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Perché la Gran Bretagna è intervenuta contro Saddam

Written by Tony Blair Tuesday, 01 April 2003 02:00 Print

La scelta di fronte a noi è difficile, ma è anche molto netta e chiara: ritirare le truppe britanniche e riportarle a casa, oppure mantenere ferma la linea d’azione che ci siamo dati. Io credo che dobbiamo scegliere questa seconda opzione. La domanda che ci viene rivolta più spesso non è «perché questa decisione è importante?», ma «perché è così importante?» Ecco la nostra situazione: il governo di fronte alla prova più difficile che abbia dovuto affrontare finora, la maggioranza a rischio, le prime dimissioni dal governo per divergenze politiche, i principali partiti divisi.

 

La scelta di fronte a noi è difficile, ma è anche molto netta e chiara: ritirare le truppe britanniche e riportarle a casa, oppure mantenere ferma la linea d’azione che ci siamo dati. Io credo che dobbiamo scegliere questa seconda opzione. La domanda che ci viene rivolta più spesso non è «perché questa decisione è importante?», ma «perché è così importante?» Ecco la nostra situazione: il governo di fronte alla prova più difficile che abbia dovuto affrontare finora, la maggioranza a rischio, le prime dimissioni dal governo per divergenze politiche, i principali partiti divisi. Gente che è d’accordo con il governo su ogni altro argomento lo avversa invece su questo; e viceversa, quanti non sono mai d’accordo con il governo su niente, oggi fanno causa comune con noi su questo punto. Il paese e il parlamento sono specchio l’uno dell’altro, in un dibattito che con il passare del tempo è diventato meno aspro ma non meno serio. Affrontiamo dunque la domanda: ma perché questa decisione è così importante? Perché da essa dipenderà non soltanto il destino del regime iracheno e il futuro del popolo dell’Iraq, per tanto tempo oppresso da Saddam. Da questa decisione dipenderà il modo in cui la Gran Bretagna e il mondo affronteranno la minaccia cruciale alla sicurezza del ventunesimo secolo; da essa dipenderà quale sarà lo sviluppo dell’ONU; il rapporto tra Europa e Stati Uniti, i rapporti all’interno dell’Unione europea e quelli degli Stati Uniti con il resto del mondo. Questa decisione, in breve, influenzerà il modello della politica internazionale con cui avrà a che fare la prossima generazione (…).

