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Giochi di guerra? Calcio, Europa, integrazione

Written by Antonio Missiroli Wednesday, 01 January 2003 02:00 Print

Tom Friedman, noto editorialista del «New York Times», ha scritto qualche tempo fa un articolo sull’allargamento della NATO in cui, fra molte altre cose, spiccava una considerazione apparentemente marginale. Spiegando come, in realtà, esistessero oramai nel mondo diversi tipi di coalizione a seconda dell’intensità e dei rischi delle eventuali missioni – via via più ristrette quanto più il gioco si fa duro (the going gets tough, come nella celebre gag dei «Blues Brothers») – Friedman osservava come, in tempi di guerra o quasi, il nucleo di forze davvero capaci di farvi fronte si restringesse più o meno a quattro paesi: i tre anglofoni Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, e la Francia, partner tanto coriaceo in tempi di pace quanto affidabile in tempi di guerra.

 

Tom Friedman, noto editorialista del «New York Times», ha scritto qualche tempo fa un articolo sull’allargamento della NATO in cui, fra molte altre cose, spiccava una considerazione apparentemente marginale. Spiegando come, in realtà, esistessero oramai nel mondo diversi tipi di coalizione a seconda dell’intensità e dei rischi delle eventuali missioni – via via più ristrette quanto più il gioco si fa duro (the going gets tough, come nella celebre gag dei «Blues Brothers») – Friedman osservava come, in tempi di guerra o quasi, il nucleo di forze davvero capaci di farvi fronte si restringesse più o meno a quattro paesi: i tre anglofoni Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, e la Francia, partner tanto coriaceo in tempi di pace quanto affidabile in tempi di guerra. I quattro paesi avrebbero diverse cose in comune, a cominciare dal fatto che sono potenze marittime, abituate a trasportare le proprie truppe e a farle combattere lontano dai confini nazionali e con lo «spirito» necessario. Non a caso, concludeva, sono tutti paesi con una forte tradizione sportiva di giochi di squadra in cui il successo dipende dalla capacità di far male all’avversario, sia pure rispettando certe regole: il rugby e il football americano.1 Del resto, sulla stampa di «oltre Atlantico» non sono certo mancate, nei mesi seguenti, le analogie fra l’escalation con l’Iraq e il Superbowl, la finalissima del campionato NFL. E nell’inglese parlato negli Stati Uniti playing hard ball significa appunto giocare duro, senza troppi scrupoli, per ottenere un risultato.

La metafora della rubgy league è però vera soltanto in parte, almeno per quanto riguarda i suoi membri europei. Nato e sviluppatosi fra le élite inglesi – per poi evolvere in qualcosa di diverso nel Nuovo Mondo2 – il rugby è diventato sport davvero popolare soprattutto in funzione anti-inglese, come veicolo di identità nazionale o regionale (Galles, Scozia, Irlanda), e in alcune aree dell’Impero britannico (Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica).3 In Francia, si è radicato quasi esclusivamente in alcune regioni del paese (il Midi e il Sud-Ovest) ed è diventato un veicolo di grandeur nazionale di fronte, appunto, agli Anglo-Saxons – a cominciare dal Torneo delle cinque (ora sei) nazioni – ma l’autentico sport nazional-popolare francese del XX secolo è stato il ciclismo.

