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La forza e i valori. Europa, Islam e Stati Uniti nel dopoguerra

Written by Redazione Tuesday, 01 April 2003 02:00 Print

Sarà il dopoguerra iracheno a segnare la vittoria o la sconfitta delle ragioni della democrazia e della sicurezza. Perché il modo in cui è stata condotta la guerra contro l’Iraq ha rischiato di smentire le intenzioni dichiarate alla vigilia dall’amministrazione Bush: creare sicurezza, impiantare la democrazia, imprimere una svolta all’intera politica regionale. La guerra ha travolto il regime di Saddam Hussein, ma il prezzo è stato molto alto e la situazione resta caotica e incerta.

 

Una discussione tra Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Sergio Fabbrini, Khaled Fouad Allam, Renzo Guolo e Federico Romero

 

Massimo D’Alema

Sarà il dopoguerra iracheno a segnare la vittoria o la sconfitta delle ragioni della democrazia e della sicurezza. Perché il modo in cui è stata condotta la guerra contro l’Iraq ha rischiato di smentire le intenzioni dichiarate alla vigilia dall’amministrazione Bush: creare sicurezza, impiantare la democrazia, imprimere una svolta all’intera politica regionale. La guerra ha travolto il regime di Saddam Hussein, ma il prezzo è stato molto alto e la situazione resta caotica e incerta. Non soltanto per il numero elevato di vittime militari e civili e per le distruzioni, ma per il rischio che il processo di stabilizzazione sia ancora lungo e sanguinoso, per i pericoli di disgregazione dell’Iraq con il riemergere di conflitti territoriali, interetnici e interreligiosi, per i pericoli di guerra civile e di crescita di un terrorismo endemico. È evidente che i costi militari e politici che il conflitto ha comportato per gli Stati Uniti hanno assestato un duro colpo alla dottrina della guerra preventiva. Da oggi sarà più difficile che operazioni di questo tipo possano essere ripetute con leggerezza. E ora il problema degli Stati Uniti è di gestire il dopoguerra in modo da riguadagnare quella posizione di prestigio internazionale messa in discussione dalla scelta unilaterale di attaccare l’Iraq. Ecco perché le ragioni della democrazia e della sicurezza dovranno vincere nel dopoguerra. Naturalmente questo è reso più difficile dall’atteggiamento di una parte dell’amministrazione statunitense, che sembra auspicare una rifondazione delle relazioni internazionali a partire dalla guerra in Iraq (come se ci si trovasse all’indomani della seconda guerra mondiale).

Ma l’Europa sbaglierebbe a defilarsi dalla sfida che si va preparando. Perché le sorti del dopoguerra in Iraq e nell’intera regione mediorientale dipendono in buona misura dalla responsabilità che vorrà assumersi il nostro continente. Questo è ben chiaro a Tony Blair, che cerca anche in questo caso di svolgere una funzione di ponte tra Europa e Stati Uniti. Una funzione problematica, che lo stesso Blair considera indebolita dalle divisioni che hanno attraversato l’Europa. Ma nondimeno una funzione necessaria, in vista di quella svolta multilaterale e democratica che sarà necessario avviare nel dopoguerra. Una svolta indispensabile per tre ordini di motivi: evitare che le ragioni della destra fondamentalista statunitense prevalgano su quelle dell’interventismo democratico, avviando una stagione di «guerra perpetua» contro gli Stati-canaglia; evitare che l’Iraq del dopo-Saddam precipiti in una spirale terrorismo-repressione; far sì che le fragili transizioni democratiche in corso in alcuni paesi islamici (penso ad esempio al Marocco o all’Iran) non siano travolte dalle onde d’urto che questa crisi ha provocato nel mondo arabo. Perché questi obiettivi vengano raggiunti è indispensabile che il dopoguerra veda il ritorno in campo delle Nazioni Unite e il ripristino della legalità internazionale.

 

Federico Romero

Nei prossimi sei mesi si renderà evidente una sorta di «faglia» nella politica occidentale, che attraverserà l’amministrazione statunitense e da lì si allargherà, per linee successive, alla Gran Bretagna e all’Unione europea. Da una parte avremo coloro che hanno teorizzato la guerra in Iraq come parte di una campagna tesa a bloccare la violenza fondamentalista. E ad usare la dimostrazione della potenza americana – in modo operativo o dissuasivo – per alterare gli equilibri non tanto geopolitici quanto culturali e psicologici nel mondo arabo. Così da bloccare la strada alle opzioni radicali e procedere poi all’avvio di processi di moderazione e democratizzazione del mondo arabo. Ma dall’altra parte, nella stessa amministrazione statunitense, sono destinate a crescere altre voci. Quelle voci che guardano alle prossime scadenze elettorali, e soprattutto alle elezioni presidenziali del 2004. In un quadro di incertezza economica, probabilmente destinato a durare anche in futuro, un’occupazione statunitense dell’Iraq onerosa e magari indebolita dalla persistenza di una minaccia terroristica – insieme alle possibili tensioni diplomatiche e militari con la Siria e con l’Iran – può rivelarsi una palla al piede nelle strategie elettorali dell’amministrazione repubblicana. Il corpo centrale dell’elettorato americano era quanto meno perplesso sulla prospettiva di una guerra unilaterale. E se il pendolo del consenso si è spostato a favore di Bush nei giorni del conflitto, man mano che l’eco della vittoria si spegnerà quelle perplessità sono destinate a ripresentarsi sotto forma di incertezza elettorale. Ecco perché l’oscillazione tra le due linee interne all’amministrazione USA dovrà sciogliersi nel prossimo futuro.

