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I giovani e il futuro dell'Europa

Written by Giacomo Filibeck Wednesday, 01 January 2003 02:00 Print

«L’Unione deve diventare più democratica, più trasparente e più efficiente. Essa deve inoltre dare una risposta a tre sfide fondamentali: come avvicinare i cittadini – in primo luogo i giovani – al progetto europeo e alle istituzioni europee? Come strutturare la vita politica e lo spazio politico europeo in un’Unione allargata? Come trasformare l’Unione in un fattore di stabilità e in un punto di riferimento in un mondo nuovo, multipolare?». Dichiarazione di Laeken sul futuro dell’Unione europea.

 

«L’Unione deve diventare più democratica, più trasparente e più efficiente. Essa deve inoltre dare una risposta a tre sfide fondamentali: come avvicinare i cittadini – in primo luogo i giovani – al progetto europeo e alle istituzioni europee? Come strutturare la vita politica e lo spazio politico europeo in un’Unione allargata? Come trasformare l’Unione in un fattore di stabilità e in un punto di riferimento in un mondo nuovo, multipolare?». Dichiarazione di Laeken sul futuro dell’Unione europea.

Per quanto non tutti gli europei se ne siano accorti, la Dichiarazione di Laeken del dicembre 2001 ha aperto in Europa una vera e propria fase costituente. La Convenzione europea, che dal febbraio 2002 si riunisce mensilmente a Bruxelles sotto la presidenza di Valéry Giscard d’Estaing, sta scrivendo la prima Costituzione europea; essa sostituirà i Trattati sui quali si fonda l’Unione e darà vita a una entità politica europea fortemente rinnovata.

Data l’influenza di questo processo costituente sul futuro degli europei, è sembrato logico coinvolgervi direttamente i giovani, le cui aspirazioni sono proiettate necessariamente sul futuro. Ciò è avvenuto attraverso la convocazione di una Convenzione europea dei giovani, che si è riunita a Bruxelles dal 9 al 12 luglio scorso – momento culminante della fase di ascolto che ha caratterizzato i primi sei mesi dei lavori convenzionali – per decisione del presidente Giscard d’Estaing e del praesidium della Convenzione. Inoltre, numerose Convenzioni dei giovani a livello locale e nazionale sono state convocate per iniziativa delle delegazioni nazionali alla Convenzione europea di luglio in collaborazione con le istituzioni dei rispettivi paesi. La Convenzione italiana dei giovani, che ha riunito duecentodieci ragazze e ragazzi in rappresentanza del mondo dell’associazionismo, delle organizzazioni, della scuola e dell’università, è stata organizzata a Roma, dal 10 al 12 gennaio 2003.

Si è trattato di eventi importanti, nei quali abbiamo assistito a discussioni appassionate, che hanno permesso innanzitutto di chiarire quale sia la percezione che i giovani europei hanno dell’Europa. Per impedire che tali iniziative rimangano meri esercizi di visibilità mediatica di istituzioni interessate solo a dare un’immagine fittizia di apertura verso la società civile giovanile, è necessario che le proposte e i contributi elaborati vengano presi in seria considerazione da coloro che partecipano a pieno titolo ai lavori costituenti. Se il frutto del nostro lavoro restasse lettera morta, si aggraverebbe senza dubbio il rischio di un approfondimento ulteriore del divario tra i giovani e le istituzioni. Divario che dalla Dichiarazione di Laeken in poi è diventato priorità assoluta colmare.

