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Cultura e ricerca: l'Italia in ritirata?

Written by Salvatore Settis Wednesday, 01 January 2003 02:00 Print

Un problema strutturale Lo scarso investimento in cultura e in ricerca sembra essere da decenni un elemento strutturale col quale l’Italia ha imparato a convivere. Proteste, lagnanze, statistiche, confronti, si inseguono a cadenze fisse (in particolare quando è stagione di Finanziaria); governi e governanti rivendicano il merito di aggiustamenti e «provvidenze» che alla prova dei fatti si limitano a qualche decimale di punti percentuali, e attaccano i rispettivi avversari politici.

 

Un problema strutturale Lo scarso investimento in cultura e in ricerca sembra essere da decenni un elemento strutturale col quale l’Italia ha imparato a convivere. Proteste, lagnanze, statistiche, confronti, si inseguono a cadenze fisse (in particolare quando è stagione di Finanziaria); governi e governanti rivendicano il merito di aggiustamenti e «provvidenze» che alla prova dei fatti si limitano a qualche decimale di punti percentuali, e attaccano i rispettivi avversari politici. Poco importano le sfumature e le differenze di dettaglio, la solfa è sempre la stessa: che si riconosca o meno che sarebbe il caso di accrescere gli investimenti in questo ambito, c’è ogni anno una crisi economica, un’emergenza, una calamità naturale che consiglia, anzi impone (dicono ministri e governanti allargando impotenti le braccia, alzando gli occhi al cielo), di rinviare sine die un significativo rovesciamento di tendenza. Al tempo stesso, i risultati che possono vantare i protagonisti della cultura e della ricerca in Italia sono spesso di livello alto, persino altissimo, anche nel contesto internazionale, e cioè confrontati con quelli di paesi dove la spesa in cultura e ricerca è molto più alta. Certo, questa valutazione è limitata da due osservazioni: primo, spesso i migliori risultati conseguiti in Italia provengono da ambiti che non richiedono forti investimenti di lungo periodo; secondo, sono troppi nel nostro paese i centri di ricerca di corto respiro, di orizzonti provinciali, non competitivi sul piano internazionale ma che, in una distribuzione di fondi falsamente egualitaria, finiscono con l’assorbire significative risorse.

Un ulteriore elemento di questa situazione paradossale è il successo, talora brillantissimo, dei ricercatori e studiosi italiani chiamati all’estero in università o centri di ricerca; anche i più giovani trovano spesso facile collocazione negli ambiti più vari, e sanno farsi rapidamente strada. Non si tratta evidentemente solo dell’italico ingegno, ma anche di elementi formativi assimilati nel tanto vituperato (da noi stessi) sistema italiano d’istruzione, ma con tutta evidenza assai ben spendibili oltre i patri confini. È, insomma, la «fuga dei cervelli» su cui ci stracciamo quotidianamente le vesti, ma che abbiamo difficoltà ad analizzare.

Scarso investimento; ciononostante, risultati in qualche misura competitivi; «fuga dei cervelli»: ciò che ben risulta da questo quadro è un forte scarto fra le potenzialità del «sistema Italia» in questo ambito e la sua resa effettiva. Con l’antica attitudine autoconsolatoria che gli ottimisti considerano una virtù nazionale, alcuni si rallegrano del fatto che, malgrado tutte le difficoltà, non siamo ancora del tutto esclusi dal concerto delle nazioni. Altri ipotizzano un lieto e corale «rientro dei cervelli», al termine del quale più o meno tutti gli italiani che lavorino all’estero in posizioni di responsabilità possano essere recuperati alla patria: come se aver trascorso qualche anno a Harvard o a Princeton potesse trasformarsi in un meccanismo di compensazione delle deficienze del nostro sistema nazionale. Più raramente si fanno due considerazioni generali: primo, l’Italia è un paese in cui le materie prime sono molto scarse, a maggior ragione dovrebbe quindi investire nelle intelligenze che ne consentono l’elaborazione, e dunque nella ricerca. Secondo, la spesa pubblica per le università non solo è sottodimensionata rispetto alla media dei paesi europei, ma rischia di andare del tutto sprecata, se in mancanza di sbocchi in Italia i suoi migliori prodotti sono costretti a emigrare. In tal modo, i soldi dei contribuenti investiti in formazione universitaria si tradurranno in vantaggi non per l’Italia ma per il paese (che siano gli USA o la Germania) dove i nostri laureati finiranno col lavorare, col produrre, con l’inventare qualcosa di nuovo.

