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Una strategia neoimperiale

Written by Stefano Fassina Friday, 01 November 2002 02:00 Print

In una fase di crescente interdipendenza e di integrazione dei sistemi nazionali e regionali, le scelte degli USA in termini di politica economica interna ed internazionale e, in generale, la loro strategia di politica estera sono sempre più rilevanti per tutti. La presidenza Clinton, in linea con la tradizione multilaterale liberal e centrista della politica estera USA, ha avuto una strategia ed ha attuato, pur con errori e contraddizioni, un mix di politiche in grado di amplificare le dinamiche di crescita degli Stati Uniti e dell’economia mondiale.

 

In una fase di crescente interdipendenza e di integrazione dei sistemi nazionali e regionali, le scelte degli USA in termini di politica economica interna ed internazionale e, in generale, la loro strategia di politica estera sono sempre più rilevanti per tutti. La presidenza Clinton, in linea con la tradizione multilaterale liberal e centrista della politica estera USA, ha avuto una strategia ed ha attuato, pur con errori e contraddizioni, un mix di politiche in grado di amplificare le dinamiche di crescita degli Stati Uniti e dell’economia mondiale. All’opposto, il mix predisposto dall’amministrazione Bush condiziona negativamente le potenzialità di crescita sia degli USA che del resto del mondo, alimentando rischi di regressione nel complesso processo di integrazione tra sistemi nazionali. L’Europa non può restare a guardare, giocare solo di rimessa o illudersi di poter fare a meno degli USA. L’UE deve sostenere le forze americane più interessate alla cooperazione multipolare per la riforma della regolazione dell’integrazione economica globale. Sul versante interno, l’UE deve mettere a punto gli strumenti per una politica economica comune al fine di intervenire sulle minori potenzialità di crescita generate dalle attuali politiche USA.

 

La Liberal grand strategy di Clinton

La crescita economica impetuosa degli Stati Uniti negli anni Novanta non fu certo solo merito delle scelte di politica economica interna ed internazionale della presidenza Clinton, come le difficoltà della fase attuale non sono state causate dalle scelte dell’amministrazione Bush.1 Tuttavia, è difficile non riconoscere che le politiche economiche e, più in generale, la strategia di politica estera dell’amministrazione Clinton abbiano dato un contributo moltiplicativo alle dinamiche di crescita negli Stati Uniti e nel resto del mondo. La spinta verso una crescente apertura dei mercati di beni, servizi e capitali e l’interventismo finanziario sono state le scelte di politica economica internazionale più rilevanti compiute dall’amministrazione Clinton. La trasformazione del GATT in WTO, la conclusione del NAFTA, la promozione tramite il FMI e la Banca Mondiale di programmi di lotta alla povertà e di riduzione del debito dei paesi più poveri, la definizione di 270 accordi commerciali bilaterali, il riconoscimento alla Cina dello status di partner commerciale privilegiato e la preparazione del suo ingresso nel WTO, la rimozione delle limitazioni ai movimenti di capitali anche di breve periodo, in particolare negli emerging markets, e la conseguente disponibilità al soccorso finanziario, hanno sostenuto una crescita senza precedenti dell’economia USA e del commercio internazionale. L’interventismo finanziario in Messico nel 1994; nelle economie dell’estremo oriente nel 1997; in Russia ed «in casa» per rianimare il fondo di investimento Long term capital management nel 1998; in Brasile nel 1999 ha consentito di limitare gli effetti negativi di scelte a volte avventate, dettate da ideologismi e vested interest, in materia di movimenti di capitale a fini speculativi.

Tali scelte di politica economica hanno generato notevoli opportunità per il sistema USA: da un lato, hanno aperto mercati per l’esportazione di servizi ad alto valore aggiunto e, dall’altro, hanno favorito, l’importazione di enormi quantità di beni a prezzi contenuti e, contestualmente, di capitali necessari a finanziare il crescente deficit commerciale. Le iniziative adottate hanno certamente risposto agli interessi di breve periodo di alcune delle più forti constituencies di riferimento della Casa Bianca (i settori più innovativi della comunità finanziaria e le imprese della new economy). Tuttavia, tali iniziative «economiche» hanno realizzato anche un disegno geo-politico di medio-lungo periodo che vedeva nella integrazione economica dei paesi emergenti e delle economie in transizione l’altra faccia dell’iniziativa diplomatica e dell’interventismo militare a fini umanitari per promuovere valori ed istituti occidentali (democrazia, diritti, economia di mercato) ed una particolare visione dell’interesse nazionale americano. In sostanza, politica estera e politica economica interna ed internazionale erano fortemente sinergiche, anzi, in larga misura, coincidevano.