Se, come io ritengo possibile, la visione dominata dalla centralità della politica di potenza verrà controbilanciata da una certa disponibilità all’impegno multilaterale (ben rappresentata da Colin Powell) si creerà uno spazio politico che potrà essere riempito da Blair e dall’Unione europea. Ma se ciò avverrà lo si dovrà in buona misura a spinte interne agli Stati Uniti e considerazioni elettorali dell’amministrazione repubblicana. In questo senso il test centrale per valutare l’evoluzione degli orientamenti di politica estera degli Stati Uniti sarà la vicenda coreana. Su questo punto, nei prossimi sei mesi, potremo realmente valutare il grado di disponibilità multilaterale che l’amministrazione statunitense saprà assumere anche in vista delle elezioni del 2004. La questione va vista anche in retrospettiva, ricordando la sconfitta elettorale di Bush senior. Secondo una vulgata del tutto infondata Bush senior perse le elezioni del 1992 perché non seppe dare sufficiente spazio alla politica economica interna, preferendo concentrarsi sulla politica estera. In realtà la sconfitta repubblicana fu dovuta all’incapacità di tenere insieme e galvanizzare la propria base conservatrice, la cui coesione fu indebolita dalle scelte di Bush in materia fiscale e dall’entrata in scena di Ross Perot. È questo l’errore di Bush padre che l’attuale amministrazione farà di tutto per evitare. Finora ha puntato a rafforzare la coesione del proprio elettorato (ad esempio con le riduzioni fiscali) e ha affidato la conquista del centro al messaggio patriottico del presidente in guerra. Nei prossimi mesi vedremo se si rivolgeranno all’elettorato di centro insistendo solo sulla costante mobilitazione patriottica, sul senso di pericolo, o se non riterranno invece di dover anche mostrare dei risultati in termini di stabilizzazione e pacificazione.

 

Sergio Fabbrini

Ma cosa ci insegna questa guerra rispetto ai contrasti di lungo periodo interni alle classi dirigenti statunitensi? Rispondere a questa domanda ci può aiutare a capire se la strategia della guerra preventiva sia destinata o meno a durare. La convinzione da cui parto è che l’amministrazione Bush sia l’espressione più compiuta di una coalizione politica che ha cominciato a formarsi già nel corso degli anni Ottanta. Una coalizione che ha le sue basi politiche negli Stati del Sud e dell’Ovest, che è guidata da una élite che non ha nessun vero legame con l’Europa, che è animata da motivazioni religiose più di quanto non sia mossa da interessi economici. Una coalizione reale e consistente, anche se niente affatto  maggioritaria nel paese. D’altra parte la sua vittoria nelle elezioni del 2000 è dipesa da poche migliaia di voti. Accanto a questo elemento dobbiamo considerarne un altro. Negli Stati Uniti, tradizionalmente, la politica estera costituisce una sorta di «invito alla lotta» tra presidente e congresso. In un sistema come quello statunitense, segnato dalla separazione dei poteri, il presidente ricava sempre un vantaggio dalla drammatizzazione dei conflitti internazionali. Perché questo restituisce autorità e prestigio alla presidenza. Ma Bush ha ereditato una presidenza completamente distrutta dal punto di vista della legittimità a governare, a causa delle offensive lanciate dalla destra repubblicana contro Clinton per tutti gli anni della sua amministrazione. I repubblicani hanno dunque ereditato uno strumento insufficiente ad orientare la politica estera nazionale, né tanto meno Bush poteva contare su un prestigio personale sufficiente a restituire solidità a quella istituzione. Ecco dunque che nella leadership repubblicana che affiancava Bush si è formata la convinzione che imprimere una svolta unilaterale alla politica estera avrebbe altresì aiutato la presidenza Bush ad imporsi sul resto del sistema politico americano. Questa scelta si è accompagnata all’accentuazione del ruolo del Pentagono nella definizione delle linee-guida della politica estera statunitense, a scapito del Dipartimento di Stato. La domanda, oggi, è quale tipo di reazione verrà dal sistema politico americano a questa duplice operazione. Una domanda che deve tener conto dei mutamenti intervenuti negli ultimi due anni nella geografia politica statunitense. Perché la tradizionale presenza di quattro grandi posizioni politiche (neoconservatori, conservatori, liberal, radicali) è stata profondamente modificata dalla sconfitta dei Democratici. I radicali oggi sono del tutto irrilevanti, mentre la funzione dei liberal si è ridotta ad essere quella di una sorta di «truppa di supporto» dei conservatori nel loro scontro con i neoconservatori. Perché oggi la dialettica politica statunitense passa prevalentemente all’interno del campo conservatore…

 

Massimo D’Alema

… e vede contrapporsi i pragmatici ai fondamentalisti.

 

Sergio Fabbrini

È così, con la conferma che laddove la sinistra non riesce ad elaborare una strategia politica ragionevole e realizzabile essa finisce per essere irrilevante. Tra l’altro questo si confronta con l’efficacia e l’incisività dell’azione dei neoconservatori, che agiscono (per così dire) come un gruppo leninista. Il gruppo dirigente dei fondamentalisti repubblicani è assolutamente compatto e coeso, ha collaborato per anni nelle stesse fondazioni culturali o think tanks e oggi si comporta come chi ha finalmente preso il «potere» nella politica statunitense. Potendo disporre di una influenza assai meno contenuta di quanto non fosse durante gli anni di Reagan e Bush padre. Sta di fatto che conservatori e neoconservatori si dividono nel rispondere a tre domande fondamentali: quali sono le priorità degli Stati Uniti nel mondo? Quale limite deve essere posto al potere americano? Quale importanza è necessario attribuire al Medio Oriente? I conservatori – coloro che guardano alla tradizione dei James Baker e dei George Shultz e che oggi sono ben rappresentati da Colin Powell e Richard Harmitage, segretario e sottosegretario del Dipartimento di Stato – ritengono che la politica estera americana non debba correre rischi significativi nel mondo né pagare alti costi per esportare i valori americani. Così come tendono a diffidare delle impostazioni «missionarie» in politica estera: gli Stati Uniti non hanno missioni nel mondo; hanno invece solidi interessi da promuovere e da porre al centro della loro politica estera. Interessi che sono radicati nel petrolio e nella preoccupazione di poter garantire la massima apertura nei commerci mondiali. Nell’area mediorientale puntano all’alleanza con i paesi disposti ad affiancarsi con gli Stati Uniti nella difesa di quegli interessi. Ma soprattutto ritengono che la soluzione della questione israelo-palestinese sia inevitabile per giungere ad una vera stabilizzazione dell’area. Per questa via i conservatori giungono paradossalmente alle stesse conclusioni di Clinton, che lungo la sua presidenza – e soprattutto nella sua fase finale – ha tentato di arrivare alla creazione di uno Stato palestinese perché lo considerava la vera «porta d’accesso» per la stabilizzazione dell’area. L’idea dei conservatori, in sintesi, è che per arrivare a Baghdad occorra passare per Gerusalemme. Al contrario i neoconservatori (esponenti di governo come il vicepresidente Dick Cheney e Donald Rumsfeld, ideologi come il sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz e il suo vice Douglas Feith, intellettuali come Robert Kagan, William Kristol, Richard Perle, senza dimenticare John Balton che è stato imposto come responsabile dell’ufficio per la Sicurezza internazionale del Dipartimento di Stato) ritengono che sia impossibile per gli Stati Uniti pensare di stabilizzare il mondo senza correre rischi. Così come sono convinti che nelle relazioni internazionali lo status quo non sia affatto un bene in sé. Una convinzione a cui l’11 settembre ha dato una forza straordinaria, ma che nel campo neoconservatore esiste da molto prima. In realtà i neoconservatori sembra animati da una lettura quasi wilsoniana della comunità internazionale: il cambiamento – e non la stabilità – è un valore da perseguire in politica estera. La seconda convinzione da cui sono mossi è che i regimi arabi moderati non siano affatto partner affidabili degli Stati Uniti. Così come la difesa dello Stato di Israele deve continuare ad essere la priorità assoluta della politica estera statunitense in Medio Oriente. Rendendo possibile, per la prima volta nella storia recente della politica americana, la saldatura organica tra la destra cristiana e la destra ebraica (tradizionalmente divise, quando non apertamente rivali). La destra cristiana della moral majority si è ormai alleata politicamente con la destra ebraica, trasformando Sharon nel principale interlocutore e garante regionale di questa prospettiva di politica estera. In questo senso il controllo delle fonti petrolifere (che pure è cruciale) è passato in secondo piano nella politica di George W. Bush, rispetto all’imposizione di un insieme di valori religiosi e priorità politiche nell’area medio-orientale.