Oggi, tuttavia, l’attività più seguita anche in Francia e Gran Bretagna, e la competizione le cui regole sono diventate metafore linguistiche, giornalistiche e politiche è senz’altro il calcio (che gli americani chiamano invece soccer). È ormai lo sport più europeo – per origini, diffusione, mercato, innovazione tecnica – e allo stesso tempo più globale: come ha scritto anni fa Dominique Moisi, è lo sport che unifica l’impero ma in cui l’imperatore (gli Stati Uniti) gioca un ruolo quasi marginale. I migliori talenti dei paesi meno sviluppati militano ormai tutti nei campionati continentali, in una specie di foot drain che fa seguito al più noto brain drain dei decenni scorsi.4 Ma non è solo sfruttamento, e non è una strada a senso unico, come hanno dimostrato nel giugno scorso le manifestazioni di gioia nelle strade di Parigi quando il Senegal (allenato da un tecnico francese e composto di giocatori quasi tutti tesserati da club francesi) sconfisse i campioni del mondo uscenti (a loro volta quasi tutti tesserati all’estero) nella partita inaugurale della Coppa del mondo. Le emergenti squadre nazionali asiatiche hanno tecnici europei e inviano i loro giocatori più promettenti nei club del nostro continente, spesso coprendone le spese e garantendo ricche sponsorizzazioni. E proprio la Coppa del mondo disputata in Giappone e Corea del Sud nel 2002, la prima a non essere stata organizzata in Europa o nelle Americhe, è stata un festival della globalizzazione calcistica – nel bene e nel male.

Certo, furono le élite commerciali britanniche a diffondere il gioco del calcio prima in Europa poi nel mondo. Ma ben presto le diverse culture nazionali si appropriarono del beautiful game dando vita a tradizioni e stili di gioco del tutto peculiari e distintive, destinate a diventare a loro volta forme di identità collettiva.5 Anche l’appeal sociale del calcio è stato a lungo diverso: sport di gentlemen all’inizio – i primi vincitori della Coppa d’Inghilterra, negli anni Settanta dell’Ottocento, furono Oxford e Eton – diventò presto il passatempo preferito dei ceti popolari (artigiani e operai) del Nord minerario e industriale e dei grandi agglomerati urbani, le cui squadre hanno a lungo dominato la scena. Vigore atletico e combattività ne caratterizzavano il gioco, quel kick and run che non è del resto ancora scomparso dai mitici stadi britannici, essi stessi veri e propri templi dell’appartenenza (Anfield Road, Old Trafford, Elland Road, Villa Park, Highbury, Stamford Bridge). I ceti superiori si rivolsero allora ad altri sport: atletica, canottaggio, lo stesso rugby – i più praticati nei college – ma anche tennis e soprattutto cricket, manifestazione per antonomasia dell’impero, dei suoi valori, delle sue gerarchie e del suo assetto territoriale. La celebre definizione del rugby come sport per hooligans giocato da gentlemen, e del calcio come sport per gentlemen giocato (e seguito) da hooligans risale, del resto, all’inizio del XX secolo.6

L’evoluzione sociale e regionale del calcio sul continente europeo non è stata molto diversa. Culle del calcio tedesco sono state le città anseatiche e il bacino della Ruhr, mentre la Baviera sarebbe emersa solo con l’industrializzazione di questo dopoguerra.7 In Europa centrale, la cosiddetta scuola «danubiana» degli anni Venti e Trenta fu soprattutto un prodotto dei club delle tre capitali Vienna, Praga e Budapest, dove oltre all’eccellenza tecnica si coltivavano anche le prime forme di professionismo (poi esportate anche in Italia). In Spagna, all’egemonia castigliana/centralista del Real Madrid si sono a lungo opposti la dinamica e cosmopolita Barcellona e il Nord minerario basco e asturiano: per molti catalani, la vera fine del franchismo fu simbolicamente celebrata con la vittoria 5-0 degli azulgrana sul Real – al Santiago Bernabeu, nella primavera del 1974 – con una tripletta segnata da un certo Johan Cruyff.8 In Olanda e in Belgio, come in Portogallo, sono stati i porti e le miniere a diventare i poli calcistici. In Scandinavia si è imposto il modello inglese. E in Italia, ovviamente, il campionato è stato quasi sempre dominato dai club del vecchio triangolo industriale, con tifoserie cittadine divise – come a Londra, Manchester, Liverpool, e Glasgow – lungo più o meno complesse linee sociali e culturali:9 Roma ha vinto il suo primo scudetto solo durante il regime fascista, Napoli solo una ventina di anni fa. Perfino in Francia è stato soprattutto nel Nord minerario a contatto col Belgio (Lens, Reims) che si è sviluppato le foot, mentre il dominio del rugby nelle regioni vicine a Spagna e Italia e l’assenza di un grande club parigino come catalizzatore/antagonista hanno a lungo costretto le squadre francesi ad un’esistenza marginale: l’unica grande star del calcio nazionale (prima di Michel Platini) è stata Raymond Kopa, emigrato polacco destinato poi ad emigrare di nuovo, in Spagna, per lavoro.10 Solo la nascita di due grandi club metropolitani sostenuti da solidi interessi privati – Paris SG e Olympique Marseille – ha definitivamente lanciato il calcio francese a livello europeo.

