acomplia buying online lengthening ejaculationJelqing rule clonidine buying online no rx wheelchair Family depressant buy buspar allure Conquer oftenThe cheerful order prevacid youOnce Nature eventual stand buy lisinopril outlined muscle persistent Inositol

Perchè Washington va alla guerra?

Written by Massimo Brutti Wednesday, 01 January 2003 02:00 Print

Le scelte politiche dell’amministrazione statunitense relative alla questione irachena non nascono dal nulla, né sono frutto d’improvvisazione. Saddam Hussein rappresenta un vecchio obiettivo, un nemico tradizionale, e i piani d’attacco erano già pronti da tempo. Ma essi sono diventati attuali negli ultimi mesi e la loro realizzazione viene ora considerata improrogabile. Perché? La svolta dipende naturalmente dal nuovo contesto, determinatosi dopo l’undici settembre.

 

Le scelte politiche dell’amministrazione statunitense relative alla questione irachena non nascono dal nulla, né sono frutto d’improvvisazione. Saddam Hussein rappresenta un vecchio obiettivo, un nemico tradizionale, e i piani d’attacco erano già pronti da tempo. Ma essi sono diventati attuali negli ultimi mesi e la loro realizzazione viene ora considerata improrogabile. Perché? La svolta dipende naturalmente dal nuovo contesto, determinatosi dopo l’undici settembre. L’emergenza terrorismo, secondo il giudizio che adesso prevale nell’establishment, dà un nuovo significato alle vecchie minacce e cambia le priorità della politica estera. Per guadagnare posizioni di vantaggio in un conflitto che ha dimensioni globali e che durerà a lungo occorre anzitutto un allargamento dell’influenza americana nelle aree geopolitiche entro le quali nasce ed opera la rete terroristica: questo è uno dei cardini della nuova strategia di sicurezza, non sempre reso esplicito. Quindi non solo l’Afghanistan, dove erano le basi di Al Qaeda, deve essere assoggettato, ma anche l’Iraq, territorio cruciale e strategico, sia per la produzione del petrolio, sia perché è al centro della regione ove si sviluppa il fondamentalismo islamico ed è tra i paesi più ostili all’America. Il rischio delle armi di distruzione di massa contribuisce a rendere non sopportabile per Washington questa ostilità, ma non è l’elemento determinante della scelta. Altrimenti non si capirebbe perché gli americani abbiano deciso di «trattare con i guanti della diplomazia» la Corea del Nord, che possiede almeno tre ogive nucleari, rifiuta di fermare la produzione in questo campo, si finanzia con la vendita di armi, è dotata di 12.000 pezzi di artiglieria, di 1.700 aerei e di missili Tepodong, capaci di raggiungere Seul e le basi americane in Corea del Sud e in Giappone.1

Nel 1991 Bush senior non aveva spinto l’offensiva anti-Iraq fino all’occupazione della capitale e alla distruzione del regime, temendo che ciò significasse un vuoto politico nella regione del Golfo, un rafforzamento della potenza iraniana e quindi una prospettiva di instabilità. Oggi, al contrario, gli Stati Uniti puntano all’annientamento di Saddam, per poi riempire direttamente il vuoto con una presenza militare da essi stessi controllata ed installando propri emissari politici alla guida del paese. Lo scopo è quello di neutralizzare uno Stato che viene indicato come un nemico potenziale e temibile, ma è anche quello di cambiare la geografia dell’area. Un’azione bellica così drastica non si mette in programma senza valutare i costi, che sono alti: sia sul piano delle spese militari, sia per quanto riguarda le perdite che le truppe americane sono destinate a subire nella fase inevitabile dell’attacco terrestre, sia per le tensioni internazionali, che diventerebbero particolarmente acute nell’area mediorientale. Gli strateghi di Washington hanno calcolato nei dettagli i possibili sviluppi della guerra e proprio la comparazione tra costi e benefici li aveva indotti in passato a seguire una linea temporeggiatrice, con l’embargo e con una pressione militare spesso assai dura sulle nofly zones, ma senza mai spezzare la mediazione dell’ONU. Adesso l’amministrazione ha deciso di cambiare linea. La scelta di usare la forza, fino alla definitiva sconfitta dell’Iraq, diventa la prima concreta traduzione di una nuova dottrina militare e politica, che ruota attorno al concetto di preemptive action: una forma di guerra della quale lo stesso presidente degli Stati Uniti ha sostenuto, nei mesi scorsi, l’utilità e la legittimità. Le direttive militari per l’intervento avrebbero incontrato appena due anni fa negli Stati Uniti ostacoli e dissensi assai maggiori. Ora si fondano su un mutamento profondo nello spirito pubblico: il gruppo repubblicano e conservatore che è raccolto intorno a Gorge W. Bush a suo modo lo sta interpretando, con le proprie categorie di pensiero.