 

Renzo Guolo

Il riferimento di Fabbrini alla progressiva «israelizzazione» della linea politica dell’amministrazione Bush, frutto dell’influenza convergente dei neo-conservatori e della destra fondamentalista protestante, mette in luce un fenomeno sul quale vale la pena di soffermarsi. L’irruzione, nei meccanismi di formazione delle decisioni politiche della superpotenza mondiale, di categorie teologiche non secolarizzate, accentua ulteriormente il carattere ideologico delle scelte di Washington. I fondamentalisti cristiani guardano a Eretz Israel, la Terra di Israele, come il luogo dove avverrà il Secondo Avvento. Da qui la necessità di difendere quel territorio dalla presenza dell’Islam: la tesi è speculare a quella della «teologia della terra» che caratterizza il messianismo dei coloni religiosi ebraici, secondo cui il possesso di «Giudea e Samaria», i territori occupati nella West Bank, è condizione per la venuta del Messia. L’alleanza messianica fra i fondamentalisti cristiani ed ebraici è destinata però, secondo i primi, a chiudersi con il trionfo religioso dei «sionisti cristiani», dato che l’Avvento comporta la conversione degli ebrei e, di riflesso, la fine dello Stato di Israele. Al di là delle differenze teologiche, che in prospettiva portano i due fondamentalismi allo scontro, le due correnti messianiche, concordano nell’immediato sulla necessità di combattere l’Islam e di preservare Eretz Israel da ogni minaccia alla sicurezza e all’integrità territoriale. Sembra assurdo discutere di questioni legate alle credenze religiose nel corso di una riflessione sul ruolo della superpotenza mondiale. Purtroppo, non è così: e questo dà il segno della particolarità della situazione. Il «secolo breve» sembrava definitivamente chiuso, ma a quanto pare le ideologie sono tornate a occupare una posizione centrale anche in quello nuovo. Anche lo sguardo dell’amministrazione Bush sul mondo arabo e mediorientale è ideologico. Si irradia a partire dalla constatazione che, soprattutto dopo l’11 settembre, il vecchio sistema di «contenimento interno» del fondamentalismo islamico, delegato in passato ai regimi musulmani «moderati», in versione repressiva o in versione parzialmente inclusiva di «democrazia protetta», non funziona più. La repressione dei gruppi radicali, che combattono in nome di un Islam «autentico», obbliga quei regimi a colmare il proprio deficit di legittimazione religiosa aprendo ai gruppi islamisti neotradizionalisti. Il riferimento all’Islam resta, infatti, un elemento obbligato anche per i regimi filoccidentali, in assenza di altre solide basi di legittimazione politica. I gruppi neotradizionalisti, contrariamente a quelli radicali e teorici del jihad, puntano a una reislamizzazione «dal basso» delle società, che considerano profondamente secolarizzate e contaminate dagli stili di vita e dal pensiero occidentali.

