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Ridefinire l'agenda del paese

Written by Alfredo Reichlin Tuesday, 01 January 2002 02:00 Print

Con il collasso della Fiat, il tema del declino del paese è entrato finalmente nel dibattito politico. Sia pure con ritardo una parte dell’establishment, lo stesso che aveva creduto nei «miracoli» di Berlusconi, scopre con angoscia che con questa destra il paese è a rischio. Questo da un lato. Dall’altro si pone alla sinistra un serio problema: quello di alzare – e di molto – il livello del suo discorso politico e della sua proposta al paese.

 

Con il collasso della Fiat, il tema del declino del paese è entrato finalmente nel dibattito politico. Sia pure con ritardo una parte dell’establishment, lo stesso che aveva creduto nei «miracoli» di Berlusconi, scopre con angoscia che con questa destra il paese è a rischio. Questo da un lato. Dall’altro si pone alla sinistra un serio problema: quello di alzare – e di molto – il livello del suo discorso politico e della sua proposta al paese.

La domanda dalla quale io parto è questa: che un declino dell’economia sia in atto (e da tempo) è abbastanza chiaro. Ma lo è altrettanto la novità e la dimensione del problema? La mia opinione è che siamo alla presenza di una crisi complessiva dell’organismo italiano, cioè di qualcosa che mette in discussione i «fondamentali» del paese, e quindi – in qualche modo – il suo destino. Mi rendo conto che si tratta di un giudizio molto impegnativo ma anche le cose dette di recente da alte autorità e da un uomo molto misurato come Mario Monti vanno in questa direzione. In effetti, per assistere a qualcosa del genere bisogna risalire a vicende come la «crisi di fine secolo» o ai problemi che si posero quindici anni fa dopo il crollo del muro di Berlino quando, sul piano economico assistemmo al dissolversi degli equilibri organizzati intorno all’economia mista e, su quello politico, all’espianto di una intera classe politica. I problemi di oggi sono molto diversi ma è un fatto che siamo di fronte a un nodo, all’intreccio di molte cose. Il dramma di una grande economia che era giunta ai vertici mondiali ma che da qualche anno perde competitività, e non solo in senso congiunturale, al punto da dover vendere allo straniero i suoi settori più avanzati e da non sembrare più in grado di gestire grandi imprese industriali capaci di stare nel mercato globale. Tale dramma si somma a un processo inedito di disarticolazione dello Stato e di svuotamento delle vecchie istituzioni. E ciò sia per la guerra scatenata dal governo contro la magistratura e contro le istituzioni neutrali e di garanzia; sia, anche, per il vuoto che si è creato tra un vecchio Stato centralistico che non regge più e un ordinamento di tipo federale che non c’è ancora, e che non si sa nemmeno se ci sarà, e cosa sarà. Il tutto aggravato da un continuo degrado della vita civile e della pubblica morale, al punto che stanno venendo meno quei valori fondamentali senza i quali un paese non riesce ad esprimere una volontà collettiva, perde identità, smarrisce fiducia nel futuro. Parlo di quelle regole elementari che si chiamano l’eguaglianza della legge per cui anche i potenti possono essere processati, il dovere di pagare le tasse anche per i ricchi e gli evasori, la separazione tra beni pubblici e interessi privati.

Se questi sono i fenomeni che dominano la vita italiana non siamo di fronte a una situazione come tante altre. È in gioco qualcosa che riguarda le classi dirigenti (sia quelle che governano come quelle che guidano l’opposizione) e che le sfida a ridefinirsi rispetto a un interrogativo di fondo che dal tempo dell’avvento della repubblica non si era più riproposto: dove va questo paese? Pensiamo solo al problema del suo posto nell’Europa in formazione e rispetto ai nuovi scenari che si delineano anche in conseguenza del disegno della destra americana di imporre un nuovo ordine imperiale. Stiamo attenti perché al fondo sono queste domande senza risposta che alimentano la sfiducia. E la sinistra se vuole ritornare ad esprimere una forza unitaria e una egemonia è su queste cose che deve ragionare. Deve ridefinire l’agenda del paese, la sua visione del problema italiano.

