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Quella tipografia di Via Merulana

Written by Roberto Cotroneo Saturday, 01 June 2002 02:00 Print

Con un mal di testa che pulsava sulla tempia e con una precisione al quarzo imboccò via Merulana che dovevano essere le 10.15, forse le 10.18. Il 15 era un portone qualunque. Dentro si vedeva un cortile quadrato con delle piante al centro. Ai lati niente, tranne su quello destro che c’era un muretto a proteggere una scala che scendeva sotto. E Umberto da lì poteva vedere la parte più alta di un portoncino illuminato.

 

a C.E.G.

 

Con un mal di testa che pulsava sulla tempia e con una precisione al quarzo imboccò via Merulana che dovevano essere le 10.15, forse le 10.18. Il 15 era un portone qualunque. Dentro si vedeva un cortile quadrato con delle piante al centro. Ai lati niente, tranne su quello destro che c’era un muretto a proteggere una scala che scendeva sotto. E Umberto da lì poteva vedere la parte più alta di un portoncino illuminato.

Vedere Campanelli fu una sorpresa che nessun giornalista dovrebbe avere. Era un signore un po’ claudicante (Umberto lo aveva osservato con attenzione controllando le scarpe appena si muoveva, perché era convinto che un tacco fosse più alto dell’altro). Era basso. Avrà avuto settant’anni. Aveva i capelli tinti. I locali erano ben messi, sembravano moderni. Ma alle pareti tutti quadri con ritagli di giornali incorniciati. Giornali gialli, che se toglievi il vetro da quelle cornici dovevano frantumarsi quasi fossero dei papiri egizi. Con la coda dell’occhio Umberto ne guardò uno. Era la prima pagina del «Corriere della sera», il duce annunciava che il Re d’Italia da quel giorno, storico, era anche Imperatore d’Etiopia. Cercò di guardare più in là, mentre Agazzi terminava di fare qualcosa, e i quadri sembravano riferirsi tutti all’impresa etiopica. Non gli piacque per nulla. Ma allora di nessi non ne sapeva fare. Per quanto ai romanzieri piacciano le coincidenze, in quel momento Umberto non aveva diritto alcuno di farne. Guardò Brizio Campanelli, cercò di misurarne gli anni come si fa a un gioco a quiz. La prima risposta che viene in mente non è detto che sia quella giusta. Avrebbe detto settanta. Poi si corresse da solo, no erano almeno settantacinque. Fu Campanelli a toglierlo dall’imbarazzo.

«Guarda la foto del giornale, vero?».

«No quell’altro ritaglio».

«Ah quello dell’Impero. No credevo mi avesse riconosciuto nell’altra foto. Avevo vent’anni, lì. Era il 1938».

Umberto si avvicinò. Era una fotografia incorniciata tra due vetri. C’erano cinque uomini. Due neri vestiti all’africana. E due soldati, con le mostrine. Uno accovacciato, con le dita della mano che toccavano appena terra, come fanno i calciatori. E uno in piedi, con il fucile a tracolla. Umberto riconobbe in quello in piedi un Campanelli giovane e magro. Fece un rapido calcolo. Decise che i due eritrei non dovevano essere molto alti. «In cosa posso servirla?».

«Mi manda, o meglio mi mandava, Mario Agazzi».

Campanelli lo guardò, con un’espressione abituata alle circostanze più bizzarre. Lo soppesò per un po’. Ma senza mostrare sospetto, imbarazzo, o qualsivoglia d’altro. Si passò una mano nei capelli. E poi fece un commento sul povero Agazzi. Umberto trasalì. Era morto il pomeriggio prima, e già questo signore, che non aveva l’aria di essere un fulmine di guerra sapeva della sua scomparsa. C’era motivo di sospettare di un uomo così informato.

Come non avesse ascoltato nulla, e con una mossa noncurante, come di chi ti ruba l’ultima mano a scopone con una carta che ti eri dimenticato fosse ancora in gioco, Campanelli spostò «Il Messaggero» dal bancone fin sotto gli occhi di Umberto. «Ho visto il necrologio proprio oggi, i colleghi giornalisti. Era un po’ che non lo vedevo».