In Unione Sovietica, dove Stalin (egli stesso praticante, da ragazzo, nella nativa Georgia) riteneva che il gioco fosse utile alla morale comunista, la pratica del calcio fu inizialmente collegata ai diversi elementi dello Stato, espandendosi poi anche nel resto dell’Europa controllata da Mosca: così, Dinamo era la squadra del ministero dell’Interno (e del KGB, della Stasi, della Securitate), Stella Rossa quella dell’esercito, Torpedo quella dell’industria automobilistica, Lokomotiv dell’industria ferroviaria, e Rapid quella dei sindacati ufficiali. Solo lo Spartak di Mosca, fondato negli anni Venti dalle cooperative private, avrebbe a lungo mantenuto un’aura di indipendenza e quasi di fronda, che lo ha reso sempre popolare fra gli intellettuali e i giovani della capitale, mentre nelle repubbliche non russe i club principali sono presto diventati dei simboli di identità nazionale o regionale: dalla leggendaria Dinamo Kiev (Ucraina) alla Dinamo Tbilisi (Georgia), dalla Dinamo Minsk (Bielorussia) fino all’Ararat Erevan (Armenia).11

Popolare, e perfino un poco proletario, il calcio europeo lo è diventato subito, allargandosi poi (come in America Latina) ai ceti medi12 e conquistando gli intellettuali, a cominciare dagli scrittori.13 Le stesse storie di guerra e di pace legate al gioco – a cominciare dalla famosa partita fra soldati nemici, il giorno di Natale del 1915, nella terra di nessuno fra le trincee del fronte occidentale14 – ne sono una prova indiretta. A renderlo tale contribuirono anche le prime competizioni internazionali fra le due guerre: fra club (la Mitropa Cup, innanzitutto) e fra nazionali, a cominciare dalla Coppa Rimet. La stampa, la radio e poi la televisione – il primo match trasmesso in via sperimentale, dalla BBC nel 1936, fu Everton-Arsenal – la stessa retorica e propaganda nazionalista contribuirono molto a diffonderlo, mentre la semplicità dell’equipaggiamento e delle regole lo rendeva accessibile a tutti i ceti sociali.