L’apertura ai neotradizionalisti consente a quest’ultimi di occupare, egemonicamente, la società, attraverso il controllo di reti sociali educative, religiose, culturali e di welfare islamico. La pressione armata sui regimi diminuisce ma, allo stesso tempo, si riproduce il terreno di coltura islamista. Così le tensioni tornano a riversarsi, prima o poi, su quel sistema politico che si voleva rendere immune. Si avvia così una spirale infernale, il cui esito è una nuova repressione o l’apertura del sistema politico. Con il rischio che quei movimenti, una volta vinte le elezioni, instaurino uno Stato islamico. La repressione scatta allora in via preventiva: come nel caso algerino. Essa mette al riparo il sistema politico, ma non incide, se non a breve, sui meccanismi di riproduzione islamista nella società. Sull’onda della repressione del neotradizionalismo, l’opzione armata invocata dal radicalismo, trova poi nuova linfa. Il ciclo può andare avanti infinitamente. L’Egitto e l’Algeria sono due casi, molto diversi ma esemplificativi, del modello di regolazione del ciclo politico «inclusione-repressione». In Arabia Saudita questo medesimo modello investe la gestione del sistema simbolico più che il sistema politico; ma il risultato è analogo. Questo meccanismo «regolativo» non riduce l’espansione dell’islamismo, sia in versione neotradizionalista che radicale: lo blocca solo momentaneamente, deviandolo su altri piani: quello del terrorismo globale. Wolfowitz e Perle, i teorici del «cambio di regime», guardano alla democrazia come l’unico sistema capace di mettere fine a questo ciclo riproduttivo dell’islamismo, alimentato oggettivamente dall’incapacità dei regimi moderati, sempre più simili a minoranze assediate che vedono nel proprio popolo una minaccia perenne. La visione dei neoconservatori non è classicamente «imperiale»: l’esigenza di sicurezza da cui partono non va sottovalutata. Il problema vero è che l’urgenza di interrompere quel ciclo fa pensare loro che la democrazia possa essere «esportata» sui cingoli degli Abrams. L’idea che il mondo arabo rispetti solo l’uso della forza rischia però di produrre situazioni drammatiche. L’America «potenza temuta più che amata» cara ai neoconservatori, rischia di danneggiare anziché favorire la diffusione della democrazia nel mondo arabo, innescando una reazione di rigetto identitario, che potrebbe fare come vittima proprio quell’idea. Tanto più in una realtà nella quale il fondamentalismo islamico si muove utilizzando repertori simbolici largamente condivisi dalle società musulmane, mentre il concetto di democrazia è poco radicato in quel mondo per complessi motivi religiosi, culturali e politici. L’amministrazione Bush pensa di sciogliere, gordianamente, il nodo mediorientale con la «spada». Ma questa strategia implica una visione neogiacobina, di riforma dall’alto di quelle società. Il rischio è quello di cadere nella trappola in cui sono già precipitati i regimi moderati «laici e modernizzanti»: partire esclusivamente dallo Stato, dal politico, mentre il problema vero resta la società. La nation building senza la society building rischia di fallire. Ma esiste un’alternativa alla via militare alla democrazia nel mondo islamico? Si può pensare alla trasformazione della società, senza rimuovere i regimi dittatoriali e affrontare i problemi della sicurezza? Il problema posto dai neoconservatori è reale: non va rimosso, né esorcizzato. Anche su questo terreno si misura la praticabilità di una politica alternativa a quella dell’amministrazione Bush. Per affrontare il complesso nodo potere-società nel mondo islamico, le democrazie occidentali dovrebbero puntare su processi economici, culturali, di tipo «attivo», che producano differenziazione sociale e pluralismo culturale. La situazione, grazie alla globalizzazione dell’informazione segnata dall’avvento di internet e di canali televisivi come al Jazeera, sta producendo la nascita di un opinione pubblica musulmana. È un fattore decisivo per promuovere qui processi «attivi». È anche grazie alla nascita di questo nuovo attore sociale che potranno emergere, all’interno di quelle società, nuove élites e leadership aperte al discorso democratico, capaci di contrastare dall’interno le derive islamiste. Certo il processo sarà lento e faticoso. La «costruzione della società» non implica la rinuncia alla politica. Non significa contrapporre, ingenuamente, una visione «neoilluminista» a una realista. Significa, al contrario, mettere in campo una politica più complessa di quella di Bush perché non imbocca scorciatoie. Naturalmente per praticare una simile politica occorre un soggetto politico forte che, purtroppo, per ora non si vede all’orizzonte.

 

Khaled Fouad Allam

Il Medio Oriente può rappresentare un laboratorio per i nuovi orientamenti della destra neoconservatrice americana, ma rappresenta soprattutto un terreno di sperimentazione dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. E se la questione della democrazia è fondamentale nella nuova strategia statunitense, dobbiamo ricordarci che nel corso del Novecento la forma moderna dello Stato arabo si è formata contro la società. Su questo sfondo va letto l’emergere di fenomeni di contestazione, alcuni dei quali assumono la forma del fondamentalismo, ma che nella gran parte dei casi si legano invece alla rivendicazione di uno spazio democratico nel mondo arabo. Ha ragione Guolo a sottolineare i rischi legati alla sottovalutazione di questi aspetti nella nuova strategia statunitense. E tra i temi che sfuggono agli USA occorre aggiungere il fatto che la società araba è tutt’altro che omogenea, mentre al suo interno le solidarietà di tipo clanico e tribale contribuiscono sicuramente a definire il senso dell’appartenenza politica. Un’altra questione centrale è quella demografica: in quasi tutti i paesi del mondo arabo, oltre il 65% della popolazione ha meno di vent’anni. Si tratta di due elementi che di fatto indeboliscono una strategia come quella statunitense, orientata ad introdurre la democrazia attraverso lo strumento del protettorato. Ad equilibrare questo svantaggio dobbiamo considerare che nell’ultimo decennio si è andato rafforzando il legame tra le classi dirigenti del mondo arabo e gli Stati Uniti, soprattutto attraverso i canali dell’alta formazione. Sono sempre più numerosi i giovani membri delle élites che frequentano scuole e università statunitensi.

 

Massimo D’Alema

La dialettica che Fabbrini definisce tra conservatori e neoconservatori, nella politica estera statunitense, deve essere effettivamente fatta risalire indietro nel tempo. In realtà da oltre un decennio la tradizionale divisione tra «isolazionisti» e «internazionalisti» che ha segnato per lungo tempo la cultura politica americana sembra essere sostituita da un confronto tra «unilateralisti» e «multilateralisti». Mi viene da pensare che rispetto alle spinte che vengono oggi così chiaramente rappresentate dai neoconservatori, l’amministrazione di Bill Clinton abbia costituito un argine molto importante. Per quanto già in quegli anni – e penso alla vicenda dei Balcani – fosse evidente l’oscillazione statunitense tra un atteggiamento più disponibile alla cooperazione internazionale e uno del tutto svincolato dal multilateralismo. Oggi, come faceva osservare Fabbrini, le posizioni che Clinton seppe rappresentare appaiono molto deboli nella politica americana e l’unico argine al bellicoso fondamentalismo della destra sembra essere nella visione meno ideologica dei conservatori pragmatici. Allo stesso tempo occorre essere consapevoli che la principale debolezza del conservatorismo pragmatico, ad esempio di Colin Powell, è il suo essere improntato alla sola dimensione degli interessi economici. Mentre la posizione dei liberal clintoniani era capace di declinare la dimensione dei valori, in termini del tutto alternativi al fondamentalismo della destra neoconservatrice. L’idea di un soft power statunitense coincideva in fin dei conti con un’idea dell’egemonia democratica e culturale, ben diversa dall’affermazione di potenza nel contesto di uno scontro di civiltà promosso oggi dai neoconservatori. Ma difficilmente il confronto con i neoconservatori potrà essere vinto senza la capacità di proporre in modo alternativo il rapporto tra universalità dei valori occidentali e ordine mondiale. È questo il vero terreno su cui si gioca la partita con il fondamentalismo neoconservatore. E su questo terreno l’Europa può svolgere – se lo vuole – un ruolo di fondamentale importanza. Non tanto ergendosi velleitariamente a bastione antiamericano, ma avviando una iniziativa che sappia anche dare forza a quella parte delle classi dirigenti americane che guardano con più convinzione alla necessità di un approccio multilaterale al mondo esterno. Uno sguardo che è destinato a rafforzarsi dopo la vicenda irachena, dalla quale la strategia unilateralista uscirà ridimensionata: per gli alti costi economici e politici che ne deriveranno per gli Stati Uniti, per la crescita esponenziale dell’antiamericanismo in tutto il mondo. Occorre dunque mettere in campo una visione diversa, che sappia parlare anche a questa parte della leadership statunitense.