Umberto inghiottì, maledì tutti gli scrittori di genere che aveva letto fino a quel giorno, e forse avrebbe voluto invocarne il potere taumaturgico. Possibile fosse tutto così comune? Possibile che non ci fosse mai qualcosa per cui valesse la pena di indagare, svelare, scoprire; lanciarsi in una avventura senza fine, o chissà che altro? Abbandonò il pensiero degli scrittori di genere e passò direttamente a Carlo Emilio Gadda.

«Questo è il 15 di via Merulana, vero?».

Campanelli lo guardò veramente perplesso. Dove voleva arrivare?

«No niente», disse Umberto, «ché pensavo a Gadda al Pasticciaccio, l’avrà letto, non è vero?».

Campanelli alzò le spalle. Come fosse una vecchia storia di cui non gli importava nulla e che ogni tanto qualcuno gli andava a raccontare. Poi come a non voler spezzare troppo pensieri che gli stavano più a cuore disse:

«Eh Agazzi… era più giovane di me. Mi sembra fosse del ‘29. Si era perso un pezzo di vita. Alla fine della guerra aveva 16 anni. Neanche a Salò l’avrebbero preso. Allora veniva da me e io gli raccontavo tutto. Perché io sono sempre stato un romanziere. Quanti libri avrei scritto. Se avessi studiato un po’ di più. Ma cosa vuole. Il tempo non c’era, guadagnare bisognava guadagnare. E ho fatto l’editore. Ne ho stampati di libri qua dentro. Storia, la storia è sempre stata la mia passione. Si guadagna bene con questa roba». Poi guardò Umberto con improvviso sospetto. «Non sarà un poliziotto vero?».

A ripensarci questa frase a Umberto era piaciuta. «No, un giornalista», gli aveva detto. Producendo in Campanelli un effetto più rassicurante.

«Ah sono stato giornalista anche io, sa. In un piccolo giornale, «Progresso socialista», subito dopo la guerra. Io sono sempre stato un socialista delle origini. Anche a Salò, c’erano più socialisti, di quelli veri, che lei non può neanche immaginarseli».

«Lei era a Salò», chiese Umberto.

«Non l’ho mai negato. Mai. Ma non ho mai fatto del male a nessuno. Anzi una volta che abbiamo preso due partigiani, su, sopra Codigoro, li abbiamo lasciati andare. E quelli sa cosa ci hanno fatto? Ci hanno aspettato la sera, che si andava alla trattoria appena fuori dal paese, per tagliarci la gola. Fortuna che il mio compagno. Un bravo ragazzo, di Verona, Luigi Bardin si chiamava, se ne è accorto in tempo. Gli ha scaricato tutto lo Sten addosso a quei due. E poi un altro caricatore ancora che erano già a terra stecchiti. E l’ho dovuto fermare io: che sprecava colpi su due poveracci che non c’era rimasto quasi più niente. Non mi faccia dire. Ma erano tempi diversi, sa? Mica come oggi. Io lo dicevo ad Agazzi: tu ci hai voglia di fare tutte quelle cose che fai perché non hai fatto in tempo a vedere la guerra. Se avessi fatto in tempo a viverli i tuoi tempi, oggi te ne staresti molto più tranquillo».

Umberto aveva capito che Campanelli doveva essere un uomo che sapeva molto. Ma non lo credeva così anziano, e poi se lo immaginava più abbottonato, uno di quelli che ammiccano, che non parlano: l’avrebbe voluto scontroso e sulla difensiva. Capace di negare una vecchia amicizia, con Agazzi, per salvarsi da gente come lui, che faceva certamente troppe domande. Umberto aveva già deciso come doveva essere Campanelli, e cosa fargli ammettere. Poca roba: al massimo un romanzo di Agazzi stampato, e poco più. Un fare sbrigativo, di chi ha troppe cose da fare. E un certo pallore nel momento in cui fosse venuto a sapere che era un giornalista. Aveva persino immaginato che Campanelli sapesse già della sua visita, avvertito chissà da chi, e lo attendesse con in mente una strategia, che lo volesse usare, persino, per arrivare a far sapere a chissà chi. Umberto ripensandoci ormai sapeva quanti pensieri di altri gli attraversavano la mente ogni giorno, conosceva i filtri che orientavano la sua vita, sapeva cosa prevedere, e come.