Non intendo qui offrire specchietti, cifre, confronti che con l’eloquenza spesso falsa di cifre e statistiche debbano dimostrare quello che tutti sanno già, e che è stato espresso icasticamente da un documento della Conferenza dei rettori: se ci fosse una Maastricht della ricerca, l’Italia sarebbe fuori dall’Europa. Credo che valga invece la pena di interrogarsi sulle cause profonde di questo pesantissimo limite strutturale, e di farlo in particolare in tre settori, peraltro fra loro connessi: l’università, la ricerca, i beni culturali.1 Le domande che ci dobbiamo porre, inoltre, devono riguardare sia il versante pubblico che quello privato: quest’ultimo, in Italia, particolarmente riluttante all’idea di investimenti che non abbiano un ritorno immediato.

Ci sono almeno due modi opposti di affrontare questo nodo: uno è quello di ripercorrere la politica dei nostri governi – almeno degli ultimi – distribuendo torti e ragioni, riconoscendo meriti e stigmatizzando errori, prendendo partito per esempio, come oggi pare d’obbligo, per il centrosinistra o per il centrodestra. L’altro è partire dall’analisi dei problemi, dalla constatazione che se questi non sono stati mai risolti significa che hanno assunto un carattere per l’appunto «strutturale», dall’indicazione di possibili soluzioni che vadano nella direzione dell’interesse del paese e delle generazioni future. Sono interessato al secondo approccio, non al primo. Ma bisogna pur dire che sarà difficilissimo battere ed eliminare il fatale riflesso condizionato di coloro che, avendo ricoperto o ricoprendo incarichi di governo, scattano sulla difensiva davanti alla spettro di qualcosa che «avrebbero potuto fare, e non hanno fatto». Umano, comprensibile, d’accordo; ma eticamente inaccettabile e politicamente suicida: infatti, una corretta e spregiudicata analisi dei propri errori è il prerequisito indispensabile di ogni capacità progettuale, di ogni credibilità rispetto all’opinione pubblica. E questo vale oggi in primo luogo per la sinistra.

 

«Cervelli» in fuga?

Cominciamo col problema del «rientro dei cervelli», perché il modo in cui lo si affronta spesso è rivelatore di una mentalità arcaica, angusta, provinciale. «Cervelli» italiani in fuga, questa la formula, facciamoli ritornare da noi: da un paio d’anni è anzi al lavoro una commissione che seleziona studiosi italiani attivi all’estero, per farli rientrare in patria per qualche mese o per qualche anno con fondi appositi. Può essere un’ottima idea, ma non basta. Il punto infatti non è di instaurare un regime protezionistico per cui gli italiani fanno ricerca in Italia, gli americani in America e così via. Un mondo come questo di fatto non è mai esistito, nemmeno nel Medio Evo, quando dotti e sapienti clerici vagantes circolavano, per insegnare e per imparare, da Parigi a Oxford a Bologna a Salamanca; e meno che mai esiste oggi. Quello che esiste oggi è un mercato del lavoro intellettuale che segue (potrebbe essere altrimenti?) le logiche della globalizzazione, e del quale la mobilità è l’asse portante. È una mobilità con due regole fondamentali. Uno, chi deve prevalentemente imparare è attratto – per propria libera scelta – dai luoghi di massima concentrazione di intelligenze e di risorse. Due, i luoghi di massima concentrazione di risorse tendono ad attirare le migliori intelligenze di chi deve prevalentemente insegnare o dirigere istituti, ricerche, progetti. È per questo che migliaia di studenti indiani o cinesi o italiani cercano di immatricolarsi a Harvard o al MIT; ed è per questo che Harvard e MIT cercano di conquistare per sé, prendendoli da tutto il mondo, i migliori docenti di matematica, di medicina, di storia dell’arte.

In questo contesto, e bisognerebbe tapparsi gli occhi per non vederlo, è futile elaborare strategie limitate al rientro in patria degli italiani all’estero. Che cosa importerebbe che mille italiani vadano a insegnare all’estero, se altrettanti americani, giapponesi, inglesi venissero a lavorare in Italia? È evidente che il vantaggio della ricerca, e del paese, non si misura sulla nazionalità o sul passaporto, ma sulla qualità e solo sulla qualità. Meglio avere nel mio laboratorio un cinese più bravo che un italiano meno bravo. Il problema è proprio che, per mille italiani che insegnano in America, solo dieci americani insegnano in Italia. In altri termini, l’Italia è, tendenzialmente anche se non interamente, fuori da quel mercato globale del lavoro intellettuale il cui centro è oggi l’America. Questo è l’errore da correggere, non la «fuga dei cervelli» in quanto tale, ma la mancanza di ricambio di intelligenze, di competenze, di talenti. Vista da questa prospettiva, anche la «fuga dei cervelli» assume un altro aspetto. Anche qui, poco da rallegrarsi. Perché un numero crescente di studenti italiani (quelli, s’intende, che se lo possono permettere, dati gli altissimi costi) preferisce studiare negli Stati Uniti? Perché è convinta di trovare migliori biblioteche, migliori strutture, migliori docenti. Perché un certo numero di ricercatori e docenti italiani preferisce le università americane? Perché esse offrono salari più alti, più fondi di ricerca, migliori strutture. In altri termini, la «partita doppia» del mercato intellettuale globale è in passivo per l’Italia, in primo luogo perché il nostro paese non ha sviluppato sufficienti strategie per attrarre ricercatori, docenti, studenti, non importa se italiani o stranieri; di conseguenza, si genera una continua emorragia di «cervelli» che non essendo controbilanciata da meccanismi di ricambio peggiora gradualmente la situazione.

