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Il PSE sappia cambiare

Written by Peter Mandelson Friday, 01 November 2002 02:00 Print

La «lettera aperta» che Giuliano Amato e Massimo D’Alema hanno inviato al Partito del socialismo europeo rappresenta un contributo di grande significato e di forte carica innovativa per la discussione sulla sinistra. Il suo messaggio centrale è chiaro: la sinistra deve allargare la propria base di consenso, raggiungere nuovi elettori pronti a condividere i nostri valori, organizzarsi in forme adeguate a competere con l’ampio spettro politico rappresentato dalla destra.

 

La «lettera aperta» che Giuliano Amato e Massimo D’Alema hanno inviato al Partito del socialismo europeo rappresenta un contributo di grande significato e di forte carica innovativa per la discussione sulla sinistra. Il suo messaggio centrale è chiaro: la sinistra deve allargare la propria base di consenso, raggiungere nuovi elettori pronti a condividere i nostri valori, organizzarsi in forme adeguate a competere con l’ampio spettro politico rappresentato dalla destra.

Non si tratta tanto di abbandonare le nostre tradizioni ma, al contrario, di rendere quelle tradizioni più vitali. I traguardi storici che la sinistra ha raggiunto sono considerevoli. Attraverso il lavoro dei nostri partiti che hanno conquistato ruoli di governo siano riusciti ad ampliare le opportunità per fasce sempre più larghe della società così come siamo riusciti a dare migliori possibilità a coloro che sarebbero stati penalizzati dalla mancanza di privilegi o dalle loro condizioni economiche. I principi da cui siamo stati guidati sono stati la giustizia sociale, la partecipazione democratica, la centralità dei diritti e delle responsabilità verso la società. Ma dobbiamo anche essere onesti verso noi stessi. Pur rimanendo orgogliosi delle nostre tradizioni ci rendiamo perfettamente conto che molti di quelli che erano i nostri sostenitori preferiscono ormai altri partiti politici. E non lo fanno perché hanno modificato i propri valori, ma perché sono convinti che in molti casi la sinistra non costituisca lo strumento migliore per realizzare quei valori. Ed è vero che la sinistra è apparsa meno vicina ai bisogni della società, a causa del suo approccio dogmatico, della sua frammentazione interna o del suo distacco dalla realtà. Naturalmente l’impatto della globalizzazione ha reso ancora più evidente questo stato di incertezza e separazione. Molte persone, nell’intimità della vita privata e familiare, sentono di avere accresciuto il proprio benessere. Hanno una qualità della vita migliore di quella dei propri genitori o dei propri nonni. Ma nel mondo da cui sono circondati la società appare meno sicura. Perché si trova di fronte a mutamenti drammatici nelle condizioni di lavoro, nella tecnologia, negli stili di vita così come nella sua coesione complessiva. E queste persone avvertono la minaccia di grandi spostamenti di popolazione, che in qualche caso conduce anche ad autentiche crisi di identità collettive.

Questo scenario, in condizioni normali, dovrebbe condurre la società a guardare con maggiore simpatia a quella parte politica capace di un’azione di governo più incisiva oltre che più attenta ai bisogni della popolazione e alle esigenze della coesione sociale. Dovrebbe quindi risultarne un rafforzamento dei consensi verso la destra. Ma ormai troppo spesso la sinistra utilizza un linguaggio politico lontano dai veri bisogni della società. E la società, mentre vuole essere protetta dalle bufere della globalizzazione, è perfettamente consapevole che la conservazione dello status quo non è di per sé una strategia sufficiente. La società teme che le forze del mercato non siano abbastanza controllate ma allo stesso tempo sa bene che in un contesto globale il mercato è indispensabile al buon andamento dell’economia. In altri termini, chi vota ha bisogno di una miscela di realismo e di attenzione ai bisogni. E vuole una sinistra che comprenda il futuro e sia capace di governarlo. Così come vuole che i valori di fondo siano difesi ma senza che per questo scopo vengano utilizzati strumenti dogmatici.

La questione che abbiamo di fronte riguarda i modi attraverso i quali la sinistra può rinnovare la propria spinta politica e migliorare la propria offerta verso l’elettorato. Sono convinto che ciò non sia possibile rimanendo all’interno delle vecchie strutture organizzative, delle vecchie modalità di condurre il nostro lavoro e delle vecchie relazioni con i nostri elettori. Da parte nostra occorre soprattutto maggiore dinamismo e un approccio molto più innovativo alle questioni che abbiamo di fronte. Dobbiamo avere ben chiaro a noi stessi, rendendolo ben chiaro anche ai nostri elettori, che la sinistra è disponibile ad articolare nuove alleanze politiche allo scopo di insidiare l’arroganza e la mancanza di principi della destra.

