazione Bush. Sul primo punto, i legami tra Al Qaeda e Saddam Hussein – legami, è opportuno sottolineare, spesso affermati, ma mai definitivamente dimostrati e seriamente messi in dubbio da numerosi analisti – i risultati sono inequivocabili: la maggioranza degli americani ritiene che Saddam sia collegato ai mandanti dell’attacco dell’11 settembre 2001. Viene da chiedersi, esaminando la rapidità con cui questa tesi si è affermata presso il pubblico americano, se il legame stabilito dall’amministrazione Bush tra i terroristi che hanno attaccato New York e Washington l’11 settembre 2001 e l’Iraq di Saddam Hussein non sia stato in parte indotto – e in ogni caso rifletta – un generale sentimento del pubblico americano, piuttosto che uno sforzo di esplicita manipolazione da parte dell’amministrazione. Già pochi giorni dopo l’attacco alle Torri gemelle e al Pentagono, il 15-17 settembre 2001, ad una domanda della Wirthlin Worldwide che chiedeva se l’intervistato «credeva che l’Iraq incoraggiava, allenava e sosteneva i terroristi o meno», il 90% rispondeva positivamente. Nella stessa inchiesta, il 57% degli intervistati riteneva Osama bin Laden responsabile dell’attacco a New York, mentre il 27% indicava Saddam Hussein. Nel novembre 2001, il 91% riteneva che Saddam Hussein promuovesse il terrorismo (Penn, Schoen e Berland) e il 79% riteneva che l’Iraq fosse coinvolto in «atti di terrorismo contro gli Stati Uniti» (Market Shares Corp/Chicago Tribune/WGN-TN). Il 14-15 settembre 2001 alla Gallup (per CNN/USA Today) che chiedeva «quanto erano da accusare … per l’attacco terroristico dello scorso martedì» una serie di paesi, l’85% degli intervistati poneva al primo posto l’Afghanistan e il 73% l’Iraq. Vi sono dati inoltre che sembrano indicare come, nel tempo, la convinzione del collegamento di Saddam con il terrorismo sia stata piuttosto scossa, che non rafforzata, dalle dichiarazioni del governo americano. Nell’agosto 2002, il 79% degli intervistati dal «Los Angeles Times» riteneva che Saddam Hussein avesse aiutato i terroristi di Al Qaeda. Nell’ottobre 2002, ad una domanda molto simile del Princeton Survey Research Associate per il Pew Center for the People & the Press, questa percentuale scende al 66% degli intervistati.

Anche sul secondo punto, il fatto che l’Iraq possegga, o si stia dando da fare per possedere, armi di distruzione di massa – un termine della strategia sovietica paradossalmente tornato in auge negli ultimi mesi per riferirsi in generale alle armi batteriologice, chimiche e nucleari – gran parte degli americani concordano. Saddam Hussein ha – o sta cercando di procurarsi – queste armi e se gliene fosse data l’opportunità, le userebbe contro l’America. Alla domanda della CBS/NYT nel febbraio e settembre 2002 se l’Iraq «possedeva» armi di distruzione di massa oppure no, l’80% degli intervistati ha risposto affermativamente in entrambe le inchieste. Apparentemente gli americani sono anche in grado di cogliere la differenza tra avere queste armi o cercare di procurarsele. Ad una domanda che chiedeva se «le possiede attualmente … o sta provando a procurarsele», la metà ritiene che già le abbia e un altro terzo che sta cercando di procurarsele. Tra il febbraio e il dicembre 2002 tuttavia, la percentuale di coloro che ritengono che già le possieda è salita dal 55% al 63-66%, un effetto questo della intensa campagna dell’amministrazione Bush. In ogni caso, che le abbia o meno, tra il 70% e il 90% degli americani intervistati nel periodo settembre-dicembre 2002 ritiene che, se gliene fosse data l’opportunità, Saddam le userebbe contro l’America. Non deve perciò sorprendere che l’eliminazione del regime di Saddam Hussein sia stata considerata prioritaria dalla quasi totalità degli americani. Nel novembre 1998 (Gallup/CNN/USA Today) il 70% degli intervistati riteneva che «rimuovere Saddam» dovesse essere un obiettivo specifico di un attacco all’Iraq. Il 21-22 settembre 2001 questa percentuale era salita al 90% (Gallup). Nell’agosto 2002, l’86% ritiene prioritaria l’eliminazione di Saddam e nel settembre 2002 questa percentuale è del 91% (ABC News). Tutto bene quindi, per l’amministrazione Bush? Sino a un certo punto, perché se vi è concordia nazionale sui fini e sulla natura della minaccia, molto minore essa è sui modi con cui realizzare l’obiettivo di rimuovere Saddam.

 