Il tema è oggi più importante che mai, e non solo per questioni di orgoglio nazionale o di generica competitività, ma per importantissime ricadute di natura politica ed economica. Menzioniamone una. I paesi che eufemisticamente chiamiamo in via di emergenza (e che spesso languono invece in uno stato di perpetua stagnazione) formano le proprie classi dirigenti in università con strutture spesso estremamente precarie e arretrate, e – di conseguenza – docenti di basso profilo. È chiaro che chiunque possa permetterselo cerca, talora anche col contributo dei vari Stati, nuove e più avanzate strutture di formazione, e le cerca dove ci sono. Negli ultimi anni si è registrato in questo senso un crescente flusso verso le università americane, mentre quello verso l’Europa è in calo; e l’Italia non solo non fa eccezione, ma nella stessa Europa non è certo nelle prime posizioni. È dunque necessaria una politica europea della formazione per studenti provenienti dai paesi del terzo mondo, essendo a tutti chiari i legami culturali e personali che ognuno si crea nel luogo della propria formazione universitaria, e le conseguenze economiche e politiche una volta che sarà rientrato nel paese di provenienza. Questa competizione, come ogni altra, ha una regola di ferro: per poter competere, bisogna avere da offrire almeno altrettanto, se possibile di più. È un fatto che noi non siamo in grado di farlo; ed è una magra consolazione che anche altrove in Europa gli studenti dai paesi in via di sviluppo siano in diminuzione. Ciò non vuol dire che dobbiamo consolarci, ma che dobbiamo lavorare il doppio: perché l’Italia si adegui all’Europa, e perché l’Europa si adegui all’America.

 

Una politica di investimenti

Il paradosso che abbiamo sopra notato, la divaricazione drammatica fra i risultati a volte anche eccellenti e le risorse quasi sempre scarse, mette in evidenza i difetti, ma anche le potenzialità del sistema. In altre parole, dimostra in modo inoppugnabile che ad accresciute risorse corrisponderebbe rapidamente una crescita dei risultati positivi, l’elevazione degli standard, attrattive del sistema per ricercatori italiani e stranieri, la scomparsa delle principali cause della «fuga dei cervelli», la promozione della qualità e del talento, il ricambio delle intelligenze. Un pieno titolo di cittadinanza, dunque, in quell’intellectual market place in cui l’Italia perde più di quello che guadagna.

Chi non desidera risultati come questi? Palesemente, nessuno, e di nessuna parte politica. Perché dunque non si è mai seriamente impostata una politica di investimenti mirata a ottenerli? Perché – questa almeno è la mia risposta – è mancata e manca in questo paese la capacità di analizzare fino in fondo tutte le implicazioni del problema, e il coraggio di fare investimenti a lungo termine. Il punto infatti è questo, e vale la pena discuterne una volta sola visto che riguarda tutti gli ambiti che stiamo considerando (università, ricerca, beni culturali): arrivati alla stretta finale, al collo di bottiglia, quando si devono stabilire priorità e scelte, ed alcune proposte di impegno della spesa pubblica «passano» mentre altre fatalmente no, troppo spesso la vince l’emergenza, o ciò che si fa passare per tale. Troppo spesso si punta su investimenti il cui ritorno sia immediatamente visibile trascurando quelli che producono effetti a lungo termine. È questa forma mentis, questo guardare al presente ma non al futuro immediato o prossimo, che spiega le posizioni arcaiche e isolazionistiche secondo cui l’università «costa troppo», la ricerca «è uno spreco di risorse», i beni culturali «costano più di quello che producono». Così, in nome della crisi (ce n’è sempre una, ora i mercati ora l’Europa, ora il terremoto, ora l’Etna), nel conto delle priorità sono sempre gli investimenti di lungo periodo che vengono sacrificati. Ma non dovrebbe essere il contrario? Non si dovrebbe, per rispondere alla crisi, saper innescare meccanismi di medio e lungo termine che ne impediscano il ripetersi? Non si dovrebbe, per definizione, investire sulle generazioni future? Instaurare, con calcolata gradualità, un circolo virtuoso «in crescita», anziché crogiolarsi, naturalmente fra mille lamenti, nelle pozze della stagnazione?

