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La Germania si assumerà le proprie responsabilità

Written by Gerhard Schröder Tuesday, 01 April 2003 02:00 Print

Assumendosi le proprie responsabilità per la pace e la sicurezza, il governo è stato guidato da principi molto chiari. Noi lavoriamo per il dominio e l’affermazione del diritto. Siamo per la politica della pace attraverso la prevenzione delle crisi e la soluzione cooperativa dei conflitti. Perseguiamo l’obiettivo dell’accrescimento della sicurezza: attraverso la collaborazione multilaterale, attraverso la tutela dai rischi e la lotta alle cause della violenza, attraverso il disarmo e lo sviluppo e, ove è indispensabile, anche attraverso l’uso di mezzi militari e di polizia.

 

Discorso del 3 aprile 2003 al Bundestag

 

Assumendosi le proprie responsabilità per la pace e la sicurezza, il governo è stato guidato da principi molto chiari. Noi lavoriamo per il dominio e l’affermazione del diritto. Siamo per la politica della pace attraverso la prevenzione delle crisi e la soluzione cooperativa dei conflitti. Perseguiamo l’obiettivo dell’accrescimento della sicurezza: attraverso la collaborazione multilaterale, attraverso la tutela dai rischi e la lotta alle cause della violenza, attraverso il disarmo e lo sviluppo e, ove è indispensabile, anche attraverso l’uso di mezzi militari e di polizia. Nei conflitti internazionali puntiamo sul monopolio della forza da parte delle Nazioni Unite. In questi termini la Germania ha percepito la propria responsabilità: nell’Unione europea, nell’alleanza internazionale contro il terrore, in Afghanistan e nei Balcani. Solo all’inizio di questa settimana, con la missione «Concordia», l’Unione europea ha accettato da parte della NATO l’incarico di ristabilire la pace in Macedonia. Ritengo sia degno di particolare nota il fatto che l’Unione europea esprima la sua capacità d’azione militare proprio in Macedonia. Perché è stato proprio in Macedonia che con i nostri partner siamo riusciti ad arginare un conflitto che covava sotto la cenere e ad evitare la minaccia di una guerra civile prima che scoppiasse. L’esempio della Macedonia vale per una politica europea di sicurezza, che utilizza anche mezzi militari per evitare le guerre. Vogliamo orientarci in questa direzione anche per il futuro.

Ci siamo assunti la nostra responsabilità in modo fermo nel Consiglio di Sicurezza. Fino all’ultimo istante, insieme alla maggioranza del membri del Consiglio di Sicurezza – con Francia, Russia, Cina, ma anche con Messico e Cile – abbiamo unito i nostri sforzi al fine di risolvere il conflitto iracheno nel quadro delle Nazioni Unite con mezzi pacifici. Eravamo e siamo convinti che era possibile un’alternativa alla guerra, che era possibile arrivare al disarmo pacifico dell’Iraq sotto il controllo internazionale. Il governo federale ritiene sbagliato, ora come allora, che questa via non sia stata percorsa fino alla fine. È vero: non abbiamo potuto evitare la guerra.

In questi momenti i nostri pensieri e la nostra compassione vanno alle vittime di questa guerra ed ai loro cari. Alle vittime civili come alle vittime tra i soldati. Tutti noi speriamo che una rapida conclusione della guerra tenga il più basso possibile il numero delle vittime. E auspichiamo che grazie alla vittoria sulla dittatura il popolo iracheno possa quanto prima realizzare la propria speranza di una vita all’insegna della pace, della libertà e dell’autodeterminazione. Ma ogni crisi offre anche una chance. Se vogliamo evitare sviluppi come quelli che hanno portato a questa guerra, dobbiamo migliorare i meccanismi di affermazione della nostra politica. Questo compito compete principalmente all’Europa unita. Noi abbiamo potuto superare guerra e rivalità in Europa. Far tesoro di questa esperienza al fine di sviluppare e realizzare prospettive a lungo termine per un mondo di sicurezza e collaborazione – è questo il nostro impegno europeo. Il governo federale ha già dichiarato che la Germania non prenderà parte a questa guerra. E questo è quanto. Vale a dire: i soldati tedeschi non parteciperanno ad azioni di combattimento all’interno dell’Iraq o contro l’Iraq. Ma è anche chiaro che la Germania rispetterà i propri impegni di alleanza. Perché non dobbiamo dimenticare che quegli Stati che ora fanno la guerra all’Iraq sono nostre nazioni alleate. Per questo motivo rispetteremo i patti. E questo include la tutela dei diritti di sorvolo ed uso e la protezione delle basi in Germania, così come i provvedimenti per la protezione della Turchia.