Calcisticamente, l’Europa presa nel suo insieme è sempre stata una superpotenza, capace di dettare le sue regole e i suoi standard al mondo esterno. Ma anche in Europa – come nelle Americhe, dove si è anche svolta la prima e finora unica guerra innescata da una partita di calcio (fra Honduras e El Salvador, nel 1969) – nel calcio e attraverso il calcio si sono sviluppate rivalità nazionali leggendarie, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, e quasi tutte centrate sulla Germania (occidentale): Inghilterra, Italia, Francia, Olanda hanno tutte avuto una loro «questione tedesca» da risolvere, fra nazionali di calcio, ma anche ungheresi, cechi e danesi non ne sono stati esenti. Per i tedeschi, la fine del dopoguerra vero e proprio fu marcata dall’ingresso nella CECA e nella NATO, ma anche dalla vittoria sull’Ungheria ai mondiali svizzeri (1954), simbolo del wir sind wieder wer di quegli anni, a cui Rainer Werner Fassbinder dedicò la memorabile scena finale del suo «Matrimonio di Maria Braun».15 Il secondo titolo mondiale fu vinto nell’anno del lancio del Modell Deutschland in economia, in casa propria ma dopo una clamorosa sconfitta nell’unico match mai giocato contro l’«altra» Germania (1974). Il terzo nell’annus mirabilis dell’unificazione, in Italia (1990): nell’accogliere in patria i neocampioni, il Cancelliere Kohl paragonò le qualità che avevano fatto vincere la squadra a quelle che avevano aiutato la Germania postbellica a risorgere dalle rovine della guerra nazista.16 Per i britannici, la retorica sulla vittoria nella finale di Wembley del 1966 è stata semmai accentuata dai tanti rovesci calcistici subiti successivamente ad opera dei tedeschi. Alla vigilia della semifinale europea del 1996 il «Times» titolava, parafrasando von Clausewitz, Football: a continuation of war by other means. Per gli olandesi, la presunta ingiustizia della finale mondiale del 1974 è stata vendicata solo (e solo in parte) con la vittoria ai campionati europei del 1988, sempre in terra tedesca. Per gli italiani, nulla definisce l’immaginario e l’identità collettiva di intere generazioni come due partite mondiali contro la Germania, nel 1970 e nel 1982. Per i francesi, il solo rammarico nel trionfo dei Bleus nella Coppa del mondo del 1998 – un trionfo contrassegnato in positivo anche dal carattere spiccatamente multietnico della squadra nazionale – è di non aver potuto battere anche la Germania, vendicando così le due semifinali del 1982 e 1986. Per cecoslovacchi e danesi, aver battuto in finale proprio i tedeschi ha rappresentato una soddisfazione supplementare e speciale nei loro successi europei, rispettivamente, del 1976 e 1992.

Di questa valenza metaforica del calcio guerreggiato17 c’è, purtroppo, anche un lato più oscuro, meno sublimato: quello degli hooligans, non solo britannici, che hanno afflitto le edizioni più recenti dei campionati europei, naturalmente. Ma anche quello delle crisi delle comunità nazionali dopo la fine della guerra fredda. Il «divorzio di velluto» fra cechi e slovacchi, nel 1993, è stato preceduto anche da frequenti risse fra i tifosi dello Sparta Praga e quelli dello Slovan Bratislava, noti anche per le aggressioni nei confronti dei sostenitori del Ferencvaros di Budapest, che lo stesso ex primo ministro Vladimir Meciar definì un sano «avvertimento» all’intera diaspora magiara in Europa centrale. E la dissoluzione dell’ex Jugoslavia è quasi cominciata allo stadio, il 13 marzo 1990, in occasione della partita fra la Dinamo di Zagabria e la Stella Rossa di Belgrado, contrassegnata da scontri violentissimi fra le tifoserie in cui rimasero ferite oltre sessanta persone, metà dei quali poliziotti. Zeljko Raznatovic, meglio conosciuto in seguito come comandante «Tigre» Arkan, iniziò la sua carriera di signore della guerra serbo proprio quel giorno, mentre molti dei Bad Blue Boys della Dinamo – poi ribattezzata «Croazia» Zagabria proprio dal presidente Franjo Tudjman – sarebbero diventati comandanti militari nell’esercito croato. Nel settembre successivo, durante un match fra l’Hayduk di Spalato e il Partizan di Belgrado, i tifosi di casa invasero il campo e bruciarono la bandiera jugoslava. La cancellazione anticipata del campionato federale 1990/91 precedette così di pochi mesi la fine della Repubblica stessa: curiosamente, le prime sanzioni contro il paese sarebbero quelle dell’UEFA, che prima impedì lo svolgimento di partite internazionali su suolo jugoslavo, poi escluse la nazionale – che si trovava già in Svezia per gli allenamenti – dai campionati europei del 1992.18