Che fare con l’Iraq? Forza o diplomazia

Quando il gioco si fa duro è inevitabile che il numero di «duri» diminuisca. Questo è quello che sembra succedere anche in questo caso, se si passa a discutere quali strategie adottare nei confronti dell’Iraq. Ovviamente, vi è un certo grado di incertezza nell’interpretazione dei risultati, in relazione alle reali opinioni del pubblico, legata al fatto che domande formulate in maniera differente producono spesso risultati diversi. Ciò nondimeno, è proprio la lettura comparata di un gran numero di inchieste che consente di gettare una luce più articolata ed accurata dello stato dell’opinione pubblica americana. Cercheremo ora di orientarci appunto in questa massa di dati. Per cominciare, vediamo come stavano le cose prima dell’11 settembre 2001, perché, come vedremo, la storia cui abbiamo assistito da un anno a questa parte era in parte già scritta nei dati. Nel gennaio-febbraio 1998, quando la capacità delle Nazioni Unite di monitorare il processo di disarmo era andata in stallo e gli ispettori incontravano crescenti difficoltà con il regime iracheno, la Gallup chiese, a due gruppi differenti della popolazione scelti casualmente, cosa fare – usare la diplomazia oppure lo strumento militare – per ricondurre l’Iraq ad accettare le ispezioni (tabella 1). Ad alcuni, quest’alternativa fu presentata in un contesto di azione multilaterale; ad altri, nell’ambito di una soluzione unilaterale americana. La stessa domanda fu posta due volte: alla metà di gennaio e agli inizi di febbraio del 1998. A metà gennaio, la diplomazia contendeva allo strumento militare la preferenza del pubblico, se gli Stati Uniti avessero agito coi loro alleati. Ma nell’eventualità in cui gli Stati Uniti avessero agito da soli, allora la maggioranza degli americani preferiva lo strumento diplomatico, e solo una minoranza quello militare. È interessante esaminare cosa succede una volta che gli ostacoli frapposti alla missione UNSCOM, sino a vietare l’accesso ad alcuni siti,11 fanno scoppiare una crisi con il governo iracheno. In un clima di tensione, di fronte alla inadempienza irachena, la percentuale di americani disposti ad usare la forza diviene maggioritaria e soprattutto sale di sedici punti percentuali anche in assenza di alleati, passando dal 29% al 45%. Vi sono qui, in breve, tutti gli elementi della crisi cui stiamo assistendo da più di un anno a questa parte: la preferenza in linea di principio per lo strumento diplomatico, il sostegno per l’uso della forza nel caso in cui l’America non sia da sola a combattere e infine, in un assenza di cooperazione irachena, la disponibilità di una quota consistente, ancorché non maggioritaria, di americani a risolvere con la forza la crisi anche senza il consenso degli alleati.

 

Tabella 1

La maggioranza degli americani avrebbe preferito, se possibile, risolvere la crisi con l’Iraq per via diplomatica. Questo era vero prima dell’11 settembre 2001 come abbiamo appena visto e come è confermato da una domanda posta dalla Gallup nel febbraio 1999, che includeva questa volta tre alternative – strumento diplomatico, attacchi aerei e invasione militare – e menzionava esplicitamente il sostegno degli alleati. Il 48% degli intervistati era a favore della diplomazia, il 22% degli attacchi aerei e il 21% dell’invasione militare. Prima dell’11 settembre 2001 esisteva, insomma, una certa riluttanza ad usare la forza per costringere Saddam Hussein a obbedire alle risoluzioni delle Nazioni Unite. In ogni caso, la soluzione militare che almeno la metà dei sostenitori di questa alternativa aveva in mente era un attacco aereo, piuttosto che una vera e propria invasione. Il quadro non cambia dopo l’11 settembre. In tutte le domande, spesso molto diverse, nelle quali è esplicitamente posta l’alternativa tra soluzione militare e diplomatica, quest’ultima è in genere preferita dalla maggioranza degli americani. In due inchieste CBS rispettivamente del gennaio 2002 e 2003, il 63% degli intervistati preferiva, in entrambe, la soluzione diplomatica a quella militare. Probabilmente per effetto della maggiore popolarità della soluzione diplomatica, la maggioranza degli americani preferisce di gran lunga dare più tempo alla diplomazia. Il 21-22 ottobre 2002 (Gallup) il 60% degli intervistati vuole dare più tempo alla diplomazia mentre il 25% auspica una invasione immediata. In media due terzi degli intervistati in una serie di inchieste condotta dal PSRA per «Newsweek» e «Knight Ridder» nel gennaio di quest’anno vorrebbero dare più tempo alla diplomazia. Ma quanto tempo in più? Come è noto, questo è stato un tema oggetto di controversia tra il fronte del no (alla guerra) e quello del sì. Ancora in febbraio, i governi francese e tedesco ritenevano che la diplomazia avesse ancora bisogno di alcuni mesi, mentre l’amministrazione Bush era disposta a concedere solo poche settimane. Come la vedono gli americani? Sino alle ultime settimane prima dello scoppio del conflitto, all’incirca due terzi degli americani sembrava disposta a concedere alle ispezioni delle Nazioni Unite più tempo di quanto gliene volesse dare l’amministrazione Bush. Con il crescere dell’impazienza dell’amministrazione americana tuttavia anche la disponibilità del pubblico a intraprendere immediatamente azioni più energiche è cresciuta. In una inchiesta dei primi di febbraio del 2003 (Gallup per CNN/USA Today) coloro che volevano dare più tempo alle ispezioni erano scesi al 50%, mentre il 48% era favorevole ad «azioni più energiche … incluso l’uso della forza armata». Tuttavia, una sostanziale quota di americani è rimasta convinta dell’opportunità di dare più spazio alla diplomazia sino agli ultimi giorni prima del conflitto. Anche se, sin dall’agosto 2002, una stabile maggioranza di circa due terzi degli americani ritenesse la guerra inevitabile.

 

Quanto sostegno vi è stato in America per l’operazione militare contro l’Iraq?

Messi di fronte alla scelta netta se sostenere o meno il ricorso all’operazione militare, il quadro mostra una sostanziale maggioranza degli americani a favore della scelta militare, ma solo a certe condizioni. Per farci un’idea di come sono distribuiti gli atteggiamenti degli americani sul punto in questione – l’uso della forza – e la loro evoluzione, in questa sezione esamineremo in primo luogo l’andamento nel tempo degli atteggiamenti verso l’uso della forza nei confronti dell’Iraq, segnalando quali effetti le varie mosse e contromosse irachene, americane ed europee hanno avuto sul pubblico americano. In secondo luogo, cercheremo di accertare la stabilità del favore per l’uso della forza e quali condizioni lo rendono più o meno probabile. Nella sezione successiva invece ci soffermeremo sugli effetti prodotti dallo scoppio del conflitto sul sostegno. La figura 1 offre una prima visione d’insieme, per l’intero periodo compreso tra la fine della guerra del Golfo del 1991 e il marzo 2003, dell’evoluzione del sostegno per l’uso della forza militare contro l’Iraq. Questa figura va interpretata con cautela, perché è costruita mettendo insieme domande diverse. Per cui l’attenzione non va concentrata su ciascun singolo punto nel tempo, il cui valore risente del modo in cui è formulata la domanda, ma nel quadro d’insieme.

