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Come comprendere la povertà?

Written by Giancarlo Quaranta Friday, 01 November 2002 02:00 Print

Un deciso passo in avanti nello studio scientifico di un fenomeno vasto e complesso come la povertà nella dimensione globale è il fatto nuovo della ricerca sociale degli ultimi quindici anni. Superate le barriere ideologiche ed esorcizzato un intero mondo di significati metastorici di tipo politico e religioso, dei quali non necessariamente si mette in discussione la validità, alcuni studiosi, diversi per provenienza geografica e disciplinare, hanno realizzato un comune itinerario di ricerca scandito in tre grandi passaggi, che hanno cambiato il modo di affrontare il problema della povertà, con una notevole influenza sui programmi concreti di azione politica. Innanzi tutto, il passaggio dal «perché» al «come».

 

Un deciso passo in avanti nello studio scientifico di un fenomeno vasto e complesso come la povertà nella dimensione globale è il fatto nuovo della ricerca sociale degli ultimi quindici anni. Superate le barriere ideologiche ed esorcizzato un intero mondo di significati metastorici di tipo politico e religioso, dei quali non necessariamente si mette in discussione la validità, alcuni studiosi, diversi per provenienza geografica e disciplinare, hanno realizzato un comune itinerario di ricerca scandito in tre grandi passaggi, che hanno cambiato il modo di affrontare il problema della povertà, con una notevole influenza sui programmi concreti di azione politica. Innanzi tutto, il passaggio dal «perché» al «come». Alla base di quella che può essere definita una svolta epistemologica, c’è uno degli effetti indiretti della fine del conflitto Est-Ovest, vale a dire la marginalizzazione culturale della questione relativa alle cause della deprivazione sociale. Al livello scientifico, alla tradizionale domanda sul perché remoto e strutturale della povertà, a cui corrispondeva un approccio politico di tipo palingenetico e rivoluzionario, si è sostituita un’altra problematica, che si chiede non tanto il «perché» ma il «come» della povertà e soprattutto chi siano i poveri. A tale approccio corrisponde una concezione pragmatica della lotta alla povertà, non più tramite «la» politica (nel lessico anglofono: politics e polity), ma piuttosto attraverso politiche (policies) di tipo riformistico. Il secondo passaggio è consistito in una marcata accentuazione dell’uso di teorie e modelli sociologici, antropologici, psicologici e microeconomi ci, rinverdendo la ricca tradizione della ricerca europea, a scapito di categorie macroeconomiche, che tendono a ridurre la povertà, più o meno direttamente, a una mera questione di reddito e i poveri a oggetti o addirittura a entità numeriche di algoritmi econometrici. La resistenza dell’approccio economicistico tra i decisori, va ricercata certamente nell’efficacia che questo approccio garantisce – ed è vero – nelle misurazioni. D’altra parte, lo stesso approccio, per la sua «ubris riduzionistica», è a monte di molti fallimenti nel campo delle politiche di lotta alla povertà.

Il terzo passaggio è il più interessante e anche il più recente. La ricerca sulla povertà si è spostata infatti verso una nuova concezione del povero, che viene considerato, non più solo come vittima di processi sociali di dequalificazione, ma come un «agente» che si misura con situazioni anche estreme di sofferenza e di alienazione, ma pur sempre con l’orientamento al recupero della propria identità e in forte interazione con gli altri poli del sistema sociale, siano essi i gruppi sociali più fortunati, o le istituzioni di vario tipo, comprese le strutture del welfare, o le organizzazioni della società civile. Per non parlare di economia informale, di reti familiari e di vicinato, tramite le quali si esercitano forme attive di solidarietà orizzontale, o addirittura di volontariato sociale dei poveri stessi, o di azioni ai confini e qualche volta oltre i confini della legalità: tutti ambiti della vita sociale dove sono rintracciabili i segni dell’azione dei poveri. Insomma, per quanto riguarda la ricerca, potremmo parlare in estrema sintesi di un passaggio da un mondo ancora troppo oggettivizzato a un mondo di soggetti più o meno attivi, ma pur sempre soggetti e quindi in grado di esistere e di pesare come attori sociali.