Dal dicembre 1998 al dicembre 2002 nessun ispettore ha potuto lavorare in Iraq. Per quattro anni, nessuna ispezione è stata condotta nel paese. Cosa è stato che ha spinto Saddam a cambiare idea e ad accettare le ispezioni? La minaccia della forza. Da dicembre a gennaio e poi ancora fino a febbraio, Saddam ha fatto delle concessioni. Cosa lo ha spinto a cambiare idea? La minaccia della forza. E cosa lo spinge, ora, a invitare gli ispettori, a scoprire documenti che aveva detto di non avere, a fornire prove su armi che si supponeva non esistessero, a distruggere missili che aveva detto di volersi tenere? L’incombente ricorso alla forza. La sola forma di persuasione cui egli reagisca è quella di 250.000 soldati alleati alle sue frontiere. Eppure, nonostante questo fatto sia così evidente da balzarci agli occhi, ci viene detto che una nuova risoluzione che autorizzi la forza sarà bloccata. Non solo criticata, avversata: vetata, bloccata. E pensare che il percorso era così chiaro: l’ONU doveva approvare una seconda risoluzione che stabilisse scadenze precise da rispettare, con un ultimatum; se tali scadenze fossero state ignorate, la parola sarebbe passata alle armi. La tragica ironia è che se una tale risoluzione fosse stata approvata, Saddam avrebbe forse obbedito. Perché la sola via per la pace, con uno come Saddam Hussein, è la diplomazia sostenuta dalla forza. E invece, nel momento in cui abbiamo proposto scadenze specifiche e abbiamo cominciato a conquistare consensi all’idea dell’ultimatum, si è immediatamente ricorsi al linguaggio del veto. Ed oggi il mondo deve di nuovo imparare l’antica lezione: mostrare debolezza di fronte alla minaccia di un tiranno è la via più sicura non per la pace ma per la guerra. Se guardiamo agli ultimi dodici anni, ci rendiamo conto di essere stati vittime del nostro desiderio di placare l’implacabile, di convincere alla ragionevolezza il totalmente irragionevole, di sperare che vi fosse una qualche genuina intenzione di comportarsi bene in un regime governato in realtà da una mente malvagia. Oggi questo periodo di tempo che abbiamo lasciato trascorrere ci si rivolta contro. Avete aspettato dodici anni, perché non aspettare ancora un po’? E infatti abbiamo aspettato ancora. La 1441 è stata l’ultima possibilità offerta a Saddam. Il primo test è stato l’8 dicembre: Saddam l’ha mancato. E abbiamo aspettato ancora. Fino al 27 gennaio, quando è arrivato il primo rapporto degli ispettori che denunciava la mancanza di una piena collaborazione. Un’altra violazione. E ancora abbiamo aspettato. Fino al 14 febbraio e poi al 28 febbraio, mentre Saddam, seguendo la vecchia routine dello scorso decennio, faceva alcune concessioni per indurci a sperare ed aspettare ancora. Ma nessuno, non gli ispettori né alcun paese membro del Consiglio di Sicurezza, né alcun osservatore neutro dotato di raziocinio, ritiene che Saddam stia collaborando in modo pieno, incondizionato o immediato. Non ci si può certo accusare di impazienza. La verità è che la nostra pazienza avrebbe dovuto esaurirsi settimane, mesi, anni fa. Perfino oggi, quando, se il mondo fosse unito e lo mettesse di fronte all’ultimatum di obbedire o essere disarmato con la forza, Saddam potrebbe effettivamente piegarsi; persino oggi il mondo esita e in questa esitazione il rais avverte la nostra debolezza e continua a sfidarci. Cosa potrebbe pensare un regime dittatoriale in possesso di armi di distruzione di massa, osservando la storia del teatrino diplomatico del mondo con Saddam? Che siamo bravissimi ad approvare risoluzioni ferme e nette, ma debolissimi nell’applicarle. È per questo motivo che la nostra indulgenza deve avere fine. Perché è pericolosa, se regimi di quel tipo non credono alla nostra volontà. È pericolosa se quei regimi pensano di poter sfruttare contro di noi la nostra debolezza, le nostre esitazioni, persino il naturale desiderio di pace delle nostre democrazie. Pericolosa, perché un giorno un dittatore, equivocando, interpreterà la nostra innata repulsione per la guerra come una incapacità permanente, quando invece, se davvero costretti, noi sappiamo agire. Ma quando agiamo, dopo anni di finzioni, l’azione sarà necessariamente più dura, più massiccia, più totale nel suo impatto.

