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Una risposta europea al terrorismo

Written by Javier Solana Friday, 01 November 2002 02:00 Print

La NATO e l’Unione europea sono stati i due pilastri su cui si è fondata la pace, la sicurezza e la stabilità dell’Europa nel secondo dopoguerra, e restano gli strumenti essenziali con i quali possiamo consolidare e diffondere più ampiamente nel continente i nostri comuni valori di libertà, democrazia e giustizia. Entrambe le organizzazioni si stanno preparando ad ammettere nuovi membri, e allo stesso tempo stanno adeguando le loro capacità alle nuove sfide poste dalla realtà di oggi: e operano assieme in questo senso, come partner per la pace e la stabilità. Insieme la NATO e l’Unione europea hanno contribuito a difendere e sviluppare l’Occidente e insieme stanno contribuendo a sanare le ferite della divisione dell’Europa.

 

La NATO e l’Unione europea sono stati i due pilastri su cui si è fondata la pace, la sicurezza e la stabilità dell’Europa nel secondo dopoguerra, e restano gli strumenti essenziali con i quali possiamo consolidare e diffondere più ampiamente nel continente i nostri comuni valori di libertà, democrazia e giustizia. Entrambe le organizzazioni si stanno preparando ad ammettere nuovi membri, e allo stesso tempo stanno adeguando le loro capacità alle nuove sfide poste dalla realtà di oggi: e operano assieme in questo senso, come partner per la pace e la stabilità. Insieme la NATO e l’Unione europea hanno contribuito a difendere e sviluppare l’Occidente e insieme stanno contribuendo a sanare le ferite della divisione dell’Europa. Assicurando la pace, la NATO ha creato le condizioni che hanno consentito all’Unione europea di prosperare. L’UE ha dimostrato che esisteva un futuro alternativo in cui i paesi del continente potevano, contrariamente alle esperienze del passato, vivere pacificamente assieme. NATO ed UE hanno operato in modo parallelo e complementare per porre fine alla divisione dell’Europa e consolidare una sfera di valori comuni. Si è trattato di un processo lungo, complesso e a volte difficile, e molto resta ancora da fare: ma entro la fine di quest’anno potremo finalmente affermare di essere riusciti ad archiviare definitivamente l’idea di due Europe diverse che vivevano l’una accanto all’altra.

 

Nuove capacità per un programma comune

La caduta del muro di Berlino è stata un grande successo e ha anche dimostrato la validità dell’operato dell’Alleanza atlantica. Ha aperto la prospettiva di un mondo nuovo e migliore, ma ha anche creato nuove sfide e minacce che richiedono profondi aggiustamenti ed una «espansione funzionale» delle nostre organizzazioni. Il venir meno di una chiara e precisa minaccia esterna è stato seguito da una serie di crisi locali, alimentate dal nazionalismo e dall’intolleranza religiosa, che hanno posto sfide molto impegnative per una alleanza occidentale costruita sulla nozione di sicurezza collettiva. Nuove minacce si sono profilate all’orizzonte: la criminalità organizzata, la pressione migratoria, nuove malattie, e naturalmente il terrorismo e la proliferazione di armi di distruzione di massa. Far fronte a queste nuove sfide ha comportato un rafforzamento della dimensione politica della NATO e l’introduzione di una dimensione militare nell’Unione europea.

Oggi più che mai in passato, NATO e Unione europea hanno davanti lo stesso programma. Le nostre due organizzazioni si considerano partner strategici, non rivali. I nostri compiti sono distinti ma complementari, e i nostri obiettivi restano gli stessi: assicurare la pace e la stabilità. Abbiamo dimostrato nei Balcani la nostra capacità di lavorare insieme e i vantaggi che ne derivano. Oggi, però, abbiamo bisogno di mettere a punto un rapporto stabile tra le due organizzazioni. Tuttavia, una solida architettura istituzionale non può fare le veci delle vere e proprie capacità militari. Dopo il crollo del Muro, tutti si sono precipitati a incamerare i dividendi della pace: atteggiamento comprensibile, ma troppo ottimistico. Gli eventi dei Balcani hanno ricordato agli europei che una politica credibile richiede una componente militare all’altezza delle sfide odierne. Vi sono tuttora contingenze in cui l’uso della forza è necessario per mantenere la pace o ristabilire la giustizia. E possono presentarsi occasioni in cui i nostri interessi vengono minacciati e la NATO non è direttamente coinvolta. È stata la lezione appresa in Bosnia e in Kosovo che ha convinto l’Unione europea che il libretto degli assegni non basta più: c’è bisogno anche di potenza militare.

