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Il riformismo alla prova delle élites

Written by Roberto Cerreto Saturday, 01 June 2002 02:00 Print

Nella sinistra italiana è giustamente diffusa la consapevolezza che solo una disamina impietosa dei limiti e delle contraddizioni del riformismo espresso dai governi dell’Ulivo consentirà alle forze riformiste di superare la sconfitta e di tornare a proporre un progetto forte e credibile al paese. Tale disamina, tuttavia, spesso non si spinge oltre la critica, corretta ma alquanto generica, di un riformismo «dall’alto», incapace di mettere radici nella società, di incontrarne i bisogni e interpretarne i movimenti. Eppure è ragionevole pensare che l’azione riformatrice dei governi di centrosinistra abbia scontato anche limiti «di contenuto», relativi cioè a problemi che si è preferito non affrontare e a soluzioni che non si è avuto la forza di proporre.

 

Nella sinistra italiana è giustamente diffusa la consapevolezza che solo una disamina impietosa dei limiti e delle contraddizioni del riformismo espresso dai governi dell’Ulivo consentirà alle forze riformiste di superare la sconfitta e di tornare a proporre un progetto forte e credibile al paese. Tale disamina, tuttavia, spesso non si spinge oltre la critica, corretta ma alquanto generica, di un riformismo «dall’alto», incapace di mettere radici nella società, di incontrarne i bisogni e interpretarne i movimenti. Eppure è ragionevole pensare che l’azione riformatrice dei governi di centrosinistra abbia scontato anche limiti «di contenuto», relativi cioè a problemi che si è preferito non affrontare e a soluzioni che non si è avuto la forza di proporre. Senza dubbio, il settore della scuola, dell’università e della ricerca è stato tra i più profondamente «riformati»; naturalmente, anche questo processo di riforma non è stato privo di incidenti di percorso e di parziali omissioni. In queste pagine si cercherà di indagare le insufficienze dell’azione riformatrice dell’Ulivo nel settore - strategico nell’economia post-fordista basata sulla conoscenza - dell’alta formazione o «formazione d’eccellenza», e della formazione e selezione delle classi dirigenti; di ricercare un’almeno parziale spiegazione di tali insufficienze; di suggerire in quale modo sia possibile superarle per il futuro.

Mi sono riferito a «insufficienze» e a omissioni solo «parziali», perché sarebbe un errore affermare che nei cinque anni in cui il centrosinistra ha guidato il paese siano mancati interventi, anche significativi, volti a rendere più articolato ed efficiente il sistema della formazione d’eccellenza: dalla riforma del dottorato di ricerca all’istituzione del master universitario post lauream; dalla sperimentazione di tre scuole superiori «a ordinamento speciale» a Pavia, Lecce e Catania, all’istituzione di un Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario e alla sperimentazione di dodici scuole nazionali di dottorato. In particolare, la riforma del dottorato procedeva correttamente verso il superamento di una concezione riduttiva del dottorato di ricerca come primo gradino della carriera accademica, in favore di un’idea del dottorato come strumento atto a fornire le competenze necessarie a esercitare presso le università, ma anche presso enti pubblici e soggetti privati, attività di ricerca ad alta qualificazione, gettando così le basi, almeno quantitative, per un modello di alta formazione diffusa. Nonostante questi meritori interventi, bisogna pur riconoscere che non si è sviluppata un’iniziativa sufficientemente forte, volta ad adeguare l’offerta di formazione d’eccellenza a una domanda che è venuta crescendo, sia soggettivamente, in termini di aspettative dei giovani laureati, sia oggettivamente, in termini cioè di esigenze del sistema economico; un ampliamento dell’offerta formativa reso tanto più urgente dal contesto di un sistema universitario che si distingue per il numero assai modesto di laureati e per un rapporto studenti-docenti che è il più alto, e dunque peggiore, tra i paesi industrializzati.

