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Contro l'estremismo islamico, gli Stati Uniti scelgano la forza della democrazia

Written by Steven J. Nider Wednesday, 01 January 2003 02:00 Print

Una contraddizione molto grave incombe sulla guerra che l’America sta muovendo contro il terrorismo. Il presidente Bush ha lanciato questa offensiva in nome della libertà e della democrazia; ciononostante egli insiste nell’intrattenere stretti legami con i governi arabi meno democratici del mondo, come l’Arabia Saudita e l’Egitto. Ma questo doppio criterio, ereditato dalla diplomazia della guerra fredda, rischia di pregiudicare un obiettivo cruciale degli americani: conquistare la fiducia del mondo musulmano.

 

Una contraddizione molto grave incombe sulla guerra che l’America sta muovendo contro il terrorismo. Il presidente Bush ha lanciato questa offensiva in nome della libertà e della democrazia; ciononostante egli insiste nell’intrattenere stretti legami con i governi arabi meno democratici del mondo, come l’Arabia Saudita e l’Egitto. Ma questo doppio criterio, ereditato dalla diplomazia della guerra fredda, rischia di pregiudicare un obiettivo cruciale degli americani: conquistare la fiducia del mondo musulmano.

Negli anni della guerra fredda, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si misuravano in una gara continua per aggiudicarsi nuovi alleati e ampliare la loro influenza sul petrolio medio-orientale. Allora, il nostro obiettivo principale non era affermare i principi democratici occidentali nella regione ma tenere i paesi chiave dell’area lontani dal campo socialista. Oggi, il nostro interesse strategico coincide con la trasformazione di una cultura politica alla base di repressioni brutali, misere prospettive economiche, violenza ed estremismo, foriera di un profondo sentimento di odio nei confronti dell’America e della modernità stessa.

Gli Stati Uniti devono porre al centro della propria diplomazia in Medio Oriente una difesa coerente e forte dei valori democratici. In caso contrario, continueremo ad esporci alle accuse di ipocrisia, scagliate sia dai riformatori democratici della regione che dagli islamisti radicali, che strumentalizzano il sostegno americano a regimi autocratici e corrotti approfittandone per fini propagandistici. Una campagna in sostegno della democrazia dovrebbe iniziare con una forte pressione americana, condotta ai massimi livelli, sui cosiddetti alleati «moderati» nella regione, i quali tuttavia calpestano regolarmente diritti politici e civili fondamentali. In Egitto, uno dei più noti sostenitori del consolidamento della democrazia nel paese è stato condannato a sette anni di prigione per avere criticato pubblicamente l’amministrazione del presidente Hosni Mubarak. Saad Eddin Ibrahim, direttore dell’istituto Ibn-Khaldun del Cairo – un think tank che diffonde valori democratici – è stato accusato di offendere l’immagine dell’Egitto, di ricevere finanziamenti stranieri senza autorizzazione e di appropriazione indebita. In realtà l’unico crimine imputabile a Ibrahim era quello di aver messo allo scoperto alcuni brogli elettorali e di avere dichiarato che Mubarak – rieletto senza interruzione dal 1980 con una maggioranza del 97% – stesse preparando suo figlio a succedergli. Alcuni alti funzionari statunitensi hanno risposto all’arresto di Ibrahim con la minaccia di sospendere gli aiuti stranieri fino al suo rilascio. Tuttavia tale dichiarazione si è dimostrata un atto poco più che simbolico, non avendo in alcun modo messo a rischio il nucleo principale di aiuti che l’Egitto riceve dagli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti devono adottare un atteggiamento più trasparente in tema di democrazia. È tempo infatti che essi cessino di essere il baluardo di uno status quo ormai insostenibile in Medio Oriente e tornino ad agire da potenza rivoluzionaria. L’alternativa all’estremismo islamico e alla violenza non è più stabilità, ma maggiore democrazia. Dovremmo dunque riorientare gli aiuti americani, con meno sostegno ai governi dell’area e più risorse ai gruppi che lavorano per la difesa dei diritti umani, della promozione dei partiti politici, dello sviluppo di un sistema legale equo e giusto, favorendo la promozione di istituzioni civili indipendenti dal controllo dello Stato. Le vicende dell’ex blocco sovietico hanno dimostrato che il cambiamento è possibile anche nei regimi antidemocratici più intransigenti. La nazione araba e quella israeliana rispondono allo stesso profilo, poiché esse stentano ancora ad allinearsi con la tendenza mondiale verso l’adozione di riforme democratiche. Nel 2002 un rapporto elaborato dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, UNDP, in collaborazione con il Fondo arabo per lo sviluppo sociale ed economico, e appoggiato dagli intellettuali moderati arabi ha indicato nuovi determinanti elementi per la valutazione, in un’ottica araba, delle misure necessarie per sottrarre la regione alle minacce di antimodernità. «L’ondata di democrazia che ha trasformato la governance in quasi tutto il mondo ha raggiunto a fatica gli Stati arabi» affermava il rapporto. «Il deficit democratico mette a rischio lo sviluppo umano ed è una delle manifestazioni peggiori dell’arretratezza dello sviluppo politico». Inoltre, un rapporto della Freedom House, l’organizzazione con base a New York che monitorizza i diritti civili e politici, ha incluso l’Iraq, la Libia, l’Arabia Saudita e la Siria tra le dieci nazioni meno democratiche del mondo. La regione resta anche tra le più isolate economicamente. Fatta eccezione per le esportazioni di petrolio, sono infatti molto scarsi i contati commerciali con il resto dell’economia mondiale, e la maggior parte dei paesi della regione non aderisce alle istituzioni che promuovono l’integrazione economica.