A proposito di quest’ultima impostazione si possono fare due brevissime considerazioni. La prima, negativa, riguarda il rischio che la conquista conoscitiva circa la qualità «agenziale» dei poveri possa essere strumentalizzata da punti di vista caratterizzati da eccessi neoliberisti, per promuovere politiche sociali deboli o fondate su una sorta di laissez faire welfaristico. La seconda considerazione è positiva e sottolinea lo stretto nesso tra i risultati della ricerca sociale e il nuovo ed emergente paradigma dello sviluppo, in ambito internazionale, che attribuisce un ruolo cruciale – nel contesto della società della conoscenza – alle cosiddette risorse umane, anche nei paesi meno sviluppati. In tale prospettiva la lotta alla povertà è sempre meno una politica sociale e sempre più una delle strategie dello sviluppo complessivo di ogni comunità umana. Nonostante questi risultati positivi, la ricerca sociale si trova a fronteggiare alcune questioni non ancora risolte, che vanno dalla difficoltà di tradurre sul piano delle misurazioni le nuove acquisizioni teoriche – misurazioni che rimangono, come abbiamo visto, ancora dominio della macroeconomia – al tema di una migliore determinazione teorica della povertà nei paesi avanzati, soprattutto in quelli dove i sistemi di welfare, ad esempio in ambito sanitario, quando ci sono e funzionano, mitigano le stesse condizioni della povertà. Certo, la povertà in questi paesi costituisce un clamoroso paradosso e in qualche misura uno scandalo, anche perché le persone coinvolte sono sempre più spesso portatori di un alto livello di soggettività e di notevoli elementi di capitale cognitivo. Dove le politiche redistributive non sono sufficientemente adeguate, allora, la povertà, più che un fenomeno sociale negativo, diventa un fattore d’intrinseca debolezza politica delle strutture statuali, che si manifesta, ad esempio, anche negli orientamenti non scontati dell’elettorato «povero».

In particolare, due problemi ancora aperti interessano lo studio dei fenomeni di deprivazione sociale in Europa: l’esigenza di individuare una pluralità di figure di povero a cui dovrebbero corrispondere politiche sociali e interventi più mirati e quindi più efficaci; il rapporto tra la teoria della povertà e il tema, estremamente attuale, dell’esclusione sociale. Per molti anni la cultura europea ha rifiutato il termine «povero» e «povertà» cercando sostituti in altri concetti come underclass, emarginati, esclusi sociali, working poor, lavoratori precari. È solo con il passaggio ad un approccio sociologico che si è tornati a parlare e a indagare sulla povertà e, in particolare, sulle «nuove povertà» anche in Europa. Il fatto che ci si riferisca a «nuove povertà» al plurale, inoltre, sta a testimoniare l’interesse specifico verso la ricerca delle differenze all’interno del macrofenomeno povertà. Alla base di questo interesse ci sono, oltre che esigenze conoscitive, almeno due ragioni di carattere politico. Da un lato, c’è la necessità di superare l’impasse delle politiche sociali rivolte alla cosiddetta «bassa soglia» che, proprio a causa di una scarsa conoscenza dei beneficiari producono effetti paradossali, spesso aggravando le condizioni di disagio. Dall’altro lato, pesa l’imperativo della riduzione della spesa pubblica, che deve essere razionalizzata alla luce di una scala di priorità dei fabbisogni sociali, sia al livello europeo, sia ai livelli nazionale e locale.

Nel perseguire quella che possiamo chiamare «strategia delle distinzioni», tuttavia, si è corso più volte il rischio di determinare «false» o apparenti tipologie, legate a fattori estrinseci piuttosto che alla sostanziale differenza di condizioni di vita sperimentate dalle persone povere. È il caso delle cosiddette «categorie vulnerabili», costituite di volta in volta dagli anziani, dagli immigrati, dalle donne capofamiglia, dai senza fissa dimora, dai bambini. Si tratta di differenziazioni che possono introdurre pericolose rigidità, riproducendo un’uniformità all’interno di gruppi, tra l’altro, troppo ampi (ad esempio, le «donne»), e in ogni caso accomunati solo da caratteristiche sociodemografiche.