I giovani europei vedono oggi nell’Europa un’entità astratta, burocratica, lontana dai loro bisogni e dalla loro vita quotidiana. Non c’è da stupirsi. È vero infatti che il processo di integrazione europea ha certamente permesso di acquisire risultati straordinari, tra i quali la pacificazione di un continente devastato dall’odio tra le nazioni e uno sviluppo economico senza precedenti, fino alla realizzazione di una moneta unica per trecento milioni di persone, e alla grande riunificazione degli europei che si compirà con l’allargamento ai paesi candidati. Si tratta tuttavia di un processo largamente incompiuto, i cui successi devono misurarsi con i molti passi ancora da compiere. In particolare l’avvento dell’euro, che ha portato improvvisamente l’Europa «nelle tasche» di tanti cittadini, ha reso visibile agli europei l’Europa che c’è già, ma anche l’Europa che è ancora lontana. I mattoni che mancano all’edificio europeo sono infatti molti, e grandi abbastanza da incrinare la fiducia dei cittadini nell’Unione europea. Il dibattito tenuto in seno alla Convenzione europea dei giovani, e a quella italiana, ne ha fatti emergere tre in particolare: una credibile Politica estera e di sicurezza europea, un progetto di rilancio dell’economia europea e un sistema decisionale che concili trasparenza, democrazia ed efficienza.

Non è bastato il crollo del Muro, la disgregazione dei Balcani, l’11 settembre, né la progressiva involuzione della politica americana verso punte mai raggiunte di unilateralismo e di interventismo militare, per convincere i governi europei della necessità e dell’urgenza, ormai inderogabili, di dotare l’Europa di un’«unica» politica estera. Solo un’Europa che parli con una voce sola potrà infatti contribuire a edificare quell’ordine di cui un mondo dilaniato da una strisciante anarchia internazionale – i cui effetti sono esasperati da risposte inefficaci e controproducenti quali la «guerra preventiva» recentemente teorizzata dal presidente degli Stati Uniti d’America – ha un drammatico e urgente bisogno. Prendiamo il caso dell’attacco all’Iraq. Siamo convinti che la stragrande maggioranza dei cittadini europei non comprenda le ragioni e l’opportunità di una simile azione di guerra, che avrebbe effetti destabilizzanti, forse irrimediabili, nella regione mediorientale. Eppure, il coro dissonante dei governi dei quindici sembra del tutto incapace di coprire i proclami di guerra americani, e gli europei appaiono ormai rassegnati ad una guerra «ineluttabile». Impedire questa frustrazione della volontà è uno dei compiti che la nuova Europa si deve imporre immediatamente. In relazione all’economia europea, il rigore dei conti pubblici è sacrosanto. Noi giovani europei lo sappiamo bene, perché i debiti accumulati dalle finanze statali graveranno sul nostro futuro, ma sappiamo anche che il rigore da solo non basta. Non si può non vedere quali siano i limiti di un governo dell’economia europea affidato soltanto a regole di tipo automatico. Vogliamo davvero rinunciare al necessario ruolo dello Stato, confidando nel libero gioco delle forze del mercato? Mi pare che anche in tempi recenti abbiamo avuto più di un riscontro di quali sviluppi possa sortire il mercato senza Stato. Penso ad esempio allo scandalo della Enron, che ha privato di un lavoro decine di migliaia di lavoratori. Come sosteneva il celebre predicatore francese Lacordaire a metà dell’Ottocento: «tra il forte e il debole, la libertà opprime, la legge libera».

L’incapacità degli Stati nazionali di contrastare efficacemente la disoccupazione e di garantire la protezione sociale dei propri cittadini è uno dei grandi mali dell’Europa odierna, alla luce del quale si spiega la crisi delle forze socialiste nell’intero continente e il parallelo e inquietante riemergere nella vita politica europea di quei sentimenti di intolleranza e xenofobia che credevamo sconfitti per sempre. Concentrare i propri sforzi nel dare risposte ai dubbi e alle incertezze delle giovani generazioni rispetto al proprio futuro impedendo che forze populiste e radicali li attraggano nel loro elettorato, non significa soltanto investire in una specifica fascia anagrafica di potenziali elettori. Ritengo infatti che individuare proposte politiche mirate alle soluzioni della questione dell’inserimento dei giovani nella società significhi soprattutto rassicurare chi di noi giovani è genitore. Se i partiti membri del PSE dedicassero, in occasione delle prossime elezioni europee, parte delle loro energie a questo tema verrebbero molto probabilmente rilanciati sulla scena politica europea.