Qualche esempio: sarebbe il caso di capire che i conti economici sul patrimonio culturale non si fanno sugli introiti immediati (le biglietterie dei musei, ad esempio), ma sulla ricchezza generata dall’indotto del consumo culturale (alberghi, ristoranti, acquisti d’ogni sorta), economicamente assai più rilevante perché distribuito nel tessuto delle città. Sarebbe così evidente l’interesse pubblico a investire sui beni culturali, potrebbero così rientrare le spinte perverse (inaugurate dai governi di centrosinistra ed estremizzate dal secondo governo Berlusconi) a svendere ai privati la gestione del patrimonio pubblico, o addirittura a disfarsi del patrimonio stesso.2 Sarebbe il caso di capire che la ricerca di base, anche se non può garantire l’immediata applicabilità a breve tempo dei propri risultati, è di fatto la sola che crea le premesse e fissa gli indirizzi di ogni forma di ricerca applicata, e come tale merita investimenti. Ancora una volta, è l’investimento pubblico che deve costituire il blocco di fondamento della ricerca di base, poiché i privati hanno una netta preferenza per le ricerche di immediato effetto e rendimento. Ma se la miopia dei privati può essere comprensibile, non lo è quella dello Stato, che deve guardare lontano perché ha il compito di costruire per le generazioni future.

 

Università

Vale la pena di ripetere le stesse cose per l’università? Il recente tentativo tremontiano, rientrato in extremis, di tagliare il bilancio delle università italiane, non è il primo in questa direzione. Il presupposto era che nell’università lo Stato spende troppo, le risorse sono mal gestite, il sistema universitario è autoreferenziale e ha scarso rapporto con le forze produttive del paese; ergo, a tagliare i fondi non si fa poi gran male, le università si arrangeranno. Ma la crisi del sistema universitario italiano ha altre ragioni e altre radici. Ricordiamone alcune. In primo luogo, scontiamo qui gli effetti di lungo periodo di una scelta politica che si è orientata su un’università non solo di massa, ma senza filtri di accesso e a costi assai bassi per lo studente, che non si ha nemmeno il coraggio di differenziare per fasce di reddito e premiando (anche sul piano delle tasse) chi riesce a restare «in corso». È per questa ragione che i «fuori corso» sono in Italia in numero irragionevolmente alto, che il rapporto numerico docenti-studenti diventa incontrollabile perché falsificato dal gran numero di iscritti non frequentanti, che tanto alta è la «mortalità» degli eterni studenti non laureati. In secondo luogo, la riforma Berlinguer-Zecchino, escogitata per porre rimedio a questi mali, si sta rivelando non solo macchinosa e inadeguata, ma piena di zone d’ombra, di punti mal chiariti, di marchingegni facilmente interpretabili come spinte al ribasso. E come poteva essere altrimenti, se si è voluto farla a costo zero? E se non si è avuto il buon senso di sperimentarne gli elementi portanti su segmenti limitati del sistema prima di imporli dall’alto all’intera università italiana? In terzo, non ultimo, luogo, le risorse di bilancio su cui le università possono contare sono in massima parte assorbite da spese fisse, e pertanto non consentono di sviluppare capacità progettuali che non avrebbero fondi su cui contare. Infine, l’università italiana fa un’enorme fatica a rapportarsi con la logica della competizione che sorregge il confronto internazionale in questo campo; anche perché il sistema italiano scoraggia la competitività interna al paese, e anzi, mediante il meccanismo noto come «valore legale della laurea», tende a comportarsi come se tutte le università, per diritto divino e per principio, fossero oggi e in perpetuo perfettamente uguali fra loro.