A questa inadeguatezza dell’offerta si deve in parte ricondurre il fenomeno talvolta indicato con l’immaginifica espressione di «fuga dei cervelli»: il nostro paese spesso non offre a giovani laureati, brillanti e preparati, l’opportunità concreta di realizzare un progetto di vita all’altezza delle loro ragionevoli aspettative. In questo modo, l’Italia si è progressivamente ridotta, nel campo della ricerca, al rango di quei paesi meno sviluppati che esportano materie prime e importano prodotti finiti: noi esportiamo (peggio: regaliamo) ricercatori formati a spese della comunità nazionale, e importiamo… brevetti! Come pure è ragionevole sostenere che proprio con i limiti imposti dall’inadeguata professionalità, e dunque dalla formazione, del ceto dirigente amministrativo, si siano scontrati gli importanti tentativi di riformare in profondità la pubblica amministrazione.

Potenziare e articolare l’offerta di alta formazione, adeguandola alla domanda, avrebbe significato, per i governi dell’Ulivo, rimuovere prima di tutto gli ostacoli che hanno sino a oggi impedito la valorizzazione dell’eccellenza in seno al sistema di formazione superiore: l’assenza di un sistema nazionale di valutazione dell’offerta didattica delle università sufficientemente articolato e pervasivo e, conseguentemente, l’assenza di una classificazione autorevole delle università italiane; la debole concorrenza tra università, dovuta anche alla scarsità degli strumenti atti a favorire la mobilità di studenti e docenti sul territorio nazionale e in ambito internazionale; una difesa ideologica del valore legale del titolo di studio e un’impostazione altrettanto ideologica della riflessione sul «numero chiuso»; la quasi totale assenza di centri di eccellenza, con le sole eccezioni della Scuola Normale e della Scuola S. Anna di Pisa e della SISSA di Trieste; l’assenza di sbocchi lavorativi di élite per i diplomati delle poche istituzioni di eccellenza esistenti (si pensi che i diplomi rilasciati dalle Scuole ora ricordate sono a tutt’oggi privi di qualsiasi riconoscimento giuridico, mentre gli allievi della Scuola superiore di pubblica amministrazione vengono inseriti ai livelli medio-bassi della carriera). Quest’ultimo dato è tanto più increscioso, e persino paradossale, se inserito nel contesto di una società in cui sopravvivono intollerabili bardature precapitalistiche a tutela degli ordini professionali.

In termini generali, si può affermare che la formazione delle classi dirigenti appartiene a quel nucleo di temi centrali della modernità che la sinistra italiana ha collocato ai margini della propria agenda politica recente. L’impressione è che le ragioni di tale emarginazione debbano essere ricercate, prima di tutto, nella tradizione culturale di cui la sinistra è erede e, talvolta, prigioniera. È un dato di fatto che l’atteggiamento della cultura democratica e socialista nei confronti della «teoria delle élites» sia stato improntato, il più delle volte, a una forte diffidenza quando non ad aperta ostilità. Ciò si comprende facilmente se si considera che la stessa teoria delle élites nacque con una forte carica polemica antidemocratica e antisocialista, dando voce alla «grande paura» della classe borghese di fronte alla poderosa avanzata del movimento operaio; ed è vero che questa teoria fu efficacemente strumentalizzata dalle varie tendenze fascisteggianti o semplicemente conservatrici e autoritarie, che si diffusero un po’ ovunque nei primi decenni del Novecento. Questa contrapposizione ideologica ha relegato in secondo piano i debiti oggettivi della teoria nei confronti della tradizione socialista (Gaetano Mosca annoverava Marx ed Engels tra i suoi principali creditori sul piano scientifico) e la questione della maggiore o minore correttezza scientifica di tale teoria, peraltro sostenuta da autori liberali e anche democratici, quali Einaudi e Croce, Salvemini e Gobetti.

