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L'Iran e la guerra americana

Written by Renzo Guolo Friday, 01 November 2002 02:00 Print

L’ipotesi della guerra all’Iraq manda in fibrillazione la Repubblica islamica iraniana. La presenza nella lista nera dei paesi dell’asse del male dell’Iran e la nuova dottrina Bush fanno temere al governo di Teheran, il ruolo di prossima, futura, vittima della preventive war, se questa diventasse realmente il perno della politica americana. Khatami è preoccupato. Bush non concede alcun credito alla linea riformista del presidente, giudicato troppo debole per contrastare i radicali che fanno capo alla Guida Khamenei.

 

L’ipotesi della guerra all’Iraq manda in fibrillazione la Repubblica islamica iraniana. La presenza nella lista nera dei paesi dell’asse del male dell’Iran e la nuova dottrina Bush fanno temere al governo di Teheran, il ruolo di prossima, futura, vittima della preventive war, se questa diventasse realmente il perno della politica americana. Khatami è preoccupato. Bush non concede alcun credito alla linea riformista del presidente, giudicato troppo debole per contrastare i radicali che fanno capo alla Guida Khamenei. La chiusura dell’amministrazione lascia intravedere la possibilità di giungere a un mutamento di regime anche a Teheran se l’annunciata campagna mediorientale prendesse pieghe inaspettate. Magari puntando sull’insoddisfazione della società per l’impasse politica in cui si trovano oggi i riformisti; canalizzando tale delusione verso la divisa opposizione esterna, garantendo l’appoggio americano in caso di sollevazione. Prospettiva tutta da costruire, anche perché i rapporti di forza sul terreno politico e militare sono assai complessi; ma che prefigura un percorso politico preciso. Anche l’operazione Teheran rientrerebbe, così, dentro al grande gioco per il controllo delle risorse petrolifere in corso nell’area mediorientale; oltre che nell’azione di prevenzione del terrorismo islamico che alimenta la nuova dottrina strategica della sicurezza nazionale statunitense.

 

La scelta di Khatami

Per evitare un simile sbocco Khatami non ha che una scelta: accelerare lo scontro decisivo con l’ala radicale del regime, mettendola definitivamente all’angolo. Solo così il presidente potrà orientare la politica estera iraniana secondo un più pragmatico interesse nazionale, bandendone ogni deriva ideologica; allontanando, in tal modo, dall’Iran ogni sospetto di supporto al terrorismo islamico. Rassicurazione oggi impossibile da dare: l’apparato della forza, dall’esercito all’intelligence, dalla polizia ai pasdaran, sfugge al controllo presidenziale ed è appannaggio della fazione radicale che fa capo alla Guida, che svolge così una politica parallela, ma distinta, da quella del governo. Spingendosi sino all’appoggio di gruppi jihadisti.

La resa dei conti interni non può, dunque, avvenire, per i riformisti, sul piano della forza. Khatami può contare solo sul consenso della società iraniana, decisa ormai a fuoriuscire dall’esperienza della «rivoluzione religiosa» del 1979. Del resto questo era il senso della sua plebiscitaria rielezione del giugno 2001. Il vasto blocco sociale che nell’occasione ha appoggiato Khatami sperava che, nel suo secondo e ultimo mandato, il presidente potesse piegare i conservatori, ormai in netta minoranza nella società. Ma, sino a oggi, quell’investitura popolare senza precedenti non ha prodotto il mutamento politico auspicato. Tra gli elettori khatamisti, in particolare quelli più lontani dalle correnti islamiche, serpeggia la disillusione che la «primavera iraniana» non possa dare i frutti promessi. Ma una società ormai refrattaria a ogni parola d’ordine dell’ala conservatrice del regime, fa da contrappeso un sistema politico bloccato. L’influenza dei seguaci di Khamenei negli apparati istituzionali è ancora molto forte e il governo dei riformisti è costretto a continui compromessi. La prudente condotta tenuta sino a oggi da Khatami non è, solamente, il prodotto del suo gradualismo o della sua appartenenza, seppure moderata, di matrice islamista. I settori laici della società che lo hanno votato paiono spesso dimenticare che il presidente è, pur sempre, un esponente del clero sciita. Non a caso l’hojjatoleslam (titolo che nella gerarchia religiosa sciita è inferiore a quello di ayatollah) Khatami afferma che il suo obiettivo è rafforzare il sistema democratico e proteggere i diritti del popolo dentro a una «struttura religiosa». L’impasse riformista è, anche, il risultato della paralisi istituzionale provocata dal dualismo tra istituzioni a legittimazione politica e istituzioni a legittimazione religiosa che caratterizza alla radice la Costituzione iraniana. Una Carta pensata a misura di Khomeini. Così Khatami apre oggi il conflitto con i radicali proprio sul piano istituzionale, chiedendo maggiori poteri per il presidente della Repubblica e il ridimensionamento del potere delle istituzioni religiose.