Per quanto concerne le istituzioni, è sufficiente una sola osservazione: su tutte le questioni fondamentali l’Unione decide ancora all’unanimità e in segreto. Quali siano oggi i risultati di un simile sistema decisionale nell’Europa dei quindici lo vediamo tutti i giorni. Quali saranno domani nell’Europa a ventisette, o a trenta, possiamo facilmente immaginarlo. A ciò si aggiunge la prassi ormai invalsa tra i governi nazionali di scaricare sull’Europa la responsabilità di tutte le decisioni che comportino costi e sacrifici per i cittadini. Il risultato è l’impossibilità di capire chi sia responsabile delle decisioni, con la progressiva perdita di legittimità delle istituzioni europee e nazionali. Le Convenzioni dei giovani non si sono limitate, tuttavia, a redigere un cahier des doléances: esse hanno individuato alcune proposte audaci e innovative per ciascuno dei problemi elencati.

Secondo i giovani europei dotarsi di un’unica politica estera significa decidere a maggioranza le linee guida di questa politica, con l’obiettivo di lottare contro il terrorismo, le cui radici affondano nella intollerabile diseguaglianza tra il Nord ed il Sud del pianeta e negli effetti di una globalizzazione sregolata, non solo con le armi della guerra ma con quelle della politica. L’Europa immaginata dai giovani convenzionali si fonda sul ripudio della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, e sulla volontà di promuovere una riforma democratica dell’ONU, che includa una rappresentanza europea unica nel Consiglio di Sicurezza. Questo non significa che l’Europa debba o possa rinunciare a un ruolo militare. Per dare credibilità alla nostra politica estera, occorrerà creare un esercito europeo, immaginato come una forza di intervento rapido, leggera, professionale, specializzata nelle operazioni di peace-keeping e peace-making.

Senza tali riforme – voto a maggioranza, rappresentante unico nel Consiglio di Sicurezza, forza europea di intervento rapido – continueremo ad assistere al deludente spettacolo prodotto da quindici politiche estere nazionali, ciascuna delle quali finisce per perseguire l’interesse proprio di questo o quel governo, o addirittura i sogni di gloria di questo o quel governante, con il risultato che, per tenere in vita le vestigia dei nostri eserciti nazionali, li avremo trasformati in truppe ausiliarie dell’esercito americano.

Tra le proposte più originali introdotte dalla Convenzione italiana dei giovani, vi è quella di trasformare l’attuale Servizio volontario europeo in un vero e proprio Servizio civile europeo. Si tratterebbe di trascorrere un periodo di tempo in un paese diverso dal proprio, dentro o fuori dall’Unione, partecipando a un progetto che abbia lo scopo di realizzare concretamente i valori fondativi dell’identità europea, come la tutela dei più deboli, la pace, la protezione ambientale o l’educazione ai diritti umani. Ciò permetterebbe di educare i giovani a muoversi sul territorio europeo, con evidenti ricadute sulla formazione professionale, rafforzando l’identità europea e abbattendo le diffidenze nazionali, tanto più forti in tempi di allargamento dell’Unione, e integrerebbe il programma Erasmus che è limitato ai soli studenti universitari. Il servizio civile europeo sarebbe inoltre un segnale concreto, nei confronti del resto del mondo, che l’Europa nasce come «potenza gentile» (per riprendere una felice espressione di Tommaso Padoa-Schioppa), che non mira alla supremazia militare, ma vuole esportare i valori della propria Costituzione attraverso un vero e proprio «esercito della pace». Emerge dalle nostre posizioni la chiara volontà di considerarci, per conto della nostra generazione, come «ambasciatori di un’Europa di pace».

