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Una proposta non realistica

Written by Giorgio Napolitano Friday, 01 November 2002 02:00 Print

La «lettera aperta» di Giuliano Amato e Massimo d’Alema offre un’eccellente occasione per riflettere e fare il punto sulla realtà del Partito del socialismo europeo. Spero che questo mio intervento non venga considerato un’indebita interferenza nel confronto che quella lettera si proponeva di aprire con i «compagni del PSE» (alcuni dei quali – i francesi Fabius, Mauroy e Rocard – hanno successivamente indirizzato a loro volta un appello ai «socialisti di tutta l’Europa»).

 

La «lettera aperta» di Giuliano Amato e Massimo d’Alema offre un’eccellente occasione per riflettere e fare il punto sulla realtà del Partito del socialismo europeo. Spero che questo mio intervento non venga considerato un’indebita interferenza nel confronto che quella lettera si proponeva di aprire con i «compagni del PSE» (alcuni dei quali – i francesi Fabius, Mauroy e Rocard – hanno successivamente indirizzato a loro volta un appello ai «socialisti di tutta l’Europa»).

Importante è innanzitutto il fatto che si ragioni e si discuta sulle sconfitte dei socialisti, in diversi paesi, nel 2001 e nel 2002, e sulle lezioni da trarne, in un quadro d’insieme, al di là dei singoli contesti nazionali. In effetti non sono mancati nei mesi scorsi alcuni tentativi di analisi comune, concentratisi in particolare sul fenomeno che ha visto emergere nuove spinte e correnti populiste. Esse si sono tradotte, in diversi paesi, in voti di carattere tipicamente protestatario che hanno naturalmente colpito in primo luogo i partiti di governo e dunque le forze di sinistra. Di qui gli interrogativi riguardanti le debolezze della sinistra sul piano della comunicazione e dell’immagine: difficoltà a valorizzare le ragioni e i risultati dell’azione di governo e a non apparire chiusa entro logiche e linguaggi politici distanti dalla sensibilità di una parte almeno del corpo elettorale (le formazioni populiste si sono presentate – si è notato – come briseurs de taboo). Ma gli interrogativi riguardano in sostanza l’incapacità della sinistra di cogliere gli stati d’animo e le domande di cui si sono nutrite le correnti populiste e da cui ha tratto vantaggio al momento del voto anche la destra più tradizionale: nelle discussioni svoltesi finora per iniziativa sia del PSE sia di centri di studio come la fondazione Groupement d’Etudes et de Recherches Notre Europe, l’attenzione si è concentrata su inquietudini, e su domande di sicurezza, riconducibili tanto al tema della criminalità (prima che a questo si congiungesse, dopo l’11 settembre 2001, quello del terrorismo) quanto al tema dell’immigrazione, e in senso più generale al tema delle minacce a un’identità storica, nazionale, civile messa alla prova da molteplici pressioni, comprese quelle di una globalizzazione sempre più «omologante». L’integrazione europea, e oggi, più concretamente, la scelta dell’allargamento dell’Unione, sono state chiamate in causa come corresponsabili di questo insieme di problemi irrisolti e di minacce.

Le forze di sinistra hanno in generale gravemente sottovalutato l’emergere di queste inquietitudini e di queste domande, piuttosto lontane dalle problematiche «di classe», economico-sociali, cui hanno tradizionalmente dato la priorità. In effetti, è stato sui temi dello sviluppo e del welfare in un’ottica europea, sulle politiche di bilancio finalizzate all’introduzione dell’euro, sulle scelte e sulle riforme da perseguire tendendo a saldare – per dirla con Amato e D’Alema – «coesione» e «innovazione», che hanno puntato quegli sforzi di rinnovamento compiuti dai partiti socialisti che hanno condotto alle vittorie della seconda metà degli anni Novanta e che hanno garantito risultati cospicui sul piano dell’azione di governo. È stato un approccio importante, che resta valido e che non va abbandonato bensì sviluppato in modo più conseguente: ma un approccio parziale, che non corrispondeva a preoccupazioni ed esigenze di altra natura e non rispondeva a quella «paura del futuro» a cui si riferiscono Amato e D’Alema. Quel che oggi la sinistra deve provare ad esprimere è una visione più complessiva delle trasformazioni sia sociali sia culturali con cui fare i conti, dei mutamenti nelle condizioni di lavoro e di vita ma anche nelle idee e nelle reazioni emotive di larga parte delle popolazioni.

La complessità di queste sfide, e delle verifiche da compiere, rispetto alle posizioni delle forze di sinistra, davvero esclude che possa avere senso denunciare come causa delle sconfitte una presunta deriva «liberale» o liberista, perfino del governo Jospin in Francia. Ma nello stesso tempo, personalmente trovo sommarie, e bisognose di ben altro approfondimento, per quel che riguarda la cultura della sinistra, certe formulazioni di Amato e D’Alema, relative sia all’«innervamento della cultura liberale sul ceppo della cultura socialdemocratica» (che si avviò già col congresso di Bad Godesberg – non è vero? – e che andrebbe perciò ripensato in termini attuali ) sia al rischio di difendere «la tradizionale ortodossia socialdemocratica» (vorrei capire quale). Su tutti gli aspetti di un’analisi e di una riflessione ancora appena abbozzate, sovrasta comunque la dimensione mondiale delle politiche da perseguire e delle regole da costruire, il quadro mondiale entro cui va collocata la «nuova frontiera della socialdemocrazia», la ricerca di un triplice compromesso tra capitale e lavoro, mercato e Stato, competizione e solidarietà nella consapevolezza che «con la globalizzazione, il primo di ciascuno di questi termini si è rafforzato a detrimento dell’altro» (Laurent Fabius, Pierre Mauroy, Michel Rocard, Socialistes de toute l’Europe, unissez-vous!, pubblicato su «Le Monde»).1 Ma per porsi all’altezza di questa prospettiva, la sola leva di cui dispongono i socialisti è una politica di massima valorizzazione del soggetto Europa. Ovvero i socialisti uniti nel Partito del socialismo europeo.