 

Il dualismo di potere

La Costituzione iraniana si fonda sul dualismo istituzionale: tra presidenza della Repubblica e Guida della rivoluzione, tra parlamento (Assemblea nazionale o majlis) e Consiglio dei guardiani, un organo di controllo della «costituzionalità islamica» sulle leggi emanate dal majlis e sui disegni di legge governativi. Il Consiglio dei guardiani è composto da dodici membri, sei religiosi e sei «laici» di provata fede islamica, nominati per metà dalla Guida e per metà dal parlamento su proposta del Supremo consiglio di giustizia, organo che rappresenta il potere giudiziario nella persona del presidente della Corte suprema. Questi è un esperto di teologia e giurisprudenza islamica nominato dalla Guida della rivoluzione. L’azione di «controllo parlamentare» del Consiglio dei guardiani ha provocato, in particolare negli ultimi anni, aperti conflitti con il parlamento. Per risolvere le frequenti dispute tra Assemblea nazionale e Consiglio dei guardiani è stato istituito il Consiglio delle scelte. Creato da Khomeini nel 1988, per decidere sui conflitti di competenza tra poteri, quest’organo, i cui membri sono nominati dalla Guida, è stato costituzionalizzato nel 1989. Il modello iraniano mescola insieme leadership carismatica e regime assembleare. Anche il rapporto tra leadership carismatiche, Guida e presidente della Repubblica, è caratterizzato dal dualismo. Il ruolo della Guida si fonda sul principio dell’imamato e trae, quindi, legittimazione da una fonte religiosa; la presidenza trae, invece, legittimazione da una fonte politica, la sovranità popolare. Questa problematica dualità era compensata originariamente dal carisma di Khomeini, che riassumeva in sé la duplice figura di leader politico e religioso. Alla morte di Khomeini la trasmissione del carisma viene istituzionalizzata: l’unica possibilità di funzionamento del sistema è garantita così dal comune orientamento politico delle leadership carismatiche. Caso verificatosi, in qualche modo, in passato, con la coppia politica Khamenei e Rafsanjani. Ma se l’orientamento politico delle due figure diverge significativamente, come accade oggi tra Khamenei e Khatami, l’esito è il conflitto aperto.

Il conflitto si accentua quando il parlamento, titolare del potere legislativo, è schierato con il presidente. Infatti un organo a legittimazione religiosa come il Consiglio dei guardiani, può paralizzare il majilis attraverso l’azione di controllo sull’attività legislativa. L’unico criterio di giudizio è la conformità delle norme ai principi islamici. Per questo tipo di giudizio, al contrario di quello relativo alla costituzionalità, in cui è richiesta la maggioranza dei dodici membri del Consiglio, è sufficiente l’opinione espressa dai sei giuristi religiosi nominati dalla Guida. Khatami controlla governo e parlamento ma deve fare i conti con gli organi religiosi controllati da Khamenei. La Guida, prima carica della Repubblica, ha poteri molto estesi. Khamenei determina le linee politiche generali del paese, nomina o revoca l’incarico ai membri religiosi delle assemblee; nomina il vertice del potere giudiziario, formalmente indipendente, assicurandosene così, di fatto, il controllo; nomina i vertici degli apparati della forza: dal comandante supremo delle forze armate sino a quello della Guardia della rivoluzione, i pasdaran; dal capo della polizia a quello dei servizi segreti; firma il decreto di nomina del presidente della Repubblica eletto dal popolo ma può anche decretarne le dimissioni per ragioni di «interesse nazionale», dopo che una sentenza della Corte suprema, organo che la Guida controlla di fatto attraverso le nomine di sua competenza, lo abbia dichiarato colpevole di violazione dei suoi doveri costituzionali, compreso la «deviazione» dai principi islamici. Inoltre la Guida controlla la televisione e la radio di Stato. Il nocciolo duro del potere è, dunque, nelle mani dei nemici di Khatami.