Ma c’è, naturalmente, anche un’altra prospettiva da cui guardare il rapporto fra calcio e dinamiche europee. Dopo la seconda guerra mondiale, come non si stanca di spiegare Alan Milward, i primi contatti bi e multilaterali fra gli ex belligeranti europei sono stati stabiliti nel calcio e attraverso il calcio. L’UEFA nacque da un’iniziativa franco-belga-italiana nel 1954, poco dopo la nascita della CECA. Curiosamente l’anno dopo – in tacita sintonia con la decisione del Foreign Office di inviare un semplice osservatore alla Conferenza di Messina che pose le basi della Comunità economica europea – la Football Association impedì la partecipazione del Chelsea vincitore del campionato alla prima edizione della Coppa dei campioni perché avrebbe sconvolto il calendario annuale della Lega. Ma l’UEFA in quanto tale sarebbe invece sempre stata all’avanguardia del processo di integrazione, passando dai venticinque membri iniziali agli oltre cinquanta di oggi, e aprendo presto le porte dei suoi tornei prima ai paesi dell’Est europeo, poi anche a Turchia, Cipro, Malta, Israele e, ora, perfino alle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. È esistita e ha funzionato, insomma, non solo una diplomazia del calcio (non dissimile, in questo, da altri sport di massa), ma anche una certa integrazione pan-europea, capace di anticipare e perfino preparare sviluppi extra-sportivi: per fare un esempio, la collaborazione transnazionale fra servizi di polizia che è poi sfociato in Europol è iniziata negli anni Ottanta con la prevenzione della violenza negli stadi, il monitoraggio degli hooligans, e la coordinazione degli interventi.

È evidente tuttavia che, a partire dal decennio scorso, il calcio in generale e il calcio europeo in particolare sono cambiati in modo strutturale. Il fattore che ha innescato il mutamento è stata, ancora una volta, la televisione, in particolare la tv via cavo e via satellite. Nel 1992 la Football Association britannica e lo Sky Sports Channel di Rupert Murdoch annunciarono un accordo rivoluzionario in base al quale la rete otteneva l’esclusiva delle dirette televisive delle partite della Premier League inglese. Il denaro incassato e «girato» ai club avrebbe permesso la modernizzazione degli stadi e il rafforzamento delle squadre, rilanciando e soprattutto «europeizzando» un calcio rimasto ancora troppo legato alle proprie tradizioni.19 Ma il contratto di Sky avrebbe fatto scuola anche altrove, generando risorse supplementari per molti club e federazioni in tutto il continente. Un effetto importante è stato l’adattamento delle regole e dei tornei stessi agli imperativi dello spettacolo televisivo, in modo non troppo dissimile da quanto accade o è accaduto in altro sport. Più rapidità, più attacco, meno pareggi, più schemi, meno tatticismi, e soprattutto molte più partite e perciò più giocatori. L’evoluzione è, probabilmente, ancora incompleta, soprattutto per quanto riguarda gli arbitraggi e il rapporto fra la dimensione europea e quella nazionale delle competizioni. La Coppa dei campioni è diventata Champions League, e attorno ad essa si è perfino creato un «club dei club» più ricchi e influenti, il cosiddetto G-14, che ricorda altri raggruppamenti di élite della politica mondiale. Il formato (numero di partecipanti) e la sede (potenzialità di mercato) dei campionati mondiali sono sempre più influenzati da considerazione di carattere commerciale, come si è visto nel 1994 (Stati Uniti), 2002 (Asia) e, presumibilmente, 2010 (Sudafrica?).

