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Persone, idee, cose d'Italia

Written by Ugo Pipitone Friday, 01 November 2002 02:00 Print

Queste sono le osservazioni di un breve viaggio per l’Italia di un italiano che, da decenni, vive all’estero. Appunti su quello che è stato il mio paese e che, per molti versi, continua ad esserlo. Un registro di idee scandite dal ritmo cardiaco del treno che unisce i diversi punti di una geografia fatta di indirizzi cambiati, memoria incerta, persone riviste dopo anni, che sono le stesse e altre. E anche, di tanto in tanto, una sensazione di precarietà, di inadeguatezza personale di fronte al tempo e alla geografia. Insomma, cronaca di una esplorazione.

 

Una introduzione inevitabile

Queste sono le osservazioni di un breve viaggio per l’Italia di un italiano che, da decenni, vive all’estero. Appunti su quello che è stato il mio paese e che, per molti versi, continua ad esserlo. Un registro di idee scandite dal ritmo cardiaco del treno che unisce i diversi punti di una geografia fatta di indirizzi cambiati, memoria incerta, persone riviste dopo anni, che sono le stesse e altre. E anche, di tanto in tanto, una sensazione di precarietà, di inadeguatezza personale di fronte al tempo e alla geografia. Insomma, cronaca di una esplorazione.

De Gaulle si chiedeva: come si governa un paese che produce centinaia di formaggi diversi? Traduciamo in termini italiani: cosa succede in un paese in cui è sufficiente avanzare di pochi chilometri in qualsiasi direzione per imbattersi in gastronomie, paesaggi, forme d’arte, dialetti, tradizioni locali, che più dissimili sarebbe difficile immaginare? Lasciamo da parte il problema di governare e limitiamoci al più antico, quello di capire. Come si fa a capire un paese così? Un amalgama che è un affastellamento di storie. Una storia di storie in cui il primo termine è quasi inimmaginabile di fronte alle complessità del secondo. La sintesi diventa qui un’arroganza intellettuale in rapporto a un’analisi che obbliga a disperdersi su un numero sconcertante di fronti. Le grandi teorie richiedono scenari di pianura o un appiattimento ideale delle irregolarità orografiche. E qui non è facile. Parentesi: essere marxisti in Italia non è stato facile e probabilmente non è un caso che il nostro marxista maggiore sia stato quel Gramsci che a occhi russi doveva sembrare un miscuglio di giornalista e di storico. L’eccezione, il particolare, è più importante che altrove e qualsiasi regola, appena definita, tende a scomporsi in una varietà portentosa di casi specifici. Il coeteris paribus diventa facilmente una trappola logica in cui cadono gli ingenui e gli eruditi con idee più granitiche delle realtà che cercano di esprimere, più ostinate del tempo che le scompiglia, più superficiali degli strati geologici da cui emergono.

L’unica cosa evidente è la persistente anomalia che la storia italiana riproduce nel tempo secolare della storia europea. Vien fatto di pensare che il maggior banco di prova della teoria del caos di Prigogine (oltre alla chimica, alla biologia evolutiva e altre scienze «esatte») potrebbe essere, per l’appunto, l’Italia. Il paese che, dal basso medioevo, inventa il capitalismo mentre si lacera nel conflitto permanente tra città commerciali. Il paese che, tra memorie (e strade) romane, vescovi ingombranti e commerci rinati, rimette all’ordine del giorno il problema della democrazia (come autogoverno cittadino) mentre le lotte intramura finiscono per creare la figura del podestà: colui che, venuto da fuori, ottiene la fiducia di quelli che non possono averla, collettivamente, in se stessi.

Una anomalia che avanza con una unità nazionale che invece di unire mantiene antiche eterogeneità regionali e, per certi aspetti, addirittura, le acutizza. Per arrivare al Novecento, nella cui prima parte, anomalia significa questione meridionale e fascismo. E dopo la guerra, una Democrazia Cristiana che governa per mezzo secolo e il principale partito comunista d’occidente. E in questa convivenza di contrasti e tempi storici accavallati, il paese che, incomprensibilmente, si trasforma in una delle maggiori economie del mondo. E poi, avvicinandoci al presente, quelle piccole e medie imprese, viste decenni fa come un fattore di ritardo di fronte al resto d’Europa, che diventano il principale agente di creatività economica e di occupazione. E adesso, Berlusconi: l’ultima anomalia, in ordine di tempo. Semplifichiamo: l’Italia sembrerebbe avere una naturale predisposizione ad essere davanti e indietro rispetto all’Europa e, spesso, contemporaneamente.