In Gran Bretagna, ad esempio, il Partito conservatore è rimasto al potere per diciotto lunghi anni soprattutto a causa dell’incapacità del Partito laburista di riconquistare la fiducia degli elettori. E quando siamo riusciti a capovolgere la situazione è stato perché abbiamo adottato politiche lungimiranti e rivolte al futuro, non certo perché abbiamo semplicemente riscaldato le vecchie ricette del passato. Lo abbiamo fatto offrendo al paese una visione del futuro e un progetto coesivo, nel quale si potesse identificare il più ampio numero di persone. E per questo abbiamo elaborato un programma rivolto a migliorare le condizioni di vita di larghi strati della società, non certo a rassicurare poche categorie privilegiate. Nonostante questo, si è trattato di una competizione politica molto aspra. Abbiamo dovuto riformare in modo radicale la struttura e l’identità della nostra organizzazione di partito. Non abbiamo voltato le spalle ai nostri sostenitori tradizionali nella società e nel mondo del lavoro. Ma, al contrario, abbiamo articolato una strategia che ci permettesse di muoverci dalle secche nelle quali ci trovavamo e che riuscisse a far tornare i socialdemocratici nei luoghi dove si prendono le decisioni. In questo senso abbiamo dovuto lavorare per costruire un nuova base di consenso, muovendo in avanti rispetto alla nostra base tradizionale. E questa nuova base richiedeva realismo politico e giustizia sociale, responsabilità e diritti, regole certe da applicare a ciascuno sia nelle politiche di welfare che nelle politiche di immigrazione.

Tutto ciò ha richiesto da parte nostra l’adozione di una diversa mentalità, rispetto a quel profilo in qualche modo ristretto, accomodante e distaccato dalla realtà che troppo spesso aveva caratterizzato fino ad allora il Partito laburista. Per vincere, abbiamo dovuto raggiungere nuovi elettorati e al contempo restituire ai nostri iscritti il diritto di contare nei processi decisionali del partito. Al contempo abbiamo anche tentato di costruire un nuovo rapporto con il Partito liberaldemocratico britannico. Questo traguardo ci avrebbe rafforzato, dandoci maggiori vantaggi nei confronti della destra. Purtroppo i negoziati tra i due partiti si sono arenati sulle nostre divergenze in materia di riforma elettorale. E certamente si è trattato di un insuccesso. Perché, anche se un’alleanza avrebbe creato più di una difficoltà per molti laburisti, la divisione tra i nostri due partiti potrebbe costituire prima o poi un’arma a disposizione dei Conservatori.

Quali lezioni è possibile trarre da tutto ciò per i nostri amici e compagni della sinistra europea? Innanzitutto che il successo politico richiede necessariamente la presenza di un nuovo pensiero, di freschezza di idee e di maggiore unità. E questo è un risultato che deve essere raggiunto sulla base di una iniziativa dei gruppi dirigenti. Ecco perché sono convinto che la lettera di Giuliano Amato e Massimo D’Alema arrivi al momento giusto e costituisca un contributo di grande importanza. Noi non vogliamo emulare le alleanze prive di principi della destra europea. Ma dovremmo voler promuovere l’unità di tutte le forze riformiste di sinistra. Il Partito del socialismo europeo ha la responsabilità privilegiata di disporre della leadership necessaria affinché ci si muova in questa direzione. E l’argomento deve essere discusso in maniera approfondita, senza superficiali disattenzioni. Non dovremmo essere così orgogliosi da rifiutare di guardare alle esperienze positive realizzate da altri. Se avessimo alle nostre spalle decenni di successo elettorale, potendo godere ancora oggi di posizioni di forza, potremmo forse permetterci di trascurare l’urgenza di nuovi approcci al riformismo. Ma è la sinistra nel suo insieme a non trovarsi in una posizione di grande tranquillità. Ed è per questo che dobbiamo dar prova di realismo e umiltà, continuando ad avere fiducia nei nostri valori di fondo e nella correttezza delle nostre analisi. Dobbiamo assolutamente evitare che in futuro, quando ricorderemo questi anni, prevalga il rimpianto di non essere stati capaci di dar prova di una maggiore unità proprio quando era necessario. È inevitabile che il cambiamento sia difficile. Ma è proprio per questo che la leadership è importante. E proprio questo è ciò che dobbiamo chiedere al Partito del socialismo europeo.

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