Campanelli era un uomo assolutamente semplice, anche nelle cose che diceva. Non c’era nulla in lui che potesse rivelare una grandezza, qualcosa di profondamente oscuro. Non gli stava lanciando messaggi, non voleva fargli capire nulla, non era reticente. Era solo un vecchio fascista, con una piccola casa editrice: «lei è giornalista, sa cosa vuol dire fare il piccolo editore. Specialmente quando non stai dalla parte giusta. Avessi avuto mai una sovvenzione, un attestato di merito. Qualcosa. Niente. Eppure stampo libri, mica faccio il terrorista o il macellaio. E ne ho stampato anche qualcuno di importante. Il saggio su Nietzsche del professor Gallucci, ad esempio. Lo conosce. Quindici anni fa, se ne parlò molto. Pensi era un comunista, di quelli sfegatati. Poi di colpo, in pieno ‘68, si è iscritto al MSI. Solo che qualche mese dopo essersi iscritto al Movimento Sociale è andato da Almirante a dirgli che era di quella là, capisce? Quelli…».

L’accenno di Campanelli era eloquente.

«Omosessuale», disse Umberto togliendo ogni spazio all’ammiccamento.

«Già quello. Però che libro. Che grande filosofo Nietzsche, il più grande di tutti».

E Agazzi? Ce li avrà avuti ancora i suoi libri? E sarebbe stato disposto a darglieli?

«Ma si sieda dottore, perdoni, neanche una sedia le ho offerto», poi rivolgendosi a una persona dell’altra stanza di cui Umberto non sospettava l’esistenza: «Anna, vuoi ordinare due caffè dal Bar Avio? Ha mai bevuto il caffè dell’Avio? Qui a Roma è famoso. Dicono che c’è sempre stato, anche se si chiamava in un altro modo. È un po’ più avanti del ristorante, dove andavamo con Agazzi. Mi invitava sempre lui, e non ne voleva sapere di farmi pagare. Che brutta fine ha fatto Agazzi. Solo. Da un sacco di tempo. E con i pallini nella testa. Ma per il resto che gli si poteva dire? Gli piaceva il mare. Diceva. E scrivere, quello sì, quella è stata sempre la sua passione».

Umberto si concentrò sulla scrivania di Campanelli: c’era una cosa che non vedeva più da anni e anni. Un porta penne, di quelli che ci infili la penna in un cappuccio snodabile: «Ho pubblicato di tutto. Anche una rivista, per un certo tempo: “Propaganda”, Negli anni Settanta ci scriveva un sacco di gente. Anche famosa. Poi per due volte mi hanno sfasciato tutto. Perché attaccavamo i comunisti. E allora ho detto basta, mi rimetto a fare libri che si corrono meno rischi».

«Beh», rispose Umberto, «anche i libri su Nietzsche però…».

«Ah che c’entra. Quello una sola volta. Li ha mai visti i libri di barzellette? Quelli che si comprano alla stazione? Ah ma senta Umberto, le posso dare del tu? Potrebbe essere mio figlio. Anzi lo sai che ho un figlio della tua età. Quanti ne hai tu?»

«Quaranta, tra non molto».

«Ah no, lui è più giovane. Quaranta li compie l’anno prossimo. Ma è tanto che non lo vedo. La madre, sai come sono queste cose. Se lo è portato a Senigallia che aveva tre anni. E chi l’ha visto più».

Umberto ripensò al mal di testa. In quei giorni lo aveva avuto sempre, o quasi. Ma si era imbottito di Aulin per tre giorni. E adesso gli era venuto un mal di stomaco che non riusciva a buttare giù niente. Campanelli gli indicò la segretaria: «Sta con me da sei anni è come una figlia».