Come se non bastasse Khamenei ha rafforzato il peso politico del Consiglio delle opportunità e delle scelte, trasformandolo di fatto, in una sorta d’assemblea consultiva nella quale sono rappresentate tutte le correnti politiche; tra cui la sua, emarginata in Parlamento dopo la «primavera iraniana». Nel 1997 la Guida ha nominato al suo vertice, l’ayatollah Ali Akbar Hashemi-Rafsanjani Hashemi-Rafsanjani. L’ex presidente della Repubblica è il leader dei Kagorzaran, destra modernista in economia ma alleata politicamente con i conservatori. L’obiettivo di Khamenei era la trasformazione del Consiglio delle scelte in un’istituzione parallela al parlamento, destinata nel tempo ad esautorarlo. Per l’ortodossia conservatrice un parlamento dominato dai riformisti costituisce una sfida inaccettabile. Esso è il simbolo di un popolo che marcia verso il superamento del «regime della verità» nato dalla rivoluzione. Minoritari nella società, i conservatori cercano di imporre la loro supremazia nelle istituzioni. Da qui l’obiettivo di trasferire, di fatto, il potere legislativo, almeno nelle questioni che contano, dal parlamento al Consiglio delle scelte. Nella strategia conservatrice quest’organo, insieme con il Consiglio dei guardiani, è destinato a essere il centro di contropotere che impedisce il dispiegarsi della politica riformista.

 

Presidente e Guida: la sfida ininterrotta

L’ayatollah Ali Khamenei ha più volte lanciato minacciosi avvertimenti a Khatami. La Guida rispetterà il voto popolare sino a quando il presidente sarà fedele ai principi religiosi su cui si basa la costituzione della Repubblica islamica. In caso contrario Khatami potrà essere rimosso in qualsiasi istante. La minaccia trova copertura giuridica nella costituzione. Tra i poteri della Guida vi è anche quello di destituire, con l’ausilio del potere giudiziario, il presidente della Repubblica. In particolare quando la politica di quest’ultimo minacci gli interessi nazionali o intacchi il giuramento di fedeltà all’islam. Come si comprende non sembra difficile far ricadere l’azione presidenziale dentro a questa fattispecie costituzionale. Non solo qualsiasi accenno di Khatami al possibile superamento del modello khomeinista può essere interpretato in questo senso; ma la stessa azione del governo si presta a simili accuse. Khamenei lancia così moniti al presidente, invitandolo a non dimenticare i valori della religione nell’azione di governo. Khatami, che ha fatto del concetto di popolo e di sovranità popolare il perno del suo discorso teorico, replica promettendo di mantenere fede alla sua concezione della Repubblica islamica come «democrazia religiosa». Con questa sorta di «ossimoro politico» Khatami intende affermare che è il popolo a scegliere la forma di Stato ideale per la religione. Per il presidente della Repubblica, il popolo potrebbe scegliere anche il rifiuto dello Stato islamico, negandone persino la legittimità. In tal caso la volontà popolare andrebbe rispettata. Khamenei ritiene invece che la «democrazia religiosa» non possa mai varcare i confini definiti della rivoluzione islamica, di cui egli si erge a custode. La doppiezza politica e semantica del concetto di «democrazia religiosa» ha però scontentato avversari e alleati di Khatami. I conservatori inorridiscono davanti alla parola «democrazia». I riformisti vogliono abolirne il sostantivo «religiosa», temendo che la definizione impedisca un futuro mutamento di sistema.