Sul versante interno, la strategia di politica estera veniva accompagnata da politiche che ne coglievano le opportunità: il risanamento finanziario consentiva la riduzione dei tassi di interesse, la quale, a sua volta, incrementava le risorse del sistema creditizio, sosteneva l’afflusso di capitali interni ed esterni in borsa, alimentava corsi azionari, investimenti nell’informatica, profitti, incremento della ricchezza finanziaria e, in ultimo, domanda interna. L’importazione di beni a prezzi contenuti, l’effetto sul dollaro dell’ingente afflusso di capitali e l’arrivo legale ed illegale ma comunque tollerato di immigrati a vario livello di qualificazione professionale garantivano un contesto «senza inflazione». L’implementazione del circuito virtuoso degli anni Novanta non è stata priva di errori e contraddizioni. Il meccanismo si è inceppato più volte anche per colpa di errori dei protagonisti principali, in particolare il FMI ed il dipartimento del Tesoro, riguardo l’abbattimento incondizionato del controllo dei movimenti di capitali a breve nei mercati emergenti e le shock therapies nelle economie in transizione, come hanno ricordato Joseph Stiglitz, Paul Blastein e, con conclusioni più circoscritte, anche lo stesso FMI.2 Il conflitto tra i policy makers ha, inoltre, condizionato il dispiegamento della strategia clintoniana, come nel caso della negazione a Clinton della Trade promotion authority da parte del congresso a maggioranza repubblicana. Tuttavia, si è trattato di una strategia coerente, di progresso, collocata nel solco del Piano Marshall, della tradizione multilaterale e cooperativa della politica estera americana del secondo dopo guerra. Una Liberal grand strategy in grado di condurre il mondo post guerra fredda verso un ordine stabile ed espansivo non solo in termini di crescita ma anche, più in generale, in termini di diritti e di welfare.

 

L’amministrazione Bush

L’arrivo dell’amministrazione Bush avviene lungo un percorso di netta cesura con l’impostazione e l’esperienza di Clinton sia in politica estera che in politica economica interna.3 Durante la campagna elettorale, sin dalla fase delle primarie nel partito repubblicano, convivono nelle dichiarazioni del futuro presidente disengagement e interventismo unilaterale. Le prime uscite della sua amministrazione confermano tali ambiguità: abbandono del protocollo di Kyoto; tentativo di ridurre drasticamente la presenza nei Balcani; ostruzione dell’iniziativa anti-evasione fiscale intrapresa dai paesi OCSE; boicottaggio della Corte criminale internazionale, della Convenzione sulle armi biologiche e del Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari; abbandono unilaterale del trattato ABM; attivismo nella rimozione dei vertici non graditi di rilevanti commissioni delle Nazioni Unite.4 Tuttavia, si manifestano anche, inevitabilmente data la forza degli interessi in campo, una buone dose di pragmatismo: il segretario al Tesoro O’Neill è costretto a tornare ripetutamente sui suoi passi nei casi di soccorso finanziario da parte del FMI e della Banca Mondiale alla Turchia, all’Argentina, al Brasile e, nel caso, dell’Uruguay a sostenere anche un intervento bilaterale dei soli Stati Uniti. Dopo l’11 settembre le ambiguità si riducono e la componente estremista-unilateralista, probabilmente in minoranza nello stesso Partito repubblicano, prende la leadership della politica estera.5 Nel giro di pochi mesi l’amministrazione, in particolare la coppia Rumsfeld-Cheney, propone in modo sempre più sistematico posizioni in cantiere da tempo, la Neoimperial grand strategy, come viene definita da uno dei saggi principali sull’ultimo numero di «Foreign Affairs».6