Di questi meccanismi che rallentano qualsiasi possibile sviluppo non sono responsabili le università, ma le scelte politiche di chi ha governato e governa il paese. Ma non vi sono disfunzioni imputabili alle università? Sì, ve ne sono: il sistema di reclutamento dei docenti funziona male, a causa – è vero – di una pessima normativa imposta per legge, ma anche del modo con cui essa viene applicata, portando a esasperate forme di localismo; se la riforma fa acqua da tutte le parti, è anche per la moltiplicazione indiscriminata delle classi di laurea che la legge permetteva ma non imponeva. Il sistema di governo delle università, retto da un «bicameralismo» assai imperfetto (senato accademicoconsiglio di amministrazione) e con una molteplicità di istanze (consigli di dipartimento e d’istituto, di laurea, di facoltà, ecc.), punta su una selva di controlli incrociati che disincentiva la responsabilità e la motivazione individuale (per esempio dei rettori): ma anche questo è dovuto alla legge, non alle singole università, e può essere corretto solo in parte dall’esercizio dell’autonomia. E così via. Non entro nel merito dei singoli problemi con analisi e proposte. Ma mi sembra evidente l’urgenza adesso più che mai di affrontare i problemi dell’università italiana partendo da tre fattori-chiave. Primo, il ruolo dell’università non solo come luogo della trasmissione dei saperi, ma anche come impulso alla produzione dell’innovazione. Secondo, la situazione del mercato del lavoro, in una crescente competitività a livello europeo e più in generale dei paesi avanzati. Terzo, le tradizioni e le caratteristiche specificamente italiane, non come passiva eredità ma in funzione del contributo italiano alla costruzione di un sistema universitario europeo.

Una considerazione s’impone sul primo punto. Si parla da anni di innestare fattori di competitività nel sistema universitario italiano. Ma il vero problema è altrove: e cioè di rendere le università italiane competitive non solo e non tanto l’una rispetto all’altra, ma rispetto alle università europee e americane. La sola competitività interna creerebbe infatti uno sterile sistema chiuso; mentre la competitività globale è la sola che può garantire la circolazione delle persone e delle idee, nonché la possibilità, vitale, di raggiungere risultati vantaggiosamente comparabili a quelli conseguiti altrove.

Questo vale in particolare per il mercato del lavoro. Gli elementi minimi per creare una situazione di reale competitività dei nostri laureati sul mercato del lavoro non solo italiano sono due: risorse economiche comparabili a quelle dei paesi avanzati, e la misurabilità dei risultati, didattici e di ricerca, sulla base di un chiaro e univoco rapporto fra qualità e quantità. Purtroppo ne siamo ben lontani: per esempio, dopo la riforma la qualità del rendimento degli studenti continua a misurarsi con voti in trentesimi, ma perde terreno di fronte al sistema dei «crediti», che è invece puramente quantitativo e può comportare, se male applicato come spesso accade, effetti perversi. Ci sono per esempio, non richieste ma permesse dalla riforma, normative di facoltà che regolano il tetto massimo delle pagine di testo per ogni esame, prescindendo dal loro contenuto o dalla loro difficoltà. La prima conseguenza è ovviamente di «calmierare» il rendimento, ma non, come sarebbe logico, fissando il livello minimo richiesto, ma anzi un massimo oltre il quale nessuno – nemmeno i più bravi – dovrebbe andare. Se questa stortura non verrà corretta, è chiaro che competitivi non saremo mai.

Un virtuoso rapporto qualità/quantità si assicura tenendo presenti in primissimo luogo i contenuti dell’insegnamento, da non limitarsi alle coordinate professionali, ma anzi incentrati sulla formazione dello spirito critico, indispensabile alla produzione dell’innovazione. Al tempo stesso, tuttavia, i percorsi didattici dovrebbero essere costruiti in funzione di sbocchi occupazionali ben definiti. Al contrario, la riforma è stata guidata prevalentemente dalla preoccupazione di diminuire il numero degli abbandoni e di alzare il numero dei laureati rispetto alle statistiche attuali. Ma il successo di un’università, in qualsiasi paese, si misura non sulla base del numero dei laureati, ma sulla base del numero dei laureati che trovano immediata e soddisfacente occupazione. Responsabilizzare chi insegna e chi amministra, riconoscere il talento e promuovere il merito sono le tre regole elementari per assicurare funzionalità e competitività. Questa consapevolezza è ormai matura in ampi settori delle università italiane, ma nulla della recente riforma porta in questa direzione. Chi saprà provocare un’inversione di tendenza? Qualità degli studi e qualità degli insegnanti, è ovvio, vanno insieme e costituiscono due coordinate egualmente indispensabili di quell’intellectual market place di cui si è detto sopra. Ma se si vuole che l’Italia vi entri a pieno titolo, non meno importante è agire sui livelli di salari, fondi e strutture di ricerca; livelli che, presi insieme, formano un «pacchetto di offerta» che dovrebbe essere, e non è, competitivo con quelli dei maggiori paesi europei e degli Stati Uniti per attrarre nuove intelligenze nel nostro paese – e trattenere le nostre.