Abbiamo scelto di sviluppare la Politica europea di sicurezza e difesa (PESD) in uno spirito di chiara partnership con la NATO. Se riusciamo ad attuare i necessari accordi, l’Unione europea potrà attingere alle risorse della NATO, evitando duplicazioni e una rivalità foriera di sprechi. Per realizzare il nostro obiettivo di una partnership più stretta ed efficace, dobbiamo dotarci di capacità militari moderne, a disposizione di entrambe le organizzazioni. Il mondo del dopo guerra fredda richiede maggiore mobilità, tempi di reazione più rapidi, e migliori servizi di intelligence. L’«obiettivo globale», l’headline goal,1 dell’Unione europea concentra l’attenzione proprio sui questi punti. In questo sforzo per potenziare le nostre capacità abbiamo lavorato con la NATO, e abbiamo fatto tesoro della sua expertise. Qualsiasi nuova capacità venga creata in Europa sarà a disposizione di entrambe le organizzazioni: è dunque indispensabile che lavoriamo assieme. Da qualsiasi punto di vista si voglia guardare alla faccenda, quello della NATO o quello della UE, le nostre capacità sono inadeguate. Le possibilità sono due: gli Stati membri devono spendere di più per la difesa, oppure devono spendere meglio. Spendere meglio vorrà probabilmente dire spendere assieme: la partnership sarà dunque la chiave per riuscire in questo sforzo comune.

 

Far fronte alle nuove minacce e alle nuove sfide

Le minacce e le sfide del ventunesimo secolo sono molto diverse da quelle con cui siamo convissuti durante la guerra fredda. In quell’epoca, infatti, le dinamiche politiche erano congelate e la difesa aveva una dimensione statica. Era possibile sviluppare capacità di difesa all’altezza delle minacce alla sicurezza. Nel mondo di oggi la situazione è profondamente diversa. Le dimensioni politica, economica e militare devono essere integrate. Le nuove sfide, infatti – terrorismo, Stati «falliti», armi di distruzioni di massa – sono di natura tanto politica quanto militare. La difesa del territorio nazionale comincia all’estero; e la sicurezza comincia, come è sempre stato, nella conquista dei cuori e delle menti. L’Europa non può cullarsi nell’illusione di essere immune da futuri attacchi terroristici. Vi sono numerose e precise prove che le cellule di Al Qaeda hanno tentato, nel recente passato, di organizzare attentati nel nostro continente, e dobbiamo ipotizzare che ne abbiano ancora la capacità. Dopo l’11 settembre l’Unione europea ha rafforzato la sua sicurezza grazie a una maggiore collaborazione tra magistrature, forze di polizia e servizi di intelligence. Inoltre, la UE ha introdotto la lotta al terrorismo nei suoi rapporti con i paesi terzi e sta collaborando con alcuni di questi paesi per aiutarli a potenziare il loro impegno in questa direzione. Ma dobbiamo stare attenti a non abbassare la guardia, e dobbiamo assicurarci di essere pronti a rispondere in caso di attacco.

Per rispondere in modo intelligente ed efficace alle sfide odierne la comunità transatlantica deve darsi alcuni obiettivi precisi: in primo luogo, deve compiere uno sforzo serio per comprendere i problemi; in secondo luogo, deve poter disporre di un’ampia gamma di strumenti; il terzo obiettivo, infine, è quello di essere pronti e disposti, nell’eventualità di una crisi, ad assumere un ruolo sin dalle prime fasi e a restare fino a che sia necessario nel teatro del conflitto. Il pilastro europeo dell’Alleanza atlantica può contribuire al raggiungimento di ciascuno di questi tre obiettivi.