La Neoimperial grand strategy è centrata sulla lettura della fase in corso come fase segnata da straordinarie opportunità per l’affermazione di una particolare visione dell’interesse nazionale USA. Concorrono alla definizione delle opportunità tre fattori: una supremazia militare, economica e culturale senza precedenti; l’interesse di tutti i great powers alla cooperazione economica con gli Stati Uniti e a minimizzare le ragioni di attrito al dispiegamento delle iniziative USA; le conseguenze dell’11 settembre sia in termini di legittimazione implicita all’uso della forza al di fuori delle sedi e delle convenzioni internazionali sia in termini di inibizione del dissenso interno. Al fine di cogliere tali straordinarie opportunità, la strategia per la sicurezza nazionale descritta nel documento inviato dalla Casa Bianca al Congresso, si articola nei seguenti elementi: (i) il mantenimento, anche a costo di crescenti deficit di bilancio, di una ampia supremazia militare e la dissuasione di ogni potenziale avversario dall’intraprendere tentativi di eguagliare o superare la forza militare degli Stati Uniti; (ii) l’enfatizzazione della minaccia terroristica e la ripetuta associazione dei network terroristici con i rogue states; (iii) l’abbandono della logica della deterrenza anche nei confronti degli stati nazione in quanto ritenuti unaccountable a causa della loro potenziale capacità di utilizzare invisibili network terroristici; (iv) il disconoscimento della sovranità degli Stati nazionali di fronte alla necessità di intervenire per fermare possibili pericoli alla sicurezza nazionale; (v) il rifiuto dei vincoli delle iniziative multilaterali; infine, conseguenza inevitabile dell’impostazione descritta, (vi) la disponibilità ad accettare una elevata instabilità nella arena internazionale.7

La National security strategy è ispirata da una impostazione strettamente bilaterale, centrata sulle grandi potenze. Le sedi multilaterali, quando compaiono, sono relegate sullo sfondo e presentate non come ambiti decisionali ma bacini da cui attingere, di volta in volta a seconda degli obiettivi contingenti, le componenti più utili per le floating coalitions (secondo la terminologia di Rumsfeld). La strategia preventiva è esclusivamente affidata all’intervento militare con una visione ancillare dell’iniziativa diplomatica. Conseguentemente, il documento si dilunga sulla funzione delle forze militari e dedica un capitolo alla descrizione delle linee di innovazione delle forze armate ma cita solo in un paio di paragrafi verso la fine del testo il Dipartimento di Stato, al quale attribuisce funzioni più di assistenza tecnica allo sviluppo che di politica estera. I singoli elementi costitutivi della strategia attualmente portata avanti dalla Casa Bianca non sono inediti, si sono affacciati di tanto in tanto dalla fine della seconda guerra mondiale sullo sfondo di un’impostazione centrista e multilaterale. È, invece, inedita la sistematizzazione dei medesimi elementi in un disegno coerente, finalizzato a cogliere le straordinarie opportunità lette nella fase in corso per affermare una determinata visione dell’interesse nazionale USA ed un particolare ordine interno.

Sul versante interno l’amministrazione repubblicana eredita la fase di chiusura del ciclo eccezionale degli anni Novanta. La crisi economica, che si manifesta ben prima dell’11 settembre, è una crisi da sovrapproduzione, da eccesso di investimenti da parte delle imprese ed eccesso di indebitamento da parte di tutti gli operatori economici privati, imprese e famiglie. Il ciclo negativo porta allo scoperto le carenze ed i difetti dell’autoregolazione dei mercati finanziari e della de-regolazione dei mercati di rilevanti commodities (in primo luogo, l’energia). In particolare, l’affidamento a soggetti portatori di interessi di parte della tutela di interessi generali di consumatori ed investitori al dettaglio (ad esempio, la supervisione dell’accounting industry ad una autorità composta esclusivamente dai protagonisti della medesima accounting industry) genera conseguenze dirette – la scomparsa di colossi dell’energia (Enron) e della finanza (Arthur Andersen) – ed indirette – la fuga dagli investimenti azionari – soffocanti per l’economia reale e l’occupazione.

Le cause della crisi depotenziano la bacchetta magica di Greenspan, il presidente della Federal reserve, la Banca centrale USA: le ingenti iniezioni di liquidità consentono di evitare il peggio (abbattendo gli oneri dell’indebitamento privato e sostenendo la domanda per la costruzione di nuove abitazioni) ma non riescono a rilanciare la domanda interna. Infatti, la natura della crisi richiederebbe, da un lato, una politica di bilancio anticiclica a sostegno della domanda delle famiglie con più elevata propensione al consumo e, dall’altro, riforme strutturali nella regolazione dei mercati finanziari in grado di tutelare efficacemente i piccoli risparmiatori. L’amministrazione Bush, di fronte ad una realtà profondamente diversa da quella affrontata durante la campagna elettorale, non riesce a staccare lo sguardo dagli interessi particolari delle sue constituencies di riferimento, le componenti più conservatrici del partito repubblicano: implementa una costosissima riduzione di imposte concentrata sull’1% più ricco delle famiglie (oltre il 40% degli 1,35 miliardi di dollari); ostacola fino alla fine l’approvazione di una riforma della regolazione dei mercati finanziari e poi, interviene pesantemente sulla riforma approvata per indebolirne l’efficace implementazione; attua scelte protezioniste nei settori dell’acciaio e dei prodotti agricoli condizionando pesantemente il già difficile cammino intrapreso a Doha dal WTO e alimentando le resistenze conservatrici presenti in Europa ed in Giappone.