Per molti aspetti, la situazione ricorda l’inizio degli anni Novanta quando Massimo D’Alema fondò la sua candidatura alla guida del PDS non su una contrapposizione personale ma su un’analisi della crisi italiana molto diversa da quella imposta dai media: la «vulgata» secondo cui tutto dipendeva dai guasti del sistema politico, e quindi dalla partitocrazia, per cui il problema sembrava quello di trovare «facce nuove» e di mettere al posto dei politici gli esponenti della «società civile», e quindi lo strumento doveva consistere essenzialmente nell’abolizione del sistema proporzionale, nello scioglimento della sinistra di matrice socialista in una formazione «democratica», nei referendum. La risposta di D’Alema e dei suoi amici fu che bisognava gettare lo sguardo ben al di là della crisi del vecchio sistema politico. E ciò perché quello che, dopotutto, era un grande paese moderno, la quinta o la sesta potenza industriale del mondo, non poteva essere arrivato a una sorta di «otto settembre» della sua classe dirigente solo per ragioni come queste. Evidentemente si era rotto qualcosa di più profondo e di più strutturale rispetto anche a un sistema politico malato: cose come la fine del vecchio blocco sociale fordista e di quell’insieme di compromessi e di patti non scritti che avevano garantito lo stare insieme di un paese con così gravi squilibri. Questo era il punto. Il ceto di governo aveva perso la legittimità a dirigere il paese non perché «tutti ladri» ma essenzialmente perché le nuove sfide poste dal mutamento degli assetti mondiale (globalizzazione dei mercati e passaggio alla moneta unica europea) non potevano più essere fronteggiate facendo ancora leva sul vecchio impianto dello Stato assistenziale e sulle tradizionali risorse dell’economia mista italiana. Così il PDS di allora affermò la sua leadership. Essenzialmente ridefinendo quella che era la sostanza del problema italiano. La sostanza, non la forma di governo. E su questa base si unificò il partito e avvenne l’incontrò con Prodi e con il mondo del centrosinistra. Sulla base cioè del fatto che l’agenda del paese veniva spostata in avanti e che al paese veniva dato un obiettivo chiaro ed entusiasmante: l’europeizzazione dell’Italia. È evidente perché ricordo quella esperienza. Perché – a mio parere – questo oggi torna ad essere il compito principale: ridefinire l’agenda del paese. Questa è la sfida in positivo che bisognerebbe lanciare ai movimenti. Partire non da noi ma dal nodo cruciale che minaccia il futuro del paese. Emergerebbe l’inutilità e il danno di una lacerazione, ritroveremmo tutti il bisogno di un pensiero politico forte e costruttivo adeguato alla necessità di costruire una grande alleanza in grado di battere la destra e di porre su nuove basi lo sviluppo dell’Italia.

Vengo così a un giudizio sul declino italiano. I dati che riguardano l’economia sono chiari. Nell’ultimo decennio del secolo che abbiamo alle spalle l’Italia è stata il fanalino di coda della crescita tra i paesi OCSE. Il suo tasso di sviluppo è stato circa la metà di quello europeo e un terzo di quello USA. Tra il 1992 e il 2002 abbiamo perso quasi un quarto della nostra quota di commercio internazionale. In più, anno dopo anno, abbiamo assistito a una serie di disastri aziendali che hanno cancellato dall’economia italiana interi settori produttivi: chimica, farmaceutica, informatica, e ora anche l’auto è a rischio. Le  privatizzazioni erano necessarie ma nessun paese europeo ha subito una decadenza industriale così brusca. Le poche grandi imprese italiane che sopravvivono sono ex aziende di Stato protette dal fatto di operare quasi tutte nel campo dei grandi servizi a tariffa. La conseguenza più grave, nel lungo periodo, è che l’Italia non ha più i luoghi dove si faccia ricerca e dove la tecnologia si combina con la capacità di creare innovazione e di dar vita a grandi organismi produttivi. I luoghi dove si forma una classe dirigente moderna. Io credo che in ciò – oltre che nell’invecchiamento della popolazione e nella arretratezza della scuola – sta la più grave ipoteca sul nostro futuro. Tuttavia nessun futuro è già scritto. Quella italiana rimane la sesta economia del mondo con una enorme varietà di produzioni e una diffusa capacità di intraprendere. Resta uno dei mercati più grandi e uno dei maggiori esportatori. E noi non dovremmo sottovalutare l’emergere in molti luoghi di nuove iniziative produttive e, insieme a ciò fenomeni importanti di vitalità, di impegno nella costruzione di reti di solidarietà sociale, e anche di iniziative culturali che animano il tessuto urbano italiano. Il paese non è poi così seduto.