L’obiettivo da raggiungere avrebbe dovuto essere, e forse potrebbe ancora essere, la costruzione di un modello italiano di università, con le proprie specificità, che abbia cittadinanza nel contesto europeo internazionale, senza appiattire l’università del futuro su un preteso e fantomatico «modello europeo» più volte invocato dai fautori della riforma. Modello che, viceversa, è esso stesso da creare, in un concerto di nazioni nel quale non si capisce perché l’Italia dovrebbe avere un ruolo meramente passivo e ricettivo, e non attivo e creativo. Andrebbero invece individuate o create nel sistema italiano specificità da salvaguardare e promuovere nel quadro dell’evoluzione europea, nella quale è da sperare che l’Italia riesca ad avere una voce propria.

In questo senso, è essenziale privilegiare lo snodo fra ricerca, didattica e occupazione, e dunque puntare su un’università mirata non solo alla formazione professionale, ma a produrre conoscenza e stimolare innovazione. Bisogna ricordarsi che fonte primaria dell’innovazione è la ricerca, e che a sua volta l’innovazione produce occupazione, e perciò favorire la definizione di nuovi profili professionali raccordati con linee di ricerca e sbocchi occupazionali; stimolare la responsabilizzazione di docenti e università mediante meccanismi di valutazione a livello internazionale; scoraggiare il ridicolo pullulare di autoproclamatesi «scuole di eccellenza», e promuovere invece centri di formazione superiore e laboratori di avanguardia già consolidati e con alta reputazione internazionale, la cui vocazione sia prima di tutto di sperimentare al massimo livello nuovi modelli; infine, favorire la circolazione di persone, esperimenti, idee a livello internazionale.

 

Ricerca

Perché la ricerca di base è così poco finanziata in Italia? Perché il Consiglio nazionale delle ricerche è diventato un’istituzione ad alto rischio di estinzione all’indomani di un’estesa riforma che ne ha accorpato gli istituti riducendoli da a 364 a 108, e prima che tale riforma potesse essere messa alla prova? La risposta, credo, è quella che si è data sopra: la congenita tendenza a «fare i conti» nei tempi brevi e non in quelli lunghi, e quindi la priorità alla ricerca applicata coi suoi risultati immediatamente visibili. Politica miope e provinciale, come dovrebbe esser chiaro: essa infatti dà per scontato che i grandi temi della ricerca di base debbano essere affrontati, con l’ampio respiro che in Italia non si vuole più avere, da qualcun altro, si tratti di università e centri di ricerca negli Stati Uniti, in Giappone, o in qualche grande paese europeo.

Il fatto è che la ricerca di base è orientata a individuare le grandi leggi che regolano l’universo, la natura, la vita: grandi tematiche che richiedono tempi lunghi (e soprattutto non predeterminabili), con risultati per definizione non prevedibili. La ricerca applicata, al contrario, è orientata su applicazioni pratiche di quelle grandi leggi, traducibili in brevetti e produzioni industriali: ma essa non potrebbe esistere e si inaridirebbe rapidamente se la frontiera della conoscenza non si spostasse sempre più avanti per effetto della ricerca «pura». Fra l’una e l’altra, insomma, esiste una continua dialettica, un’interazione stretta; anzi, sempre più stretta, dato che i tempi della distanza fra ricerca «pura» e ricerca «applicata» si sono drammaticamente contratti e continuano a ridursi in misura crescente. Luogo primario della ricerca, oltre al CNR, è da sempre, e resta, l’università. Una delle peggiori conseguenze della riforma, con la sua cieca insistenza sulla burocratizzazione dell’insegnamento a scapito della qualità dell’apprendimento, del merito degli studenti e della ricerca (tre dimensioni strettamente interconnesse), è la crescita della sfiducia nell’università come luogo prioritario della ricerca. Perciò da molte parti, spesso anche da chi ha appoggiato a suo tempo la riforma e non ha mai, nemmeno in seguito, alzato la voce per criticarne qualche aspetto, si dà per scontato che essa avrà la conseguenza di scacciare la ricerca dall’università, provocando di fatto una sua generale degradazione. Si spiega in tal modo l’accavallarsi di proposte: per esempio, la distinzione delle università italiane in due livelli, teaching universities e research universities, cioè la creazione di «strutture parallele» alle università, «apertamente meritocratiche e aperte al confronto internazionale»,3 o di «un sistema razionale di formazione post-laurea» con «un migliore controllo sui risultati e più trasparenza».4 La soluzione sarà dunque questa? Abbandonare l’università al suo triste destino e puntare tutto su un’«azione parallela», come nell’indimenticata Kakanien dell’Uomo senza qualità di Musil? Sarebbe, credo, un grave errore. La distinzione fra research universities e teaching universities è estranea al nostro sistema, e introdurla in questo momento potrebbe creare solo guasti. Il modello italiano di università non solo prevede, ma richiede la presenza distribuita della ricerca in tutti gli atenei. La ricerca non va intesa come un lusso o un optional accanto alla didattica, ma anzi come il lievito del percorso formativo, come momento che lo qualifica e lo rende competitivo, nel contesto internazionale e nella società civile, per la sua capacità di generare innovazione, e dunque occupazione. Va invece incoraggiato un modello che preveda una crescita del tasso di ricerca nella didattica dal primo al secondo ciclo, culminando poi nel dottorato, non a caso detto «di ricerca». Sarà anzi questa la vera frontiera nell’applicazione della riforma, la vera «rincorsa» in cui dovranno impegnarsi gli atenei: poiché tagliare fuori dalla ricerca i cinque anni base del percorso formativo creerebbe un effetto di terra bruciata sul quale nulla si potrebbe più costruire.