Le Nazioni Unite devono giocare un ruolo centrale quando si tratterà di strutturare il futuro dell’Iraq ed il riordinamento politico del territorio dopo la fine di questa guerra. Tuttavia temo fin da ora la speculazione su particolari di una possibile e necessaria ricostruzione dell’Iraq. Poiché la «ricostruzione» è più della riparazione di edifici, dei pozzi petroliferi e delle infrastrutture.La vera ricostruzione della società non è fatta solo da un paio di concessioni imprenditoriali. Già solo per questo sarà importante, indipendentemente dalla responsabilità finanziaria, mobilitare il sostegno di tutta la comunità internazionale. È necessario che ogni processo di ricostruzione venga organizzato sotto la responsabilità delle Nazioni Unite. Per il raggiungimento di un ordinamento post-bellico giusto e democratico in Iraq ed in tutta la regione, mi sembra fondamentale tener fermi questi punti. L’integrità territoriale dell’Iraq deve essere conservata. La sua indipendenza e sovranità politica deve essere completamente ristabilita. Il popolo iracheno deve poter decidere del proprio futuro politico. I diritti delle minoranze locali devono essere tutelati. I giacimenti petroliferi e le risorse naturali del territorio devono rimanere in possesso e sotto il controllo del popolo iracheno e devono andare a loro beneficio. In Medio Oriente deve essere avviato un processo di stabilizzazione politica che apra una prospettiva di vita all’insegna della pace e del benessere per tutti i popoli che vivono nella regione.

Il 21 settembre 2001 il Consiglio europeo, riunito in seduta straordinaria dopo gli attentati terroristici di New York, decise di rafforzare la politica estera e di sicurezza comune facendone «uno strumento immediatamente disponibile per l’azione». I capi di Stato e di governo europei si sono posti come obiettivo «l’integrazione di tutti i Paesi in un sistema mondiale equo per la sicurezza, il benessere condiviso e l’ulteriore sviluppo». Perseguiremo questo obiettivo. Ma dobbiamo anche riconoscere che la proclamazione degli obiettivi non è tutto. I rischi mondiali aumentano invece di diminuire e vanno ormai al di là delle frontiere. Lo sviluppo e la diffusione delle armi di distruzione di massa ha assunto dimensioni più ampie di quanto accadeva ai tempi della guerra fredda. Possiamo affrontare questi rischi solo multilateralmente, mentre ci avviciniamo più ampiamente al tema della «sicurezza»: la sicurezza nel senso politico e sociale, militare, ma anche culturale ed ecologico.

Dobbiamo però contemporaneamente convincerci della necessità di rispondere con coerente efficacia alla minaccia delle armi di distruzione di massa. Il conflitto in corso in Iraq deve essere di monito alla comunità degli Stati affinché sviluppi nuove e più incisive regolamentazioni multilaterali inerenti la proliferazione e il controllo degli armamenti ed i meccanismi verificativi correlati. Nessuno dovrà potersi giustificare per la diffusione di materiale che serve alla produzione di armi di distruzione di massa, nascondendosi dietro la tesi secondo la quale se non lo si esporta in proprio lo farà sicuramente qualche Stato vicino. Per questo ci serve assolutamente un’ampia unificazione del sistema di esportazione all’interno dell’Unione europea. Questo sarebbe un importante inizio ed un evidente segno per altri attori nel mondo – soprattutto per i potenziali acquirenti. Non possiamo affrontare il problema della proliferazione solo con argomenti moralistici – per quanto importanti. Abbiamo bisogno di una politica ampia, multilaterale per maggiore sicurezza e maggiore giustizia nel mondo. Che si tratti poi di libero commercio, tutela del clima o lotta al terrorismo: il multilateralismo non è finito. Dobbiamo dirci con chiarezza che i problemi del XXI secolo possono essere risolti solo multilateralmente.

Il posto della Germania nell’affermazione della pace e della sicurezza è nella comunità di Stati, nelle nostre alleanze e soprattutto in Europa. Le Nazioni Unite non sono diventate «irrilevanti». Al contrario, giocheranno un ruolo importante nel dopoguerra per gli aiuti umanitari e per la ricostruzione dell’Iraq. La nostra politica consiste nel rafforzare le Nazioni Unite – anche attraverso ulteriori e più energiche riforme – e nell’affermare il suo monopolio di forza nei conflitti internazionali. Nel nostro impegno rispettiamo l’Alleanza atlantica. La NATO non ha assolutamente cessato il suo servizio di difesa comune e di reciproca assistenza. Quest’alleanza deve essere adattata alle nuove minacce e situazioni conflittuali – in maniera possibilmente più forte di quanto non sia stato finora. In ogni caso la NATO deve addivenire a consultazioni reciproche più intense, analisi comuni e prevenzione costruttiva. Se però vogliamo – tra l’altro anche all’interno della NATO – che i nostri interessi e le nostre proposte trovino maggiore ascolto, dobbiamo allora mettere l’Europa nella condizione di farlo: un’Europa che parli all’unisono. Nel tempo non saremo in grado di distinguere tra il nostro impegno comune per la sicurezza ed i nostri sforzi per la crescita, il benessere e l’occupazione. Già oggi vediamo quanto l’incertezza della guerra renda vane in tutta l’Europa le speranze di crescita.