Per quanto riguarda lo sviluppo economico, occorre essere coscienti che la creazione della moneta unica ha offerto all’Europa l’opportunità di diventare un’area di stabilità e crescita economica che funga da riferimento per il mondo intero. Esiste oggi la concreta prospettiva di attrarre nel nostro continente investimenti enormi, con i quali finanziare un progetto di sviluppo sostenibile che sappia coniugare due valori, come il rispetto dell’ambiente e la tutela del welfare, ai quali nessun europeo sarebbe disposto a rinunciare. Pensiamo a un piano di «governo della globalizzazione», del quale tutto il mondo sente il bisogno, e che solo l’Europa potrà lanciare. Pensiamo a un’Europa che ritorni a essere un centro di eccellenza nella ricerca e che attiri i giovani di tutto il mondo, anziché costringere i suoi migliori talenti a emigrare negli Stati Uniti. Questo progetto richiede un governo dell’economia europea, gestito da esseri umani e non solo da regole, e accompagnato da un potere europeo di bilancio che possa finanziarlo. Con il «Piano Delors», l’Europa si era avvicinata a tale prospettiva, ma ancora una volta i governi hanno preferito tentare una via nazionale allo sviluppo, con risultati insoddisfacenti. In merito, infine, alla visione dei giovani europei sulle riforme istituzionali, potremmo dire che essi hanno tentato, con un misto di modestia e di audacia, di individuare una risposta ai tanti problemi della costruzione europea. È una risposta articolata, che si può riassumere in pochissime parole: l’Europa ha bisogno di un governo democratico e di una Costituzione federale.

Il governo europeo dovrà esercitare il potere esecutivo. Sarà un governo «leggero», dotato di pochissime competenze (tra le quali dovranno esserci la politica monetaria e quella di sicurezza e di difesa), ma in grado di esercitare su queste materie una competenza esclusiva. Le altre competenze, talune esclusive e altre concorrenti, andranno ovviamente ripartite tra gli Stati, le regioni, i comuni, e così via, secondo il principio di sussidiarietà: ogni livello di governo sarà competente solo ed esclusivamente sulle questioni che i livelli inferiori non possano affrontare efficacemente. Il governo europeo sarà chiamato a difendere gli interessi dei cittadini e degli Stati europei, e per questo dovrà rispondere a un parlamento bicamerale, depositario del potere legislativo. La Camera bassa, il parlamento europeo, sarà composta dai rappresentanti dei cittadini europei, eletti a suffragio universale diretto e con una procedura elettorale uniforme in tutta l’Unione. La Camera alta sarà composta da rappresentanti designati dagli Stati membri. Tutte le decisioni di carattere parlamentare dovranno essere adottate da una doppia maggioranza: una maggioranza di cittadini nella Camera bassa, e una maggioranza di Stati nella Camera alta. Il Consiglio europeo svolgerebbe il ruolo di presidenza collegiale dell’Unione. Questa è la nostra proposta per dare all’Europa una credibile politica estera e di sicurezza, un progetto di rilancio della sua economia e un sistema decisionale che concili trasparenza, democrazia ed efficienza. Questa è per noi la sola via per riavvicinare le istituzioni europee ai propri cittadini, permettendo loro di individuare con precisione chi è responsabile di fronte a ogni decisione. È un principio che rappresenta la linfa stessa della democrazia, al quale saremmo difficilmente disposti a rinunciare all’interno dei nostri confini nazionali, ma che ci viene paradossalmente negato nella sfera politica europea, dove accade che, in nome della difesa di una illusoria sovranità nazionale, si mettano in secondo piano gli interessi dei cittadini europei.

Ma quali risposte alle inquietudini dei giovani europei stanno emergendo dai lavori della Convenzione? Nella seduta del 28 ottobre 2002, a otto mesi esatti dalla sessione di apertura, il praesidium ha distribuito ai delegati un progetto preliminare di trattato costituzionale.1 Tale gesto ha segnato un salto di qualità nei lavori dell’Assemblea: terminata la fase di ascolto, e di libero scambio di idee, la Convenzione si accinge a scrivere gli articoli della prima Costituzione europea. Le questioni sul tavolo sono estremamente variegate, così come le posizioni dei diversi delegati, ma il nodo centrale del dibattito è uno solo: a chi spetta il governo dell’Europa. Su questo punto nodale il dibattito si sta progressivamente polarizzando tra le posizioni di due schieramenti, ancora piuttosto fluidi: da una parte i «comunitaristi», che vogliono delegare il potere esecutivo alla Commissione europea, la quale risponderebbe del suo operato al Parlamento e al Consiglio, dall’altra gli «intergovernativisti», che vorrebbero mantenere il potere esecutivo nelle mani del Consiglio europeo, che sarebbe chiamato a esprimere un presidente dell’Unione, destinato a rimanere in carica per cinque anni invece degli attuali sei mesi. Il 4 dicembre scorso la Commissione europea ha smosso le acque, presentando una Comunicazione2 che riassume le richieste dei comunitaristi, e accoglie alcune rivendicazioni della Convenzione europea dei giovani. Immediatamente a seguire, il presidente Prodi e i commissari Barnier e Vitorino (membri della Convenzione) hanno reso pubblico un progetto di Costituzione europea, nota alle cronache con il nome di «Penelope»: colei che tesse con pazienza la sua tela, aspettando il momento della rivalsa.