L’Iraq non è l’unico regime in possesso di armi di distruzione di massa: ma se ci ritiriamo oggi da questo conflitto, le guerre del futuro saranno infinitamente peggiori e più devastanti. Il punto, però, è che nessun osservatore imparziale mette in discussione che l’Iraq abbia violato le risoluzioni dell’ONU e che la 1441 implichi, in tali circostanze, il ricorso all’azione. Il problema reale è che, al fondo, alcuni contestano che l’Iraq costituisca effettivamente una minaccia; contestano il legame tra terrorismo e armi di distruzione di massa; contestano il nostro stesso punto di partenza, quella che i due elementi, sommati, rappresentino una gravissima minaccia al nostro modo di vita. Vengono proposti facili – e a volte insulsi – paragoni con gli anni Trenta del secolo scorso. Nessuno qui è a favore dell’appeasement. La sola reale analogia, in questo caso, è che conosciamo le lezioni della storia. Possiamo guardarci indietro e dire: ecco, quello era il momento chiave. Ad esempio, quando la Cecoslovacchia fu invasa dai nazisti, quello era il momento in cui avremmo dovuto agire. In quel momento, però, le cose non erano così chiare. All’epoca, infatti, erano in molti a ritenere che i peggiori timori a proposito della spinta espansionistica del nazismo fossero esagerati o, peggio, amplificati ad arte dai guerrafondai. Vorrei leggervi l’editoriale di un quotidiano che oggi, e ne sono lieto, ha una posizione completamente diversa, scritto alla fine del 1938, dopo Monaco, quando, con quel che sappiamo che avvenne in seguito, potremmo pensare che il mondo fosse ansioso di agire. «Oggi è un giorno di gioia. Sia ringraziato il Signore. Popolo della Gran Bretagna, i tuoi figli sono al sicuro. I nostri uomini non marceranno sui campi di battaglia. La pace è una vittoria per tutta l’umanità. Ed ora, torniamo ad occuparci della nostra vita quotidiana. Ne abbiamo avuto abbastanza delle minacce evocate dal Continente per confonderci le idee». Naturalmente, se oggi dovesse apparire un nuovo Hitler, sapremmo bene cosa fare. Il punto è, però, che la storia non ci indica il suo corso futuro in modo così palese. Si presenta ogni volta in modo diverso e il presente va giudicato senza il beneficio della retrospettiva. Vorrei, dunque, esporvi la natura della minaccia che abbiamo di fronte così come la vedo io. La minaccia di oggi non è quella degli anni Trenta. Non si tratta di grandi potenze in guerra tra loro. Le calamità inflitte al ventesimo secolo dalle ideologie politiche radicali sono ormai consegnate alla memoria. La Guerra Fredda è finita. Nonostante alcune scaramucce diplomatiche, in Europa regna la pace. Ma il mondo è sempre più interdipendente. I mercati azionari e le economie crescono o soffrono assieme. La fiducia è la chiave per la prosperità. L’insicurezza si diffonde come un contagio, mentre la gente anela alla stabilità e all’ordine. La minaccia è il caos. Ed esistono due incubatrici del caos: i regimi tirannici in possesso di armi di distruzione di massa, e i gruppi terroristi ed estremisti che professano una versione falsa e distorta dell’Islam.

Vorrei raccontare a questa Camera quello che so. So che vi sono alcuni paesi o gruppi all’interno di paesi che stanno sviluppando, acquistando e vendendo armi di distruzione di massa, e in particolare la tecnologia delle armi nucleari. So che vi sono compagnie, singoli individui, scienziati che hanno lavorato in passato ai programmi nucleari, che stanno vendendo le loro attrezzature o la loro competenza. So che vi sono vari paesi – quasi tutte dittature governate da regimi fortemente repressivi – che stanno facendo di tutto per acquisire le capacità per produrre armi chimiche, biologiche o, soprattutto, armi nucleari. Alcuni di questi paesi sono ormai arrivati abbastanza vicini al loro traguardo. E questa corsa non sta rallentando: anzi, è in crescita. Sappiamo tutti che oggi vi sono cellule terroristiche attive in quasi tutti i principali paesi. Solo negli ultimi due anni, circa venti nazioni hanno subito gravi aggressioni terroristiche, che hanno provocato la morte di migliaia di persone. L’obiettivo del terrorismo non si esaurisce nell’atto violento in sé, ma nel produrre terrore. Si propone di infiammare gli animi, di dividere, di produrre conseguenze che i terroristi utilizzeranno poi per giustificare l’ulteriore escalation del terrorismo. Il terrorismo oggi avvelena i rapporti e limita gravemente ogni possibile progresso politico in situazioni di conflitto quali il Medio oriente, il Kashmir, la Cecenia, l’Africa. La rimozione dei talibani in Afghanistan è stato un colpo per il terrorismo, che non è però scomparso. E queste due minacce hanno ragioni ed origini diverse ma un obiettivo di fondo in comune: detestano la libertà, la democrazia e la tolleranza che sono le colonne portanti del nostro modo di vivere. Ammetto che oggi il legame tra le due minacce è ancora tenue, ma sta rinserrandosi. E la possibilità che i due elementi si uniscano – che i gruppi terroristi entrino in possesso di armi di distruzione di massa, anche solo di una cosiddetta bomba radiologica «sporca» – rappresenta oggi, a mio parere, un pericolo reale ed immediato. Ricordiamoci che il trauma dell’11 settembre non è stato dovuto solo al massacro degli innocenti, ma anche alla consapevolezza che se i terroristi ne fossero stati capaci, le vittime innocenti non sarebbero state solo 3.000, ma 30.000 o magari 300.000. Quante più le sofferenze, tanto maggiore è la gioia dei terroristi. Tre chili di VX montati su un missile sono capaci di contaminare 250 metri quadrati di una città. Un litro di antrace contiene milioni di dosi letali. Ricordiamoci che ne mancano all’appello 10.000 litri. L’11 settembre ha cambiato la psicologia dell’America. Dovrebbe aver cambiato anche la psicologia del mondo intero. Naturalmente, l’Iraq non è l’unica fonte della minaccia: ma è il test che dimostra se la prendiamo seriamente.