Proverò ad indicare di seguito tre postulati, condivisi dall’intero gruppo, che rappresentano a mio parere la base storica e teorica delle scelte più recenti. E intorno a questi ruoterà l’analisi. Primo postulato: la risposta americana all’undici settembre non può non essere la guerra. Secondo: si tratta di una guerra potenzialmente senza limiti, in cui si combinano modalità operative e forme di organizzazione militare inedite rispetto ai decenni passati. Terzo: la guerra al terrorismo deve indirizzarsi contro le reti clandestine, ma anche contro nemici visibili, cioè contro gli Stati che è possibile considerare complici o affini rispetto al terrorismo, a partire da quelli che operano nelle aree più rilevanti per la sicurezza Usa. Un libro di Bob Woodward, uscito negli Stati Uniti nel dicembre 2002, ha raccontato giorno per giorno le riunioni, i discorsi, il formarsi degli orientamenti del nucleo ristretto di politici e funzionari che è intorno a Bush, dopo l’11 settembre: dalle prime reazioni quasi incredule all’adozione immediata di nuovi dispositivi di sicurezza, alle operazioni della CIA contro Al Qaeda, all’intervento in Afghanistan. È una narrazione ravvicinata che descrive, fin dall’inizio della vicenda, la nascita e lo sviluppo di un conflitto destinato a prolungarsi e ad avere molteplici fronti.2 L’idea della guerra è dominante dall’inizio e fin dai primi giorni si mette in programma l’attacco all’Iraq. Woodward non scava al di là delle notizie più facili. Neanche sfiora il problema di come gli attacchi terroristici si siano potuti realizzare senza che l’intelligence, pur in possesso di informazioni preziose, abbia agito per prevenirli. Piuttosto, ricostruisce puntualmente le valutazioni che via via emergono nello staff di Bush e che stanno a fondamento delle scelte compiute dall’amministrazione, utilizzando racconti e note di prima mano, evidentemente provenienti dall’interno degli uffici governativi (e dai colloqui con «più di un centinaio di fonti»), a cui devono aggiungersi due interviste con il presidente degli Stati Uniti, della durata complessiva di quattro ore. Si può dunque ritenere che nelle informazioni trasmesse all’autore e da lui rielaborate prevalga una sorta di autorappresentazione delle discussioni e del decision making all’interno della Casa Bianca, del dipartimento di Stato e della Difesa. Il racconto corrisponde sostanzialmente a quello che le autorità stesse hanno voluto far conoscere e riproduce il loro pensiero. In questo quadro saltano agli occhi sia l’insistenza sui caratteri inediti del conflitto, sia la ricerca di un target: uno Stato, un territorio, contro cui volgere le armi e combattere.

«Un nemico senza volto ha dichiarato guerra agli Stati Uniti». Questa frase pronunziata da Bush dopo l’aggressione terroristica riassume fedelmente la situazione paradossale ed angosciosa che il paese viveva nelle stesse ore.3 Milioni di uomini e donne, che avevano visto sugli schermi televisivi le due Torri mentre venivano spezzate e poi crollavano su se stesse, si domandavano: «Da chi dobbiamo difenderci?». La guerra contro l’Afghanistan viene pianificata su un duplice livello: le azioni coperte della CIA, a cominciare dalla costruzione di un collegamento operativo con l’Alleanza del Nord, sia per le informazioni sia per le azioni di guerriglia; e contemporaneamente un intervento militare, prima aereo e poi di terra, che utilizzi le notizie fornite dai guerriglieri, che li affianchi con un imponente volume di fuoco e che sia fondato su una coalizione ampia, legittimata dalle Nazioni Unite, poiché risulta evidente il nesso tra gli aggressori dell’11 settembre e il regime dei Talebani. Il primo a porre la questione di un attacco all’Iraq – racconta Woodward – è il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, con l’appoggio del suo vice più autorevole, Paul Wolfowitz. Il 12 settembre, in una riunione del National Security Council, Rumsfeld sottolinea (come farà ripetutamente nei mesi successivi) la dimensione globale della guerra da avviare, non limitabile alla conquista di Kabul e alla disarticolazione di Al Qaeda nel territorio afgano. Più cauta, invece, la posizione di Colin Powell.4 Nella fase iniziale, l’amministrazione sceglie l’Afghanistan, senza indicare pubblicamente altre opzioni. Ma l’impostazione dei «falchi» (l’idea di un conflitto in più direzioni) non viene affatto messa da parte. Il 17 settembre Bush firma un documento top secret di due pagine e mezzo, nel quale è delineato il primo piano di guerra contro l’Afghanistan. In una nota a margine, che ha anch’essa il significato di una direttiva, il presidente invita il Pentagono a predisporre piani militari per l’invasione dell’Iraq:5 il che significa attualizzare i progetti già disponibili. A questo punto gli obiettivi sono stabiliti: il target iracheno è compreso nella partita e la divisione in due tempi è soltanto apparente.