Se è una impresa improba per un italiano che viva nel propio paese, cercare di capirlo, diventa una missione virtualmente impossibile per un italiano che vive all’estero da quasi tre decenni, come chi scrive. Si è perso il contatto con il dettaglio ed è lì che si nasconde spesso ciò che è essenziale per capire. Viene alla mente Roland Barthes, che diceva: sono uno scienziato per mancanza di sottigliezza. Ma cercare di capire è inevitabile anche se può essere fonte di semplificazioni ingenue e di errori di prospettiva, anche se nel processo si affronta la possibilitá di scoprire cose (del mondo e di se stessi) che può non essere piacevole affrontare. Diciamo cautamente che qui si è cercato di capire in una forma primaria: ascoltando e guardandosi attorno.

 

Torino

Nel quartiere di San Salvario, dove ho vissuto da bambino, passo davanti (forse in via San Secondo) a un ristorante pakistano-indiano. Nella frontiera incerta tra i loro paesi d’origine, indiani e pakistani si combattono a morte e qui ritrovano una forma di convivenza che non sono riusciti a creare nei loro luoghi d’origine. Un onore, se mi è permesso un pizzico di retorica e di orgoglio nazionalista, per l’Italia. Un contributo involontario di pace che non mi sembra poca cosa nel presente del mondo. Certo, anche prostituzione, semilegalità, sfruttamento osceno, difficoltà di convivenza, nuovi equilibri difficili da pensare e, soprattutto, da costruire. Ma questa gente che viene da fuori ringiovanisce un paese che invecchia. E lo pone di fronte a una sfida per la quale è impreparato. Se l’integrazione di popoli venuti da fuori non è stata facile (ne lo è adesso) nella pianura culturale degli Stati Uniti, come potrà compiersi in un paese come questo, con una orografia culturale così diversificata? Non ne ho la più pallida idea. Ma, come dicevano San Paolo e Marx, hic Rodhus, hic salta.

 

Colbordolo

È un paesotto sulle colline tra Pesaro e Urbino. Una strada acciottolata unisce le due piazze. Festa paesana il 20 luglio, quest’anno dedicata alle tradizioni del Novecento. Una ressa di gente. Tavole per la strada che offrono, con cicerchia e dolci, sapori dimenticati. Attorno a me, contadini, ingegneri elettronici, operai specializzati, artigiani, piccoli imprenditori, maestri di scuola, impiegati pubblici. E certamente, qualche disoccupato, che non posso riconoscere. C’è nell’aria un senso di appartenenza festiva, un orgoglio che però non si prende troppo su serio. Tra parentesi, siamo vicini alla Romagna felliniana. Sento qui un rispetto verso il passato che (credo di capire) non è rinuncia ideologica del futuro. Sto tra gente che non demonizza il futuro, lo fa e, a giudicare da quello che vedo, non male. È una zona tradizionalmente governata dalla sinistra, non posso non registrare.

Le donne, bellissime, girano con ceste tra la calca offrendo i sapori della propria storia. Nell’anfiteatro della piazza principale, una banda di ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni è diretta da un impiegato municipale melomane. Verdi, Rossini, Mascagni non potrebbero chiedere di più. Il direttore d’orchestra racconta retroscena e pettegolezzi associati a ogni pezzo che dirige. Parla di Verdi e di Rossini come se li avesse appena lasciati al bar di un paese lì vicino. Una nostalgia che confonde i tempi tra la memoria persistente e aziende che esportano e innovano. Questa, registro, è la mia globalizzazione, quella che vorrei per l’Italia e per il mondo. Una globalizzazione senza forti basi locali è più una minaccia che una promessa. In Messico questo senso di rapporto forte tra gente e territorio si è rotto da secoli. Gli spagnoli, prima, i meticci dopo, e le multinazionali adesso, potevano (e possono) saccheggiare qualsiasi zona del territorio per poi andarsene da qualche altra parte. Modernità come nomadismo depredatore. E gli indigeni, lasciati perennemente a una miseria che non ha mai aiutato nessuno a conservare la parte migliore di se stesso.