Figura 1

L’orientamento del pubblico americano, pur con oscillazioni legate a specifici eventi, appare sostanzialmente stabile. All’incirca due terzi degli americani sono, in ogni periodo, favorevoli all’uso della forza contro l’Iraq. I picchi verso l’alto che si osservano in diverse fasi storiche sono legati a specifiche evenienze: attacchi aerei americani (spesso insieme agli inglesi e ai francesi) per violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite o, nel 1994, uno spostamento di truppe irachene al confine del Kuwait, contro il quale una minaccia dissuasiva americana ebbe successo. Il picco del settembre 2001 è una presumibile conseguenza degli attacchi terroristici contro New York e Washington. L’ultimo picco osservato è un effetto del rally round the flag prodotto dall’attacco anglo-americano del marzo 2003, che esamineremo più in dettaglio nella prossima sezione. La sostanziale stabilità del sostegno all’uso della forza nel tempo nasconde tuttavia una importante differenza. Quantunque le domande facciano tutte riferimento all’uso della forza, il contesto in cui esse sono cambia radicalmente prima e dopo l’11 settembre 2001. Prima di quella data, infatti, l’uso della forza significava essenzialmente il ricorso allo strumento aereo; cioè bombardamenti diretti a colpire installazioni militari in risposta a specifiche violazioni delle risoluzioni ONU da parte del governo iracheno. Dopo l’11 settembre i termini della questione cambiano. L’uso della forza in discussione è un vero e proprio intervento «terrestre» in Iraq. Per accertare più in dettaglio se, e in che misura, il livello di sostegno è sensibile alla formulazione delle domande, può essere utile concentrarci sugli atteggiamenti del pubblico nel periodo tra il settembre 2001 ed oggi, periodo nel quale ciò che tutti hanno in mente è un attacco terrestre. La tabella 2 raccoglie in maniera sistematica le percentuali di favorevoli all’uso della forza per tutte le domande di cui esistono serie temporali abbastanza lunghe.

Tabella 2

Questa tabella si presta a diverse considerazioni. La prima, più ovvia, è che la formulazione delle domande sembra esercitare un qualche effetto sul livello di sostegno. Il riferimento generico ad una «azione militare» eleva il sostegno di circa otto/dieci punti percentuali, rispetto al caso in cui la domanda faccia esplicito riferimento alle «truppe di terra», come si evince comparando i trend Gallup e Harris. Meno rilevante è invece l’effetto del riferimento al terrorismo, inserito in alcune domande ma non altre. Nel complesso, un’esplicita menzione del terrorismo non accresce necessariamente la disponibilità a sostenere l’uso della forza. Tenendo conto di queste differenze, possiamo concludere che nel tempo, una percentuale compresa tra il 55% e il 65% dell’opinione pubblica americana si è mostrata disponibile a ricorrere alla forza contro il regime di Saddam Hussein. Passando ad esaminare i diversi trend, anch’essi mostrano alcune regolarità. La prima è un picco verso l’alto a cavallo del settembre 2001, che contribuisce ad aumentare il sostegno per l’uso della forza contro Saddam Hussein e l’Iraq di otto/dieci punti percentuali, a seconda della domanda. Questo effetto sembra ripetersi, in maniera molto meno incisiva e chiara (non più di cinque punti percentuali), anche nel primo anniversario dell’attacco dell’11 settembre 2001. Insomma, il ricordo dell’evento sembra giocare un qualche effetto, quantunque di breve periodo, sulla disponibilità a risolvere militarmente la crisi irachena. La seconda regolarità attiene all’andamento nel tempo. In tutte le serie temporali notiamo che dopo la spinta verso l’alto del settembre 2001 vi è un certo declino del sostegno per l’uso della forza. Il punto di svolta sembra essere intorno all’agosto del 2002, anche se l’anniversario dell’attacco terroristico nel settembre 2002 in qualche modo controbilancia il declino osservato nel mese di agosto, ma senza annullarlo. Complessivamente, comparando il periodo novembre 2001-luglio 2002 con quello successivo, agosto 2002-febbraio 2003, vi è una differenza di circa sei punti percentuali in meno. Tra settembre 2001 e agosto 2002 circa il 65-75% degli americani si mostra favorevole all’uso della forza militare per attaccare l’Iraq. Dopo l’agosto questa percentuale scende all’incirca intorno al 60%-70%.

A nostro avviso, la principale ragione di questa leggera caduta nel sostegno per l’uso della forza è da attribuire al mutato orientamento del governo americano verso una soluzione multilaterale, sotto l’egida delle Nazioni Unite. La decisione dell’amministrazione americana di procedere attraverso le Nazioni Unite è infatti proprio di questi mesi e viene annunciata ufficialmente nel settembre del 2002. Il governo americano arriva a questa decisione sotto le pressioni sia dell’ala più moderata dell’amministrazione stessa (in prima persona Powell), sia degli alleati europei e risponde ad una diffusa convinzione dell’opinione pubblica americana ed europea. Si ricordi che, nel giugno 2002 alla domanda posta dal CCFR-GMF Worldviews 2002 se gli Stati Uniti dovessero invadere l’Iraq «da soli» o «con l’approvazione dell’ONU e il sostegno degli alleati» il 65% degli americani (ed il 60% degli europei di Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Olanda e Polonia) rispondono con il sostegno dell’ONU e degli alleati, e solo il 20% degli americani (e il 10%) degli europei che dovrebbero agire da soli. Una volta privilegiata la strada delle Nazioni Unite, per una quota degli intervistati il sostegno all’uso della forza non è più prioritario. In altre parole, la soluzione militare non diviene più così attraente proprio per effetto della decisione di intraprendere una azione multilaterale, attraverso la ripresa delle ispezioni delle Nazioni Unite. Non avevano quindi torto alcuni sostenitori della soluzione militare13 a temere che la decisione di passare per le Nazioni Unite avrebbe indebolito la spinta per un’azione militare. Come si vede, questo leggero declino del sostegno verrà recuperato solo a partire dalle ultime settimane di febbraio, ma esamineremo questa fase più in dettaglio nella prossima sezione.