Poco più di quattro mesi dopo, nel discorso sullo stato dell’Unione, Bush afferma che l’Iraq, l’Iran e la Corea costituiscono an axis of evil e denuncia il rischio di una catastrofe derivante dalle armi di distruzione di massa, di cui dispongono questi regimi e che possono cadere nelle mani dei terroristi. «Non aspetterò gli eventi» aggiunge. Viene deciso uno stanziamento straordinario per la CIA, destinato ad azioni coperte contro Saddam.6 A marzo, il tema è già ampiamente all’ordine del giorno; si discute del possibile uso di armi nucleari contro l’Iraq;7 nella prima settimana di aprile Bush incontra Blair per delineare un giudizio comune e tentare un programma di azione. Manca – è ormai chiaro – qualsiasi evidenza circa un possibile rapporto tra Baghdad e il terrorismo dell’11 settembre. Le informazioni sulla effettiva disponibilità di armi di distruzione di massa sono assai controverse ed incerte. Il 28 aprile escono sul «New York Times» le prime notizie dettagliate circa il piano di guerra del Pentagono. Scartata l’ipotesi di un colpo di Stato o di una sollevazione dall’interno, si prevede una campagna aerea e poi un’invasione di terra, prospettando l’impiego di truppe che possono raggiungere le 200.000 unità.8

La anti-terrorism war muta dimensioni e supera i confini originari. È scontato che così essa perda l’appoggio di una parte considerevole della coalizione che si era formata dopo l’11 settembre: in primo luogo la Germania e la Francia; ma ciò non modifica le intenzioni di guerra. Per il gruppo dirigente di Washington l’attacco all’Iraq è uno sviluppo logico, un momento costitutivo del programma di autotutela. Un lungo articolo di Donald Rumsfeld, uscito sul numero di maggio-giugno della rivista «Foreign Affairs», descrive con chiarezza la nuova strategia. Essa ci appare proiettata verso teatri ben definiti, prima l’Afghanistan e ora l’Iraq, ma contemporaneamente anche verso lo schema indeterminato di una guerra senza limiti (non destinata a finire con la caduta di Baghdad), che richiede un profondo rinnovamento delle strutture militari. Il quadro di sicurezze conquistato nell’età del bipolarismo si è dissolto durante gli anni Novanta. Qual è il messaggio che viene dalle ceneri delle Twin Towers? «Quella del nuovo secolo – scrive Rumsfeld – è una sfida difficile: difendere il nostro paese contro lo sconosciuto, l’incerto, il non visto, l’inaspettato. Può sembrare un compito impossibile, ma non lo è. Per realizzarlo (…) dobbiamo assumere rischi e tentare nuove azioni; così potremo bloccare e sconfiggere gli avversari che ancora non sono arrivati a sfidarci».9 Il conflitto in Afghanistan ha dimostrato quanto sia utile la combinazione di tecniche e strumenti militari diversi; non è la crescita di quantità e potenza distruttiva degli armamenti che assicura la vittoria, come per quasi mezzo secolo ha assicurato l’equilibrio e poi la superiorità USA e la sconfitta sovietica senza combattimenti; ma è piuttosto la combinazione dei mezzi, il loro adattamento al tipo di guerra e di nemico. La battaglia di Mazar-i-Sharif è una conferma paradossale di questa tesi. In essa sono stati usati congiuntamente alcuni strumenti militari assai avanzati, come le armi a guida laser, altri più antiquati, come i bombardieri B-52 di quarant’anni fa, e poi (provenienti da un passato lontano) i guerriglieri a terra, con il fucile in pugno.