Nell’ultimo anno le perplessità di molti dei partiti che formano il Fronte 2 Khordad, la coalizione che sostiene Khatami e domina il majilis, sono cresciute. Essi ritengono che la prudente condotta presidenziale abbia fatto il suo tempo e invoca un’aperta rottura costituzionale. Approfittando delle contraddizioni interne dello schieramento avversario, i conservatori hanno intanto sviluppato una controffensiva politica che intende recuperare una società civile ormai lontana dall’ortodossia rivoluzionaria. Lo scontro più visibile tra le due fazioni è avvenuto, sino a oggi, sulla repressione dei costumi «corrotti» e la limitazione della libertà di stampa.

 

La battaglia sui costumi e le libertà

La crisi del modello islamista iraniano è divenuta immediatamente visibile sul piano dei costumi. La devianza dalla morale islamica è divenuta un fatto di massa dopo la morte di Khomeini e la fine della guerra con l’Iraq. Ciò, grazie anche al riflusso postrivoluzionario che ne è seguito e al ruolo assunto dalle donne come attrici sociali e soggetti politici. L’insistenza di Khamenei sulla necessità di tornare alla purezza delle origini è stato trasformato dai conservatori in un forte indirizzo per il potere giudiziario. Dopo le elezioni presidenziali l’ayatollah Hashemi-Shahroodi, che guida il Supremo consiglio di giustizia, ha imposto una linea dura, rivendicando a sé il compito di perseguire, attraverso le procure della rivoluzione islamica, i reati «contro Dio» e la «corruzione sulla Terra». La lotta contro il Male è avvenuta non solo attraverso l’azione di repressione contro la mancata osservazione dei costumi islamici ma anche reintroducendo la pratica, ormai desueta, delle esecuzioni in pubblico. L’autorità giudiziaria ha così introdotto nuove restrizioni nell’abbigliamento e negli stili di vita. La stretta sui costumi ha colpito duramente i comportamenti in pubblico ritenuti immorali. I pasdaran, in funzione di polizia religiosa, hanno ripreso a controllare e a frustare per strada le bad hejiab, le «mal velate» e chiudere i caffè frequentati dai «viziosi». Le punizioni pubbliche, che in passato riguardavano solo i criminali accusati di reati particolarmente gravi, sono state estese anche a giovani arrestati per consumo d’alcolici, per aver intrattenuto relazioni extraconiugali, per aver danzato pubblicamente violando la separazione sessuale che tutela l’onore comunitario. Per i conservatori la stretta sui costumi un elemento chiave per reintrodurre quella «disciplina dei corpi», quel potere diffuso e pervasivo di controllo sociale sull’individuo, che aveva caratterizzato i primi anni della rivoluzione. I riformisti rifiutano la pratica delle esecuzioni pubbliche, considerate sintomo della «talebanizzazione» o «saudizzazione» del sistema, oltre che un passo indietro rispetto al clima di libertà degli ultimi anni e fattore di discredito del governo Khatami. Il ministro degli Esteri Kharrazi, rivolgendosi pubblicamente a Hashemi-Shahroodi, ha ricordato che le fustigazioni e le impiccagioni pubbliche danneggiano l’immagine esterna del paese, che invece ha bisogno di attrarre turisti e investimenti per uscire dalla crisi economica. Lo stesso governo, attraverso il ministro dell’Interno, l’hojjatoleslam Abdolvahed Mousavi-Lari, si è detto contrario alle punizioni pubbliche. Le obiezioni riformiste alimentano così il già difficile rapporto tra parlamento e potere giudiziario. I giudici islamici accusano, infatti, il majlis di interferenza nella giurisprudenza islamica, materia di loro esclusiva competenza.

L’altro grande campo di battaglia tra conservatori e riformisti è quello della libertà di stampa e della libertà d’opinione in genere. Negli ultimi due anni sono state chiuse numerose testate, accusate di allontanarsi dai principi della rivoluzione. Numerosi sono stati anche gli arresti di giornalisti e intellettuali che hanno manifestano aperto dissenso nei confronti della Guida. Per i conservatori questi soggetti ricadono nella categoria, politicamente pericolosa, dei qeire khodi, che letteralmente significa «non nostri». Questa classificazione indica coloro che sono considerati fuori dal sistema islamico. Tale etichettatura può comportare la fine della libertà personale per coloro ai quale viene attribuita. Nonostante la repressione la società civile iraniana continua però a sfidare apertamente l’ala conservatrice del regime, rifiutandosi di contrarre gli spazi di libertà, individuale e collettivi, guadagnati negli ultimi anni. Anche se questa effervescenza collettiva non trova sbocco politico.