È quindi possibile sostenere che negli Stati Uniti, contrariamente a quanto succedeva in Europa,14 la maggioranza era favorevole all’intervento. Ma quanto stabile era questo sostegno? Quanto questo sostegno dipendeva da certe condizioni, quali ad esempio l’appoggio degli alleati, la rapidità del conflitto e l’assenza di perdite? Senza tediare troppo i nostri lettori con cifre e dati ci soffermeremo su due aspetti ritenuti fondamentali da politici e analisti: il consenso degli alleati e delle Nazioni Unite e il ruolo delle perdite. Il primo è un indicatore della disponibilità degli americani a fare la guerra anche senza una patente di legittimità internazionale offerta delle Nazioni Unite o, almeno, dei principali alleati degli Stati Uniti. Il secondo è un indicatore del peso che i costi della guerra possono giocare nelle considerazioni dell’opinione pubblica americana. L’idea è, in breve, che se il livello di consenso non cambia a seconda delle condizioni in cui il avviene conflitto, in particolare a seconda che vi sia o meno il sostegno degli alleati o che sia con o senza perdite, il consenso è più stabile che non nel caso in cui vari significativamente a seconda del mutare di queste condizioni. Sul primo punto, andare da soli o con le Nazioni Unite, la tabella 3 descrive quale impatto ha il riferimento al sostegno delle Nazioni Unite sul livello di consenso per l’uso della forza contro l’Iraq. La tabella riporta quelle domande in cui è esplicitamente posta all’intervistato l’alternativa tra una guerra con o senza il sostegno delle Nazioni Unite (in alcuni casi, questa scelta era registrata solo se l’intervistato la indicava volontariamente). Si tratta di un effetto abbastanza rilevante. In generale, una azione unilaterale del governo americano riduce il sostegno per l’operazione ad un terzo circa del campione, con alcune variazioni legate alla formulazione della domanda. Ad esempio, un esplicito riferimento alla «opposizione» delle Nazioni Unite (Gallup, Gallup/CNN) aumenta il numero di coloro che sarebbero disposti ad andare da soli, ancorché la soluzione multilaterale resti maggioritaria. I pochi trend disponibili (CBS, PIPA) indicano un leggero aumento di coloro che sono disposti ad andare da soli col passare del tempo. Un effetto questo che si accentua negli ultimi giorni precedenti il conflitto, ma che tuttavia non sposta l’opposizione di molti al conflitto condotto unilateralmente dagli Stati Uniti.

 Tabella 3

Anche altri dati, non esattamente assimilabili a quelli riportati nella tabella 3, puntano nella stessa direzione. Nel settembre 2002 la Gallup (per CNN/USA Today) chiese se gli americani erano favorevoli ad usare la forza solo se vi fosse «il sostegno di altri paesi» e delle «Nazioni Unite» oppure se gli Stati Uniti decidevano di «invadere l’Iraq da soli» o anche se «le Nazioni Unite si opponevano». Mentre il 79% degli intervistati era a favore dell’uso della forza con il sostegno dell’ONU, la percentuale di favorevoli scendeva rispettivamente al 38% e al 37% nelle altre due condizioni. Il Princeton Survey Research Associates ha chiesto per «Newsweek» diverse volte tra l’agosto e l’ottobre 2002 «quanto importante fosse che l’amministrazione Bush ottenesse il sostegno formale delle Nazioni Unite». Tra l’81% (in agosto) e l’84% (in ottobre) ritenevano questa condizione molto o abbastanza importante. Analoghe le percentuali che si ottenevano se si faceva riferimento agli alleati europei. Una analoga domanda, posta nel gennaio e febbraio 2003 sondava l’atteggiamento dell’intervistato nei confronti di una azione militare contro l’Iraq in diversi contesti: gli Stati Uniti con gli alleati e il pieno sostegno delle Nazioni Unite; gli Stati Uniti con due o tre alleati, ma senza il sostegno delle Nazioni Unite; e infine gli Stati Uniti da soli. Una grande maggioranza (tra l’81% e l’85%) era a favore della prima soluzione. La percentuale di favorevoli scendeva al 50%-39% nella seconda eventualità, ed al 31-37% nella terza. Il consenso per un’azione multilaterale non riflette una reazione umorale, ma una convinzione radicata, come è confermato da una inchiesta del marzo 1999 (PSRA/PEW Center), nella quale l’82% degli intervistati era d’accordo con l’affermazione secondo la quale «nel decidere la sua politica estera, gli Stati Uniti dovrebbero tenere in conto il punto di vista dei suoi principali alleati». Un’altra inchiesta, del PIPA/Knowledge Networks Poll del gennaio 2003 illustra ancora più efficacemente la natura degli orientamenti del pubblico americano. Alla domanda «immaginiamo che dopo le ispezioni iniziali delle Nazioni Unite in Iraq, gli Stati Uniti e gli altri paesi nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite siano in disaccordo sul punto se l’Iraq stia adeguatamente cooperando con gli ispettori delle Nazioni Unite. Il Presidente Bush spinge perché l’ONU approvi una invasione dell’Iraq per rovesciare Saddam Hussein, ma la maggior parte degli altri membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite vogliono continuare ad usare le minacce e le pressioni diplomatiche per costringere l’Iraq ad obbedire e quindi rigettano la risoluzione proposta dagli Stati Uniti. Il Presidente Bush decide allora di intraprendere una invasione, anche se da soli. Sulla base di queste informazioni, qual è il suo atteggiamento riguardo a questa decisione». A questa domanda, il 33% dichiara di essere d’accordo con la decisione dell’amministrazione, il 36% di non essere d’accordo e il 27% di non essere d’accordo, ma di essere disposto a sostenere comunque il Presidente.

Riassumendo i dati sembrano indicare univocamente la direzione dell’effetto che il mancato consenso di ONU e degli alleati ha sul sostegno per l’uso della forza. Senza il consenso delle Nazioni Unite e/o degli alleati principali, gli americani favorevoli all’uso della forza diminuiscono da due terzi circa ad una quota compresa tra un quarto e un terzo degli intervistati, a seconda della formulazione delle domande. All’incirca un quarto del 60% degli americani che sostiene l’attacco all’Iraq, è composto da intervistati che sostengono il presidente per ragioni istituzionali, ma dissentono sul merito della decisione. Rispetto a questa conclusione generale, l’ultimo intervento del segretario di Stato americano Powell sembra aver avuto un qualche effetto ma di breve durata, poiché nella seconda settimana di febbraio il trend era sostanzialmente invariato (tabella 2).