Al di là di qualche iperbole, c’è un punto da notare: viene prospettata una organizzazione militare che non può più avere come finalità la deterrenza. Questa presuppone che il contrasto sia con un avversario dai comportamenti prevedibili. Ora invece non è più così; perciò il nemico va scoperto prima che si manifesti e deve essere fermato prima che possa colpire. L’assetto militare verrà modellato di volta in volta sull’analisi del contesto, delle minacce, delle capacità di offesa da annientare, quindi su una complessa azione di intelligence, che diventa essenziale e fondante; ed è necessario che gli Stati Uniti siano pronti a combattere quattro imponenti guerre nello stesso tempo, che non si limitino a giocare di rimessa, ma scelgano essi il teatro ove intervenire.

«Dobbiamo prepararci – scrive Rumsfeld – contro nuove forme di terrorismo, ma anche contro attacchi agli assetti aerospaziali, contro attacchi cibernetici ai nostri sistemi di informazione, o aggressioni missilistiche, nucleari, chimiche e biologiche. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti devono lavorare per allargare le proprie aree di potere ed influenza, così come l’abilità a proiettare le proprie forze militari su lunghe distanze (…)». Il tentativo di definire i conflitti che ci attendono culmina in due considerazioni realmente innovative, alla fine dell’articolo. «Le guerre del ventunesimo secolo sempre di più richiederanno che siano impiegati tutti gli elementi della potenza nazionale: da quelli economici, diplomatici, finanziari, alle sanzioni contro le attività criminali, all’intelligence, alle operazioni militari aperte quanto a quelle occulte. Clausewitz ha detto: “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. In questo secolo i mezzi, per la maggior parte, potranno non essere militari». Ed ancora: «Difendere gli Stati Uniti implica la prevenzione e talvolta implica il fatto di intervenire per primi (…prevention and sometimes preemption…). La migliore difesa e in qualche caso la sola difesa è un buon attacco». Se la prevenzione può essere un concetto generico, il termine preemption non lascia dubbi: significa appropriarsi per primi dell’obiettivo; colpire senza aspettare di essere colpiti.

Si possono cogliere nelle pagine di Rumsfeld alcuni singolari echi di una dottrina militare lontana dalla cultura statunitense e tuttavia ricalcata sugli stessi fenomeni, con una visione del conflitto che si sottrae alle nozioni tradizionali e rifiuta ogni vincolo. Mi riferisco alla dottrina della «guerra senza limiti», elaborata dai colonnelli Quiao Liang e Wang Xiangsui: due intellettuali delle Forze armate cinesi.10 La premessa mi sembra identica: le armi sono in funzione della guerra, non viceversa, e la combinazione dei mezzi deriva dalla portata della minaccia, dall’individuazione del nemico. Le operazioni di guerra diventano, negli anni che stiamo vivendo, sempre di più operazioni diverse da quelle militari in senso stretto. Ma la convergenza più profonda è nel fatto che Rumsfeld, al pari di altri che hanno teorizzato la svolta politico-militare degli USA dopo l’undici settembre e che dichiarano oggi necessario l’attacco all’Iraq, individua una condizione generale di assoluta incertezza (l’attesa di un nemico sconosciuto) come il nuovo tratto d’identità della politica internazionale e come il problema più urgente per la superpotenza americana. È proprio l’idea di una insicurezza globale il nucleo teorico nell’analisi dei colonnelli cinesi. «L’epoca della netta contrapposizione tra schieramenti – essi scrivono – è finita. Chi sono i nostri nemici? Quali sono i nostri amici? (...) Improvvisamente le risposte sono diventate complesse, confuse e difficilmente afferrabili. Un paese che ieri era nostro avversario sta diventando nostro alleato,11 mentre, allo scoppio della prossima guerra, sul campo di battaglia potremmo scontrarci con un ex alleato. L’Iraq che (...) aveva attaccato l’Iran per conto degli Stati Uniti nella guerra Iran-Iraq, l’anno successivo è divenuto esso stesso bersaglio di un feroce attacco militare americano. Un guerrigliero afgano addestrato dalla CIA diviene improvvisamente l’ultimo bersaglio di un attacco di missili cruise statunitensi (…). Tutto ciò conferma ancora una volta il vecchio detto: “Le amicizie passano, solo l’interesse personale resta”. Il caleidoscopio della guerra, mosso dalle mani dell’interesse personale, presenta all’osservatore immagini continuamente cangianti».12 Non saprei spiegare meglio che con queste parole per quale via e per quali motivi l’incertezza – enfatizzata – sui pericoli, sulla loro provenienza, sui prossimi attacchi terroristici, sul destino delle regioni a rischio, diventi oggi il vero e più concreto fondamento dell’unilateralismo. In un mondo senza più equilibri consolidati è solo l’interesse soggettivo che conta. Nei testi cinesi come in quelli statunitensi c’è una estensione, una pervasività nuova dell’idea di guerra, che piega a sé la politica. D’altra parte, il nesso tra percezione dell’insicurezza ed unilateralismo non emerge soltanto nelle parole di Rumsfeld. La stessa visione, con accenti simili si ripropone nei testi sottoscritti da Bush. Basta esaminare un lungo documento del 17 settembre 2002, The National Security Strategy of the United States of America, che è in realtà una raccolta ricavata da vari discorsi del presidente, per trovare la medesima raffigurazione ideologica dei rapporti internazionali, all’insegna di un’assoluta anarchia, dalla quale si fa scaturire il diritto alla preemptive action.