A ciò si aggiunga la sentenza Bosman del 1995, con cui la Corte europea di giustizia del Lussemburgo ha liberalizzato il mercato intraeuropeo dei trasferimenti applicandovi le regole del mercato unico. Unita ai consueti stratagemmi legali (i doppi passaporti per i giocatori latinoamericani o delle ex colonie europee), alle occasionali truffe (forme nascoste di immigrazione illegale) e al dinamismo finanziario del settore (che ha portato alla quotazione in borsa di diversi club), la sentenza20 ha innescato una piccola rivoluzione nel prodotto-calcio: il settore è diventato un’industria, le squadre imprese, i giocatori assieme impiegati e divi, i tifosi clienti e consumatori. Il Manchester United è oggi, a tutti gli effetti, un’impresa globale, senza peraltro aver del tutto perso il suo radicamento cittadino, regionale, nazionale. Alcuni grandi club europei schierano squadre in cui i «nazionali» del paese ospite sono spesso un’esigua minoranza, ma non sembrano per questo subire un’emorragia di tifosi. Nello stesso tempo, infatti, prodotti e produttori non vanno valutati soltanto in base a criteri commerciali ma anche di comunicazione e immagine. Di qui il rapporto esasperato con i media e le relazioni con la sfera pubblica, e perfino politica. L’Italia può essere un caso-limite, ma non mancano altri esempi: dalla Germania, dove l’ex manager del Werder Brema Willi Lehmke è diventato senatore per lo sport nella città-Land; al Belgio, dove il capitano della nazionale (e dello Schalke 04) Marc Wilmots dovrebbe entrare al Senato, fra due mesi, nelle liste dei liberali francofoni. Senza contare la presenza sempre più assidua di sindaci, leader, ministri, capi di Stato e di governo ai match delle squadre più seguite. D’altra parte, lo sport – già incluso in una Dichiarazione ad hoc annessa al Trattato di Nizza da poco entrato in vigore – dovrebbe trovare posto nel «Trattato Costituzionale» preparato dalla Convenzione sul futuro dell’Europa, e norme più specifiche per il calcio essere elaborate in sede più propriamente normativa. Fra queste potrebbe finire per trovarsi anche una specie di clausola di «eccezione culturale» in base alla quale ogni club dovrebbe schierare, quanto meno nella formazione iniziale di ogni partita, una quota minima di giocatori (sei) selezionabili dalla squadra nazionale del paese in cui risiede, a tutela insomma tanto dei vivai nazionali quanto dei tifosi/consumatori. D’altra parte, tutte queste sono tendenze, norme e regole già applicate anche al rubgy e ancor più al football americano tanto cari a Tom Friedman.

 

 

 

Bibliografia

1 T.L. Friedman. A new military alliance, NASTY, already works, in «International Herald Tribune», 18 novembre 2002, p. 6.

2 Sull’evoluzione degli sport negli Stati Uniti (e sul mancato radicamento del calcio) si veda A.S. Markovits, S.L. Hellerman, Offside: Soccer and American Exceptionalism, Princeton University Press, Princeton 2001.

3 M. Johnson, D. Norrie, Rugby and All That, Hodder & Stoughton, London, 2000. Sul Torneo delle cinque/sei nazioni cfr. H. Richards, When Six Tribes Go to War, «Financial Times», weekend edition, 3-4 Febbraio 2001, p. 22.

4 P. Boniface, La terre est ronde comme un ballon. Géopolitique du football, Seuil, Paris, 2002.

5 R. Giulianotti, J. Williams (a cura di), Game without Frontiers: Football, Identity and Modernity, Arena, Aldershot 1994. Affascinante la storia dell’assimilazione del calcio in America Latina, influenzata anche dalle prime turné organizzate negli anni Trenta dagli allora ricchi club mitteleuropei: cfr. A. Hamilton, An Entirely Different Ball Game, Mainstream, Edinburgh 1998; e A. Bellos, Futebol: Soccer the Brazilian Way, Bloomsbury, London 2002.

6 R. Holt, Sport and the Working Class in Modern Britain, Manchester University Press, Manchester 1990.

7 S. Gehrmann, Fussball, Vereine, Politik. Zur Sportgeschichte des Reviers 1900-1940, Hobbing, Essen 1988.

8 G. Colomé, Conflits et identités en Catalogne, «Le Monde Diplomatique», 39, maggio-giugno 1998, pp. 57-59; e sul calico spagnolo e la nazionale J. Carlin, A Red Flag to Raul, «The Observer», 9 giugno 2002, p. 9.

9 Si veda l’analisi di R. Mannheimer, Tifo e politica – l’Italia trasversale, «Corriere della Sera», 4 novembre 1996, p. 12.