Passando al secondo fattore, le possibili perdite, i dati disponibili indicano che anch’esse riducono il consenso, ma meno di quanto faccia l’assenza degli alleati e delle Nazioni Unite. La tabella 4 riporta i dati per i quali abbiamo delle serie temporali sufficientemente lunghe. Due tipi di domande sono riportate in questa tabella. Nella prima, si chiede se l’intervistato è favorevole o meno all’uso della forza anche se vi fossero perdite «sostanziali» o «migliaia» di perdite. Nella seconda serie, si chiede se attaccare l’Iraq vale la vita dei soldati americani. Con alcune variazioni, in parte dovute alla formulazione delle domande, abbiamo una riduzione dell’ordine di circa dieci/dodici punti percentuali. In media, il 48-42% degli americani continuano a rimanere favorevoli all’uso della forza anche in presenza di sostanziali perdite tra i soldati americani. Contrariamente a quanto sostenuto da numerosi commentatori, l’opinione pubblica non è immediatamente reattiva all’idea che una guerra comporti un certo numero di perdite. Tutto dipende dalle condizioni in cui esse avvengono.

 Tabella 4

Per cercare di stabilire quale, tra i due fattori ora discussi – perdite e sostegno degli alleati – sia il più importante, in mancanza di una analisi basata dati individuali possiamo fare riferimento ad una domanda posta dal Princeton Survey Research Associates per il Pew Research Center il 12-16 settembre 2002 (Figura 3). Ad un campione di 1.150 intervistati vennero poste una serie di domande sull’uso della forza. Il 64% degli intervistati era favorevole ad usare la forza contro Saddam, un dato in linea con quanto osservato nelle pagine precedenti. Se nella domanda venivano menzionate le perdite tra le truppe americane, la percentuale di favorevoli scendeva al 48%: sedici punti percentuali in meno rispetto al sostegno generalizzato. Ma se veniva menzionato anche il sostegno degli alleati, tenendo sotto controllo le perdite (più precisamente, ponendo la domanda solo a quelli che erano favorevoli all’intervento in caso di perdite significative), il consenso ad una operazione militare senza gli alleati scendeva al 24% dell’intero campione, una differenza di ventiquattro punti percentuali. Pur riconoscendo che si tratta di una analisi molto grossolana, il sostegno degli alleati sembra deprimere il consenso per l’uso della forza di circa un terzo in più rispetto alle perdite. Per gli americani, in questo conflitto, la collaborazione degli alleati sembra aver avuto un ruolo cruciale per determinare il sostegno per l’operazione, un risultato questo molto differente da quello della prima guerra del Golfo dove il sostegno degli alleati era molto meno rilevante (forse perché meno problematico).17

Figura 2

Lungi dal manifestare una cronica instabilità sui temi della pace e della guerra, l’opinione pubblica, americana ha mostrato in questi mesi una significativa costanza di atteggiamenti, che solo con grande difficoltà sono stati influenzati dalle dichiarazioni pubbliche e dagli eventi politici. In questo, europei ed americani sono sulla stessa lunghezza d’onda. Ci siamo soffermati sinora sugli orientamenti del pubblico americano prima dello scoppio delle ostilità. Tre conclusioni sono emerse dalla nostra analisi. Primo, l’opinione pubblica americana era preoccupata dell’Iraq di Saddam e della minaccia che esso rappresentava per la sicurezza della regione. Secondo, l’opinione pubblica americana non era né aprioristicamente contraria all’uso della forza contro l’Iraq per rimuovere Saddam Hussein né entusiasticamente a favore di questa soluzione. Se le alternative diplomatiche si fossero effettivamente esaurite, e sul punto se lo fossero a fine febbraio vi era una leggera differenza di orientamenti tra il pubblico americano e il suo governo, allora la soluzione militare sarebbe stata sostenuta da una maggioranza dell’opinione pubblica americana. Terzo, una condizione cruciale per assicurare un ampio sostegno all’operazione era il consenso degli alleati e delle Nazioni Unite (che probabilmente agli occhi di molti americani sono più o meno la stessa cosa). Senza questo assenso, solo una quota compresa tra un quarto ed un terzo dell’opinione pubblica americana era disposta a sostenere l’operazione. Queste sono, a grandi linee, i confini della «zona di acquiescenza» dell’opinione pubblica americana, la zona cioè nella quale le scelte del governo non avrebbero suscitato reazioni apprezzabili, radicandosi in uno stabile consenso «permissivo» della maggioranza del pubblico. Qualsiasi soluzione che andasse al di là di questi parametri – che per inciso in Europa sono più ristretti – poteva attendersi una reazione. Una reazione che, nel caso della seconda guerra del Golfo, per maturare e concretizzarsi in una solida opposizione dipende dalla durata e dalle caratteristiche della guerra che al momento in cui scriviamo si sta combattendo. In altre parole, l’intensità e la rapidità della reazione dipende dalla natura del conflitto.