Fin qui tutto è chiaro, ma resta da spiegare perché viene scelto proprio il target iracheno. Il vero significato politico della guerra sta nel fatto che essa vuole imporre un nuovo equilibrio nella regione di cui l’Iraq è parte. In quell’area si concentrano tensioni e rischi che, se precipitassero tutti insieme, minaccerebbero seriamente gli interessi americani. A determinare un crack basterebbero la crisi petrolifera, la destabilizzazione radicale dell’Arabia Saudita e il simultaneo intensificarsi delle azioni dei terroristi, che in larga misura provengono proprio da queste terre, da qui traggono la loro cultura e gran parte delle risorse che impiegano. Le armi di distruzione di massa che Saddam può avere (e che gli ispettori dell’ONU stanno ancora cercando) rappresentano una ulteriore circostanza aggravante in questo quadro negativo. Ma in realtà l’intento della Casa Bianca non è quello di disarmare Saddam né di punirlo militarmente. L’obiettivo è rovesciarlo ed insediare al suo posto un governo amico di Washington. C’è una convenienza nell’attacco, in quanto esso modifica la configurazione di una vasta area della politica internazionale. Nell’ambito di questa la guerra può costruire uno spazio più ampio di potere per gli USA; è uno strumento per ridisegnare con la forza confini, sistemi di governo, ragioni di scambio di una merce preziosa come il petrolio, in un sistema interstatale e territoriale altamente precario. Può servire perfino, con le due contemporanee occupazioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, a tentare un accerchiamento dell’Islam, da Nord e da Sud, o almeno a piazzare due centri sicuri di controllo.

Remaking the political landscape of the region.13 Ricostruire un ordine a misura dell’interesse americano: questo è lo scopo effettivo, l’antidoto all’incertezza. La guerra all’Iraq è dunque una via per intervenire sul contesto. «La questione è essenzialmente geopolitica», ha scritto Henry Kissinger, che pure non è tra gli entusiasti delle imprese di Bush.14 Analogamente, Kenneth M. Pollack, nell’esporre le ragioni a favore dell’invasione, ne ha spiegato l’utilità in termini sistemici, guardando non tanto entro i confini dell’Iraq quanto al di là di essi.15 Tra l’altro – egli afferma – ottenere che l’Iraq, con un nuovo regime, sia alleato di Washington, che diventi un concreto simbolo della volontà USA di aiutare l’intero mondo arabo, significa recidere una fonte di tensione che si riflette continuamente sul conflitto israelo-palestinese e lo aggrava. Io credo che sia esattamente il contrario: l’attacco americano acuirebbe le spinte antioccidentali e creerebbero attorno ad esse maggiore consenso, minando ancora di più qualsiasi strategia di pace. Ma l’argomento dimostra quale sia l’approccio. Ancora: con l’Iraq amico, non sarebbe più necessaria la presenza di basi militari in Arabia Saudita. Le difficoltà di rapporti con questo paese, le sue contraddizioni interne, la presenza del fondamentalismo accentuano le preoccupazioni americane. In realtà è la perdita di fiducia nell’Arabia Saudita il principale punctum dolens. Da esso dipendono in larga misura i fini e l’urgenza del riassetto perseguito dalla Casa Bianca. L’amicizia tradizionale è oggi in frantumi. Lo spostamento delle basi americane in Oman e in Qatar, prima ancora dell’11 settembre, aveva segnato la fine di una relazione strategica esclusiva. I contrasti di interesse emergono sempre più chiaramente. Riyad avrebbe bisogno di ricavare maggiori introiti dalla produzione del petrolio, mentre gli Stati Uniti vorrebbero tenere bassi i prezzi del greggio. L’occupazione dell’Iraq servirebbe anche a questo: con l’abbassamento delle tariffe, costringerebbe l’Arabia Saudita a produrre di più; creerebbe un forte condizionamento (qualcuno parla di alternativa) nei confronti di Riyad, entro il futuro assetto degli approvvigionamenti energetici; potrebbe far saltare il sistema dell’OPEC e determinare una maggiore capacità di pressione degli Stati Uniti sui membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