Per l’Europa, in ogni caso, non sarà sufficiente fare sfoggio di buone intenzioni. Anche perché dobbiamo renderci consapevoli delle gravi responsabilità che il nostro continente ha accumulato verso il mondo arabo. Soprattutto quando non abbiamo saputo concorrere ad una modernizzazione democratica del mondo arabo attraverso una visione avanzata del dialogo euro-arabo e della formazione delle classi dirigenti. È invece prevalsa una visione cinica dell’interesse europeo nel rapporto con le classi dirigenti del mondo arabo. Nel violentissimo disprezzo etico che i mass media statunitensi hanno mostrato verso la posizione della Francia sull’Iraq, descritta come una posizione da mercanti interessati solo al proprio tornaconto economico, c’è forse qualcosa di vero. Nel senso che l’Europa è stata considerata cinica e «bottegaia» rispetto all’idealismo degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. In questo senso, al di là delle intollerabili forzature americane, l’Europa è sembrata venir meno alla propria responsabilità storica: quella di accompagnare e sostenere i processi di modernizzazione e la crescita di classi dirigenti democratiche, legando a questo obiettivo i processi di dialogo e integrazione con l’Unione europea. Il partenariato euromediterraneo di Barcellona fa riferimento alla democrazia, ma si ha l’impressione che nella realtà non si sia andati molto al di là di affermazioni di principio. Questa responsabilità negativa risulta macroscopica se confrontata con l’impegno mostrato dall’Europa nei confronti dei paesi usciti dal socialismo sovietico. E oggi il passaggio è inevitabile. La politica americana spinge l’Europa ad una scelta radicale: o siamo in grado di articolare una politica attiva nei confronti del mondo arabo, o ci condanniamo a rinunciare definitivamente a giocare un ruolo di qualche rilevanza fuori dai nostri confini. Per l’Europa si tratta dunque, ancora una volta, di assumere fino in fondo la responsabilità di partecipare al governo della comunità internazionale, potendo condizionare per questa via la politica della potenza statunitense. Come è accaduto nei Balcani nel corso degli anni Novanta, seppur tardivamente, dove l’Europa ha contribuito in maniera decisiva ad orientare la stabilizzazione in senso democratico e di ricomposizione politica. Un esito che è stato reso possibile dall’equilibrio tra la determinazione degli Stati Uniti a fermare la pulizia etnica e la responsabile partecipazione dell’Europa. Il problema che abbiamo oggi, nel rapporto con il mondo arabo, è appunto quello di ricostruire quel felice equilibrio tra Europa e Stati Uniti. Un obiettivo più difficile dopo la frattura determinata dalla vicenda irachena. Ma il punto di partenza non potrà che essere la messa in campo di una strategia europea da affiancare a quella degli Stati Uniti. Con l’obiettivo di promuovere la democratizzazione di quell’area, la crescita delle società civili e della capacità di saper articolare in modi più avanzati il rapporto tra politica e religione. Tutte condizioni per una maggiore sicurezza della comunità internazionale. Sono processi lunghi ma nello stesso tempo inevitabili, che possono anche essere sollecitati dall’alto con il concorso dell’Unione europea.

I punti chiave di questa iniziativa sono tre. Il primo è l’Iran, dove il fragile processo di riforma non può essere lasciato a se stesso. Il secondo è la Turchia, dove deve procedere il processo di integrazione nell’Unione europea. E il terzo e più importante è la Palestina, dove il fatto politico più rilevante di questi mesi è la nomina a primo ministro di Abu Mazen. Un esito niente affatto scontato per un confronto politico drammatico, perché Abu Mazen è il rappresentante della componente più evoluta e di sensibilità «europea» della leadership palestinese: una parte di diretta emanazione della diaspora palestinese ma che era e rimane una minoranza rispetto alle componenti più interne e legate all’intifada armata. Se la scelta di Abu Mazen non troverà una sponda autorevole nell’Europa – con una iniziativa che convinca Washington del valore imperdibile di questa opportunità – gli esiti di un fallimento potranno essere disastrosi. Su questo sfondo, l’Europa deve avviare una profonda revisione del suo rapporto con il mondo arabo: proponendosi apertamente di promuovere in quell’area la democrazia, la tolleranza, il dialogo interreligioso. Perché le motivazioni che muovono l’azione degli Stati Uniti (la lotta al terrorismo, l’allargamento degli spazi democratici, la maggiore sicurezza) non possono essere respinte con una alzata di spalle. Sono motivazioni reali che hanno bisogno di risposte diverse da quelle che vengono dall’unilateralismo statunitense. Ma la sfida con il fondamentalismo americano è soprattutto sul terreno delle politiche e dei valori, non solo su quello degli interessi economici.

 