La figlia non aveva più di trent’anni, forse trentadue. Era di quelle che si scoprono una femminilità evidente in età sospetta. Da grandi, e cominciano a vestirsi come non avevano mai fatto. Campanelli la guardava, soprattutto le gambe, ma non osava più di tanto. Era decisamente troppo vecchio per lei. Si limitava a portarsela a pranzo dal sardo quasi tutti i giorni, a dispetto delle altre due impiegate, che mai una volta avevano avuto questo privilegio. Umberto non ci aveva messo molto a capire che la casa editrice era nelle mani dell’Anna Maria, per la verità. E Campanelli si occupava solo della collana «Historia», punta di diamante della casa editrice. Da «Historia» pubblicavano signori come lui, attempati memorialisti di anni ancora abbastanza recenti. Una ricostruzione del massacro di Cefalonia, era l’ultimo titolo. Ma il catalogo era quasi tutto centrato sul Ventennio. Lampi sulla marcia su Roma era tra i titoli più venduti. Ma c’era anche dell’altro: Italo Balbo raccontato dal suo luogotenente; Fuoco incrociato ad Asmara; Credere, obbedire combattere: la guerra che si poteva vincere; Fascismo: una sottovalutazione storica; Churchill e Mussolini: l’enigma delle lettere; Torah e Fascismo: storia segreta di un’ incomprensione. Umberto leggeva i titoli e gli autori: Giorgio Boccaccini, Francesco Di Dio, Mario Legacci, Ugo Maria Angelini, Giulio Cesare Diotallevi, Scipione Urzu, Reginaldo Brocchetti. Da chi era fatto questo mondo? Campanelli nicchiava:

«Gente così, ex combattenti, funzionari di Stato, eroi di guerra anche, perché è giusto piangere i morti, ma quelli che sono tornati vivi, nessuno li ha presi sul serio. Guarda questo qui: Giulio Cesare Diotallevi. L’autore di Credere, obbedire combattere: la guerra che si poteva vincere.  Pensa: volontario a sedici anni. Fronte russo. Gli hanno tagliato tutte e due le gambe. Eppure stramalediva il freddo che gli aveva congelato le gambe, e non poteva arruolarsi a Salò. Era di Piumazzo. Ancora qualche anno fa passava sai. Adesso è malandato, non ce la fa più».

Umberto lo guardava con orrore, e guardava Anna Maria che alzava gli occhi al cielo, disperata. Alla frase di Campanelli: «qualche anno fa passava», aveva mostrato un certo disgusto. L’Anna Maria non c’entrava nulla con il vecchio Campanelli, non sembrava avesse a che fare con quel mondo, se non per un puro caso. Ma appena si alzò per andare in bagno, Campanelli lo avvertì: «è una spia, e poi se la spassa con un mio impiegato. Una volta li ho sorpresi insieme. Ma loro non lo sanno. Sai io sono un gentiluomo, ho richiuso la porta, e sono uscito. Lei sa chi entra e chi esce, sa chi viene. Me l’ha presentata Arrigo Crocetti, l’ex questore. Lo conoscerai forse. Mi ha detto che era sua nipote. Tu pensi che ci ho creduto?».

A questa domanda l’Anna Maria era riapparsa dal fondo della sala, ed era tornata rapidamente a sedersi. Umberto era arrivato per chiedere lumi su un libro di Agazzi. E ora si era trasferito con loro in un ristorante sardo con due personaggi che non riusciva collegare assieme in alcun modo. L’Anna Maria così scarmigliata e discinta, avrebbe detto il nume tutelare di quel luogo, quel Gadda che a Umberto tornava di continuo alla mente: li accolse con salivosa lubricità del sorriso di mestiere e la falsità contadina dello sguardo. Ci ripensò e scartò la frase, che ricordava ancora rivolta alla Zamira del Pasticciaccio.

Anna Maria, sembrava contrariata che tutto fosse immobile, e che Campanelli non si fosse alzato fino a quel momento. Chiese un altro caffè, così per prendere tempo. E il tempo le dette ragione. Campanelli con una prostata che era quello che era, non poté evitare di alzarsi per andare al bagno. Non fece tre passi verso il fondo della sala che l’Anna Maria disse a Umberto, subito, di getto.

«Lei cerca i libri di Agazzi, l’ultimo vero? Ma lui non glieli darà mai. Se lo ricordi, non perda tempo a chiederli. Neanche io li ho mai visti. Agazzi l’ho conosciuto bene. Anzi, lo conoscevo prima di venire a lavorare qui. Ho lavorato come dattilografa nell’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno. Per un anno e mezzo, capisce?».