Di questo progetto condividiamo in particolare l’idea che il presidente della Commissione venga eletto a maggioranza dal Parlamento europeo e successivamente confermato dal Consiglio europeo, invertendo la procedura attuale. Questo meccanismo elettorale garantirebbe una forte legittimazione democratica alla Commissione. Nel documento, tuttavia, si chiede che la maggioranza necessaria per eleggere il presidente sia quella dei due terzi del Parlamento europeo. Dietro a questa proposta vi è l’idea che il nome del presidente debba uscire da un accordo tra i due principali schieramenti politici europei (i Popolari europei, che da soli detengono ad oggi più di un terzo dei voti, e i Socialisti europei). Ma se la Commissione deve diventare il governo europeo, come hanno chiesto i giovani convenzionali, non sarebbe meglio che questo governo venisse designato da una normale maggioranza parlamentare (metà più uno, fatto salvo il potere del Consiglio di approvare tale designazione), rispettando la volontà degli elettori? Che senso ha chiedere agli europei di scegliere tra i candidati dei vari schieramenti politici, confrontandone i programmi elettorali, se poi non vi è un governo, scelto sulla base di quel voto, che possa realizzare il programma che ha riscosso il maggiore consenso? Potreste immaginare di governare l’Italia, o la Francia, sulla base di un accordo permanente dei due terzi del parlamento? Non ci è bastata la lezione della coabitazione francese? Noi crediamo che ci sarà un’autentica vita politica europea solo quando i cittadini europei potranno scegliere con il proprio voto chi governa l’Europa, e con quale programma. Sino ad allora la «democrazia soprannazionale» resterà un miraggio, e con essa il rilancio dei partiti politici europei. E l’Italia? Dopo aver lungamente dato l’impressione di navigare a vista, inseguendo improbabili alleanze con il Regno Unito e la Spagna, che certo non spiccano per tradizioni e convinzioni europeiste, sembra finalmente aver trovato una «rotta» nella proposta del neoministro Frattini, che ha chiesto di elaborare una posizione comune dei sei paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda) da presentare alla Convenzione. Si tratta certamente di una reazione al fatto che il motore franco-tedesco, dopo le consultazioni elettorali nei due paesi, è ripartito alla grande con l’ingresso di Joschka Fischer e Dominique de Villepin (ministri degli Esteri nei rispettivi paesi) nella Convenzione europea, e la presentazione di una serie di posizioni comuni ai due paesi. L’Italia, che peraltro deterrà la presidenza dell’Unione nel secondo cruciale semestre del 2003, durante il quale si conoscerà l’esito dei lavori della Convenzione, non poteva rischiare di essere relegata da questa iniziativa in un ruolo marginale, e dunque rilancia proponendo un ritorno allo spirito dei padri fondatori. Ricordiamoci però di quando, solo pochi anni fa, il nostro paese era in grado di svolgere un ruolo di primo piano e assumere una funzione storica nel contribuire a determinare gli equilibri in seno al governo dell’Unione europea fino alla nomina dell’ex premier Romano Prodi alla guida della Commissione stessa.