D’altro canto, l’amministrazione USA avverte come un pericolo la divisione crescente, la debolezza delle élite saudite, combinata con una larga ostilità popolare verso l’Occidente. Quindici dei diciannove terroristi dell’11 settembre sono nati qui. Osama Bin Laden apparteneva ad una delle famiglie più potenti di questo paese. Qui si organizzano i finanziamenti, con estese complicità (da ultimo ha fatto scalpore il coinvolgimento della moglie dell’ambasciatore saudita a Washington). Il gruppo al potere, da più parti accusato di una politica compromissoria, attraversa una fase difficile di transizione. Ha bisogno di contrastare il fondamentalismo, di restringere lo spazio in cui pescano le reti terroriste e per far questo ricerca l’alleanza con esponenti religiosi islamisti. I quali però sono ovviamente antioccidentali; e la loro egemonia crescente non aiuta le relazioni con gli Stati Uniti.16 In queste condizioni, un regime filoamericano in Iraq servirebbe ad imporre a Riyad una condotta più rispondente all’interesse USA, ma con aspre contrapposizioni, rafforzando le tendenze estreme e bloccando le scelte modernizzatrici, con il rischio concreto di spezzare le capacità di tenuta della casa regnante.

I «falchi» di Washington hanno preso in esame questo scenario? Suppongo di sì. Per usare le categorie teoriche abbozzate nell’articolo di Rumsfeld, credo che l’attacco armato punti ad allargare la posizione di vantaggio degli Stati Uniti, e contemporaneamente sia la mossa centrale di un conflitto più ampio, che non viene condotto con mezzi militari e nel quale il primo avversario è proprio l’Arabia Saudita. Questa strategia del conflitto, è oggi la risposta statunitense alla domanda drammatica di sicurezza nata dopo gli attentati. Essa è espressione di una cultura politica che considera i diritti umani una vuota astrazione e il multilateralismo un cedimento ai nemici dell’America. Come ha messo in luce Robert Falk, le forze militariste e la destra repubblicana hanno fatto leva sullo smarrimento che ha invaso l’opinione pubblica.17 Le tesi del conservatorismo radicale, minoritarie negli anni Novanta, ora pesano molto di più. Si possono ricordare come esempio gli scritti di Charles Krauthammer, oggi molto vicino all’amministrazione. Dopo avere più volte sostenuto la necessità, subito dopo la fine della guerra fredda, di una politica audace di interventi militari e di esportazione dei valori americani per annullare le minacce (abbattendo i regimi ostili), egli aveva tracciato nel giugno del 2001 un vero e proprio manifesto dell’unilateralismo, indirizzato a Bush: «(…) dopo un decennio in cui Prometeo ha giocato a fare il pigmeo, il primo compito della nuova amministrazione sarà quello di riaffermare la libertà d’azione statunitense».18 Posizione analoghe del resto sono state più volte espresse da Paul Wolfowitz, autore di un famoso documento del marzo 1992 sull’espansione militare degli Stati Uniti all’estero, considerato uno dei primi testi ufficiali anti-ONU del dopo guerra fredda.19