Ci sono due cose che, senza volerlo, mi vengono alla mente in questa tiepida notte d’estate. La prima è l’umorismo di questa gente. Una specie di irreligiosità che fa dell’ironia il miglior rimedio contro qualsiasi verità definitiva. Ridere del mondo e di se stessi come profilassi per non prendere troppo sul serio quello che ha pretese di eternità ed esige per sé tutti i riflettori. Penso al reverendo Jorge di Umberto Eco, che, giustamente, considera l’ironia una minaccia contro la verità finale della fede e, dall’altra parte, a monsignor Ficarra, vescovo di Patti, raccontato da Sciascia, che non crede allo spirito religioso dei siciliani. E penso che Fellini era un degno figlio della sua terra, per dirla pomposamente.

La seconda è l’articolo 18. Qui sono molti quelli che passano da un’impresa all’altra e che ottengono salari fuori busta come retribuzione complementare alla loro perizia tecnica. Ovviamente le Marche non sono l’Italia tutta. E quindi non voglio dire che la battaglia in difesa dell’articolo 18 sia una battaglia sbagliata, però, forse è legittimo dire che nemmeno è giusta a priori: non dappertutto, non allo stesso modo. L’Italia cambia e stabilire linee del Piave può essere confortante, ma non è necessariamente giusto. Se i principi sacri sono poco sopportabili quando vengono dalla Chiesa, non vedo perché debbano esserlo quando vengono da altre parti. Anche se si tratta di difendere diritti; i diritti possono cambiare: impresa non facile e, ovviamente, non libera di rischi.

 

Roma

Qui sono due le cose in cui mi imbatto. La prima: degli immigrati rumeni. La seconda: un libro di Toni Negri. Comincio dai lavoratori rumeni. Un vecchio amico si prepara alla pensione comprando appartamenti e ristrutturandoli per poi venderli. Lo accompagno a osservare i lavori in corso in un piccolo appartamento e scopro un segmento imprevisto di realtà: l’apporto di imprenditorialità extracomunitaria. Sono tre biondi ragazzoni rumeni con una media di un metro e novanta a testa: mi chiedo se sono tutti così in Romania. Lavorano bene e, suppongo, a prezzi competitivi rispetto ai loro colleghi italiani. Questo non è piú solamente lavoro salariato a basso costo, è anche un apporto esterno di imprenditorialità. E questa constatazione apre a possibilità impreviste di intrecci.

Passiamo a «Impero», di Toni Negri e Michael Hardt. In un momento di quiete nella via crucis tra vecchi amici e autobus romani, mi metto a spulciare l’introduzione. Ed è come se tornassi indietro di trent’anni; saranno antiche diffidenze, ma sospetto una forma di pensiero troppo somigliante al vecchio stile di Potere operaio. Aggiornato, naturalmente. E la coerenza, di questi tempi, non mi pare più un valore indiscriminatamente ammirevole. Sento una forma rigida di pensiero. Troppi episodi del presente sono descritti come nodi necessari di una trama globale fatta di intenzioni occulte e leggi storiche più o meno inesorabili. Sento rinascere in me il vecchio scetticismo verso un modo di pensare che il mio malevolo piemontesismo mi fa immaginare romano. Una forma in cui si va troppo in fretta verso conclusioni convertite in verità indiscutibili che, una volta stabilite, possono anche prescindere dalla realtà. Troppo Bordiga e troppo poco Gramsci, mi permetto di sintetizzare. Non riesco ad apprezzare una sinistra troppo interessata alle idee e troppo poco alle realtà in movimento che obbligano a ripensare se stessi. Forse ci sarà del buono in questo libro, ma dall’introduzione non scorgo niente di attraente e, invece, molti vecchi vizi. Ma, naturalmente, mi posso sbagliare.