Intanto i fondi pubblici per la ricerca continuano a diminuire. Per esempio, il fondo aggiuntivo per progetti di ricerca, inserito all’ultimo minuto nella finanziaria (articolo 56) e gestito non dall’apposito ministero, ma da una macchinosa combinazione di quattro ministri e del presidente del Consiglio, è di 225 milioni di euro per il 2003 (una cifra già di per sé ridicola), ma subito se ne prevede il calo a 100 milioni nel 2004. Insomma, alla mortificazione del basso livello delle risorse si unisce lo sberleffo di sapere, scritto chiaramente sulla «Gazzetta Ufficiale», che l’anno prossimo saranno ancora meno.

 

Pubblico e privato

Abbiamo insistito sugli investimenti pubblici nella ricerca, nell’università, nei beni culturali. E i privati? Non nascondiamoci dietro un dito. Gli investimenti privati in questi settori sono, in Italia, bassi o nulli; anzi, la maggior parte delle industrie italiane ha drasticamente ridimensionato, dove c’erano, i dipartimenti di ricerca e sviluppo. Le università private, è vero, sono talora di ottimo livello, ma possono contare su contributi pubblici e far leva su introiti da tasse d’iscrizione più alti di quelli delle università statali. Nel settore dei beni culturali, l’equivoco di fondo, nato dalla penosa ignoranza di chi sbandierava modelli americani senza saperne nulla, è che i privati possano investire per ricavarne un profitto. Una volta chiarito che non è così (e ora a dirlo è il ministro Urbani), c’è da scommettere che fuggiranno a precipizio, a meno che il loro profitto non sia fatto e garantito a spese dello Stato. Nella ricerca, lo abbiamo detto, i fondi privati si indirizzano ai benefici immediati della ricerca applicativa, ignorando quasi sempre la ricerca di base.

Ma è così dappertutto? No. In questo caso il modello americano è davvero da invidiare: perché negli Stati Uniti esistono due meccanismi convergenti con cui i privati finanziano la ricerca, l’università, i musei in misura migliaia di volte superiore a quanto accade da noi. Il primo meccanismo sono le grandi o grandissime fondazioni e donazioni che hanno reso possibile, per esempio, la nascita di tutti i musei americani (anche la National Gallery of Art, unico museo federale, nasce dalla donazione Mellon), e ne assicurano la prosperità. Il secondo è il flusso costante di donazioni medie e piccole, che viene da decine di milioni di cittadini americani. Nelle università, qualche volta una grossa donazione crea un nuovo centro di ricerca; molto più spesso, arrivano donazioni medie e piccole, per esempio raccolte dalle attivissime associazioni di alumni. Poco, se prese una per una; milioni, e a volte miliardi di dollari, nel loro insieme. Si capisce perciò che il fund raising sia diventato una tecnica sofisticata, con propri specialisti, a volte contesi da università, centri di ricerche, musei. I fondi così raccolti non bastano mai da soli, ma si aggiungono ai finanziamenti pubblici e ai capitali privati di fondazione incrementati dalle politiche di investimento, creando un «circolo virtuoso» che da noi i più ottimisti osano solo sognare.