Riguardo al primo punto, nonostante il disprezzo che proviamo per i nostri nemici, non possiamo permetterci di ignorare le cause che li motivano. Cercare di comprendere non vuole dire giustificare, né può essere considerato un’alternativa alla repressione di quanti sono pronti ad adoperare la violenza a fini politici. Capire le cause profonde e agire su di esse significa eliminare l’ambiente di coltura del conflitto e del fanatismo. Riguardo al secondo obiettivo, non vi è dubbio che dobbiamo essere in grado di dispiegare un’ampia gamma di strumenti. La difesa dei nostri valori comuni nel prossimo secolo richiederà un grado senza precedenti di cooperazione internazionale in campi come l’intelligence, la polizia, la magistratura e la finanza. Se le due organizzazioni si muovessero ciascuna per conto proprio sarebbero destinate al fallimento. I confini tra sicurezza interna ed esterna, tra prevenzione e gestione delle crisi, tra lotta alla criminalità organizzata e lotta ai crimini finanziari, tra le indagini sul terrorismo e la gestione degli Stati «falliti» si sono sbiaditi, sono diventati ormai artificiali. Infine, dobbiamo anche essere pronti ad intervenire fin dalle prime fasi di una crisi e a restare fino a che sia necessario. Per comprendere la portata dell’impegno dell’Unione europea, basta guardare ai nostri recenti sforzi, sul piano del peacekeeping e su quello finanziario e diplomatico: la soluzione politica e diplomatica raggiunta tra Serbia e Montenegro; l’opera di prevenzione del conflitto (condotta assieme alla NATO) nella repubblica di Macedonia e nella Serbia meridionale; l’operazione di polizia in Bosnia; l’impegno a lungo termine nella ricostruzione nei Balcani e in Afghanistan. Schierare una forza internazionale di polizia in una situazione di crisi o subito dopo un conflitto, oppure impedire il disfacimento delle istituzioni di uno Stato, sono iniziative che non meriteranno forse l’apertura dei telegiornali, ma possono dimostrarsi fondamentali per evitare che in futuro diventi indispensabile un intervento militare. E questa non è soft security – ovvero la sicurezza «morbida» che enfatizza gli aspetti diplomatici e umanitari opposta alla hard security che allude alla componente più strettamente militare – ma smart security, letteralmente una sicurezza «intelligente».

 

Un investimento collettivo nella sicurezza

Oggi siamo alla vigilia di una riunificazione pacifica del nostro continente che non ha precedenti nella storia. Un’Unione europea che voglia e possa lavorare con la NATO per assicurare pace e prosperità al continente europeo e alle aree limitrofe sarà una grande risorsa per la partnership transatlantica di sicurezza. Fondata com’è sulla cooperazione, su norme e valori condivisi, oggi l’Unione europea è una grande esportatrice netta di stabilità politica e dei valori della democrazia liberale. Ma difendere la nostra pace, diffondere i nostri valori e condividere con altri la nostra prosperità non sarà possibile in un mondo dominato da anarchia e caos. La legittimazione e l’efficacia si rafforzano tramite la cooperazione internazionale e il rispetto per le regole e le istituzioni globali. Ben  consapevoli di questo, i trattati fondativi della NATO e dell’UE riaffermano i principi della Carta delle Nazioni Unite. L’attaccamento della comunità transatlantica al multilateralismo deriva sia dall’esperienza che dalla convinzione: l’esperienza dell’Europa postbellica, che è riuscita a superare le aspre divisioni del secolo scorso, e la convinzione che la difesa e lo sviluppo del multilateralismo siano un investimento a lungo termine nella sicurezza. Il modo migliore per fare fronte alle sfide che ci riserva il futuro è quello di lavorare insieme come partner per la pace e la stabilità, per la prosperità e il progresso.

 

 

 

Bibliografia

1 Il cosiddetto Headline Goal è il piano adottato dalla UE nel 2001 per dotarsi entro il 2003 della capacità di proiettare un corpo d’armata di 50-60.000 uomini entro sessanta giorni in aree di crisi in prossimità dei confini europei, e mantenervelo per almeno un anno.

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