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Perché Blair ha ragione

Written by Nicola Rossi Friday, 01 November 2002 02:00 Print

Capacità di definire l’agenda politica, chiarezza di obiettivi, forza comunicativa, passione civile: è difficile non scorgere questi tratti nel saggio di Tony Blair. Ed è forse anche per questo motivo, per la distanza fin troppo marcata fra quei tratti e – con la sola eccezione della passione civile – i caratteri attuali della sinistra italiana, che si può essere tentati dal leggere le pagine di Tony Blair in termini quasi esclusivamente britannici. Verrebbe da dire insulari.

 

Capacità di definire l’agenda politica, chiarezza di obiettivi, forza comunicativa, passione civile: è difficile non scorgere questi tratti nel saggio di Tony Blair. Ed è forse anche per questo motivo, per la distanza fin troppo marcata fra quei tratti e – con la sola eccezione della passione civile – i caratteri attuali della sinistra italiana, che si può essere tentati dal leggere le pagine di Tony Blair in termini quasi esclusivamente britannici. Verrebbe da dire insulari. Come una nuova fuga in avanti del laburismo britannico da guardare con gli occhi sempre così sospettosi del continente. Come una evoluzione di ciò che oggi più di ieri molti considerano, in alcuni angoli del continente, un curiosum del socialismo europeo.

Ed invece la storia raccontata da Tony Blair è tutt’altro che una storia esclusivamente britannica. Per chiarire questo punto può essere utile una comparazione fra la situazione inglese e quella italiana all’inizio della seconda metà degli anni Novanta e cioè in corrispondenza delle vittorie elettorali del New Labour nel Regno Unito e dell’Ulivo in Italia. Che cosa la sinistra inglese avesse trovato allora nel campo dei servizi pubblici lo racconta lo stesso Blair. Un quindicennio di ridotti investimenti nelle infrastrutture del settore pubblico ne aveva minato la capacità stessa di far fronte alla domanda dei cittadini. Un lungo periodo di tagli alle spese correnti aveva portato la spesa per la sanità o per l’istruzione significativamente al di sotto dei livelli osservati in altri paesi industrializzati. Anni di compressione delle retribuzioni dei dipendenti pubblici avevano allargato il differenziale fra pubblico e privato e umiliato le professionalità di molti di essi.

L’Italia del 1996 non veniva certo da un quindicennio thatcheriano. O da un quindicennio di tagli alle spese tanto correnti quanto in conto capitale. Tutt’altro. Ma, sia sotto il profilo dell’equità che sotto il profilo dell’efficienza, mostrava i segni di una incuria pluridecennale e di uno Stato sociale quasi esclusivamente concentrato sulla tutela del rischio di vecchiaia piuttosto che sull’istruzione o sulla tutela della salute. Il sistema educativo conviveva con quattro milioni di analfabeti funzionali e influenzava il destino dei singoli assai meno della collocazione professionale e sociale dei loro genitori. Il sistema sanitario tollerava tassi di mortalità correlati al livello del reddito e profonde disomogeneità nella fornitura dei servizi a livello territoriale. Quello carcerario – per andare al terzo dei servizi pubblici citato da Tony Blair – sopportava condizioni spesso inumane di sovraffollamento e provocava ripetuti fenomeni di suicidio e di autolesionismo. In generale, la politica dei servizi pubblici si identificava più con la politica dell’impiego pubblico che con le necessità dei singoli cittadini e dell’intero paese.

Il tema dei servizi pubblici non poteva quindi non costituire una sfida per i governi di impostazione riformista. Così fu, e soprattutto è, per il New Labour che fa oggi, nel suo secondo mandato, dei servizi pubblici il tema centrale della agenda politica interna britannica, così come la disciplina finanziaria e la salute del complessivo quadro macroeconomico avevano costituito il tema di fondo del primo mandato elettorale. Il saggio di Tony Blair lo testimonia. Così certamente fu anche per il centrosinistra italiano che varò nella seconda parte della legislatura le sue due riforme forse più ambiziose – quella della sanità e quella della scuola – dopo aver promosso e in buona misura realizzato un imponente programma di risanamento delle finanze pubbliche e aver conseguito l’ambito obiettivo della partecipazione a pieno titolo all’Unione monetaria.