 

Cosa è cambiato dopo lo scoppio della guerra

In che modo, lo scoppio del conflitto ha inciso su questo clima di opinione? Come è noto, gli studiosi e i politici sono soliti segnalare, in caso di crisi internazionale, la tendenza del pubblico americano a rallying round the flag, ad esprimere cioè la sua solidarietà al presidente, attraverso «un inatteso salto nel grado di approvazione del modo in cui il presidente svolge il suo lavoro».18 Esiste una vasta letteratura al riguardo, e non è nostra intenzione dare conto, in questa sede, dei principali risultati da essa raggiunti,19 limitandoci invece a segnalare due punti che riteniamo importanti. Il primo è che il rallying non è un fenomeno automatico e meccanico. In alcune situazioni il rallying ha luogo ed in altre no, in alcune crisi è maggiore di altre. Molto dipende, secondo gli studiosi, da due ordini di fattori. Un primo fattore è la natura dell’evento che genera il rally. Secondo Mueller per produrre un salto nel livello di consenso intorno al presidente deve trattarsi di «un evento che sia internazionale, coinvolga gli Stati Uniti e in particolare il presidente direttamente; e deve essere specifico, drammatico, e esattamente focalizzato».20 Le crisi internazionali e le guerre soddisfano in pieno queste caratteristiche.21 Un secondo ordine di fattori attiene al clima di politica interna in cui l’evento ha luogo. Brody22 segnala in particolare il ruolo che le informazioni disponibili al pubblico al momento in cui una crisi esplode giocano nel produrre un rally. La sua ipotesi è che quando gli eventi si svolgono molto rapidamente e l’amministrazione ha il pressoché totale monopolio delle informazioni disponibili, l’opposizione politica si asterrà dal criticare le scelte del presidente e i media quindi tenderanno a produrre prevalentemente informazioni in favore dell’amministrazione stessa. Ciò genererà a sua volta il rally. In questa ottica quindi, un ruolo cruciale per la produzione del rally stesso è attribuito all’esistenza e all’intensità dell’opposizione alle scelte presidenziali. Quando non vi è opposizione, e i media non sono in grado di riportarla, il rally sarà maggiore. L’attacco all’Iraq soddisfa entrambi i requisiti: è un evento internazionale importante che coinvolge direttamente gli Stati Uniti e il suo presidente e l’opposizione democratica al Congresso è stata sostanzialmente acquiescente alla politica dell’amministrazione. Sulla base di questi due ordini di considerazioni è possibile aspettarsi che l’attacco all’Iraq crei un effetto rally, che si è puntualmente verificato.

Il livello di popolarità del presidente Bush, l’indicatore ritenuto più sensibile ad un rally, è cresciuto di cinque/tredici punti percentuali circa, a seconda dell’inchiesta.23 Il livello di approvazione per il modo in cui Bush gestisce la crisi con l’Iraq è salito dal 55% al 69% per la CBS News/NYT, e dal 56% al 71% per il Pew Research Center. Il sostegno per l’operazione militare contro l’Iraq è salito dal 67% al 76% per la CBS News/NYT e dal 59% al 64% per la Gallup. La percentuale di coloro che  ritengono valga la pena correre il rischio di perdere dei soldati americani è passata dal 54% al 62% (CBS News/NYT). La percentuale di coloro  che sono orgogliosi di ciò che gli Stati Uniti stanno facendo nei confronti dell’Iraq è passato dal 48% al 64% (CBS News/NYT). La percentuale di coloro che sono soddisfatti della posizione degli Stati Uniti nel mondo è passata dal 48% al 69% (Gallup). Questi dati confermano l’esistenza del rally,  ma ci dicono poco sulla sua entità, se non comparati con altre situazioni e altri presidenti. Comparando gli effetti dell’attuale guerra con crisi precedenti, possiamo dire che l’aumento è stato forte, ma non drammatico. Ad esempio l’aumento di popolarità per effetto dell’inizio del conflitto con l’Iraq è stato inferiore a quello ottenuto da Bush figlio subito dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 (da 51% a 86%, Gallup) e da Bush padre all’epoca della prima guerra del Golfo (da 64% a 82%, Gallup).24 Ma è analogo a quello ottenuto da Roosevelt dopo l’attacco di Pearl Harbor e da Kennedy durante la crisi di Cuba (per entrambi la popolarità crebbe di dodici punti, passando rispettivamente da 72% a 84% e da 61% a 73%).25 Più difficile è prevedere la durata di questo aumento. Va segnalato che gli studiosi ritengono che la durata dell’aumento non è necessariamente correlata né con l’importanza dell’evento (l’aumento di popolarità del presidente non dura più a lungo per eventi importanti rispetto ad eventi meno rilevanti) né con la grandezza del «salto» (aumenti molto grandi possono dissolversi più rapidamente di quelli meno rilevanti). Molto dipende, nel caso specifico, da come andranno le cose sul campo di battaglia. Le esperienze precedenti sembrano indicare che, qualsiasi sia il livello del rally immediatamente successivo all’inizio delle ostilità, la sua durata dipende in maniera cruciale dallo svolgimento delle operazioni. Sia nel caso dell’attacco giapponese a Pearl Harbor che nella crisi di Cuba del 1962 il rally durò non più di otto mesi. Nella prima guerra del Golfo – rapida ed indolore (ovviamente solo per il lato dei vincitori) – con una stampa sostanzialmente galvanizzata in favore del conflitto, la popolarità di Bush aumentò più che nei due casi precedenti, ma apparentemente l’accresciuto livello di popolarità cominciò ad erodersi molto più rapidamente. Mueller26 ha sottolineato che perfino in un conflitto breve e vittorioso come quello del 1991 alcuni dati che sembrano suggerire l’esistenza di «una qualche erosione del sostegno per la guerra durante il suo svolgimento», erosione in parte compensata dal piccolo rally generato dall’inizio delle operazioni terrestri e dalla rapida fine delle operazioni poche ore dopo. Da questo punto di vista, l’attuale conflitto con l’Iraq sembra collocarsi tra i due estremi. Da un lato, contrariamente a quanto temuto dai sostenitori del cosiddetto CNN effect le immagini, anche crude, della guerra e delle sue atrocità, sia nei confronti dei soldati americani che dei civili iracheni, non sembrano aver scosso il sostegno della popolazione, ma anzi semmai lo hanno indurito.27 Dall’altro lato, il pubblico è stato anche molto rapido ad aggiustare le sue aspettative sulla durata del conflitto all’evoluzione della situazione sul campo. In che misura questo inciderà sulla disponibilità degli americani a sostenere il conflitto è ancora troppo presto per dirlo, ma sicuramente significa che per un certo periodo di tempo l’amministrazione potrà godere ancora di un ampio credito per l’operazione.

 

Europei fifoni e Americani cowboys?