 

San Giovanni in Fiore

Capitale della Sila (dal greco selva), amministrata, anche qui da decenni, dalla sinistra. E lo noto in piccoli dettagli: la casa di riposo ospitata dentro l’abazia di San Giovanni Evangelista, con un chiostro bellissimo e il museo demologico, che conserva con cura oggetti della storia sociale e del lavoro della regione. È la prima volta che arrivo tanto a sud dell’Italia escludendo un viaggio di troppi anni fa nella Sicilia di mio padre. E scopro paesaggi, persone e sapori con lo stesso piacere con cui uno legge a tarda età romanzi che avrebbe dovuto leggere molto tempo prima. E che, forse, gli avrebbero cambiato la vita.

Faccio una lista rapida delle mie «scoperte» calabresi. Prima: un popolo che vive di spalle al mare, fonte per secoli di minacce saracene e turche. Nonostante ottocento chilometri di costa, la pesca è quasi inesistente. Paura e diffidenza, evidentemente, sopravvivono anche dopo la conclusione delle cause che le motivarono. E mi chiedo cosa lascerà Berlusconi nella testa degli italiani dopo che (tra cinque, dieci o vent’anni) sparirà dalla scena politica. Seconda: il festival del cinema che organizzano due amiche a San Giovanni in Fiore a ottobre-novembre di ogni anno. E cioè, quando i turisti se ne sono andati e, senza glamour, si puó fare con il cinema un’operazione culturale seria con la gente del posto. Terza: le due donne menzionate che, con precari appoggi finanziari, sviluppano un valoroso lavoro multimediatico per documentare flora, fauna e tradizioni regionali minacciate da forme canagliesche e predatrici di modernità. Ed è gradevole scoprire esseri umani le cui motivazioni non hanno nulla (o poco) a che vedere con il denaro. E, tra parentesi, non riesco a capire se questo è passato o futuro. Quarta «scoperta»: un cameriere calabrese che mi si presenta con la dignità e consapevolezza del proprio lavoro. E mi chiedo se la commedia all’italiana non abbia contribuito a diffondere un’immagine caricaturale del meridionale sguaiato, scansafatiche e irresponsabile.

 

Saluzzo

Un mio parente non scende dal trattore, alla cui guida è appena entrato in cascina, quando comincia a illustrarmi la situazione del Mezzogiorno che è ormai insostenibile con tutti «‘sti sussidi». È della Lega. E ripiombo di colpo in un territorio di verità sacre. Devo meritare il piccolo sermone leghista in onore al mio cognome o al paese (a sud del Mezzogiorno: colmo dei colmi) in cui ho deciso di vivere. Oramai, le verità che contano sono quelle semplici, riducibili a uno slogan televisivo facile da ripetere, digerire e usare come mazza contro l’avversario. Contestualizzare è noioso e non serve a ingualdrappare il cavallo da battaglia. Che l’Unità d’Italia sia stata fatta con tasse che strangolarono il Mezzogiorno mentre un’apertura commerciale prematura finiva col distruggerne i pochi fuochi di industrializzazione; che i «piemontesi» si alleassero con l’aristocrazia terriera meridionale congelando nel tempo strutture produttive e sociali premoderne; che per mezzo secolo la Democrazia Cristiana (vista dal nord come barriera contro il comunismo) abbia convissuto in molte delle sue realtà centrali e locali con la mafia, tutto ciò non importa. E importa anche di meno quello che diceva Sciascia nell’«Avvertenza al Giorno della civetta»: «La mafia non sorge e si sviluppa nel “vuoto” dello Stato ma “dentro” lo Stato». Quello stesso Stato che si è costruito più in funzione di spinte e interessi del nord che del sud. Però tutto questo è memoria libresca: quello che conta sono i sussidi di adesso. Sulle responsabilità passate e presenti, sui nessi di complicità, sulla stupidità e miopia storica, sulle disattenzioni, sul cinico uso elettorale della povertà, una coltre di oblio e, ovviamente, di autoassoluzione nordista.