Di fronte a questa minaccia, il mondo dovrebbe unirsi. Le Nazioni Unite dovrebbero essere la sede privilegiata sia della diplomazia che dell’azione militare. Era questo il contenuto della Risoluzione 1441. Ed io sostengo che tradire oggi questo contenuto, dichiarare i propri obiettivi ma non voler ricorrere ai mezzi per raggiungerli, nel lungo termine provocherebbe più danni all’ONU di qualsiasi altra scelta politica. Tornare al lassismo degli ultimi dodici anni, tornare a parlare, discutere, dibattere senza mai agire; dichiarare la nostra volontà ma non farla rispettare; combinare un linguaggio duro con intenzioni deboli: meglio sarebbe rinunciare del tutto a parlare. E dopo, quando la minaccia si riproporrà, che venga dall’Iraq o da qualche altra fonte, chi ci crederà? Quale credibilità avremmo con il prossimo tiranno? Non stupisce che il Giappone e la Corea del Sud, i vicini della Corea del Nord, ci abbiano sostenuto con particolare vigore. Sono giunto alla conclusione, a malincuore e dopo aver molto riflettuto, che il pericolo peggiore per l’ONU è l’inazione: che aver approvato la Risoluzione 1441 e poi rifiutarsi di farla rispettare causerebbe il danno più grave alla forza dell’ONU in futuro, confermandolo come uno strumento di diplomazia ma non d’azione, costringendo le nazioni ad adottare proprio quei percorsi unilateralisti che vogliamo evitare. E in ogni caso l’ONU non avrà alcun futuro di rilievo, né vi sarà alcuna garanzia che questi eventi non si ripetano, se non ammetteremo di avere urgente bisogno di un programma politico sul quale poter ritrovare l’unità. Quello che è accaduto, infatti, è la conseguenza della divisione tra Europa e Stati Uniti. Non tutti i paesi europei hanno preso una strada diversa dalla nostra: Spagna, Italia, Olanda, Danimarca e Portogallo ci hanno sostenuto con determinazione. E questo vale per la maggioranza dei paesi europei, se calcoliamo, com’è giusto, i dieci paesi che entreranno nell’Unione quest’anno, che si sono tutti schierati dalla nostra parte. Ma la paralisi dell’ONU è derivata dalla divisione che si è prodotta. E alla base di questa divisione vi è una concezione del mondo in cui esistono due poli di potere in competizione. Gli Stati Uniti e i loro alleati da una parte; Francia, Germania, Russia e i loro alleati dall’altra. Non credo che tutti questi paesi avessero in mente un tale risultato: ma ormai la situazione si è creata e dobbiamo affrontarla. Credo che una tale visione sia errata e profondamente pericolosa. So qual è il motivo che l’ha determinata: il risentimento per il predominio americano. L’unilateralismo americano suscita timori. La gente si chiede: ma gli Stati Uniti ci ascoltano? Tengono conto delle nostre preoccupazioni? E d’altra parte, anche noi forse non comprendiamo fino in fondo le preoccupazioni americane dopo l’11 settembre. So tutto questo. Ma il modo di affrontare le reciproche preoccupazioni non è la rivalità ma la partnership. I partner non sono sudditi ma neanche rivali.