Poiché abbiamo già presentato altrove lo stato dei rapporti euro-atlantici a livello di opinione pubblica,28 in questa ultima sezione ci soffermeremo esclusivamente sui risultati delle inchieste più recenti, per capire in che modo l’Europa sembra reagire alla prospettiva di una guerra con l’Iraq. Partiremo da due sondaggi, uno condotto dalla EOS Gallup nel mese di gennaio del 2003 e l’altro dalla Gallup international nel mese di febbraio del 2003 in numerosi paesi europei. Cominciamo anche qui con una domanda molto generale, posta dalla Gallup international ad un vasto gruppo di paesi (ma non l’Italia) sul sostegno alle operazioni militari in Iraq in diverse condizioni (tabella 5). Una prima informazione è che in nessun paese esiste una maggioranza a sostegno di una azione militare unilaterale degli Stati Uniti. Negli Stati Uniti stessi, sono a favore dell’opzione unilaterale il 33% degli intervistati, ed è la percentuale più elevata. Nel Regno Unito questa soluzione è vista con favore da non più di un decimo degli intervistati. Una soluzione militare con il sostegno dell’ONU è preferita dalla maggioranza assoluta o relativa di pochi paesi: Canada, Irlanda, Olanda, Nuova Zelanda e Australia, in ordine di crescente favore. In Svizzera e nel Regno Unito, la maggioranza appare divisa tra la soluzione multilaterale e nessuna soluzione militare. Solo in America, abbiamo una divisione di circa 1/3 per una soluzione unilaterale ed 1/3 per quella multilaterale. Per tutti gli altri paesi in cui è stata condotta l’inchiesta la migliore soluzione non è militare. A maggior ragione, l’opinione pubblica della maggior parte dei paesi in cui è stata condotta questa inchiesta è contraria alla partecipazione del proprio paese all’operazione militare. Solo in Canada, Regno Unito, Romania, Australia e Stati Uniti vi è una maggioranza a favore della soluzione militare in questo caso. E questa maggioranza è netta negli Stati Uniti (73% vs 17%) ed Australia (53% vs 40%). Negli altri tre paesi, l’opinione pubblica è divisa in due. In Inghilterra, ad esempio, il 44% è a favore dell’uso della forza da parte del proprio paese, se vi dovesse essere una guerra, ed il 41% è contrario. In tutti gli altri paesi, infine, una maggioranza, più o meno ampia, è contraria alla partecipazione alla guerra da parte del proprio paese.

Tabella 5 

In Europa l’opposizione alla guerra è molto diffusa – contrariamente alla solidarietà mostrata da gran parte dei paesi del mondo nel caso degli attacchi dell’11 settembre 2001 e della decisione di usare la forza contro

l’Afghanistan –29 ma diminuisce in certe circostanze. La tabella 6 (EOS Gallup, gennaio 2003) riporta il favore netto per una serie di opzioni. Esso è ottenuto sottraendo alla percentuale di coloro che sono favorevoli all’uso della forza in quella circostanza la percentuale di coloro che sono contrari. Se il numero è positivo, vuol dire che i favorevoli sono superiori ai contrari; se è negativo, i contrari sono più dei favorevoli. L’EOS Gallup ha esplorato sei scenari. In cinque di questi, si chiedeva se si appoggiasse la partecipazione del proprio paese ad una operazione militare: con l’approvazione delle Nazioni Unite (A); nel caso in cui le Nazioni Unite scoprissero armi di distruzione di massa in Iraq (B); se l’Iraq minacciasse i suoi vicini (C); se il regime iracheno non cooperasse con gli ispettori (D); a fianco degli Stati Uniti ma senza il sostegno delle Nazioni Unite (F). Un’altra domanda chiedeva se l’intervistato era favorevole ad un intervento degli Stati Uniti senza il sostegno delle Nazioni Unite (E). Dai dati emerge chiaramente che gli ultimi due scenari (E ed F) sono generalmente respinti da una maggioranza in tutti i paesi europei (unica eccezione la Slovacchia nello scenario E). Il fronte del rifiuto si frantuma se si introduce la possibilità che l’Iraq non cooperi con gli ispettori. In questo caso, la bilancia si sposta a favore dei sostenitori dell’uso della forza in Slovacchia e nel Regno Unito, ed in misura minore in Danimarca e nella Repubblica Ceca. Il sostegno per l’uso della forza aumenta se l’Iraq dovesse rappresentare una minaccia ad altri paesi della regione. In questo caso, si troverebbero maggioranze a favore dell’uso della forza in: Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Romania, Turchia e il Regno Unito. Lo stesso gruppo sarebbe favorevole all’uso della forza in caso di un chiaro mandato ONU e di scoperta di armi di distruzione di massa. In circa metà dei paesi europei l’opposizione permarrebbe maggioritaria anche in queste situazioni: Austria, Bulgaria (contrariamente al suo governo), Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Latvia, Lituania, Malta, Slovenia, Svezia, Svizzera e Turchia. In ogni caso, i più tenaci sostenitori dell’azione militare (a parte lo scenario E ed F) sono un assortito gruppo di paesi che include la Repubblica Ceca, la Danimarca, l’Olanda, la Slovacchia, il Regno Unito e, stranamente, la Francia. In tutti i paesi, a partire dallo scenario C vi è un pattern di declino lineare per il sostegno all’uso della forza. Ciò non vale per lo scenario A, B e C.  

Tabella 6

In conclusione, in Europa – e più in generale nel resto del mondo – esiste una vasta opposizione all’idea di una azione unilaterale americana, una opposizione più vasta, quantitativamente, di quella presente negli Stati Uniti, ma che qualitativamente sembra essere influenzata dagli stessi fattori: poter contare o meno sul sostegno delle Nazioni Unite. Per concludere con un esempio nazionale di quanto emerge, con maggiore o minore intensità, in numerosi paesi europei e negli Stati Uniti possiamo citare i risultati di due recenti inchieste Eurisko per «L’Espresso», condotte nel gennaio e febbraio 2003. Nell’ipotesi in cui gli Stati Uniti agissero in Iraq con il sostegno dell’ONU, oppure senza quello dell’ONU ma di alcuni alleati o infine senza il sostegno di nessuno, il 19-21 febbraio rispondevano di essere contrari all’intervento militare rispettivamente il 68%, l’88% e  l’87%. In gennaio 2003, le percentuali erano rispettivamente del 68%, 83% ed 86%. Riflette questo sentimento di generale avversione all’ipotesi americana di guerra all’Iraq anche la distribuzione delle risposte ad una domanda che chiedeva «secondo lei l’Italia dovrebbe schierarsi con la Germania e la Francia contro un intervento militare senza il supporto dell’ONU o con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna a favore di un attacco anche senza l’appoggio dell’ONU», il 67% preferiva la prima soluzione e il 16% la seconda, con un 18% di incerti.