Troppe cose da spiegare al mio parente leghista, che non sembra avere dubbi, troppe cose da dire e da dubitare e non ho nessuna voglia di assumere le vesti del professore, che ho lasciate appese a Città del Messico. Deo gratias.  Eppure la Lega potrebbe essere stata un’occasione che, invece, si è persa. La nuova identità europea implicava rafforzare e rinnovare le identità locali e richiedeva uno sforzo culturale che la Lega, purtroppo, non poteva fare. Bossi e amici hanno preferito ripiegarsi su istinti primari mitologizzati: il cammino più facile per costruire identità fasulle. E non hanno capito che l’Italia esiste, come un vestito di Arlecchino, ma esiste e, grazie a essa, siamo in Europa. Mi riconcilio con la mia terra grazie alle conifere della Val Chisone, al dialetto della gente ascoltata per strada, ai sapori, al vino.

 

Zibaldone Finale

Siamo daccapo. Cos’è l’Italia? Certamente non è il ritorno di fiamma di un patriottismo francamente deplorevole. Finché si tratta di calcio, passi, ma quando il tricolore è sbandierato con troppa frequenza, sento nell’aria uno spirito che non mi piace. Il patriottismo retorico è stata una bella coltre per coprire ingiustizie, soprusi, arricchimenti inspiegabili, e, adesso, come se non avessimo sufficienti vergogne, le leggi ad personam.  Non potendo dire cosa sia l’Italia, dirò quindi cos’è la mia. È quella della banda di Colbordolo che attacca con la marcia trionfale dell’Aida e continua con «Funiculì funiculà»: un orgoglio di appartenere che non è un’esclusione.

Passando ad altro tema: non è piacevole, girando per l’Italia, riscoprire uno spirito di faziosità che non è una bella bandiera nazionale. Ho ascoltato troppe frasi più costruite per blindare la propia identità che per capire l’altro. Come una irascibilità antica che sfocia spesso in certezze irragionevoli. Un esempio. Durante una cena ascolto: primo, gli attentati dell’11 settembre sono un problema americano; secondo, ma chi se ne frega delle sofferenze israeliane di fronte alla violenza sistematica di Israele contro il popolo palestinese. Chi parlava non era un giovanotto più o meno incolto e «radicale» ma un professore universitario. E però, la stessa persona che irradiava sul mondo le proprie sicurezze faziose, mi ha dato la spiegazione più intelligente ascoltata fino ad ora sulle ragioni dei successi di Bassolino a Napoli. Non sempre i faziosi sono degli imbecilli e non so se è un bene o un male.

Due parole su Berlusconi, la presente anomalia italiana. Quello che più mi colpisce è la volgarità. Mi ricorda certe macchiette di Gino Bramieri sul roboante analfabetismo culturale dell’imprenditore milanese che, in quattro e quattr’otto, se lo lasciano, aggiusta il mondo. E adesso la macchietta è diventata capo del governo e sembra che non gli basti. Chi l’avrebbe detto qualche anno fa che nel futuro italiano c’era un tuffo all’indietro ai Medici, al populismo dei ricchi? E in nome della modernizzazione. «Cosas veredes», dice Don Chisciotte. E adesso, il rischio che la sinistra, per rispondere a un attacco brutale alle istituzioni di uno Stato che è ancora democratico, smetta di vedere i cambiamenti necessari di cui il paese ha bisogno, per rinchiudersi in una logica cubana del tipo «Patria o muerte, venceremos». Berlusconi non deve essere l’alibi per smettere di pensare.

Un’osservazione sull’Europa. Non la sento in Italia, a parte l’euro. Possibile che sia un problema delle mie antenne, però in quattro settimane nessuno me ne ha parlato. Naturalmente spero di non avere ragione. L’Europa è il nuovo banco di prova in cui non si gioca solo il futuro del vecchio continente, ma equilibri e politiche mondiali. L’Europa è la nostra scommessa contemporanea verso una democrazia postnazionale. Senza contare che, se dovesse fallire la resistenza interna a un potere berlusconiano fino ad oggi dilagante, la maggiore speranza di conservare spazi democratici in Italia, verrebbe dall’Europa. O mi sbaglio?

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