Gianni Toniolo ha provato a mettere a confronto gli elementi positivi con quelli negativi. Seguendo il suo elenco possiamo mettere al positivo questi dati: il livello del reddito per abitante italiano è pressoché pari a quelli di Francia, Germania, Regno Unito; il livello della produttività oraria (prodotto per ora lavorata) dell’Italia è tra i più elevati del mondo: superiore a quello USA e, di poco, a quello tedesco; le remunerazioni del lavoro italiano sono ormai tra le più basse d’Europa; il tasso di rendimento dei capitali è allineato a quello medio europeo; la capacità di risparmio è maggiore; registriamo, soprattutto al Nord, una diffusione delle imprese che non ha eguali al mondo. Ma a tutto ciò si contrappone quest’altro elenco di fattori negativi: la produttività oraria ha cessato di crescere; il tasso di partecipazione alla forza lavoro e all’occupazione sono tra i più bassi del mondo: solo un italiano su due lavora, altrove sette su dieci; il capitale fisso sociale è del tutto inadeguato, per cui la mancanza di infrastrutture pesa notevolmente sui costi e sulla efficienza del settore esposto alla concorrenza; il «nanismo» delle imprese italiane non si attenua: quelle manifatturiere con oltre 500 addetti occupano solo il 15% degli addetti del settore (ne occupavano il 30% nel 1980) mentre in Germania siamo al 56%, in Francia al 43%; il livello di istruzione medio della forza lavoro è particolarmente basso: cresce lentamente per quanto riguarda l’istruzione secondaria, non cresce affatto per quanto riguarda l’università. Inoltre: solo il 44% della popolazione maschile in età da lavoro (25 - 64 anni) ha un diploma di scuola superiore (Repubblica Ceca 91%, Germania e USA 87%, Giappone 83%, Corea 76%, Francia e Regno Unito 67%); solo il 10% della popolazione maschile in età da lavoro (25 - 64 anni) ha un diploma universitario (USA 37%, Francia e Giappone 36%, Germania 28%, Spagna 24%). Oltre a ciò i livelli di spesa in ricerca e sviluppo sono circa la metà di quelli europei e quasi un terzo di quelli di USA e Giappone; il livello del debito pubblico è circa il doppio di quello medio europeo, il che frena la spesa per investimenti e resta fattore di potenziale instabilità; registriamo il più grande numero di anziani rispetto a tutti i paesi del mondo.

Questi sono i semplici dati. Da essi non si ricavano previsioni certe. Come ci ricorda lo stesso Toniolo, i vantaggi e gli svantaggi comparati non sono dati per sempre, cambiano. Si aprono nuovi mercati, nuove vie di trasporto, taluni fattori produttivi si esauriscono (l’impero romano che decade per la difficoltà a rifornirsi di schiavi), nuove materie prime sostituiscono le vecchie (il carbone cede il passo al petrolio) certe tecnologie diventano obsolete, e così via. Ma il fattore cruciale è un altro. Ed è su questo che dobbiamo riflettere se vogliamo renderci conto delle responsabilità che pesano su una sinistra che si dice di governo e – al tempo stesso – della novità degli orizzonti in cui dovrebbe collocarsi un riformismo serio. Questo fattore è la politica, ma la politica intesa come quella cosa che elabora una classe dirigente e che imprime alla società civile una forma, attraverso un sistema di regole e di istituzioni.