Attraverso la pianificazione di un nuovo corso, gli Stati Uniti possono dimostrare ai popoli di tutto il mondo islamico che saranno in grado di appoggiare le loro aspirazioni di libertà e di migliorare la loro qualità di vita. Questi valori dovrebbero essere i presupposti alla base delle nostre alleanze e una delle condizioni fondamentali per orientare la nostra assistenza. Ed è fondamentale che gli aiuti americani sostengano l’istruzione, in particolare femminile, in tutto il mondo musulmano. Nonostante i recenti progressi, il rapporto dell’UNDP ha rilevato che in Medio Oriente le donne non godono degli stessi diritti legali e civili degli uomini, come spesso emerge dal diritto di voto e dalle norme dei diversi codici legali. La partecipazione politica ed economica tra le donne arabe resta la più bassa in tutto il mondo in termini quantitativi, e ciò è confermato dalla ridotta presenza femminile in parlamento, nelle istituzioni governative e in generale nel mondo del lavoro. La maggior parte delle donne non gode di uguali opportunità professionali e retributive, e ancora più della metà è analfabeta.

La decisione di condizionare gli aiuti americani alla liberalizzazione economica e politica aiuterebbe anche ad evitare i problemi che hanno reso vani i precedenti sforzi per sostenere lo sviluppo. Quello dello sviluppo non è più un tema percepito semplicemente in termini di trasferimento di risorse e competenze dai paesi ricchi ai paesi poveri. Non solo la capacità di governare e la cultura politica sono questioni indipensabili, ma sono addirittura imprescindibili per il progresso economico. Ciononostante gli Stati Uniti continuano a inviare in Egitto due miliardi di dollari all’anno, dei quali un miliardo e trecento milioni destinati all’assistenza militare. Questi aiuti non solo favoriscono un regime stagnante e corrotto, ma sono anche il motivo della rabbia di molti egiziani che auspicano invece cambiamenti e rivendicano il diritto a nuove speranze.

Ad eccezione di limitati tentativi di apertura politica registrati ad esempio in Giordania e in Libano, il mondo arabo non ha mai sostenuto una società aperta e democratica, ed è stata proprio la mancanza di aperture ad alimentare l’estremismo. Molti gruppi estremisti, come la Jihad islamica egiziana e Gamaa al Islamica sono stati fondati dopo che i governi hanno messo fuori legge e imprigionato decine di migliaia di membri della Fratellanza mussulmana fondata alla fine degli anni Venti. Lo scopo originale di Osama bin Laden e di molti altri leader terroristi era quello di rovesciare i governi arabi laici che essi accusano di essere corrotti dal denaro e dai valori occidentali. Una volta crollati i governi più moderati in Algeria e in Egitto ad esempio, gli estremisti islamici hanno riversato la loro ira sugli stranieri e, nel caso di bin Laden, sugli Stati Uniti.

Il rischio che aperture democratiche in Medio Oriente portino gli estremisti islamici al potere è un dato di fatto. In troppi paesi arabi, i radicali islamici rappresentano di fatto la sola forza di opposizione. Regimi largamente delegittimati e corrotti che fanno uso di forme aspre di repressione tendono a rafforzare la posizione dei vari bin Laden del mondo. Si potrà contare su una stabilità effettiva solo quando i cittadini saranno affrancati e potranno partecipare a un ordine politico ed economico aperto. E se i radicali islamici si troveranno a discutere con altri in un contesto democratico in cui le idee vengono liberamente espresse, difficilmente essi potranno avere la meglio sulla maggioranza moderata delle persone che in Medio Oriente, ed ovunque, è naturalmente contraria alla violenza e al terrorismo. Dovremmo abbracciare la causa di libere elezioni; scommettere sulla capacità della democrazia, più volte dimostrata, di contrastare gli estremismi, lasciando i cittadini dare voce alle loro richieste e cercare i rimedi politici adeguati. Le elezioni turche del 2002 hanno dimostrato che la democrazia può essere compatibile con le tradizioni musulmane. Contrariamente a ciò che spesso è stato scritto, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo ha ripudiato la tradizione politica islamista. Ha avanzato una piattaforma basata sull’integrazione della Turchia nell’Unione europea, promuovendo la democrazia e liberalizzando il sistema politico. Un’altra tendenza positiva è quella dell’Iran dove l’opinione pubblica mostra segni di insofferenza verso la teocrazia islamica e insiste nel chiedere maggiore libertà.

L’autorità morale dell’America continuerà ad erodersi finché gli estremisti potranno accusare gli Stati Uniti di appoggiare regimi repressivi. Dobbiamo fare leva sul considerevole arsenale di soft power – il valore della nostra economia, l’influenza della nostra cultura popolare, i nostri ideali democratici – per sostenere i popoli di questa regione ancora fortemente instabile. Nello stesso modo in cui i valori della società aperta hanno trionfato sui sogni collettivisti dei comunisti, la democrazia si dimostrerà nel tempo la più grande arma dell’America nella guerra al terrorismo1.

 

 

 

Bibliografia

1 Pubblicato in «Blueprint, the New Democrat Magazine», dicembre 2002.

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