 

Dopo l’11 settembre e la preventive war

L’11 settembre ha aperto un altro fonte tra conservatori e radicali. La scelta di campo imposta da Bush al mondo non lascia troppo spazio alle posizioni dei riformisti. Ma per Khatami schierare l’Iran islamista, nonostante la sua radicale inimicizia verso i Taleban, a fianco di Washington, era ipotesi impraticabile. La linea khatamista definiva impossibile per l’Iran partecipare a una coalizione a fianco di Stati Uniti, Israele, e altri paesi considerati ostili; ma denotava anche un preciso interesse a non ostacolare un’operazione che spazzava dalla scena internazionale gli scomodi vicini guidati dal Mullah Omar e metteva in difficoltà tradizonali avversari come Arabia Saudita e Pakistan. Il governo iraniano ha così condannato l’attacco agli Stati Uniti e manifestato simpatia per il popolo americano colpito dal terrorismo; permettendo a Khatami, fedele alla linea del dialogo tra civiltà, di non assumere come diretto interlocutore la Casa Bianca ma i cittadini americani. Ma all’avvio di Enduring freedom i conservatori, acerrimi nemici del «Grande Satana» americano, hanno imposto una correzione di rotta. Per Ali Khamenei non solo l’Iran non poteva partecipare alla coalizione guidata da Washington ma la presenza di truppe americane ai confini del paese e in Asia centrale veniva considerata ostile. Dopo l’inizio dei bombardamenti su Kabul e Khandahar, la Guida chiudeva definitivamente la questione, enfatizzando la natura «violenta e criminale» di inglesi e americani, che avevano osato attaccare un popolo musulmano. Di fronte a simili reazioni anche la linea del governo, pur mantenendo l’apertura agli USA, si faceva più cauta. Il compromesso tra le due ali del regime si cristalizzava sulla linea della «neutralità attiva». Linea che permetteva all’Iran di giocare in futuro i crediti acquisiti con tale politica. La «neutralità attiva» poteva, comunque, essere riconsiderata qualora la new war si fosse estesa ad altri paesi islamici.

Dopo l’11 settembre Washington non è sembrata distinguere troppo tre le due diverse anime del regime. Gli auspici dell’amministrazione che anche a Teheran cambi il regime, non aiutano certo Khatami. Così i radicali hanno avuto buon gioco a riprendere l’iniziativa, saldando antiameicanismo e antikhatamismo. Il presidente è accusato di indebolire il paese con la sua linea dialoghista e Khatami è obbligato a fare la faccia dura con Bush, criticandolo aspramente per le sue intenzioni di attaccare l’Iraq. Ma nel suo discorso all’ONU Bush non ha nominato l’Iran come «Stato canaglia»; per il presidente si apre così un piccolo spiraglio. Egli deve, però, agire prima che a Bagdad si aprano «le porte dell’inferno». I radicali non vogliono truppe americane ai confini occidentali. Nel caso di un tracollo dell’unità geopoltica dell’Iraq potrebbero agire per attrarre nell’orbita iraniana gli sciiti iracheni. Ipotesi assai sgradita a Washington, che potrebbe persino diventare un casus belli. Per evitare un simile, drammatico sbocco Khatami inizia una corsa contro il tempo e va allo scontro con i radicali sul terreno costituzionale. A fine settembre 2002, poche settimane dopo il discorso di Bush al Palazzo di vetro, Khatami chiede maggiori poteri, ridimensionando così la figura della Guida in campo politico. Per ottenerli il presidente pare deciso a chiedere un referendum popolare di indirizzo costituzionale. Referendum destinato, se si farà, a contrapporre sovranità popolare e «sovranità divina» e a concludersi con la vittoria di Khatami. Con tutte le conseguenze del caso. La resa dei conti con i conservatori, a meno di clamorose ma sempre possibili marce indietro, potrebbe, dunque, essere giunta all’epilogo; anche nel caso di un possibile colpo di Stato conservatore. Lo scontro interno tra le due ali del potere iraniano è, dunque, destinato a incidere profondamente sull’equilibrio geopolitico mondiale.

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