L’insieme degli interventi sulle entrate e sulla composizione ed il livello della spesa portano, indipendentemente dalla fase del ciclo economico, crescenti deficit di bilancio: scompaiono le risorse per politiche di bilancio anticicliche, per il contributo alle spese per medicinali degli anziani, per la riforma della scuola, per il rifinanziamento della riforma del welfare. La prospettiva di crescenti deficit spinge al rialzo i tassi di interesse di medio-lungo periodo (rilevanti per le decisioni di investimento delle imprese) ed indebolisce gli effetti positivi della politica monetaria espansiva. I ritardi nell’implementazione della riforma della regolazione dei mercati finanziari ridimensionano l’appeal esercitato da Wall Street nei confronti dei capitali da oltre oceano e, conseguentemente, acutizzano i problemi di finanziamento dell’enorme deficit commerciale.

Mentre le scelte della presidenza Clinton avevano solo attenuato il trend, iniziato alla fine degli anni Settanta, di accentuazione delle disuguaglianze e di peggioramento delle condizioni di vita della classe media, le scelte dell’amministrazione Bush determinano effetti regressivi sulla distribuzione del reddito, alimentano esclusione dai servizi sociali essenziali e, di conseguenza, ridimensionano le potenzialità della domanda interna delle famiglie. 

 

Globalizzazione senza guida

Nel breve periodo, la strategia preventiva e la sua potenziale applicazione all’Iraq si riflettono sul prezzo dei prodotti petroliferi e sulla dinamica degli investimenti diretti esteri delle medie imprese americane. Le conseguenze di medio periodo sono, tuttavia, più preoccupanti: non solo perché viene a mancare una funzione di leadership nella definizione delle regole per una integrazione virtuosa dei sistemi nazionali, ma soprattutto perché alcuni degli elementi costitutivi della strategia della amministrazione Bush risultano in profonda contraddizione con le condizioni e le scelte necessarie alla valorizzazione delle potenzialità offerte dai processi di integrazione sovranazionale. La dottrina della guerra preventiva alimenta una situazione di permanente instabilità nell’ambiente economico globale in quanto, nonostante gli auspici della National security strategy del presidente, può essere estremamente contagiosa (la Russia ha prontamente contratto il virus in Cecenia e la Georgia ne ha subito avvertito le conseguenze).8 L’instabilità viene determinata non solo a causa delle guerre effettivamente combattute ma anche a causa di quelle semplicemente minacciate il cui reale accadimento, in un contesto internazionale hobbesiano, viene percepito come altamente probabile.9

Il rifiuto della logica multilaterale, delle iniziative cooperative e della rule of law in nome della logica di potenza sono caratteri antitetici alla cultura politica necessaria a costruire consenso intorno alle regole per il governo di processi di integrazione a «somma positiva». La logica di potenza e la ricerca di un equilibrio hobbesiano sono caratteri che minano la legittimazione e la credibilità della leadership USA quale leadership cooperativa per la definizione delle regole e delle istituzioni necessarie al governo di processi di integrazione sempre più complessi. L’assenza di leadership viene a cadere in una fase estremamente delicata: i vuoti di regolazione politica aperti dalle impetuose trasformazioni degli anni Novanta appaiono evidenti; gli obiettivi di riduzione della povertà e di sostegno dello sviluppo indicati dalla comunità internazionale nei Millenium development goals sono estremamente ambiziosi; le risorse politiche, tecniche e finanziarie si presentano di gran lunga inadeguate. In sintesi, il precario equilibrio attuale rischia di non reggere le conseguenze di ulteriori crisi e del crescente malessere dell’opinione pubblica tanto nei paesi in via di sviluppo quanto nei paesi sviluppati. L’inerzia o il velleitarismo di soluzioni nazionali può portare all’arretramento delle modeste forme di governo progressivo dei processi di integrazione e, nel medio periodo, dei processi di integrazione medesimi.10

Il mix di politica estera e di politica economica interna imposto dall’amministrazione Bush viene a determinare un output gap strutturale, un contesto largamente sub-ottimale per il pieno dispiegamento delle potenzialità dell’integrazione dei sistemi nazionali e regionali. Le conseguenze si riverberano tanto sull’economia USA quanto sul resto delle economie del pianeta, tanto più accentuate quanto più elevato il grado di integrazione sovranazionale. Non si prospetta ovviamente alcun crollo, semplicemente le prospettive di crescita potenziale di ciascuno vengono strutturalmente ridimensionate.