L’attenzione che i principali governi europei sembrano improvvisamente dedicare alla Convenzione ci spinge a una riflessione conclusiva: occorre contrastare l’idea che l’Europa del futuro possa essere disegnata solo dai governi. Questi hanno tentato di farlo nelle Conferenze intergovernative di Amsterdam e di Nizza, e hanno fallito. La Convenzione è nata dalla presa di coscienza di quel fallimento, e deve far sì che quella lezione non sia mai dimenticata.3 La prima Costituzione europea potrà nascere soltanto da un’alleanza tra la Convenzione (nella quale sono rappresentate tutte le istituzioni europee, compresi i governi) e i cittadini. La scelta di iniziare i lavori con una fase di «ascolto», della quale la Convenzione europea dei giovani è stata il momento culminante, rispondeva proprio alla volontà di cementare questa alleanza. Guardandoci alle spalle, e osservando che tre quarti dei cittadini europei secondo i sondaggi non sanno neppure che la Convenzione esista, dobbiamo ammettere che quell’obiettivo non è ancora raggiunto. E tuttavia, occorre essere consapevoli che se esso non sarà raggiunto nei prossimi mesi non nascerà alcuna vera Costituzione europea. Un trattato tra Stati sovrani può essere firmato nelle segrete stanze del potere, ma una Costituzione che ambisca a disegnare l’Europa del futuro deve essere legittimata dalla volontà dei cittadini, di tutti i cittadini.

Ci hanno colpito le parole scritte dal presidente Giscard in un recente articolo, pubblicato sulle pagine di «Le Monde» e in Italia su «La Stampa»: «Questi risultati significativi si spiegano con il metodo scelto dalla Convenzione: la ricerca del consenso, vale a dire l’accordo del massimo numero possibile di Stati, senza però lasciarsi paralizzare dalla regola dell’unanimità. Questo punto è importante, perché i lavori della Convenzione sfoceranno in quelli della Conferenza intergovernativa, che dovrà approvare la Costituzione. Questa sì che ritroverà la regola dell’unanimità».4 Non possiamo fare a meno di lodare l’intento, che per la prima volta viene espresso chiaramente, superando le ambigue formulazioni di Laeken, di rifiutare il compromesso unanime nella Convenzione. Le convenzioni dei giovani hanno chiesto che il progetto finale venisse adottato dalla Convenzione a maggioranza qualificata, e hanno dato il buon esempio, adottando i propri documenti finali attraverso un voto. Tutta la storia europea ci insegna del resto che i grandi avanzamenti del processo di integrazione, come l’elezione diretta del Parlamento europeo da parte dei cittadini e la creazione della moneta unica, sono sempre scaturiti dalla rottura dell’unanimità.

E tuttavia, come giovani e come cittadini, non possiamo accettare l’idea che l’ultima parola spetti solo alla Conferenza intergovernativa, che «ritroverà la regola dell’unanimità». Noi crediamo che nessuna conferenza intergovernativa abbia il diritto di disfare in un istante ciò che la Convenzione ha prodotto in un anno e mezzo di lavoro. Per questo tanto la Convenzione europea dei giovani quanto la Convenzione italiana dei giovani hanno chiesto a gran voce che il progetto finale della Convenzione sia sottoposto comunque alla ratifica di tutti i cittadini europei mediante un referendum europeo, da svolgersi nello stesso giorno delle elezioni europee del 2004. La Costituzione dovrà entrare in vigore qualora sia ratificata da una maggioranza di cittadini in una maggioranza di Stati; gli Stati che non l’avranno ratificata potranno negoziare con l’Unione uno status che garantisca i loro diritti, e potranno aderirvi successivamente in qualsiasi momento. Questo sarà il vero atto fondativo di una nuova Europa, capace di rispondere ai desideri degli europei.

Abbiamo seguito con enorme interesse il Social Forum Europeo di Firenze che si è svolto tra il 6 e il 10 novembre 2002. Decine di migliaia di europei, in grandissima parte giovani, rappresentanti di tutte le istanze della società civile europea, si sono riuniti per affermare che «un’altra Europa è possibile». Vi è tuttavia una debolezza in coloro che domandano «un’altra Europa»: essi non hanno individuato l’interlocutore al quale rivolgersi. Chiudendo le porte ad una politica troppo spesso nemica, le donne e gli uomini del Social Forum si sono relegati nell’universo della protesta, che rischia di rimanere inascoltata, o di degenerare nelle forme violente che abbiamo conosciuto.