Sergio Fabbrini

Guardando nuovamente al nostro atteggiamento verso gli schieramenti politici americani, è inevitabile notare il carattere subalterno della posizione assunta dalla sinistra europea e più in generale da alcuni governi europei anche di centrodestra. Non può essere sufficiente limitarsi a sostenere i conservatori americani rispetto ai fondamentalisti neoconservatori. Anche perché in questo c’è una gravissima debolezza di fondo: la difesa dello status quo come valore in sé, quando lo status quo non esiste più da molti anni. La fine della guerra fredda ha coinciso con la fine della stabilità in molte aree del mondo. E diventa impossibile difendere qualcosa che non esiste più. Nella politica francese sulla vicenda irachena questo limite è risultato del tutto evidente. L’alternativa ad una subalterna difesa di una stabilità ormai inesistente, che sia anche capace di articolare una posizione diversa da quella statunitense, non può che essere nell’apertura di una nuova stagione di multilateralismo attivo. Che si ponga l’obiettivo non più di contenere il nemico (ieri il comunismo, oggi il fondamentalismo) ma di promuovere la democrazia nel mondo. Su questo punto la sinistra europea deve definitivamente superare qualsiasi ambiguità, se vuole davvero contendere lo spazio politico al fondamentalismo neoconservatore. Entrambe le linee che l’Europa ha perseguito in questo conflitto si sono rivelate insufficienti. Si è rivelata insufficiente la linea di Blair perché è implausibile condizionare una iper-potenza quando lo si cerca di fare da soli e senza una precisa strategia geopolitica. Con il risultato che Blair ha rappresentato una voce all’interno dell’amministrazione Bush, piuttosto che un’alternativa a quest’ultima. Ma si è rivelata insufficiente anche la linea di Schröder di mettere a disposizione dell’egemonismo francese il pacifismo europeo. Con il risultato che l’alternativa multilaterale, apparendo retorica e un po’ ambigua, ha condizionato assai poco la strategia dei neo-conservatori americani. La strada dell’Europa non può essere né quella di un’alleanza subalterna con gli Stati Uniti né quella di un contropotere degli Stati Uniti. Piuttosto, l’Europa deve farsi promotrice di una strategia di multilateralismo attivo finalizzata a promuovere una democrazia internazionale senza il ricorso inevitabile alla politica di potenza. L’Europa deve promuovere il multilateralismo proprio per creare un regime istituzionale internazionale all’interno del quale le democrazie (a cominciare dagli Stati Uniti) possano esercitare la loro leadership in direzione della promozione della libertà e della sicurezza internazionali. Il multilateralismo è per l’Europa una strada obbligata. Anche perché il perseguimento di una politica di potenza europea è realisticamente impossibile per motivi tecnologici, economici ma più generalmente politici: le nostre società civili sono ormai estranee al fascino della politica di potenza, dopo avere vissuto la tragedie dei conflitti nazionalistici novecenteschi. Ed è un risultato da rivendicare positivamente, sul quale talvolta gli stessi Stati Uniti mostrano di non avere le idee chiare. Guardando alla Germania, ad esempio, chi non potrebbe non dirsi soddisfatto che proprio la politica tedesca sia oggi prevalentemente pacifista? Si tratta di un successo della civiltà occidentale, che Rumsfeld ha mostrato di non avere affatto compreso con il suo infelicissimo accostamento tra la Germania di Schröder e la Libia di Gheddafi. Ma se il multilateralismo è per l’Europa una strada obbligata, esso deve trovare una compiuta giustificazione strategica in una elaborazione dell’Unione europea che lo legittimi agli occhi del mondo. Giustificazione che ancora non si è vista. Infatti, non sono pochi coloro che nel mondo percepiscono il nostro multilateralismo come una strategia strumentale, un modo per mascherare istinti egemonici poco giustificabili materialmente. Non nasce, forse, da un istinto egemonico l’inaccettabile reazione di Chirac alla posizione pro-americana assunta dai paesi dell’Est europeo, con quella sua perentoria richiesta «state zitti, se volete entrare nell’Unione europea»?

 

Federico Romero

L’egemonia statunitense nel secondo dopoguerra, in Europa, poté costruirsi anche sull’esistenza di un’alternativa ben peggiore al dominio americano. Le classi dirigenti conservatrici dell’Europa occidentale, culturalmente distanti se non ostili all’America, sapevano che oltre Washington c’era la Mosca sovietica. Oggi nelle opinioni pubbliche europee – e soprattutto in quelle del mondo arabo – quel contrappeso dato del senso di «un’alternativa peggiore» non c’è, e questo cambia i termini dell’egemonia statunitense. Il predominio statunitense può venir letto non come il «male minore» ma come il male in sé. Ma se è scomparsa la dimensione dell’alternativa all’egemonia americana, è rimasto ben forte nelle leadership europee e in parte di quelle arabe la consapevolezza che il legame con gli Stati Uniti sia insostituibile perché gli Stati Uniti sono il principale mercato, il più potente motore d’innovazione, il più forte produttore di simbologie culturali, ecc. Una situazione contraddittoria, che in alcuni casi potrebbe portare alla prevalenza della percezione della presenza americana come una presenza di segno imperiale.

 

Sergio Fabbrini

Nello stesso tempo occorre usare con cautela il termine «impero statunitense». Perché mai nella storia degli imperi è accaduto che una potenza vittoriosa, come gli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, invece di sfruttare fino in fondo le potenzialità della vittoria abbia scelto di costruire una dimensione multilaterale che finiva per condizionare anche la propria libertà d’azione. La scelta statunitense dello strategic restraint fu proprio questa: erigere un sistema di istituzioni nel quale esercitare la propria egemonia ma dal quale accettare di essere vincolati. Una scelta che l’impero vittoriano, ad esempio, si guardò bene dal fare. Da questo punto di vista, la dottrina dei neo-conservatori oggi al comando della Casa Bianca sembra costituire una vera e propria cesura con il passato. Per la prima volta, nel secondo dopoguerra, viene proposto un ruolo mondiale degli Stati Uniti al di fuori della struttura multilaterale che quel paese aveva contribuito a istituire. Tra l’altro, è preoccupante osservare che questo attacco neoconservatore alle istituzioni multilaterali (dall’ONU al WTO), perché troppo limitanti l’azione americana, si sovrappone all’attacco di alcuni settori del movimento no global alle stesse istituzioni, perché troppo dipendenti dall’azione americana. Insomma, senza l’elaborazione di una visione strategica del sistema internazionale radicalmente nuova, i progressisti europei e i loro alleati negli altri continenti saranno costretti, negli anni a venire, ad una posizione permanentemente difensiva dello status quo. Una posizione che finirà per schiacciarli tra le pressioni ingenue dei no global e quelle irresponsabili dei neoconservatori. È urgente «ragionare in grande», avviando un’iniziativa su scala internazionale adeguata alle sfide formidabili del nuovo secolo.

 