Questo dovrebbe essere il centro della nostra riflessione. Come ci dice la storia mondiale e come conferma la vicenda italiana, l’economia è solo causa immediata, non ultima del declino. Le cause ultime sono quasi sempre politiche e sociali. Ma ciò vale in generale. In un senso più specifico, esse derivano essenzialmente dalla incapacità degli assetti precedenti ad adeguarsi alle grandi novità. Si tratta di quel fattore che Toniolo chiama la crisi delle vecchie istituzioni, intendendo per istituzioni non solo quelle statali ma cose come – per esempio – il modello dell’economia mista italiana. Mi riferisco a quel meccanismo per cui in assenza di un mercato finanziario la grande impresa a proprietà familiare veniva finanziata dalla banca pubblica che raccoglieva il risparmio per conto di Mediobanca, e poi, nel «salotto buono», si decideva come allocarlo. Questo da un lato. Dall’altro il fatto che alle industrie di Stato spettavano gli investimenti più rischiosi nei settori avanzati e nei grandi servizi. Più la miriade delle piccole industrie con licenza di evadere il fisco. E infine la spesa pubblica in deficit per finanziare corporativismi e rendite. Solo così si spiega un così rapido declino. Di colpo la moneta unica, la libera circolazione dei capitali e le nuove sfide della competitività poste dall’integrazione nel sistema europeo hanno messo fuori gioco questo tipo di istituzioni, le stesse su cui l’Italia aveva costruito tre decenni prima il suo miracolo. E tuttavia – ecco il punto – proprio perché le cause ultime sono queste, i declini sono reversibili. Anche quello italiano. Dipende molto dalla capacità di andare oltre i piccoli aggiustamenti per cercare di ridefinire la figura complessiva dell’Italia. Cosa che – del resto – è accaduta altre volte nella nostra storia unitaria: dalla svolta giolittiana del 1901 al «miracolo» del dopoguerra che creò in poco tempo l’Italia industriale.

Io credo che sia qui la risposta seria alle nuove spinte massimaliste che non sono piccola cosa e alle nuove domande di «senso» che si rivolgono alla politica. Non è in discussione la radicalità dell’opposizione alla destra. Il fatto è che data la natura dei problemi italiani, la lotta alla destra non è separabile da una proposta programmatica e da una iniziativa politica capace di mobilitare energie nuove in nome di un nuovo progetto per l’Italia. Non è facile. Ma è questo che dobbiamo fare. Le folle che riempiono le piazze non sono un fatto mediatico ma il segno di una nuova mobilitazione sociale, tipica di una società moderna nella quale larghe fasce di ceto medio vengono spinte in basso ed esposte a tutti i rischi mentre la frazione più ricca diventa sempre più ricca. Bisogna impedire che questa spinta si esaurisca in una protesta senza sbocchi costruttivi. Bisogna coinvolgere la gente e la mia opinione è che la condizione per farlo sta nel cercare insieme la risposta a un interrogativo cruciale, che è questo: i vincoli che derivano dalle debolezze strutturali del sistema sono di natura tale per cui dobbiamo rassegnarci a considerarli come insuperabili? Oppure, se non è così, se non esistono treni che passano una volta per sempre, su quali risorse possiamo far leva? Risorse economiche, sociali, culturali e tra queste anche un più alto profilo della sinistra.

C’è una grande novità di cui tener conto. È il fatto che essendo entrato in crisi il modello di governo dell’economia mondiale si riapre il ventaglio delle scelte e delle alternative possibili. Diventa più credibile quel disegno di una politica economica europea (dal piano Delors al programma di Lisbona) che è rimasto sulla carta ma che per l’Italia sarebbe una vera e propria ancora di salvezza rispetto al rischio di rimanere ai margini dello sviluppo e dell’innovazione. Al tempo stesso perde credibilità il messaggio di fondo con cui Berlusconi si è rivolto agli italiani raccogliendo un consenso maggioritario. Parlo di quell’appello agli «spiriti animali» e all’egoismo sociale basato sull’idea che se si fosse liberato il paese dai lacci dello statalismo (leggi e tribunali compresi), nonché dal peso del fisco e dai costi del lavoro e dei diritti sindacali, esso sarebbe scattato come una molla verso un nuovo miracolo.