È del tutto evidente che la strategia del conflitto, quali che siano le acrobazie argomentative, è destinata ad entrare in rotta di collisione con il diritto internazionale e con i poteri delle Nazioni Unite, che andrebbero invece sostenuti e rafforzati, anche per disarmare Saddam e per costruire un equilibrio politico-militare nell’area non in funzione di un solo interesse. Ma secondo l’impostazione ora in auge, nessuna norma internazionale può essere ritenuta più forte e cogente dell’interesse americano. Lo ha detto con chiarezza Richard Perle, direttore del Consiglio di difesa del Pentagono: «Non so quali risoluzioni passeranno al palazzo di vetro, ma l’idea che gli Stati Uniti per difendersi debbano essere legittimati da un organismo internazionale mi sembra folle».20 È una frase che esprime bene il nuovo modo di pensare. Il concetto di difesa applicato all’Iraq ha un senso diverso da quello comune: non presuppone un attacco armato, che non c’è stato da parte di Saddam, ma indica l’autotutela, anche in assenza di aggressioni, fondata sulla percezione unilaterale di un pericolo. Tuttavia, non è detto che questa linea passi e si realizzi. Il principale ostacolo è rappresentato proprio dall’ONU. Il diritto al primo colpo, rivendicato da Bush, non è conciliabile con la Carta delle Nazioni Unite, perché la sua affermazione è a priori e non si fonda sull’accertamento oggettivo dell’esistenza di una minaccia alla pace. La Carta disciplina questo accertamento (all’articolo 39): esso è necessariamente multilaterale e di competenza del Consiglio di Sicurezza, così come spetta al Consiglio decidere le misure conseguenti a quanto si è accertato e deliberare sull’eventuale uso della forza.

È il Consiglio di Sicurezza che può fermare la spirale della guerra, puntando sul potenziamento di un altro, opposto circuito: quello dei controlli e del disarmo. Come non accorgersi che attraverso questo circuito si possono ricercare le vie di un nuovo equilibrio e che soltanto il rafforzamento dell’ONU può controbilanciare l’anarchia? Al contrario, l’escalation della violenza sul piano internazionale accentua l’insicurezza globale ed è un fattore di catastrofe per i diritti umani. Washington ha ottenuto che nella risoluzione n. 1441 del Consiglio di sicurezza rimanesse un varco aperto all’iniziativa unilaterale sulla questione irachena. Le ispezioni sono indicate come un momento essenziale. Esse devono accertare se c’è stata produzione di armi di distruzione di massa e mirano a «portare a compimento pieno e verificato il processo di disarmo». Tale è lo scopo dell’intera procedura e non c’è nessun riferimento ad operazioni militari contro Baghdad. Ma quella risoluzione prevede anche che le violazioni sostanziali degli obblighi di disarmo gravanti sull’Iraq possano essere segnalate dall’intelligence di uno Stato membro delle Nazioni Unite (quindi dalla CIA) e che gli ispettori debbano su ciò riferire al Consiglio di Sicurezza. In particolare, il paragrafo 12 stabilisce che il Consiglio dovrà riunirsi, per «prendere in considerazione la situazione e la necessità di una piena adempienza verso tutte le risoluzioni (…)». Questa formula non prescrive un voto. Più avanti, alla fine del documento, si ricorda: «il Consiglio ha avvertito ripetutamente l’Iraq che esso affronterà gravi conseguenze per effetto delle continue violazioni dei suoi obblighi»; ed anche qui non viene prevista una ulteriore esplicita delibera né un voto per far scattare le «gravi conseguenze». Il varco è dato dalla vaghezza delle frasi citate.

Sono fermamente convinto che l’unica interpretazione possibile di questo testo, in base allo statuto dell’ONU, è quella che richiede comunque una valutazione autonoma degli ispettori, anche sulle denunce presentate dall’intelligence di uno Stato membro, e che inoltre esclude qualsiasi automatismo, esigendo tassativamente un nuovo voto, per quanto riguarda l’uso della forza. Tutto ciò discende dalle regole: dall’unico, fragile contratto sociale che la comunità internazionale è riuscita a fabbricare. Ma la lettura delle norme non basta e conterà molto la politica. Conterà l’opinione pubblica statunitense e in essa le voci liberali e democratiche. Peseranno molto le scelte dei membri permanenti del Consiglio, tra i quali anzitutto la Francia e la Russia. Sarà rilevante l’orientamento dell’Europa e quello dei paesi che sono da più tempo nell’alleanza atlantica. Siamo su un crinale impervio e, mentre scrivo (negli ultimi giorni di gennaio), è ancora possibile fermare la deriva dell’unilateralismo.