Federico Romero

La domanda di oggi, in effetti, è se gli orientamenti dei neoconservatori non spezzino quella pratica dell’egemonia consensuale costruita su relazioni e vincoli multilaterali. Con la conseguenza di indurre a una lettura della potenza americana in termini di semplificazione imperiale da parte delle opinioni pubbliche europee e arabe. In questo senso una delle debolezze della discussione europea è nel suo essere ossessionata dall’interrogativo relativo alla nostra distanza o vicinanza dalle posizioni degli Stati Uniti. Una politica estera europea che sia tale, e che sia credibile, non può limitarsi a questa dimensione, a misurarsi solo e sempre con l’ampiezza o meno dei «distinguo». Essa deve cominciare dalla testa e quindi definire quali sono gli scopi che essa si prefigge nel mondo, deve pensare strategicamente. Uno degli obiettivi fondamentali, come giustamente ha indicato Fabbrini, non può che essere quello della promozione della democrazia. Ma quell’ossessione di cui dicevo e la strettoia istituzionale che soffoca l’elaborazione di una politica estera dell’Unione europea finiscono per impedire all’Europa di cogliere e usare le occasioni principali che le vengono prospettate dagli eventi. È stato così per la ex Jugoslavia e in fondo anche per la crisi dei mesi scorsi all’ONU. Il problema posto da Robert Kagan, quello di una fondamentale diversità nella qualità della potenza americana da quella europea, non è solo culturale ma direttamente strategico. Esistono scenari di crisi internazionale sui quali nessuno sa come poter intervenire con strumenti che siano diversi dall’uso della forza. E per l’Europa la questione di non sapere o di non volere decidere come fare ricorso alla forza è un limite vero e reale. Ma la necessità di rafforzarsi militarmente non può essere la sola risposta. Dovremmo diventare più autonomi in questo campo, di certo. Ma non si tratta di costruire un’altra superpotenza, tutt’altro. Si tratta invece di definire gli obbiettivi strategici cui l’Europa deve mirare, gli scopi vitali che dobbiamo perseguire, e poi usare le nostre risorse migliori, che sono in primo luogo economiche ed istituzionali, per avvicinarli. Dovremmo per esempio promuovere seriamente lo sviluppo nel Medio Oriente, e legare i nostri aiuti a misure di modernizzazione, democratizzazione e pacificazione. Quando ci mettiamo a pensare in questi termini, tuttavia, appare chiaro che l’Unione europea è stata pensata e strutturata per risolvere problemi di integrazione interna piuttosto che per proiettarsi all’esterno dei propri confini. E che l’Europa comunitaria ha costituito e costituisce una risposta difensiva dalla globalizzazione esterna, come ci mostrano fin troppo chiaramente le politiche migratorie, la politica agricola comune o le stesse strategie di politica economica. Gli Stati Uniti devono la propria egemonia nel mondo, in larga parte, alla propria capacità di orientare il proprio modello di sviluppo alla crescita piuttosto che alla protezione, e quindi a farne anche una dinamo di trasformazione all’estero. Mentre il welfare europeo, pur con gli straordinari risultati che ha ottenuto per le nostre società, non può essere una base, ed al limite è un ostacolo, sulla strada di una strategia europea attiva di espansione della democrazia nel mondo.

 

Giuliano Amato

Mi aggancio subito a quanto ha ora sostenuto Romero sull’Europa. È esattamente come lui dice: l’Europa è nata ed è stata costruita per risolvere problemi interni, per rimuovere barriere fra i suoi Stati e per armonizzare le loro leggi. E l’unico ambito di relazioni internazionali nel quale ha acquistato un ruolo (e si è data un’organizzazione) è quello dei rapporti commerciali, simmetrico alla costruzione del mercato interno. Solo in un secondo tempo ha tentato di dotarsi di una vera e propria politica estera e di sicurezza comune. E qui è presto emerso il grande divario fra le ambizioni – l’Europa attore globale che opera per un mondo di pace, di rispetto dei diritti umani, di democrazia e di giustizia sociale ispirata al suo modello sociale, di sradicamento della povertà – e gli strumenti di cui essa dispone per realizzarle. Non tanto perché tali ambizioni non siano condivise dai suoi Stati membri, quanto e soprattutto perché sono rimasti troppo a lungo nelle loro mani, e quindi nell’alveo delle radici ancora forti della sovranità nazionale, i mezzi e i canali della politica estera in senso stretto. E nella dispersione delle politiche nazionali, le ambizioni perdono la forza che sarebbe loro necessaria per avere un impatto vero sul mondo. È accaduto così che quando dieci anni fa a Maastricht si decise di dar corpo alla politica estera e di sicurezza comune, si approvarono delle norme declamatorie, che hanno descritto un dover essere al quale l’essere non è stato finora in grado di adeguarsi.

Intendiamoci: sarebbe troppo dire che nulla è accaduto. Ci siamo dotati di un Alto rappresentante, che in vicende vicine ai nostri confini, quelle balcaniche, ha saputo gestire una presenza europea, espressiva ancora oggi del potenziale che avremmo lavorando davvero insieme. Ma non basta. L’Europa-attore globale avrebbe bisogno di visioni e di dottrine geopolitiche, che ancora francamente non ha; di una forza militare, e neppur questa ancora ce l’ha, capace almeno di consentirle le cosiddette «missioni di Petersberg» (prevenzione e gestione delle crisi, ristabilimento della pace ecc.), perché per essere «potere civile», bisogna certo che l’Europa sia «civile», ma deve essere anche «potere»; di una effettiva capacità di coordinare, nei momenti difficili, le azioni estere dei suoi Stati membri, mentre la vicenda irachena ha drammaticamente e platealmente dimostrato che questo è accaduto nei Balcani, ma non è riuscito ad accadere davanti ad un delicato e cruciale passaggio nei nostri rapporti con gli Stati Uniti, col risultato che tutti gli europei hanno finito per perdere di peso per il sol fatto che si sono presentati in ordine sparso. Oggi qualcosa potrebbe cambiare, se questo disastro varrà da lezione. E in ogni caso il lavoro impostato dalla Convenzione era già orientato in direzione meno retorica di Maastricht: unificare a Bruxelles i servizi che si occupano di relazioni esterne, in modo da farne un think tank capace di impostare strategie europee a 360 gradi, unificare l’Alto rappresentante e il Commissario per le relazioni esterne, creando un ministro degli esteri europeo destinato anche a presiedere il Consiglio dei ministri degli esteri, unificare, ovunque possibile, le voci e addirittura i seggi nelle organizzazioni internazionali (se questo accadesse davvero, l’osservazione critica di Romero comincerebbe a cadere). E tuttavia ci vorrà tempo prima che il Consiglio europeo, l’organo in cui siedono i nostri primi ministri e al quale spetta coordinarne le azioni ai fini della politica comune, riesca a farlo davvero, avvalendosi sia pure delle nuove e comuni infrastrutture di cui vorremmo dotarlo.