Dunque a quale progetto bisogna pensare per contrastare i fattori della decadenza italiana? Esso dovrebbe, prima di tutto, indicare al paese le ragioni per cui è finita una intera epoca, e sono cambiate quelle condizioni che consentirono agli italiani di diventare ricchi. Una sinistra seria deve dire questa verità. La novità è che i «mali antichi» del paese non possono più trovare compenso nell’arte di arrangiarsi. Gli italiani devono perciò sapere con chiarezza quale scelta di fondo sta davanti a loro e a quale impegno nuovo noi li chiamiamo. In poche parole si tratta del fatto che una economia avanzata come quella italiana – integrata come essa è in mercati aperti e dominati dalla rivoluzione post-industriale – può sopravvivere solo a una condizione: solo se si specializza in produzioni ad alto contenuto tecnologico e in servizi ad alto contenuto di capitale umano. Se non si attua questo il nostro destino è segnato: diventare nel giro di pochi anni un ricco mercato periferico per produttori localizzati altrove. E ciò con tutte le conseguenze sociali, politiche e culturali che si possono immaginare.

A me sembra questa la missione del riformismo. Ridefinire un futuro possibile. Ritrovare il gusto di parlare non solo ai ceti colti ma alle nuove generazioni che rischiano di pagare tutti i prezzi di una società ricca ma stanca, molto corporativa, chiusa all’inclusione sociale. E dire ai giovani che è proprio per questo che non bastano i «girotondi» contro la destra. I vincoli della società italiana sono di lunga data e di natura strutturale, vincoli che certamente la destra sta aggravando ma per affrontare i quali i «no» non bastano. Pensiamo solo alla contraddizione tra l’esigenza di far leva sul capitale umano come risorsa fondamentale di questo paese e il fatto che stiamo perdendo vitalità al punto che, stando alle tendenze attuali, noi assisteremo negli anni a venire ad una forte riduzione della popolazione in età lavorativa. Ci sono stime secondo cui tra venti anni l’invecchiamento della forza lavoro sarà tale per cui la popolazione dai 15 ai 34 anni dovrebbe diminuire del 40%: quasi sette milioni di persone.

Ho fatto questo cenno alla complessità del nesso vincoli-risorse solo per dire come diventano cruciali certe scelte e non altre. Per esempio, la necessità di puntare di più sul lavoro delle donne e quindi sulle politiche familiari e di sostegno. Per esempio l’importanza cruciale di utilizzare quel serbatoio di energie giovanili disoccupate che è il Mezzogiorno. Ma resta da capire come sia possibile promuovere la capacità di erogare lavoro creativo senza dare nuove basi alla produzione del capitale umano. È evidente la necessità di uno straordinario investimento sulla scuola e la formazione. Per fare questo bisognerà fare i conti con i vincoli finanziari, compresa l’insostenibilità nel lungo periodo della spesa pensionistica. Ma è sufficiente? Io penso che sia necessario anche affrontare un difficile nodo politico. La sinistra di governo deve respingere con più forza quella idea detta, ridetta, martellata in tutti questi anni secondo cui il riformismo consisterebbe nel riconoscere che le istituzioni della cittadinanza sociale sono di ostacolo alla crescita economica. E che quindi il solo modello possibile è quello americano il cui dinamismo si spiegherebbe con la deregolazione selvaggia, lo smantellamento del welfare, l’accettazione delle disuguaglianze, l’emarginazione dei sindacati. Le cose non stanno così. È sempre più chiaro che la straordinaria crescita americana non è venuta sostanzialmente dalle disuguaglianze ma da fattori come il lungo ciclo di investimenti collegato all’ingresso in campi nuovi, a loro volta sostenuti da una sorta di «keynesismo militare» che ha finanziato la ricerca e l’innovazione, nonché dal gigantesco drenaggio del risparmio mondiale grazie alla forza del dollaro. Ha pesato moltissimo, inoltre, il fatto che mentre l’Europa invecchiava l’ondata migratoria asiatica e latino-americana ha fatto aumentare la popolazione residente americana, e quindi la forza lavoro attiva e disposta a tutto, di quasi il 20%.