 

Conclusioni

Gli europei non sembrano condividere completamente l’interpretazione della situazione internazionale fatta propria dall’amministrazione Bush ed efficacemente ricostruita da Kagan,30 e da qui, in parte, l’acrimonia del dibattito euro-americano. Noi riteniamo che le differenze di vedute tra americani ed europei non debbano sorprendere. Anche durante la guerra fredda europei ed americani non erano sempre sulla stessa lunghezza d’onda, come ci ricordano gli anni Ottanta e le tensioni euroatlantiche di quel periodo. Tuttavia, per quarant’anni la natura delle minacce e le strategie adottate per fronteggiarle non erano in discussione (anche se lo potevano essere singole decisioni, come quella degli Euromissili). Si stava di là o di qua e non vi erano alternative (anche se forse una quota sostanziosa dell’opinione pubblica europea, non solo in Francia e in Italia, sedi dei due più importanti partiti comunisti d’occidente, delle alternative a questo aut-aut sarebbe stata disposta a considerarle). Il mondo post-bipolare degli anni Novanta ha frantumato la minaccia, contribuendo ad aumentare le fonti di dissenso sull’uso della forza, ma allo stesso tempo ha reso queste decisioni meno importanti (da qui la tendenza a rinviarle fino all’ultimo momento, come in Bosnia, o ad improvvisare, come in Kosovo). L’attacco dell’11 settembre 2001 ha cambiato questo stato di cose, ma più in America che non in Europa. In questi ultimi due anni il terrorismo sembra aver assunto per l’amministrazione americana una funzione analoga a quella giocata dalla minaccia sovietica durante la guerra fredda. In Europa le cose sono andate diversamente. L’Europa riconosce la situazione storica senza precedenti in cui si è venuta a trovare la potenza continentale americana e concorda sulla necessità di una risposta energica alle minacce terroristiche. Da qui il sostegno europeo alla «guerra al terrorismo»31 lanciata dagli Stati Uniti all’Afghanistan. Più riluttanti sono invece gli europei a riconoscere che il terrorismo muti radicalmente il modo di fare politica internazionale, ovvero che per effetto dell’11 settembre il mondo sia tornato una giungla hobbesiana. In assenza di un telegramma di Kennan (e il saggio di Kagan – per quanto citatissimo – non ha ancora assunto questo ruolo)32 che articoli le ragioni a favore di una (di)visione manichea del mondo, gli europei non vedono ragioni per cambiare il modo di fare politica estera rispetto agli anni Novanta. La fine della guerra fredda, liberando l’Europa dai lacci dell’anticomunismo (per quanto essi siano ancora disponibili e utilizzabili per la lotta politica interna come proprio il caso italiano sembra indicare), offriva all’Europa una formidabile opportunità per affermare la superiorità del trading state33 rispetto al warring state tipico del mondo bipolare. In una parola, il terrorismo non sembra esercitare, nei confronti dell’opinione pubblica europea, quel ruolo di catalizzatore di attenzione, di mobilitatore ideologico intorno al quale organizzare il modo di vedere le cose nelle relazioni internazionali che invece sembra attribuirgli l’amministrazione americana. Ciò appare evidente, non solo nella priorità tutto sommato modesta che la lotta al terrorismo occupa sull’agenda pubblica dei paesi europei e dell’Unione Europea in generale; ma anche nella riluttanza a giudicare gli strumenti militari appropriati per combattere contro questo nemico. Ovviamente, non è questa la lettura prevalente in America, o, per essere più precisi, in alcuni settori dell’amministrazione che attualmente governa gli Stati Uniti. Per costoro, il terrorismo internazionale è un equivalente funzionale della minaccia sovietica – sia in politica interna – con la disponibilità a limitare i diritti individuali in nome della sicurezza interna – sia in politica estera – con la disponibilità a contemplare il ricorso alla forza militare non solo in funzione deterrente, ma anche coercitiva, ad ampliare le giustificazioni per un intervento militare in vaste aree del mondo e a gestire questo insieme di risposte prescindendo in larga parte dalle esigenze degli alleati e degli amici. Durante la guerra fredda, l’unilateralismo era una conseguenza inevitabile del bipolarismo.34 Le alleanze servivano a rassicurare le potenze minori piuttosto che a rafforzare la superpotenza, la quale non aveva certo bisogno degli alleati per difendersi. Dopo la guerra fredda, l’unilateralismo perde questa funzione di balancing nei confronti di un avversario ostile, ma così facendo appare meno giustificata agli occhi degli alleati. Ciò non appariva così chiaro prima dell’11 settembre 2001. Lo è divenuto molto di più una volta che il governo americano ha ridefinito i propri compiti di sicurezza in linea con la reale struttura del potere mondiale attuale. In che modo i paesi europei e gli Stati Uniti riusciranno ad adattarsi al mutamento della struttura del internazionale generata dal crollo del blocco sovietico e alle conseguenze dell’11 settembre 2001 &e

ie Online

by Fabio Atzeni e Sally Stoppa Libia, tra desideri e rischi per l’Italia
Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni…
by Giovanni Bastianelli Le sfide del digitale in ambito turistico
Quello turistico è stato tra i primi settori a recepire…
by Romeo Orlandi Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora
La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jin…
by Fabio Veronica Forcella Outlet Italia
Nel 2014 l’Italia ha scalato le classifiche internazionali relative alla…