Vorrei spiegarvi come, a mio giudizio, l’Europa avrebbe dovuto comportarsi con gli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Avrebbe dovuto parlare con una voce sola e dire: comprendiamo la vostra angoscia per il terrorismo e le armi di distruzione di massa, e vi aiuteremo ad affrontare queste minacce. Manterremo la nostra parola in tutte le risoluzioni dell’ONU che approveremo, e passeremo all’azione se Saddam non vorrà disarmare volontariamente. In cambio, però, vi chiediamo due cose: che gli Stati Uniti scelgano di muoversi nell’ambito ONU e che riconoscano l’importanza cruciale e fondamentale di rimettere in moto il processo di pace in Medio Oriente, e su questo vi prenderemo in parola. Non credo che esista un’altra questione che stia a cuore alla comunità mondiale più del progresso sul tema dei rapporti israelo-palestinesi. Naturalmente le recenti prese di posizione sono state accolte con scetticismo: ma gli Stati Uniti si sono ormai impegnati, e a mio parere in buona fede, all’applicazione del Piano di pace progettato in consultazione con le Nazioni Unite. Il piano sarà presentato alle parti non appena Abu Mazen sarà confermato Primo Ministro, spero addirittura entro oggi. Tutti noi condividiamo l’idea di fondo di questo piano, che prevede lo Stato di Israele, riconosciuto ed accettato da tutto il mondo, con accanto uno Stato palestinese capace di sostenersi. Ma il piano deve rientrare in un programma complessivo più vasto, che includa i temi della povertà e dello sviluppo sostenibile, della democrazia e dei diritti umani, e della good governance delle nazioni. È per questo che il dopoguerra in Iraq assumerà un’importanza cruciale. Ancora una volta, esiste la possibilità di unirci attorno all’ONU. Vorrei spiegarmi chiaramente: dopo il conflitto, dovrà esserci una nuova risoluzione dell’ONU che deliberi non solo a proposito degli aiuti umanitari, ma anche dell’amministrazione e del governo del paese. Tutte materie che andranno, come è corretto, sottoposte all’autorizzazione delle Nazioni Unite. Sarà l’ONU che dovrà difendere l’integrità territoriale dell’Iraq. E vogliamo che i proventi delle esportazioni di petrolio – che molti ci accusano falsamente di volerci accaparrare – siano amministrati dall’ONU, tramite un fondo fiduciario, a vantaggio del popolo iracheno.