E può essere utile ricordare, in questa sede, gli elementi essenziali di quelle due riforme. La prima – quella della sanità, varata con il decreto legislativo 229/1999 – portò a una nuova definizione dell’azienda sanitaria come azienda pubblica dotata di «autonomia imprenditoriale» e operante in regime legale privatistico. Stabilì la definizione ex ante, il controllo a consuntivo delle risorse assegnate ai singoli erogatori dei servizi sanitari e la determinazione annuale dei loro volumi di attività in coerenza con fabbisogni regionali di assistenza. Individuò nei principi di efficacia, appropriatezza ed economicità i criteri per la selezione dei livelli essenziali di assistenza e stabilì la possibilità di istituire fondi sanitari fiscalmente incentivati per le prestazioni integrative eccedenti quei livelli. Fissò, infine, la condizione per una concorrenza corretta fra pubblico e privato: l’opzione per un rapporto esclusivo con il servizio sanitario nazionale da parte dei medici. La riforma introduceva un complesso modello di negoziazione fra enti regione e aziende sanitarie locali, fra queste ultime e le aziende ospedaliere e le case di cura tale da consentire il rispetto dei fabbisogni assistenziali regionali e, a cascata, degli obiettivi aziendali attraverso un vero e proprio contingentamento della produzione che implicava, a sua volta, una dissuasione di fatto di ogni concorrenza fra strutture.

La seconda – quella della scuola, introdotta con diversi provvedimenti legislativi approvati dalle Camere fra il 1999 ed il 2000 – era centrata sulla autonomia finanziaria, organizzativa e didattica di tutti gli istituti scolastici, sulla riforma della scuola secondaria superiore associata all’estensione dell’obbligo scolastico e alla riforma dell’esame di Stato, sulla estensione dei principi di autonomia gestionale nel sistema di istruzione superiore, su un’offerta articolata a tempo pieno e parziale per l’istruzione professionale post scuola dell’obbligo in alternanza tra formazione e lavoro. La riforma mirava a estendere il diritto all’istruzione e promuovere l’uguaglianza delle opportunità innalzando l’obbligo scolastico e portando l’Italia al livello degli altri paesi europei. Puntava inoltre ad accrescere il capitale umano anche attraverso l’obbligo di frequenza di attività formative fino al diciottesimo anno d’età, ridefiniva i cicli scolastici per aumentare l’efficacia del sistema scolastico nel suo complesso, stimolava la concorrenza tanto all’interno del sistema educativo pubblico quanto fra questo e il sistema educativo privato, spostando verso i livelli inferiori di governo molte competenze (con l’eccezione degli ordinamenti e dei programmi scolastici, con l’organizzazione dell’istruzione scolastica e dello stato giuridico del personale) e trasferendo agli istituti scolastici funzioni precedentemente attribuite allo Stato e alle regioni.

Come si vede, non sono pochi i punti di contatto fra le indicazioni contenute nel saggio di Tony Blair – sintetizzate nei quattro principi per la riforma dei servizi pubblici – e la pratica riformatrice dei governi dell’Ulivo. Spicca, ovviamente, «l’impostazione universalistica» e l’obiettivo della garanzia di standard nazionali. Un obiettivo inteso, nel Regno Unito come in Italia, a superare le distanze territoriali e di reddito e ad assicurare  livelli qualitativi minimi. Così come emerge, chiaramente, la scelta comune «per il decentramento» e per l’attribuzione di responsabilità ai presìdi locali dei servizi pubblici. Una scelta fondata su una semplificazione crescente delle strutture burocratiche e, simultaneamente, su una valorizzazione delle professionalità dei singoli operatori cui viene sempre più affidato il compito di gestire una domanda diversificata. E comune è anche, almeno in linea di principio, «l’enfasi sulla riqualificazione e rimotivazione dei pubblici dipendenti» e quindi su una diversa politica retributiva e diverse condizioni di lavoro nel settore pubblico in grado di premiare e valorizzare le migliori energie. Uno scambio fra il settore pubblico e i suoi «collaboratori» per elevare simultaneamente l’offerta di servizi e la qualità del lavoro necessaria per offrirli. Meno evidente, ma non del tutto assente (almeno nel caso della scuola), è infine il richiamo a «una maggiore liberta di scelta per i cittadini». Una libertà di scelta fra strutture erogatrici dei servizi pubblici e all’interno dei singoli servizi pubblici mirata ad assicurare a tutti la necessaria gamma di opzioni e a non restringerla ai pochi attraverso una scelta di opting-out.

Ebbene, a fronte di questo comune impegno riformatore, non si possono non fare almeno due considerazioni. Primo, l’ingrediente primario delle riforme è la convinzione nelle riforme stesse. Per voce del suo leader è l’intera sinistra britannica che prende posizione sul tema della riforma dei servizi pubblici. Per voce del suo primo ministro è l’intero governo britannico che impegna se stesso su quel fronte. L’assunzione di responsabilità non potrebbe essere maggiore e convive, significativamente nelle parole di Tony Blair, con l’orgogliosa rivendicazione di continuità con il proprio passato ideale e politico. Non che manchino, nel Regno Unito e all’interno del New Labour, dibattiti anche accesi e posizioni differenziate ma è fin troppo chiara nel testo di Blair la volontà di spingere la sinistra britannica ad affrontare un tema notoriamente complesso e difficile, di costringerla a un dibattito che investe convinzioni radicate e che mette in dubbio consolidate rendite di posizione. Assumendo così posizioni non ovvie ma anche nettamente distinte tanto dalle posizioni conservatrici, intese a dimostrare l’impossibilità di migliorare i servizi pubblici, quanto da quelle assunte da «some on the Left», mirate a conservare l’esistente e a tradurre ogni riforma in incrementi di spesa. Due posizioni apparentemente lontane ma nella sostanza coincidenti, secondo Blair, nella rassegnata accettazione di una incapacità strutturale del settore pubblico di rispondere ai bisogni dei cittadini.