 

 

Bibliografia

1 Cfr. S. Cypel, Bush et les illogismes de l’axe du mal, in «Le Monde», 9 gennaio 2003.

2 B. Woodward, Bush at War, Simon & Schuster, New York 2002.

3 Ivi, p. 41.

4 Ivi, p. 49 ss.

5 Cfr. G. Kessler, U.S. Decision on Iraq puzzling past, in «Washington Post» 12 gennaio 2003. Anche questa notizia proviene da una fonte interna (senior administration officials). La stampa americana del resto ha segnalato con una certa tempestività quale sarebbe stato il secondo bersaglio: vedi D. Mc Manus e R. Wright, After Kabul, should Iraq be next?, in «Los Angeles Times», 22 novembre 2001.

6 Cfr. B. Woodward, cit., p. 328 ss. Il discorso sull’asse del male è del 29 gennaio 2002.

7 Cfr. America’s Second Strike Doctrine Revisited, in «Debka», 22 Marzo 2002; cfr. Nuclear option in Iraq?, in «World Net Daily», 22 marzo 2002.

8 Cfr. T. Shanker e D.E. Sanger, U.S. envisions blueprint on Iraq including Big Invasion Next Year, in «The New York Times», 28 aprile 2002.

9 D. Rumsfeld, Transforming the Military, in «Foreign Affairs», maggio-giugno 2002, p. 220 ss.

10 Q. Liang e W. Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione (a cura del generale Fabio Mini), LEG, Gorizia 2001.

11 Si pensi alla svolta repentina nei rapporti Usa-Pakistan dopo l’11 settembre. Soltanto il 9 ottobre, dopo l’inizio della guerra, Musharraf allontana il capo dell’intelligence e dà inizio ad una difficile epurazione contro gli alleati e sostenitori dei Talebani.

12 Cfr. B. Woodward, op. cit., p. 68 ss.

13 Cfr. P. Stephens, America’s noble but foolish designs for the Middle East, in «Financial Times», 22 novembre 2002.

14 Cfr. H. Kissinger, Does America Need a Foreign Policy?, Hardcover, New York 2002, p. 293 ss.

15 Cfr. K.N. Pollack, The Threatening Storm. The Case for Invading Iraq, Hardcover, New York 2002, p. 181 ss.; p. 335 ss.

16 Cfr. F.G. Gause III, La migliore Arabia Saudita possibile?, in «Limes», 2, 2002, p. 245 ss.; J. Pollack, L’Arabia Saudita nel mirino a stelle e strisce, in «Limes», 4, 2002, p. 91 ss.; N. Pedde, Il potenziale energetico dell’Iraq: tra mito e realtà, in «Osservatorio strategico Cemiss», ottobre 2002.

17 Cfr. R. Falk, The Great Terror War, Paperback, New York 2003, p. 3 ss.; 129 ss. Falk è professore emerito di Diritto internazionale a Princeton.

18 C. Krauthammer, The New Unilateralism, in «Washington Post», 8 giugno 2001. Naturalmente l’autore è ora schierato a favore dell’intervento contro Saddam e critica aspramente gli esponenti democratici, come Al Gore e Ted Kennedy, che prospettano la deterrenza militare degli USA e le ispezioni ONU come mezzi sufficienti per tenere sotto controllo la minaccia. Cfr. What Good is delay?, in «Washington Post», 7 ottobre 2002.

19 Cfr. P.E. Tyler, US Strategy: to be sole superpower. Penthagon draft detail policy after Cold War, in «The New York Times», 8 marzo 1992.

20 Cfr. E. Caretto, Vicini per ideologia e carattere. Eravamo certi del vostro aiuto, in «Corriere della sera», 15 settembre 2002.

ie Online

by Fabio Atzeni e Sally Stoppa Libia, tra desideri e rischi per l’Italia
Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni…
by Giovanni Bastianelli Le sfide del digitale in ambito turistico
Quello turistico è stato tra i primi settori a recepire…
by Romeo Orlandi Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora
La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jin…
by Fabio Veronica Forcella Outlet Italia
Nel 2014 l’Italia ha scalato le classifiche internazionali relative alla…