Il futuro governo dell’Iraq dovrà essere messo in grado di iniziare il processo di riunificazione dei diversi gruppi che abitano il paese, su una base democratica, rispettando i diritti umani, come sta effettivamente accadendo nell’embrione di regime democratico nel nord del paese, che le forze aree britanniche e americane hanno difeso da Saddam per dodici anni, nel quadro della no-fly zone. E nel momento stesso in cui sarà insediato un nuovo governo, pronto a consegnare le armi di distruzione di massa dell’Iraq, che a quel punto non avrebbero più alcuno scopo o senso, le sanzioni dovrebbero essere completamente abolite. Non ho mai addotto, come nostra giustificazione, la necessità di cambiare regime a Baghdad. Noi dobbiamo agire entro i termini stabiliti dalla Risoluzione 1441: quella è la nostra base giuridica. Ma il cambio di regime, lo dico francamente, è il motivo per cui, se agiamo, dobbiamo agire con la coscienza a posto e una determinazione incrollabile. Sono assolutamente convinto che gli avversari della nostra politica detestano Saddam quanto lo detestiamo noi. Chi potrebbe evitare di detestare quell’uomo? L’Iraq era un paese ricco, che nel 1978, l’anno prima che Saddam prendesse il potere, era più ricco del Portogallo o della Malaysia. Oggi è un paese impoverito, in cui il 60% della popolazione dipende dagli aiuti alimentari. Migliaia di bambini muoiono ogni anno per mancanza di cibo e medicinali. Quattro milioni di iracheni, su una popolazione totale di poco superiore ai venti milioni, vivono in esilio. La repressione è particolarmente brutale: i campi di tortura e morte, le carceri inumane riservate agli oppositori politici, le percosse che sono il trattamento normale per chiunque sia sospettato di infedeltà al regime, e magari anche per i loro familiari, sono tutti fatti ben documentati. Solo la settimana scorsa, un cittadino che aveva parlato male di Saddam è stato appeso ad un lampione per una via di Baghdad, mutilato, la lingua tagliata, e lasciato lì a morire dissanguato come monito per la popolazione. Alcune settimane fa ho incontrato una signora irachena in esilio, e le ho detto che capivo bene quanto fosse dura la vita sotto il tallone di Saddam. «Ma no, lei non può capire – mi ha risposto – lei non sa cosa voglia dire vivere costantemente nella paura». Ed aveva ragione. Noi diamo per scontata la nostra libertà. Ma proviamo ad immaginare di non poter parlare o discutere o criticare la nostra società. Immaginiamo di vedere amici e parenti che vengono portati via, e non potersene lamentare. Patire l’umiliazione di non riuscire a trovare il coraggio di fronte ad un terrore spietato. È così che vive il popolo iracheno, ed è così che continuerà a vivere se lasciamo Saddam al suo posto. Dobbiamo accettare le conseguenze delle azioni che rivendichiamo. Per me, questo vuol dire accettare tutti i pericoli di una guerra. Per altri, invece, che si oppongono a questa guerra, significa – dobbiamo dirlo chiaramente – accettare che il popolo iracheno, la cui unica speranza di liberazione risiede nella rimozione di Saddam, venga ricacciato nella sua oscura prigione; e Saddam sarà libero di scatenare la sua vendetta su quanti volevano sbarazzarsi di lui. E se questa Camera oggi, di fronte alla minaccia rappresentata dal regime iracheno, dovesse deliberare il ritiro delle truppe britanniche, di fare marcia indietro di fronte al momento della verità, quali saranno le conseguenze? Come si sentirà Saddam? Più forte di quanto si sia mai sentito. E quale conclusione ne trarranno tutti gli altri governi che tiranneggiano i loro popoli, i terroristi che minacciano la nostra esistenza? Che la nostra volontà di contrastarli è debole e precaria. Chi sarebbe a festeggiare e chi a piangere? E se noi vogliamo che l’America collabori con gli altri paesi, che gli americani siano alleati gentili oltre che potenti, il nostro ritiro li renderà forse multilateralisti? O non rappresenterà invece una potentissima spinta all’unilateralismo? E cosa ne sarebbe dell’ONU e del futuro dell’Iraq e del processo di pace in Medio Oriente, senza la nostra influenza, senza la nostra insistenza? La Camera dei Comuni vuole prendere la sua decisione: bene, ora è davanti a voi. Queste sono le scelte: e in questo dilemma, non esiste una scelta perfetta, una causa ideale. Ma da questa decisione dipendono molte cose.

In questo momento, tanti pensieri mi passano per la mente: penso se riusciremo a raccogliere la forza di riconoscere la sfida globale del ventunesimo secolo e combatterla; penso al popolo iracheno che da anni soffre sotto la dittatura, alle nostre forze armate – donne e uomini coraggiosi, di cui possiamo andare fieri, che hanno un obiettivo chiaro e il morale alto; penso alle istituzioni e alle alleanze che per anni ancora definiranno il nostro mondo. Ritirarci ora, a mio parere, metterebbe a repentaglio tutto quello che abbiamo di più caro, ridurrebbe le Nazioni Unite ad un salotto inutile, soffocherebbe il primo, embrionale, progresso in Medio Oriente, lascerebbe il popolo iracheno alla mercé di eventi che avremmo perso ogni facoltà di condizionare per il meglio. Se volete, dite ai nostri alleati che nel momento dell’azione, nel momento in cui hanno bisogno della nostra determinazione, la Gran Bretagna ha vacillato. Io non voglio avere nulla a che fare con una decisione del genere. Questo non è il momento dell’esitazione. Questo è il momento che la Camera dei Comuni, non solo il governo o il Primo Ministro, ma proprio la Camera dei Comuni, prenda una posizione forte e chiara, dimostri che noi siamo pronti a batterci per ciò che riteniamo giusto, che siamo pronti a combattere le tirannie, le dittature e i terroristi che minacciano il nostro modo di vita, dimostri, insomma, che al momento della decisione noi abbiamo il coraggio di fare la cosa giusta.

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