E allora, parliamoci chiaro: questo non è ancora un partito europeo, che pensi e viva come tale, che non sia europeo solo nel nome. Il problema prioritario è quello di farne non più un semplice assemblaggio di rappresentanze dei gruppi dirigenti dei partiti nazionali, ma un luogo di approfondimento e di definizione di una visione comune, di una visione d’insieme e di una strategia coerente rispetto all’evoluzione e alle prospettive dell’Unione europea. Non a caso, nelle campagne elettorali del 2001 e del 2002 (l’esempio più clamoroso è quello della Francia) i partiti socialisti non hanno animato una controffensiva europeista di fronte alle mistificazioni e agitazioni antieuropee delle formazioni populiste e di estrema destra. Anche nella fase attuale, di impegnativo e difficile confronto nella Convenzione di Bruxelles in vista di un nuovo Trattato costituzionale per l’Europa finalmente unificata, il PSE non si sta affermando come effettivo protagonista. Nonostante l’esperienza importante che si compie quotidianamente nel gruppo socialista del Parlamento europeo, sulle grandi questioni del ruolo e del futuro dell’Unione il PSE – un partito che opera solo come debole vertice – continua a esprimersi al livello di un minimo comun denominatore, come già (si veda il Manifesto del 1999) in vista delle elezioni per il Parlamento europeo. Esso continua a procedere all’unanimità, pur di evitare tensioni – oggi, in modo particolare, con le posizioni tuttora ambigue o chiuse, su temi chiave della costruzione europea, del partito laburista britannico – e anche a costo di annacquare o di lasciare nell’equivoco scelte cruciali.

Non ha molto senso auspicare l’allargamento della nostra famiglia di socialisti europei attraverso una compenetrazione (o una coalizione? Amato e D’Alema usano anche questo termine) con altri riformismi, diversi dal nostro, se non si affronta in tutti i suoi aspetti il problema della costruzione di un partito autenticamente europeo, anche attraverso deleghe di sovranità da parte dei partiti nazionali. Perché questa è la direzione in cui debbono andare tutte le famiglie politiche europee, per far crescere un’opinione pubblica europea, uno spazio politico europeo, una Europa politica che poggi su attori europei. In questa direzione si muove forse più decisamente il Partito popolare europeo, che negli ultimi tempi si è sforzato di esprimere, più del PSE, una visione comune dei problemi del futuro dell’Europa. Tra gravi limiti e contraddizioni, peraltro, perché non è più il vecchio partito democristiano dei padri fondatori dell’Europa comunitaria, ma il conglomerato di centrodestra voluto da Kohl con un’operazione che nel maggio del 1998, in un colloquio a Bonn, Karl Lamers mi descrisse e motivò in funzione del dare legittimazione e sostegno a tutte quelle forze che nei singoli paesi dell’Unione potessero garantire un’alternativa ai partiti socialisti e alle alleanze di sinistra (o di centrosinistra). Si è trattato di un’operazione lungimirante da cui trarre stimolo per un’analoga operazione da parte della famiglia socialista? Ne dubito, anche perché il successo del così eterogeneo «nuovo PPE» nell’impegno e nella competizione per la guida del processo di costruzione europea è affidato alla capacità della componente democristiana (soprattutto tedesca) di esercitare ancora una funzione egemonica.

Riunire in una sola famiglia, in una sola casa, in un solo – per essere più precisi al di là degli eufemismi – partito europeo, i diversi riformismi, non mi sembra un obiettivo realistico. Non confondiamo la questione dell’Ulivo italiano come casa comune dei riformismi di centrosinistra con la questione dei partiti europei. Non vedo in altri paesi partiti di cultura liberale e di cultura ambientalista che si dispongano a convergere con i socialisti sia pure solo in uno stesso gruppo nel Parlamento europeo. Non è il nome, dunque, il problema o l’ostacolo. D’altra parte già oggi a Strasburgo il nome dei popolari è «Gruppo del Partito popolare (democratico-cristiano) e democratici europei»; il nome dei liberali è «Gruppo dei liberali, democratici e riformisti»; il nome dei verdi è «Gruppo verde/Alleanza libera europea»; il nome dei comunisti è «Gruppo confederale della sinistra unitaria europea/sinistra verde nordica». Aperture di questo tipo sono state e sono possibili. La peculiare realtà, e la difficile collocazione comune, degli eletti italiani di centrosinistra nel Parlamento di Strasburgo, si può risolvere in uno statuto speciale di associazione al gruppo socialista (che si rifletta anche nel suo nome). Ma ben più complesso è il problema dell’ulteriore rinnovamento e di un rilancio delle forze socialiste sul piano europeo, sotto il profilo di una nuova visione unitaria e di una reale capacità di azione comune. La priorità è quella di dar vita a un partito socialista che sia finalmente un vero partito europeo (e coerentemente europeista).

 

 

Bibliografia

1 «Le Monde», 28 ottobre 2002.

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