10 A. Wahl, Les archives du football. Sport et societé en France 1880-1980, Gallimard, Paris 1989.

11 La Dinamo Kiev divenne prima di tutto un mito antifascista: i suoi giocatori, obbligati al lavoro nelle fabbriche durante l’occupazione nazista, furono costretti a giocare una serie di partite contro squadre della Wehrmacht e, malgrado le intimidazioni ricevute, ne vinsero alcune, incoraggiando la resistenza. Accusati di sabotaggio, morirono di stenti in prigionia, mentre il capitano della squadra fu fucilato (ma ottenne di indossare la sua maglia rosso-verde), cfr. A. Dougan, Dynamo: Defending the Honour of Kiev, Fourth Estate, London 2001. Divenne poi, soprattutto sotto la guida di Valeri Lobanovski, una specie di club sovietico d’avanguardia.

12 P. Lanfranchi, Il calcio e il suo pubblico, ESI, Napoli 1992.

13 Soprattutto nell’universo ispanico, ovviamente, da Eduardo Galeano a Manuel Vazquéz-Montalbàn. Perfino Jean-Paul Sartre ha trattato il calcio nella sua Critique de la raison dialectique (1960), Albert Camus fu un praticante attivo e appassionato (come Pier Paolo Pasolini), mentre Louis-Ferdinand Céline e Peter Handke hanno dedicato splendide pagine, per esempio, alla solitudine dei portieri. Ma ad elevare la passione per il gioco a genere letterario è stato soprattutto Nick Hornby, a partire dal suo Fever Pitch (Febbre a 90, Guanda, Pavia 1992). Cfr. P. Delbourg, B. Heimermann (a cura di), Football et littérature, Stock, Paris 1998.

14 L’ultimo reduce di quel match (giocato, pare, 40 contro 40) è morto poco più di un anno fa: cfr. Bertie Felstead, «The Economist», 4 agosto 2001, p. 71. Ma episodi analoghi, legati anche al secondo conflitto mondiale, sono raccontati in S. Kuper, Ajax, the Dutch, the War: Football in Europe During the Second World War, Orion, London 2002.

15 Il tecnico della nazionale tedesca era lo stesso Sepp Herberger che aveva allenato la squadra durante l’era nazista, e che aveva escluso dalla selezione per la partita decisiva con la Svizzera ai mondiali del 1938 (poi perduta) il leggendario centravanti austriaco Sindelar perché ebreo. Cfr. J. Leinemann, Sepp Herberger. Ein Leben, eine Legende, Rowohlt, Berlin 1997; M. Horeni, In ihrer Trainern kann man sie erkennen – Die Deutschen und ihre Fussball-Kanzler, «Frankfurter Allgemeine Zeitung», 11 settembre 1998.

16 G. Nonnenmacher, Fussball Völkerkündlich, «Frankfurter Allgemeine Zeitung», 2 luglio 1996. Si veda anche A. Sonntag, Un miroir des vertus allemandes, «Le Monde Diplomatique», 39, maggio-giugno 1998, pp. 60-62.

17 Cfr. S. Kuper, Football Against the Enemy, Orion, London 1994. Cfr. Anche I. Ramonet. Le football – c’est la guerre, «Le Monde Diplomatique», 39, maggio-giugno 1998, pp. 16-18.

18 I. Colovic, Nationalismes dans les stades en Yougoslavie, «Le Monde Diplomatique», 39, maggiogiugno 1998, pp. 54-55.

19 Sull’europeizzazione del calcio inglese – allenatori, giocatori, stile, pubblico – cfr. S. Kuper, European Goal, «Prospect», luglio 2000, pp. 24-27.

20 Un effetto moltiplicatore delle sentenza Bosman potrebbe essere presto innescato da una sentenza del Consiglio di Stato francese del dicembre 2002 che riconosce lo status comunitario, a fini sportivi, alla giocatrice di basket polacca Lilia Malaja in quanto il suo paese ha un accordo d’associazione con l’Unione Europea. Applicata al calcio, e tenendo conto non solo dell’ormai prossimo allargamento dell’Unione ma anche d’altri accordi simili siglati da Bruxelles, la sentenza potrebbe dissolvere quello che resta in materia di disciplina del mercato calciatori. Si veda l’intervista preoccupata del presidente della FIFA Blatter a «Le Monde», 21 gennaio 2003, p. 22.

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