E di tempo, ahimè, ce n’è sempre meno. Perché i neoconservatori americani al potere, da cui ci dividono tante cose, hanno messo in evidenza un gigantesco dato di fatto, sul quale non possiamo non convenire: il mondo ha raggiunto un tasso tale di insicurezza (e – aggiungiamo noi – di ingiustizia) che lo status quo non è più difendibile. Per troppi anni ci siamo limitati ad attendere, commerciare, guardare e al più tamponare con cancellazioni di debiti, affidando in realtà alla globalizzazione di estendere benefici che essa ha invece parcellizzato con grandissima parsimonia redistributiva. I primi a dirci che così non si poteva andare sono stati i movimenti, a loro modo e con le armi dei fora e delle manifestazioni. Ora, in tutt’altro modo e con ben altre armi, ce lo dicono questi neoconservatori, spinti come accennavo soprattutto da ragioni di sicurezza, che non negano affatto il bisogno di democrazia, ma per soddisfarlo usano la potenza militare degli Stati Uniti. Non sarà un’alternativa riproporre quel doroteismo globale che abbiamo praticato per anni e che, formalmente più ligio al pacifismo, non intacca le radici dei conflitti. Occorre offrire al mondo, e farlo in tutta concretezza, una via alla diffusione della democrazia diversa da quella che si affida in primo luogo alla guerra. È qui che l’Europa deve mettersi in grado di usare le risorse che in fondo possiede e che – come giustamente si è notato qui – ha saputo mettere in campo nei confronti dell’Est europeo. Il mondo arabo e il Mediterraneo ci chiedono di giocare lo stesso ruolo e con lo stesso impegno. Se già lo abbiamo fatto nell’Est europeo anche in assenza di una politica estera comune già conformata, non c’è ragione di attendere la futura Costituzione per impegnare l’Europa su ciò che essa già oggi potrebbe essere in grado fare. E permettetemi un’ultima notazione: una sinistra che pensa alla politica e non ad autoflagellarsi con divisioni interne che servono solo a sottolinearne l’impotenza, si rimbocca le maniche per costruire questo impegno e dargli sbocco nelle sedi europee. Portandosi su questo terreno non si lacererà neppure sul suo essere o non essere occidentale o antiamericana. Perché su questo terreno l’America è destinata ad incontrarla. E forse a spingerla a porsi diversamente, e insieme a noi, il crudo ma realissimo problema del superamento dello status quo.

 

Renzo Guolo

Il tipo di percorso di cui i paesi arabi avrebbero bisogno, quello della «costruzione della società», implica naturalmente un ruolo attivo dell’Europa. Un ruolo molto diverso da quello tenuto sin qui dall’Unione. È vero che, se l’Europa vuole favorire il progressivo radicamento della democrazia nel mondo arabo, non può più pensare al vecchio, statico, ruolo di difensore dello status quo. La rottura introdotta dalla questione Iraq costringe ad un cambio di passo, nel quale il vecchio realismo, che ha fatto accettare rapporti anche con regimi impresentabili, venga abbandonato. La via militare è gravida di incognite, ma la caduta di un tiranno è sempre un fatto positivo. In quanto «potenza civile», saldamente ancorata ai suoi principi fondativi, l’Europa è in grado, meglio della superpotenza americana, guidata oggi da ideologie visionarie, foriere di conflitti ininterrotti, di perseguire quel fine. Ma come ha ricordato Giuliano Amato, essa deve ricordarsi di poter essere anche «potenza»: solo la possibilità di incidere realmente sulle questioni della sicurezza e degli equilibri internazionali permette che il discorso sui valori non sia impugnato solo dall’America di Bush. 

 

Khaled Fouad Allam

La questione è ancora quella della democrazia nel mondo islamico. E il problema di fondo è quello di uno spazio autonomo della politica. Io credo che l’egemonia del fondamentalismo, in prospettiva, possa essere superata. E che si possa cominciare a parlare di uno scenario post-islamistico, in cui il potere politico disponga di una strutturazione più autonoma di quanto accade oggi. Si tratta di tendenze ancora deboli, ma che sono nondimeno segnali inequivocabili di ciò che sta attraversando il mondo islamico. In Algeria, ad esempio, i militari sono ormai pronti ad accettare una vittoria elettorale dei partiti islamici. In Turchia è concretamente all’opera una soluzione incentrata su un partito islamico e conservatore. Tutto ciò può avvenire senza che si prospettino gravi rischi di derive fondamentaliste, anche a motivo del discredito in cui è caduto nelle società arabe il radicalismo fondamentalista, con il suo ricorso metodico alla violenza di massa. Sul lungo periodo il radicalismo è quindi perdente. E questo dovrebbe spingere ancor più l’Europa ad articolare una strategia per sostenere la diffusione della democrazia nel mondo arabo: facendo attenzione a non confondere la democrazia con uno stile di vita, dunque a non cadere in una visione culturalista della democrazia. La democrazia in quanto insieme di procedure e di garanzie non può essere confusa con il dominio di una data cultura. Credo che questo errore sia alla base della grave irresponsabilità mostrata dall’Europa, come sottolineava D’Alema, quando ha di fatto abbandonato a se stesse le deboli forze democratiche che agivano entro il mondo arabo. Forze che si sono sentite completamente trascurate, proprio mentre l’Europa metteva in campo una coraggiosa strategia di sostegno alla transizione nei paesi dell’Est. Un errore – quello di confondere la democrazia con una cultura – che dimostra anche l’insufficiente capacità europea di trarre forza politica e capacità progettuale dalla eterogeneità culturale. Mentre gli Stati Uniti hanno saputo tradurre la propria diversità culturale in un vero disegno politico, l’Europa su questo punto strategico ha mostrato limiti evidenti. E una futura e necessaria strategia di sostegno alla diffusione della democrazia nel mondo arabo non potrà non poggiare anche su una diversa capacità di trasformare in risorsa l’eterogeneità delle culture. Ad esempio risolvendo in positivo la creazione di uno spazio pubblico per l’Islam europeo o mettendo mano a politiche migratorie di segno diverso.

 

Giuliano Amato

Chiudiamo allora con queste parole di Khaled, che sono quanto di più classicamente «occidentale» si possa dire in tema di democrazia, lungo il filo che congiunge Kelsen, Popper e l’ultimo Rawls. A un mondo islamico nel quale l’intrinsechezza della religione alla vita civile è tale da privare di senso, in esso, la varietà dei regimi ecclesiastici praticati nelle società a prevalenza cristiana, non offriamo – come lui dice – una visione della democrazia permeata di stili di vita. Lavoriamo piuttosto insieme a coloro che ne fanno parte e che con noi condividono la democrazia come insieme di regole, di procedure, di limiti al potere dietro ai quali si rafforzano i diritti. È qui – come abbiamo tutti convenuto – che c’è bisogno di Europa. E l’Europa ha uno specifico da mettere in campo con tutta l’urgenza che i tempi richiedono.

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