Il grande contributo della sociologia nell’interpretare le dinamiche profonde della povertà va perseguito fino in fondo. È nella sua applicazione, infatti, che è possibile cogliere le sostanziali differenze nel modo di vivere e di reagire dei soggetti poveri alla deprivazione materiale, sociale e cognitiva che si trovano ad affrontare. Il passaggio, nello studio della povertà, alla considerazione del povero come attore e non più come semplice beneficiario di politiche assistenziali, a cui si è fatto riferimento in precedenza, pone al centro dell’analisi l’identità dell’individuo, intesa come capacità di controllare il proprio ambiente. Vivere in povertà significa aver perso in parte tale capacità e vedere intaccata, quindi, la propria identità. E ciò non avviene ovviamente in maniera uniforme. A partire dalle diverse forme di perdita dell’identità può quindi realizzarsi una sorta di mappatura della povertà, con la possibilità di individuare i diversi tipi di «povero», in modo da avvicinare alla concreta realtà delle persone, non solo la conoscenza del fenomeno, ma soprattutto le misure e gli interventi da adottare per un recupero effettivo delle soggettività presenti tra i poveri. Da questa prospettiva emergono, a un primo livello, elementari configurazioni, fortemente diversificate, della povertà, che vanno da situazioni di povertà «intermittente», per la cui soluzione potrebbe essere sufficiente un semplice sostegno materiale, anche di tipo temporaneo, a situazioni di povertà estrema, caratterizzate, non solo dalla mancanza di risorse materiali e sociali, ma soprattutto dalla presenza nei poveri di fattori psichici negativi, come il senso di rassegnazione o l’incapacità di mobilitarsi. Dovrebbe essere evidente che in queste situazioni il solo sostegno economico e materiale, per quanto necessario, potrebbe paradossalmente risultare dannoso se non accompagnato da interventi di empowerement di lungo periodo, orientati a ricostruire quell’orientamento all’azione tanto importante perché i poveri riacquistino il controllo sulla propria esistenza.

A un secondo livello, però, le forme di povertà e i tipi di povero – se così si può dire – tendono a ordinarsi secondo un continuum, dove giocano un ruolo fondamentale le differenze in tre aspetti cruciali della struttura dell’identità delle persone in difficoltà, sui quali la ricerca ha messo concordemente l’accento, e che sono alla base della definizione sociale di povertà. Si tratta prima di tutto dell’accesso sia pure minimo a un insieme di beni materiali e immateriali, della qualità e della quantità delle reti familiari e sociali residuali, e infine dell’attitudine all’azione e all’elaborazione di strategie per la sopravvivenza. Questi tre elementi possono così essere utilizzati come coordinate per identificare specifiche situazioni di povertà. In qualche caso, ad esempio, può prevalere l’assenza di legami sociali rispetto alla scarsità delle risorse materiali, come sembra accadere ad alcuni anziani nelle aree urbane nel nostro paese. Nella situazione opposta, quando a una marcata assenza di risorse fa riscontro invece una certa ricchezza di legami sociali, si osservano tipi di povertà e di poveri diversi: in questo secondo caso potrebbero rientrare certe aree dell’immigrazione in Italia. Le indicazioni che precedono dovrebbero avere un valore pragmatico, perché sono orientate alla progettazione di politiche il più possibile efficaci e pertinenti. Rimangono necessariamente fuori da questa riflessione le valutazioni sulle dinamiche e sulle forze che sono alla base delle diseguaglianze sociali. Una considerazione di respiro strutturale si può fare però a proposito dell’unificazione europea.

L’Europa unita può svolgere, infatti, un grande ruolo nella lotta globale contro la povertà. Innanzitutto, dando un contributo più adeguato alla cooperazione internazionale anche in termini finanziari. E poi, soprattutto come «apripista» per politiche orientate, non tanto alla sopravvivenza, ma al pieno recupero dei poveri e alla loro definitiva uscita dalla condizione di povertà. A tale riguardo, non è difficile affermare che una più approfondita conoscenza delle situazioni concrete di distretta può essere di notevole utilità. In questo quadro l’Europa, oltre tutto, potrebbe avere l’opportunità di dire e fare qualcosa di nuovo su un altro fronte delle politiche sociali, ad essa probabilmente più consueto, che è quello relativo alla prevenzione della povertà. Ed è a questo punto che entra in gioco il rapporto, talvolta controverso, tra povertà ed esclusione sociale.

Con il concetto di esclusione sociale il mondo della ricerca europea ha tentato negli anni Ottanta di contenere i paradossi prodotti dall’approccio economicistico al tema della povertà. L’esclusione si contrapponeva all’inclusione sociale. Più che nei poveri, gli esclusi venivano identificati in quegli individui, in quelle categorie e in quei gruppi umani coinvolti in forme di disagio di tipo non solo materiale, ma anche psicologico e morale, nella vita di relazione, nella salute e nella capacità di cogliere le opportunità. Ricorrevano e ricorrono tuttora le questioni della marginalità territoriale, della precarietà del lavoro, di abitazioni improprie, disoccupazione, abbandono, tossicodipendenza, età anziana, famiglie monoparentali, malattia, stigmatizzazione, fino ad arrivare a disegnare una dinamica sociale complessiva, che ha consentito due importanti risultati conoscitivi, la cui validità attuale è indubbia. Il primo riguarda l’uso del concetto di esclusione sociale per mettere in evidenza soprattutto gli aspetti immateriali della povertà. Questo risultato è oggi messo parzialmente in discussione dall’evoluzione teorica che ha subìto al livello internazionale il concetto di povertà. Il superamento del riduzionismo economicistico, infatti, ha favorito, come abbiamo visto in precedenza, un’interpretazione della povertà come fenomeno multidimensionale. Il che ha comportato un certo disorientamento in ambito politico. Un esempio della confusione che si è prodotta si può trarre dai più recenti documenti delle Nazioni Unite dove i termini «povertà» ed «esclusione sociale» sono pressoché equivalenti e spesso costituiscono una endiadi retorica senza referenti empirici determinati. Detto questo, il concetto di esclusione sociale, portato avanti dalla ricerca europea, anche nella sua accezione complementare rispetto alla povertà, rimane di notevole utilità scientifica, a condizione che se ne valorizzi la funzione di approfondimento interpretativo rispetto a una condizione, come quella della deprivazione sociale estrema, mai abbastanza studiata nelle sue innumerevoli sfaccettature e soprattutto dal «di dentro», cioè dal punto di vista delle persone coinvolte.