In questo modo un’altra Europa resterà impossibile. Vi è un solo interlocutore al quale rivolgere questa domanda, ed è la Convenzione europea, nata proprio con il compito di tracciare le linee fondamentali di «un’altra Europa». Essa ha bisogno della mobilitazione dei cittadini europei, e i cittadini hanno bisogno della sua attenzione. La sfida è urgente, inderogabile. I nemici, ovvero i difensori dello status quo, sono tanti, subdoli e forti. Chiunque abbia a cuore il proprio futuro deve contribuire a costruire l’alleanza tra la Convenzione e i cittadini. Per ottenere che l’ «altra Europa» sia per la prima volta l’Europa dei cittadini. Per scongiurare il rischio che sia costruita, per l’ennesima volta, sopra le loro teste. Questa è la grande sfida della politica europea: come giovani europei faremo ogni sforzo perché possa essere vinta.

Un’altra grande sfida di fronte a noi è quella rappresentata dal dubbio circa la legittima rappresentatività dei nostri contributi elaborati nel corso di questi mesi. È un’annosa questione, che ci investe ogni qual volta le organizzazioni giovanili, il settore giovanile della società civile in generale, vengono coinvolte in un processo politico teso a raccogliere le indicazioni dei giovani nel merito. Sia il mondo politico che quello dei media si pongono il seguente interrogativo: vale la pena investire energie e risorse nel tentativo di coinvolgere le giovani generazioni nei dibattiti politici attuali? Il dubbio è lecito, ma la risposta è molto spesso errata. Ci si arrende infatti di fronte alla complessità della galassia giovanile, alla molte facce che essa presenta, alla difficoltà di trovare una definizione unica e un’unica soluzione ai suoi problemi, e si ritiene allora inutile anche solo cercare un dialogo costruttivo con chi è impegnato insieme ai giovani, con chi con i giovani vive esperienze formative comuni, con chi è in ultima istanza giovane attivo nella società e convinto di avere un ruolo da giocare, poiché queste vengono considerate esperienze minoritarie e marginali. Ciononostante si continua a parlare di giovani e del loro disagio nella società odierna. Credo allora di potermi legittimamente chiedere se i giovani siano davvero una priorità politica o se non siano piuttosto una priorità retorica.

Un simile interrogativo, per quanto provocatorio, coglie l’essenza della questione giovanile in un ottica politica. Pur essendo tutti concordi nel riconoscere l’evidente dato che il futuro vedrà protagonisti coloro che oggi sono giovani, molti cadono nel drammatico errore di relegare le giovani generazioni in un ruolo da svolgere solo nel prossimo futuro, sono pochi invece coloro che credono in un investimento nel loro coinvolgimento sin da ora: è ciò che si decide oggi a condizionare l’avvenire, ma decidere dell’assetto futuro di una società senza il contributo dei suoi giovani è come costruire un palazzo senza le sue fondamenta.