Perché nulla di simile accade da noi? Non invochiamo astratti «mecenatismi». È vero, il mecenatismo è una di quelle pratiche socio-culturali che una volta introdotte si allargano a macchia d’olio, e provocano imitazione (proprio questo è il «circolo virtuoso» in opera negli Stati Uniti). Ma la generosità del donatore deve essere motivata e consolidata, oltre che da questo meccanismo sociale, anche da immediati ritorni o vantaggi. Ce ne sono in sostanza solo due, ma sono strettamente necessari entrambi: il primo è quello che le società antiche chiamavano «amor di gloria», e oggi si chiama «ritorno d’immagine». Potente incentivo, ma da solo non basta (infatti da noi le donazioni private latitano). Ne serve un altro, e cioè introdurre una chiara, univoca, totale defiscalizzazione delle donazioni a università, musei, enti di ricerca; e cioè un meccanismo che produca evidenti vantaggi fiscali, commisurandoli all’entità della donazione, sia a chi dona mille euro che a chi ne dona un milione. Da anni e anni se ne parla, si introducono qualche volta timide e approssimative misure, pallide imitazioni delle norme americane (e intanto si predica a vanvera di modelli americani fraintesi per la scuola, l’università, i musei); ma nessuno, né a sinistra né a destra, ha intrapreso con decisione questa strada.

È lecito chiedersi il perché. Azzardo una risposta: in un paese come il nostro, con uno scandaloso tasso di evasione fiscale (oltre 200 miliardi di euro ogni anno), un fisco a cui già sfugge il 18,7 % del PIL5 non può rinunciare nemmeno a un centesimo di quello che gli è dovuto, figurarsi fare agevolazioni fiscali a chi volesse donare qualcosa a un’università, a un centro di ricerca, a un museo. Gli sconti fiscali, secondo un’ingloriosa e intangibile tradizione italiana, si fanno anni e anni dopo l’evasione, nella forma ben nota del condono, uno sport nazionale periodicamente deplorato e rimesso nel cassetto, perché sia pronto ad essere, altrettanto periodicamente, rispolverato. In tal modo gli sconti fiscali vanno tutti a beneficio dei furbi e non dei generosi, di chi viola la legge e non di chi la rispetta, di chi attenta alla società civile e non di chi voglia dar prova di senso civico. Se questa spiegazione è vera, chiediamoci: fa onore al paese? Perché, in questo caso e solo in questo, nessuno invoca a modello l’efficientissimo IRS, Internal Revenue Service, americano?

 

Coda

In coda, due brevi promemoria. Primo: che cosa accadrà in questi settori, anch’essi investiti dagli impulsi centrifughi del federalismo all’italiana? La scarsa o nulla capacità progettuale che i nostri governi si sono passati di mano in mano nel gestire i problemi della cultura, della ricerca, del patrimonio culturale sembrerebbe richiedere una marcata inversione di tendenza, che non dovrebbe avvenire «a pelle di leopardo» – sì a Torino e a Bari, no a Palermo e a Treviso – ma essere gestita centralmente dallo Stato. Ma una sindrome schizofrenica si va diffondendo nel paese. Una parte della sinistra, mentre contesta la devoluzione «alla Bossi» (per esempio per la sanità, la scuola, le polizie locali), propugna forme di devoluzione dei beni culturali alle regioni, argomentandole con una cavillosa e inconsistente dicotomia di «tutela» e «valorizzazione». Profezia fin troppo facile, per questa strada l’amministrazione dei beni culturali rischia di diventare merce di scambio fra devolutori «di destra» e devolutori «di sinistra», e qualcuno finirà col proporre un compromesso bipartisan per cui si darà «più scuola» (o sanità, o polizia) alla Lega in cambio di «più beni culturali» a qualche regione «di sinistra». Sia detto a futura memoria: se questa sarà la strada, la rovina è certa. Secondo promemoria: la situazione che abbiamo descritto è di grande complessità e richiederebbe una politica di grande respiro di cui si sente davvero da troppo tempo la mancanza. Sarebbe il caso di domandarsi nel modo più esplicito e  spregiudicato perché nemmeno la sinistra ha saputo farlo, nella sua esperienza di governo; perché anzi la sua politica, specialmente nel campo dei beni culturali, è stata fallimentare; perché, anche nel campo dell’università e della ricerca, non ha saputo produrre l’agognata inversione di tendenza. La differenza è ormai fra quelli che si consolano dicendo che la destra lo sta facendo o lo farà, ancor peggio, e quelli che non si accontentano di una consolazione tanto magra e tanto stolta; che vogliono analizzare le occasioni perdute, e progettarne di nuove. 

 

 

Bibliografia

1 In relazione ai beni culturali si veda S. Settis, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Einaudi, Torino 2002.

2 Per argomentazioni e documentazione su questo tema cfr. Settis, Italia S.p.A., cit.

3 Cfr. M. Santambrogio su «La Stampa», 8 gennaio 2003.

4 Cfr. A. Schiavone su «la Repubblica», 10 gennaio 2003.

5 Cfr. «Il Sole 24 ore», 21 luglio 2002.

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