Ciò non esime tuttavia dal riconoscere che la teoria delle élites ha certamente rappresentato uno dei contributi più validi della cultura italiana alla moderna scienza politica e che non sono mancati esempi significativi di dialogo e persino di reciproca contaminazione, tra quella teoria e autorevoli esponenti della tradizione liberale, democratica e socialista, in Italia, nel resto d’Europa e in particolare nel mondo anglosassone. Il sociologo che è tra i più importanti ispiratori del New Labour, Anthony Giddens, si è distinto come uno dei neomarxisti europei maggiormente influenzati dalla prospettiva elitistica, di cui propone una rivisitazione che ancori il discorso sulle élites alla teoria delle classi sociali. Con un’operazione intellettuale di segno contrario, tesa cioè a rivisitare la dottrina marxista alla luce della teoria delle élites, Ralf Dahrendorf, nel suo celebre saggio Classi e conflitto di classe nella società industriale (1959), aveva criticato i termini essenzialmente economici in cui sono tradizionalmente interpretate la nozione di classe e le relazioni tra classi, proponendone una riformulazione sulla base di concetti quali autorità e subordinazione, classe dirigente e classe diretta. Per restare in Italia, si possono vedere i numerosi contributi di Norberto Bobbio, rivolti contro la tendenza ad assimilare le dottrine elitiste a concezioni politiche autoritarie: valga per tutti la voce Teoria delle élites del suo Dizionario di politica (1976).

È indubbio, tuttavia, che il discorso sulle élites e sulla loro «circolazione» sia rimasto sostanzialmente estraneo alla cultura «ufficiale» della sinistra italiana, con la sola, importante eccezione di Gramsci, che però, preoccupato soprattutto di conciliare teoria delle élites e teoria della classi sociali, mentre fa sue molte osservazioni della teoria classica delle élites, si dimostra nel complesso estremamente critico verso gli elitisti e le loro opere. Questa indifferenza, o peggio diffidenza, nei confronti di una teoria delle classi dirigenti non ha risparmiato neanche l’interessante filone di pensiero dell’elitismo democratico, all’interno del quale autori come Ortega y Gasset, Mannheim e Schumpeter hanno sostenuto, in modo convincente, la compatibilità di elitismo e democrazia, e persino la conciliabilità dell’elitismo con principi socialisti moderati: come scrive Mannheim, «la democrazia non implica che non vi siano élites: essa implica piuttosto un certo specifico principio di formazione delle élites» (1956). A questo importante filone, e in particolare alla nozione schumpeteriana di «democrazia competitiva» come meccanismo per la selezione e il controllo delle élites, possono anche essere ricondotti, per l’Italia, i contributi di Filippo Burzio e di Giovanni Sartori; questi ha sottolineato gli aspetti valoriali e meritocratici della nozione di élite, evidenziando come essa possa assolvere la funzione «critica» di distinguere tra chi di fatto occupa posizioni di potere, e chi il potere merita.

Per la verità, la resistenza della sinistra italiana a porre la formazione d’eccellenza al centro dell’azione di riforma si è fatta forte anche della tradizionale indifferenza della classe politica nazionale nel suo complesso per il problema della formazione e selezione delle élites: la Repubblica ha in effetti rinunciato sin dalla nascita a un progetto nazionale di formazione delle sue classi dirigenti. Da questo punto di vista, il paragone con altri paesi europei è illuminante: in Francia, nei primi trentacinque anni del Novecento, oltre il 90% dei membri dei Grands corps dello Stato proveniva dall’Ecole libre des Sciences Politiques, sostituita nel secondo dopoguerra dall’Ecole Nationale d’Administration (ENA); e dall’ENA provengono, tra gli altri, sia il presidente Chirac appena riconfermato sia il premier dimissionario Jospin. In Inghilterra, nel periodo compreso tra il 1955 e il 1974, due sole università, naturalmente Oxford e Cambridge, hanno formato tutti i primi ministri, il 72 % dei ministri di gabinetto e il 48 % dei segretari parlamentari; è stato inoltre calcolato che nel 1988 il 33 % dei membri del Parlamento proveniva dalle medesime università. È noto come in Italia non esista alcun fenomeno anche lontanamente paragonabile agli esempi citati. Queste considerazioni sull’insufficiente attenzione della classe politica nazionale per il tema della formazione d’eccellenza darebbero tuttavia un’immagine parziale del problema se si tacesse lo scarsissimo investimento del mondo delle imprese italiane nel sistema della formazione in generale. Non si tratta solo di una quantità di investimenti privati per formazione e ricerca che ci colloca agli ultimissimi posti tra i paesi avanzati, ma anche della incapacità, rilevata già anni fa da Edoardo Vesentini, delle imprese italiane di avanzare al sistema formativo richieste chiare e specifiche.