L’Unione europea rappresenta un esempio positivo poiché ha investito negli anni nella creazione delle basi per una stabile collaborazione nel campo delle politiche di gioventù, riconoscendo nel Forum Europeo della gioventù uno dei suoi partner privilegiati.5 Non sempre però i governi nazionali sono inclini a seguire il buon esempio europeo, l’Italia in particolare merita una riflessione a parte. Siamo infatti l’unico Stato membro a non essersi dotato di uno strumento di consultazione dei giovani quale il Consiglio nazionale delle organizzazioni giovanili. Nonostante i tentativi operati in questo senso dal ministro Turco nel corso della passata legislatura, e nonostante gli appelli lanciati in questi anni dal nostro presidente della repubblica Ciampi che spesso ribadisce la necessità di un maggiore un coinvolgimento delle giovani generazioni nella società, nel nostro paese non sembra possibile raggiungere un comune accordo sulla costituzione di questo organo di rappresentanza giovanile. La creazione di un Consiglio nazionale dei giovani, mirato alla partecipazione dei rappresentanti delle organizzazioni giovanili nei processi decisionali che riguardano direttamente il settore delle politiche di gioventù, dovrebbe rispondere invece a una comune necessità politica. Da una parte, ritenere che la rappresentanza dei giovani si esaurisca nella sua totalità tramite gli strumenti offerti dalle organizzazioni non governative di gioventù, è una pretesa lontana dalle cifre offerte dalle ricerche dell’eurobarometro in materia di partecipazione attiva dei giovani alla vita politica. Da un’altra, utilizzare tale argomento per non riconoscere alcuno status di rappresentatività a chi raccoglie attorno a sé e fa partecipare alle proprie attività milioni di giovani a livello europeo, centinaia di migliaia a livello nazionale, è alquanto miope.

Smettiamola dunque di interrogarci tanto sull’apatia e sulla disaffezione dei giovani, poiché simili fenomeni sono frutto di un approccio meramente retorico alla questione giovanile che esprime in sostanza il disinteresse politico da parte dei partiti e delle istituzioni. Riempire pagine di giornali e servizi televisivi ripetitivi e inconcludenti sull’argomento risulta essere un esercizio vuoto ed inutile, quando siamo tutti in grado di riconoscere che si preferisce considerare la gioventù più interessante come target commerciale che come un soggetto con caratteristiche sociali e politiche. Si dovrebbe invece dare visibilità a quel settore della vita associativa, del volontariato, che nel nostro paese, affianco alla militanza dei giovani nei partiti politici ha una grande tradizione. Perdere di vista questi elementi significa ipotecare seriamente la possibilità di formare negli animi delle giovani generazioni quel fondamentale sentimento di cittadinanza attiva che è base e garanzia della stabilità nel futuro degli ordinamenti democratici. È proprio in questa direzione che si articola la richiesta della Convenzione Europea di includere nella proposta di testo costituzionale un esplicito riferimento alla gioventù e al suo ruolo nella società europea, abbiamo il bisogno di vedere garantita su basi giuridiche la nostra specificità. È importante per noi ora, è essenziale per chi verrà domani. Le Convenzioni dei giovani cui abbiamo fatto riferimento sono un esempio di quanta passione dedichiamo alle questioni che riguardano il nostro futuro e per quanto, come abbiamo già riconosciuto, non tutti i giovani si lascino facilmente impegnare in questi dibattiti, noi abbiamo l’aspirazione di voler rappresentare anche i loro interessi e bisogni. Dare voce alle opinioni dei giovani è un compito difficile, ma questa difficoltà non può e non deve essere considerata un ostacolo, deve al contrario servire da stimolo per continuare a riflettere sulle ragioni politiche che motivano l’organizzazione di consultazioni giovanili e a moltiplicare queste iniziative con l’obiettivo di raggiungere il maggior numero di ragazze e ragazzi che aspettano solo di essere considerati cittadini europei a pieno titolo.

 

 

Bibliografia

1 Progetto preliminare di trattato costituzionale, CONV 369/02.

2 Per l’Unione europea. Pace, Libertà e Solidarietà, COM (2002) 728 def.

3 Cfr. nell’annesso IV al Trattato di Nizza.

4 V. Giscard d’Estaing, La nuova Europa si baserà sull’equilibrio tra popoli e Stati, in «La Stampa», 14 gennaio 2003.

5 Il Forum europeo della gioventù è un’organizzazione giovanile internazionale composta dai Consigli nazionali della gioventù (presenti in 35 paesi europei) e da cinquanta organizzazioni internazionali non governative. Il suo obiettivo è rappresentare gli interessi dei giovani che vivono in tutta Europa, per migliorarne le condizioni sociali e promuoverne la partecipazione politica. È la piattaforma paneuropea di organizzazioni giovanili riconosciuta dall’Unione europea, il Consiglio d’Europa e le Nazioni Unite.

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