Più interessante, però, è il secondo risultato conoscitivo, che mette in luce la perversità sociale della dinamica inclusione/esclusione. Cittadini a pieno titolo, appartenenti a ceti sociali differenti, che godono dei beni materiali e immateriali di una determinata comunità o area umana, avendo una posizione centrale rispetto alla rete di relazioni costitutive di quest’area, «possono» essere coinvolti in un progressivo processo di esclusione dall’accesso a quei beni. Ne consegue che la loro posizione da centrale potrebbe divenire periferica. Tutto ciò comporta un effetto sociale drammatico che può essere assimilato alla perdita progressiva, da parte del soggetto interessato, del controllo del proprio ambiente sia in senso sociale che in quello fisico. Il processo di esclusione sociale si conclude, dunque, con il raggiungimento della condizione di povertà, che – come abbiamo visto – può essere utilmente definita in chiave sociologica come perdita o drastica riduzione della propria identità. Va precisato che gli studi sull’esclusione sociale come processo indipendente dalla povertà consentono di capire come si diventa poveri, aprendo uno spazio anche politico per l’adozione di misure di prevenzione della povertà che talvolta dovrebbero andare oltre il tradizionale approccio welfaristico. È il caso, ad esempio, del rischio d’impresa, che pur investendo la vita di milioni di individui, in un paese come il nostro dove oltre il 90% del prodotto interno lordo è legato all’attività delle piccole e piccolissime imprese, non viene gestito, e forse non può essere gestito in quanto rischio, tramite le tradizionali politiche sociali. L’esclusione sociale e il processo di impoverimento, che ne è la sostanza, acquistano però il loro più pieno significato nel contesto delle teorie sociologiche degli anni Ottanta e Novanta, relative al rischio come fenomeno centrale della società contemporanea, che può essere chiamata, in forza di questa centralità, «società del rischio» per antonomasia. La scoperta e la tematizzazione della transizione da una società, per così dire, della «sicurezza» alla società del rischio comportano una rappresentazione della vita sociale estremamente fluida. Individui, gruppi, classi, popoli si giocano il loro destino sociale attraverso la capacità di misurarsi con pericoli sociali e ambientali che, sottoposti a un regime di controllo non solo pubblico, non vengono eliminati ma elaborati e trasformati in rischi calcolati o in fattori di rischio, comunque culturalmente accettabili. Se è vero che i ceti meno abbienti sono maggiormente esposti a questi fattori, è vero anche che nessun livello sociale ne è totalmente immune.

Non è questa la sede per approfondire le conseguenze culturali e politiche di un mutamento della struttura sociale di tale portata. Ad una rapidissima osservazione non può sfuggire, però, lo stretto nesso tra questa trasformazione e i nuovi ambiti della ricerca sociale riguardanti la società della conoscenza e la governance. In ambedue questi contesti è insita una forte tendenza alla disseminazione orizzontale delle responsabilità economiche e politiche e l’attitudine a esercitare forme diffuse di potere corrispondenti, che hanno un puntuale effetto nel continuo «riempirsi» del concetto di democrazia dei contenuti più vari. Si potrebbe affermare, in conclusione, che le dinamiche del rischio, le politiche di gestione dei rischi sociali e ambientali e, in particolare, quelle di prevenzione della povertà, tendono a sovrapporsi o a confondersi con le forme ad ampio raggio di gestione e di governo delle società contemporanee. A conferma del fatto che, anche per quanto riguarda l’Europa, quando si affronta il problema della povertà non si sta lavorando ai margini del sistema sociale ma al suo centro.

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