E ovviamente sappiamo che l’Europa nel momento della crisi non è stata unita come sarebbe stato auspicabile. Tuttavia c’è una riflessione da fare: i governi non amano avere la stessa opinione per tutte le questioni. Le società europee però sono assolutamente d’accordo nel loro rifiuto alla guerra. La realizzazione di una politica estera e di sicurezza comune è solo agli inizi. Se vogliamo che la voce dell’Europa nel mondo divenga più udibile e più efficace dobbiamo disporci ad un processo lungo e complicato e a occasionali contraccolpi. Ma questo non cambia il fatto che non esista alcuna alternativa sensata ad una politica comune. L’integrazione europea è stata la risposta alla guerra e alla distruzione nel nostro continente. Se questa Europa integrata venisse meno alla sua responsabilità, proprio in vista dei nuovi squilibri mondiali, ciò avrebbe conseguenze fatali. Per questo dobbiamo sviluppare una politica estera e di sicurezza che sia veramente comune, che metta anche fattivamente l’Europa nella posizione di assumere maggiori responsabilità. Ciò potrebbe essere ancora più difficile con i 25 Stati membri di quanto non lo sia oggi con 15 Stati. Nondimeno questo non deve costituire una giustificazione per ritardare la chance storica dell’unità di tutta l’Europa.

Davanti a questo scenario, insieme al Presidente Chirac, ho proposto alla Convenzione europea di creare un ministero degli esteri europeo nel quale confluiscano i compiti ai quali oggi adempiono Javier Solana e Chris Patten. Il ministro degli esteri europeo dovrebbe elaborare i comuni interessi europei ed intraprendere le iniziative per l’azione congiunta. Secondo il nostro punto di vista, nella maggior parte dei settori dovrà esserci la maggioranza qualificata. La proposta franco-tedesca è stata ben accolta nella Convenzione. Dai compiti che ci competono nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune discende anche che dobbiamo ripensare seriamente alle nostre capacità militari. Non si tratta di rispondere alla crisi attuale con il solo incremento del nostro bilancio di armamenti. E non può neanche trattarsi del fatto di volersi accostare a quello che gli Stati Uniti utilizzano per il loro bilancio militare. L’Europa non può pensare di ergersi al ruolo di «polizia mondiale». L’Europa deve proseguire nello sviluppo delle sue capacità militari in modo da rispondere al nostro impegno e alla nostra responsabilità nella prevenzione dei conflitti e nel mantenimento della pace. Il primo ministro belga ha esteso l’invito ad un incontro al fine di portare avanti la politica di sicurezza e difesa. Anche in questo settore Germania e Francia hanno presentato proposte congiunte alla Convenzione europea. Pensiamo ad una più stretta collaborazione nello sviluppo delle capacità militari, nelle strutture di programmazione e decisionali nonché nell’industria degli armamenti. In questa prospettiva vogliamo proseguire lo sviluppo della politica di sicurezza e difesa. È pensabile, tra i primi passi, che in futuro vengano impiegate truppe europee anziché nazionali come caschi blu delle Nazioni Unite. Due cose sono per me molto importanti in questa discussione. Primo: nessuno può e dovrebbe essere escluso. Più Stati membri partecipano ai progressi della politica di sicurezza e difesa, tanto meglio sarà per tutti. In questo processo mi sembra fondamentale coinvolgere anche la Gran Bretagna, che in passato ha sempre dato impulsi importanti per la politica europea della sicurezza e della difesa. Secondo: il rafforzamento della politica di sicurezza e difesa non si orienta contro la NATO, bensì serve a quelle relazioni transatlantiche che nel futuro per noi come tedeschi e come europei manterranno un significato centrale. Un’Europa forte è nell’interesse comune e nell’interesse dei valori che tutti quanti insieme rappresentiamo nel mondo. Nello sviluppo della nostra politica estera e di sicurezza è fondamentale soprattutto una stretta collaborazione franco-tedesca. La Germania e la Francia restano il motore dell’integrazione europea. Il grado di collaborazione raggiunto tra i nostri due Stati fa parte dei pochi sviluppi positivi della situazione attuale. Tuttavia è altrettanto chiaro: senza un’ampia collaborazione con la Gran Bretagna e gli altri membri dell’Europa unita, non potremo assumere la responsabilità internazionale che giustamente ci si attende da noi.

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