 

L’Unione europea sta a guardare?

Non è certo che l’attuale strategia dell’amministrazione Bush prevalga. Le voci dissonanti all’interno della stessa amministrazione, dell’establishment repubblicano e delle forze armate sono consistenti. La tradizionale linea atlantica, centrista, multilaterale rimane ben radicata tra policy (non solo democratici) e opinion makers. Gli interessi a sostegno delle iniziative intraprese dalla presidenza Clinton rimangono forti. Nel confronto ancora in corso, l’Unione europea può svolgere una funzione decisiva se, in tempi rapidi, è in grado di affrontare in modo collegiale ed offrire una risposta credibile all’agenda predisposta dall’amministrazione americana. Anche in campo strettamente economico, la risposta alle scelte sbagliate dell’amministrazione Bush va elaborata in fretta da parte dell’Unione europea, superando la logica della semplice differenziazione o dell’inerzia. La risposta deve avvenire sia sul terreno della politica economica internazionale sia sul terreno della politica economica intra-europea. Sul primo terreno, l’UE deve assumere la guida della riforma della regolazione dei processi di integrazione dei sistemi economici: i paesi dell’UE devono maturare posizioni comuni sulle principali issues inserite o da inserire nell’agenda del G7-G8, del FMI, della Banca mondiale, del WTO.11 Il futuro prossimo dei processi di integrazione, privi di leadership e minati da problemi e dalle opposizioni emerse a partire dalla crisi delle economie asiatiche e dalla perdurante estrema povertà di ampie regioni del mondo, può rivelarsi estremamente accidentato e persino regressivo.

Sul secondo terreno, dopo le scelte emergenziali sul timing del pareggio dei bilanci pubblici degli stati membri, l’Unione, o almeno l’area euro, deve dotarsi delle sedi necessarie per realizzare in via sistematica una politica di bilancio comune. Una politica in grado di definire, in relazione alle decisione di politica monetaria assunte dalla BCE, il fiscal stance più adatto al ciclo in corso o atteso e, in tal modo, attenuare la minore crescita potenziale connessa al mix di politiche predisposto dall’amministrazione Bush.

 

 

 

Bibliografia

1 Joseph Stiglitz, capo del consiglio dei consulenti economici dell’amministrazione democratica fino al 1997, ha ricordato come alla base del lungo ed intenso ciclo espansivo vi siano anche lucky mistakes, quali una rischiosa regolamentazione delle riserve bancarie ed errori di previsione da parte della FED. Cfr. J.E. Stiglitz, The Roaring Nineties, The Atlantic Monthly, ottobre 2002 (www.theatlantic.com). Paul Krugman argomenta come il sistema di regolazioni permissive degli anni Novanta abbia moltiplicato il livello delle iniquità nella distribuzione di reddito e ricchezza, abbia ristretto gli spazi democratici ed abbia condotto alla fine della middle-class America. Cfr. P. Krugman, New York Times Magazine, The End of Middle-Class America (and the Triumph of Plutocrats), ottobre, 2002. Robert Reich, ministro del lavoro della prima amministrazione Clinton, analizza anche le dimensioni non economiche dell’impoverimento relativo della classe media. Cfr. R. Reich, I’ll Be Short. Essential for a Decent Working Society, Beacon Press, Boston, 2002. La sociologa Barbara Ehrenreich descrive, dopo avere vissuto direttamente, i risvolti meno positivi del boom occupazionale degli anni Novanta: la vita del crescente numero di working poors. Cfr. B. Ehrenreich, Nickel and Dime, Henry Holt & Company, 2001.