La rinuncia dell’Italia repubblicana a un progetto adeguato di formazione delle élites pubbliche si è di fatto tradotta nella delega ai partiti politici, e in particolare alla DC e al PCI, del compito di selezionare la classe politica nazionale. Anche a voler prescindere dalla palese inadeguatezza dei partiti politici odierni all’assolvimento di un simile compito, le implicazioni negative di questa «delega» comprendono: un’osmosi assai scarsa, se non una vera e propria separatezza, tra alta burocrazia ed élites economiche, da un lato, e classe politica dall’altro; il prevalere di criteri di appartenenza e lealtà politica sulle ragioni del merito; l’assenza di canali di comunicazione e competizione «orizzontale» tra gruppi dirigenti di diverso orientamento ideologico. Ne risentono, evidentemente, sia la qualità della classe politica nel suo complesso, sia l’apertura dei partiti politici alla società, con conseguenze gravi in termini di «autoreferenzialità ». Né ci si può consolare pensando che questa «politicizzazione» abbia portato con sé una tendenza alla «democratizzazione», poiché al contrario appare sempre più forte, nei partiti politici moderni, e non solo italiani, il prevalere di quel fenomeno che proprio uno dei massimi teorici delle élites, Robert Michels, nel suo celebre e vituperato saggio sulla sociologia del partito politico moderno e sul caso della SPD in modo specifico, descriveva come «legge ferrea dell’oligarchia» (1910).

Dall’analisi svolta sin qui, credo emerga con sufficiente chiarezza l’importanza, e anzi l’urgenza, per la sinistra italiana, di riprendere la riflessione e l’iniziativa sui temi della formazione d’eccellenza, in termini tanto politico-culturali quanto politico-programmatici; un’iniziativa specifica che sarà tanto più forte politicamente quanto più saprà inserirsi nel contesto di uno sforzo teso a fare dell’istruzione in tutte le sue accezioni, ancora una volta sul piano sia programmatico sia culturale, l’obiettivo strategico fondamentale, la vera e propria «missione», della sinistra e dell’Ulivo, il nuovo «traguardo» nazionale, come nel recente passato fu l’Europa. La chiave di volta di questo rinnovato sforzo di elaborazione dovrà essere l’idea della formazione d’eccellenza come strumento per la promozione di una più forte mobilità sociale verso l’alto, sulla base del merito: un obiettivo, questo, autenticamente riformista, a fronte di una società in cui sopravvivono ampiamente metodi opachi di cooptazione all’interno della classe dirigente (parentele, clientele, raccomandazioni) in cui si sono andati accentuando meccanismi di immobilità sociale ed ereditarietà occupazionale, e in cui è cresciuta - purtroppo anche negli anni di governo dell’Ulivo - la discriminazione sociale nell’accesso ai livelli più alti della formazione; tutte tendenze che i progetti del governo Berlusconi in tema di istruzione e formazione sono destinati a rafforzare ed esasperare.