Non è quindi la competitività di costo la risorsa su cui l’Italia può continuare a far leva. A questa bisogna ormai contrapporre una competitività di sistema cercando di individuare meglio i fattori che la determinano. E qui si dovrebbe aprire il grande capitolo delle risorse italiane da mettere in campo: risorse sociali, economiche ma anche politiche e culturali. È questo che intendo quando parlo di una nuova idea dell’Italia. E sta in ciò la base oggettiva di una grande alleanza non soltanto elettorale ma strategica. Ma la domanda che io mi pongo è se in Italia – data la storia delle sue classi dirigenti – sia possibile costruire un simile schieramento senza che la sinistra affermi il suo ruolo. Cosa impossibile se resta così divisa. La sinistra non è sostituibile da un generico movimento, o da un superpartito senza storia. La sinistra non è un semplice fatto elettorale. È, insieme alla Chiesa cattolica, la principale ossatura identitaria del paese. Perdere questa identità, vorrebbe dire per il paese rischiare di andare allo sbando. E questo dipende molto da noi e dalla visione che abbiamo dei conflitti che percorrono la società moderna. Il socialismo è un problema del passato? Se lasciamo credere questo non possiamo stupirci se la gente che non vuole starsene a casa va ai girotondi. Io credo invece che un nuovo partito socialista sia il soggetto politico più moderno.

Senza un grande partito socialista unito, senza una forza capace non solo di pensare il futuro ma di dare ad esso un progetto politico storicamente concreto, i movimenti non vanno da nessuna parte. La sinistra politica non è la destra dei movimenti. È la sola forza che può innervare quella nuova potenza europea (potenza politica ma anche modello sociale ed economico) senza la quale nessun movimento è in grado di contrastare il modo in cui la mondializzazione è guidata dall’unilateralismo americano. Questo è il ruolo insostituibile della sinistra di governo italiana. E, d’altra parte, senza una forza in grado di tenere un piede in Europa e un altro nei contesti locali non è possibile rimettere in gioco – nel nuovo gioco di una economia fatta sempre più di servizi e di prodotti immateriali – quel capitale che è tipicamente italiano: da un tessuto urbano che è il solo al mondo che da duemila anni non conosce interruzione; a un patrimonio umano e culturale tale da aver dato vita a due civiltà universali (Roma e il Rinascimento); alla bellezza dell’ambiente, cioè di quella risorsa che non riguarda il passato ma l’avvenire dato che la sua difesa dovrebbe spingere l’innovazione verso nuove frontiere anche scientifiche; a una collocazione geopolitica per cui l’Italia potrebbe essere il crocevia tra l’Europa, il mondo arabo, e quell’insieme di realtà orientali (popoli, religioni, materie prime) che si affacciano sul Mediterraneo. Noi su questo dobbiamo far leva: sulle grandissime risorse, poco o male utilizzate, di un paese che fa lavorare solo una persona su due, che tiene metà del territorio e il 40% della sua popolazione nelle condizioni di consumare più di quanto produce, che consente l’abbandono degli studi universitari al 70% delle matricole, che sacrifica le donne in ruoli subalterni, che non valorizza il suo immenso patrimonio culturale.

La risposta al rischio di decadenza sta dunque qui. Sta nell’impegnare le forze del lavoro moderno, non solo del lavoro dipendente ma insieme ad esso di quello straordinario patrimonio di sapienza artigiana e di imprenditorialità diffusa che possiede l’Italia. Il problema è che non basta comprare le tecnologie. La capacità di innovazione di un paese dipende sempre più da come si realizza una sinergia tra sfera sociale e sfera economica. C’è molto di vero nella riflessione di Amartya Sen a proposito delle «capacità» cioè delle varie cose che un individuo può fare nel corso della propria vita, a condizione di concepire lo stesso sviluppo economico «come un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani», superando versioni più ristrette come quelle che lo identificano con la crescita del PIL o con l’aumento dei redditi individuali. Non si tratta di sottovalutare l’importanza dei fattori economici in senso stretto ma di prestare più attenzione, oltre che sui mezzi, sui fini dello sviluppo stesso, i quali consistono, appunto, – come dice Sen – nella rimozione delle fonti di illibertà che condizionano la creatività umana e che concernono «la miseria come la tirannia, l’angustia delle prospettive economiche come la deprivazione sociale sistemica, la disattenzione verso i servizi pubblici come l’intolleranza o l’autoritarismo di uno Stato repressivo».