2 J.E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino 2002; P. Blustein, The Chastening: inside the crisis that rocked the global financial system and humbled the IMF, Public Affairs, New York, 2001. K. Rogoff, consigliere del FMI e direttore del dipartimento di ricerche economiche, scrive: «Certamente nelle consuete missioni di sorveglianza, prima della crisi asiatica, è possibile che il FMI trascurasse i paesi che avevano prematuramente liberalizzato i mercati (l’economia) per i movimenti di capitale a breve termine, prima che si dotassero di una struttura interna in grado di controllare la situazione. Ora, il FMI è più sottile». Cfr. «The Economist», 3 agosto 2002. A proposito di controllo dei movimenti di capitali, politica duramente attaccata quando realizzata dalla Malesia durante la crisi asiatica, un’analisi del Policy Development and Review department del FMI (il dipartimento responsabile della certificazione della qualità delle policies raccomandate dal Fondo) conclude: «Un altro possibile elemento di prevenzione, il sistema “cileno” di controllo del flusso di capitale, è più controverso, però ha ora un crescente appoggio in chi lo ritiene uno strumento molto utile, specialmente per i paesi che iniziano ora a uniformare i livelli di regolamentazione e sorveglianza finanziaria agli standards internazionali». Cfr. J. Boorman et al. Managing Financial Crisis: the experience in East Asia, Carnegie-Rochester Conference Series on Public Policy 53, North-Holland, 2000.

3 J.L. Gaddis, A Grand Strategy, «Foreign Policy», ottobre 2002; per l’amministrazione Clinton cfr. A National Security Strategy for a New Century, The White House, dicembre 1999; per l’amministrazione Bush cfr. The National Security Strategy of the United States, The White House, settembre 2002.

4 I. Williams, The US Hit List at the UN, «Foreign Policy in Focus», 30 aprile 2002 (www.fpif.org).

5 L’ex vice presidente Gore ha sottolineato in un intervento al Commonwealth Club alla fine dello scorso settembre come l’amministrazione Bush, non solo in politica interna ma anche in politica estera, con la nuova dottrina «fare da solo come un cow boy» cerca «di accontentare la porzione dei suoi sostenitori più conservatori». Sulla radicalizzazione delle posizioni del Partito repubblicano ha indubbiamente influito l’interazione tra le modalità di finanziamento delle campagne elettorali, la concentrazione della proprietà dei grandi network televisivi e l’enorme redistribuzione di reddito e ricchezza avvenuta a partire dalla fine degli anni Settanta. Cfr. Krugman e Reich op. cit.

6 G. J. Ikenberry, American Imperial Ambition, «Foreign Affairs», settembre/ottobre, Washington, 2002. Una definizione ricorrente in ambiti meno ufficiali è Hertz Doctrine evocando la pubblicità della nota società di noleggio auto (We’re n. 1).

7 R. Kagan, Power and Weakness, «Policy Review», giugno/luglio 2002; M. Mandelbaum, The Inadequacy of American Power, «Foreign Affairs», settembre/ottobre 2002; S.G. Brooks, – W.C. Wohlforth, American Primacy in Perspective, July/August 2002; B. Cumings, Making the World Safe from Evil, The Nation, 28 ottobre, 2002, B. Emmot, Present at the Creation. A survey of America’s world role, «The Economist», 29 giugno 2002.

8 Nella sezione V della National security strategy è riportato: «Gli USA non utilizzeranno la forza in tutti i casi i cui verranno frustrati i trattati, né altre nazioni dovranno usare questo come pretesto per una aggressione. Però, in questi anni in cui i nemici della civiltà cercano chiaramente tecnologie distruttive per il mondo, gli USA non possono rimanere fermi quando il pericolo cresce».

9 Le ragioni strutturali determinanti un contesto internazionale di tipo hobbesiano sono la straordinaria supremazia USA in termini di potenza militare ed economica. Cfr. R. Kagan, op. cit.

10 Un recente documento della Banca mondiale valuta con un’ottica storica l’attuale fase di globalizzazione, ne elenca gli indubbi successi ma ne sottolinea anche i pericoli di regressione in assenza di risposte adeguate ai problemi apertisi ed agli squilibri evidenti. Cfr. World Bank, Globalization, Growth, and Poverty. Building an Inclusive World Economy, Washington DC, dicembre 2001

11 La riforma della disciplina del fallimento degli Stati nazionali nel pagamento del debito è uno dei punti all’ordine del giorno sul quale si manifesta carenza di leadership. Nonostante i tecnicismi, il tema è decisivo per migliorare l’accesso dei paesi emergenti ai mercati internazionali di capitali e incentivare l’investimento domestico del risparmio nazionale. La soluzione proposta dal FMI a tutela di tutti gli stakeholders coinvolti (investitori grandi e piccoli, nazionali e stranieri, taxpayers, e prospettive di medio periodo del paese), ha trovato forti resistenze tra i maggiori operatori finanziari dei paesi sviluppati e scarso sostegno da parte degli USA.

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