Vedere la formazione d’eccellenza come lo strumento atto a promuovere una mobilità sociale verso l’alto su basi meritocratiche significa anche il rifiuto di accogliere in modo acritico modelli esteri, anche quando, come nel caso del sistema francese, brillino per efficienza: Pierre Bourdieu, nel suo bel saggio del 1989 su La noblesse d’Etat, ha distrutto il mito dell’école liberatrice, smascherandolo come strumento di legittimazione della struttura di potere esistente, e mostrando come in Francia l’acquisizione di competenza scolastica dipenda strettamente dal patrimonio culturale che ciascuno possiede per eredità, e come questo sia a sua volta legato al capitale economico. Si aggiunga che il modello francese, indubbiamente efficace nel formare funzionari dotati di un alto senso dello Stato e di una forte etica della responsabilità e del servizio pubblico, ha il difetto di assicurare loro una vera e propria posizione di rendita, sviluppando nei confronti degli ex allievi meccanismi di autentica protezione anticoncorrenziale che verosimilmente, nel medio periodo, incidono negativamente sulla qualità. Questi nodi irrisolti hanno suscitato, negli ultimi anni, un’accesa e diffusa polemica contro la burocratizzazione dell’establishment, alla quale si sono alimentate le forze del populismo «antipolitico» presenti nella società francese.

Assumere questo orizzonte di ragionamento comporta per la sinistra italiana, per ragioni che mi sono sforzato di mostrare più sopra, un profondo ripensamento dei suoi presupposti politico-culturali: soprattutto, si tratta di sconfiggere la tentazione sempre rinascente di un egualitarismo «difensivo», preoccupato piuttosto di proteggere dalla competizione che non di garantire una competizione equa; si tratta, in altre parole, di abbandonare definitivamente e senza nostalgie l’ideale di un livellamento dei ruoli sociali, in favore di un egualitarismo incentrato sull’idea forte di uguaglianza delle possibilità e delle opportunità. Un compito tanto più impegnativo per una sinistra che culturalmente appare ancora oggi figlia, oltre che della tradizione socialista prima richiamata, di un ’68 che per l’Italia ha significato, nel campo dell’istruzione superiore, la liberalizzazioni degli accessi, nell’assenza di una contemporanea, e necessaria, differenziazione e articolazione dei percorsi formativi.

Porre al centro l’uguaglianza delle possibilità e delle opportunità significa muovere dal diritto individuale, costituzionalmente sancito, a ricevere un’istruzione all’altezza delle proprie aspettative e capacità; diversificare l’offerta di alta formazione significa rinunciare all’ideale di un percorso formativo uguale per tutti, con l’inevitabile spinta al ribasso che esso comporta, e porsi invece l’obiettivo di offrire agli uguali la possibilità di entrare tra gli eccellenti; in concreto, tutto questo significa accompagnare a politiche incisive per il diritto allo studio, una nuova iniziativa politica volta a sancire e garantire un «diritto all’eccellenza». In questo sforzo di rielaborazione del patrimonio culturale della sinistra riformista, un ruolo essenziale di impulso e di proposta possono assumere le numerose fondazioni, associazioni, riviste di cultura politica attive nel nostro paese. Esistono le condizioni per avviare un percorso di discussione e di elaborazione ampio e condiviso, coinvolgendo migliaia di giovani preparati e motivati, quel ceto intellettuale di nuova generazione che può costituire una risorsa importante per il rinnovamento della sinistra italiana. Lungo questo percorso, la sinistra deve essere sorretta dalla ferma consapevolezza che, come ha lucidamente mostrato Franco Ferraresi, l’inefficienza del sistema formativo produce ingiustizia, perché consente il prevalere dei poteri di fatto, e deve essere animata dalla prospettiva di una società realmente «aperta», in cui le élites sono reclutate da strati sociali diversi, sulla base del merito individuale. Se tutto ciò non bastasse, può soccorrere infine la consapevolezza che solo élites politiche autorevoli, competenti e riconosciute possono assicurare che le istanze di rinnovamento della politica, e della classe politica in particolare, non sfocino in scomposte pulsioni populistiche di «antipolitica», peraltro non estranee alla società italiana, anche odierna.

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