È alla luce di tutto questo che io ripenso all’anacronismo di certe dispute che stanno lacerando la sinistra. Il sindacato non può risolvere i suoi problemi di rappresentanza della nuova forza lavoro politicizzandosi; il partito non può concepire la politica come cosa che non riguarda i rapporti nuovi di potere tra le forme del lavoro moderno e il capitale. Come può la politica non interrogarsi su come si configura oggi la proprietà dei mezzi di produzione quando ai vecchi impianti si sostituiscono le reti? Che cosa diventa il mercato quando il peso del capitale umano e del capitale sociale diventano così grandi e il lavoro che non è più essenzialmente fatica ma creatività e intelligenza produce non solo profitto per l’imprenditore ma crea nuove relazioni sociali e chiede quindi nuovi diritti? Bruno Trentin è convinto che in questo straordinario intreccio che può portare il lavoro a divenire sempre più conoscenza e quindi capacità di scelta e, dunque, creatività e libertà, sta la più grande sfida che si presenta al mondo all’inizio di questo secolo. Il punto che allora viene in discussione è se una nuova idea dell’Italia, mentre deve scartare un ritorno al vecchio statalismo, non debba ripensare la funzione della mano pubblica. Quali sono le nuove istituzioni? Basta regolare il mercato? Non è forse decisivo ridisegnare lo Stato sociale in funzione della creazione di «capacità» e di saper fare nonché di protezioni che possano incentivare gli individui ad accettare cambiamenti, ad assumersi dei rischi, a cambiare lavoro?

In fondo la risorsa principale è questa: la politica. Del resto se noi torniamo indietro agli anni del dopoguerra e ci domandiamo cosa salvò l’Italia di allora dal declino, per quale ragione si innescò un autentico miracolo economico e quali fattori ci spinsero nel mondo dei ricchi e nel gruppo di testa dei paesi avanzati sarebbe bene – io credo – che meditassimo sulla spiegazione che Giacomo Becattini dette di quel «miracolo». Le ragioni sono tante ma quella per lui essenziale fu il fatto che «la guerra perduta, con gli eserciti stranieri che scorrazzavano sul nostro suolo, fu sentita, da vasti strati di popolazione del centro-nord, come una provvidenziale “spallata” a quell’impalcatura sociale oppressiva che fu il fascismo e la premessa di una liberazione che dall’iniziale terreno politico si sarebbe poi estesa a quello sociale ed economico». «Certo è, per me – prosegue l’economista toscano – che la comprensione dell’innesco del miracolo non può evitare di esplorare quel complesso moto di ribellione dal basso che assunse forme via via diverse: l’antifascismo, la Resistenza, il ritorno all’impegno politico di massa, il risveglio, lento e sotterraneo dapprima, ma progressivo del rivendicazionismo femminile; e infine, quando e dove se ne crearono le condizioni, il passaggio al lavoro autonomo e all’avventura piccolo-imprenditoriale. E insieme a questo il fatto che anche i partiti d’opposizione e i sindacati, seppur tagliati fuori (i primi) assai presto dalle responsabilità di governo, diedero il loro contributo essenziale a quel decollo, contenendo, fra l’altro – non senza tormenti e contraddizioni, com’è logico – le vene più spontaneistiche della protesta, tagliando alle sue radici la vena divisiva dell’anticlericalismo, educando le masse al confronto democratico, ma soprattutto portando ragionevole onestà ed efficienza all’amministrazione del governo locale». Ecco un esempio straordinariamente illuminante di come partiti e movimenti per vincere hanno bisogno gli uni degli altri.

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