Molto diversa, sotto questo profilo, la storia italiana. Sebbene avanzate da due ministri di profonda convinzione riformatrice, Luigi Berlinguer e Rosy Bindi, le due riforme non trovarono mai nel centrosinistra l’unanime sostegno di cui – al di là dei loro specifici meriti – avrebbero avuto bisogno. La riforma della scuola e quella della sanità non divennero mai, in quegli anni, bandiere dietro cui chiamare gli elettori del centrosinistra. Al contrario, al primo stormir di fronda – e in particolare al levarsi delle prime voci di dissenso, in particolare fra i pubblici dipendenti o fra gli operatori del settore – i dubbi presero facilmente il sopravvento sulle certezze e condussero alla prematura fuoriuscita dal governo dei due ministri cui, ragionevolmente, si sarebbe dovuto invece chiedere di attuare le riforme che così tenacemente avevano voluto. La distanza fra le due esperienze, quella britannica e quella italiana, non potrebbe essere maggiore. Secondo, gli ingredienti delle riforme non sono sempre e comunque liberamente assimilabili. È questo, forse, uno dei punti di fondo delle tesi di Tony Blair. L’idea – a mio avviso del tutto condivisibile – che il disegno delle riforme abbia assoluto bisogno di una sua coerenza di massima e che a essa debbano concorrere tutti gli elementi delle riforme stesse. Pena il loro fallimento. Non a caso, dunque, Blair sottolinea con forza che ognuno dei quattro principi ispiratori della riforma dei servizi pubblici è da ritenersi «indispensabile». L’universalità degli standard è possibile solo se l’assunzione di responsabilità da parte dei singoli operatori è piena. Elevati livelli qualitativi e più ampie possibilità di scelta per i cittadini sono possibili sono in presenza di un personale qualificato, motivato e adeguatamente valorizzato. A loro volta, più ampie possibilità di scelta, oltre a sottolineare il ruolo dei cittadini, consentono loro di segnalare eventuali disfunzioni nei servizi e sono quindi anche il canale attraverso cui assicurarne una migliore qualità. Ma lo sono, naturalmente, solo se associate alla presenza di standard universalmente garantiti.

Anche qui, la differenza c’è e si vede. Come si è cercato brevemente di suggerire il disegno riformatore italiano era in alcuni aspetti parziale. Non a caso, forse, proprio lì dove «il dente della sinistra» doleva di più: i rapporti con i dipendenti pubblici e il grado di concorrenza interno al sistema (e quindi il rapporto pubblico-privato). La storia dirà se e come la sinistra britannica riuscirà a tradurre nel linguaggio e nei temi di oggi la sua scelta di sempre: «solo riforme radicali possono garantire la giustizia sociale ». Per quanto riguarda noi, la storia ha già detto: all’indomani delle elezioni del 13 maggio 2001, più di un elettore su tre era convinto che un governo di centrodestra avrebbe saputo affrontare meglio tanto i temi della sanità quanto quelli della scuola (contro poco più di uno su quattro, nel caso di un governo di centrosinistra). Quel che è più importante è che questa convinzione trovava non pochi sostenitori anche fra gli elettori del centrosinistra (molti più di quanto la convinzione opposta ne trovasse fra gli elettori di centrodestra). E, per concludere con le parole di Tony Blair, quando la sinistra si è mostrata incapace di portare a termine le riforme nonostante che la situazione lo richiedesse con tutta evidenza, ha finito poi per pagare prezzi molto elevati. Ogni riferimento alla riforma della scuola in discussione in parlamento e ai provvedimenti in tema di sanità varati dal governo Berlusconi in questi ultimi mesi non è puramente casuale.1

 

 

 

Bibliografia

1 Sulla cosidetta riforma sanitaria-ter, il lettore può consultare, fra l’altro, V. Mapelli, Tre riforme sanitarie e ventuno modelli regionali, in L. Bernardi (a cura di), La finanza pubblica italiana. Rapporto 2000, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 299-344 a cui si fa evidente riferimento nel testo e che contiene una preziosa panoramica europea. Sulla riforma scolastica si rinvia, anche qui fra i tanti, a F. Biagi e C. Devillanova, Il sistema scolastico e le prospettive di riforma, in L. Bernardi e A. Zanardi (a cura di), La finanza pubblica italiana. Rapporto 2001, Il Mulino, Bologna 2002, pp. 295-325. Sulle opinioni degli elettori italiani, il riferimento è a Itanes, Perché ha vinto il centrodestra, Il Mulino, Bologna 2001.

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