Umberto non riusciva a capacitarsi che affari riservati, intelligence e chissà che altro fossero nelle mani di gente del genere.

«A Campanelli gli piaccio. Ma non si fida. Quando mi ha assunto, ha messo tutto il catalogo dei libri in una stanza sotto chiave, entra solo lui. Ma i libri di Agazzi non ci sono neppure nella stanza sotto chiave. Lì trovi tutta quella roba scritta da mutilati, invalidi di guerra ed ex repubblichini, collezionisti di armi. Passano ore a parlare dei diversi modelli di bombe a mano che si usavano un tempo. Una cosa pazzesca. Anche perché era gente che non schiacciava un grilletto da quarant’anni, e forse portava il pannolone. Come lui. Sono quindici minuti che sta al bagno. Per almeno altri cinque minuti stia tranquillo che non arriva. Ma non si fidi delle apparenze: è gente che conta. Gente che decide. Anche oggi».

Alla parola «oggi» dal fondo della sala ricomparve Campanelli. Sedette con un sorriso e chiese un whisky, gli portarono un J&B. Si riempì il bicchiere dell’acqua. Poi guardò serio tutti e due.

«Ce l’ha lei il libro di Agazzi? Quello che mi doveva portare la prossima settimana, se non fosse morto così improvvisamente. Quello sui poteri segreti? È venuto a dirmi questo vero?».

Umberto non sapeva che rispondere, anche perché Campanelli, distraendosi, ero tornato al lei. Ma certo non era per distrazione.

«Avevamo già pensato al titolo. Il fascismo sottotraccia. Ne ho già tre capitoli. Spiega come in Italia non sia cambiato niente in questi cinquant’anni, che nei posti chiavi a comandare sono sempre gli stessi. Con tutto un elenco di nomi».

Campanelli si fermò. Stette in silenzio per il tempo di bersi il whisky in un sorso soltanto. Ma aveva aggiunto dell’acqua.

«Lei è un comunista vero? Lo avevo capito subito. Lo dica, lo dica. Tanto cosa vuole che succeda. Oggi c’è la democrazia».

L’ostilità improvvisa di Campanelli lo aveva turbato. O era psicolabile, o era arteriosclerotico (come sostenne poi dopo l’Anna Maria) o era qualcosa d’altro ancora. Umberto optò allora, come optava ancora ripensandoci, che l’idea più giusta fosse che era qualcosa d’altro ancora. E il meglio di quella giornata stava per arrivare. E non si trattava degli slip bianchi dell’Anna Maria (un movimento dell’anca aveva rivelato d’improvviso tutto, come una epifania indiscutibile), si trattava di una affermazione improvvisa di Campanelli che lo fece sentire come dopo un vuoto d’aria su un biplano.

Ritornando ancora una volta al tu, ma non più confidenziale, semmai da ufficiale a sottoposto: «Senti ragazzo, tu non eri nemmeno nato che io già nella vita avevo visto tutto. Sono stato due anni in un posto d’inferno. Ottocento chilometri da Addis Abeba, incassato nelle montagne. Lì di uomini bianchi non ne avevano quasi mai visti. C’erano cento neri che lavoravano, quaranta bianchi da tenere sotto controllo. Perché usciva l’oro e il platino. E io lavoravo per i servizi di informazione allora. Si doveva controllare che nessuno si portasse via qualcosa. Tre li abbiamo fucilati sommariamente. Cercavano di rivendersi l’oro. Uno si finse pazzo, per salvarsi la vita. Si moriva che non ti immagini. E adesso tu vieni qui, e fai il finto giornalista ingenuo. Però poi dici che eri amico di Agazzi. Lo so, Agazzi frequentava anche gente di sinistra. Allora secondo me quel libro ce l’hai tu».

A questo punto Umberto decise di chiedere quello che aveva sempre cercato. Anche perché di libri lui non ne aveva. E tanto valeva dire il vero motivo della sua visita. Campanelli lo guardò diffidente. Poi fece una mezza risata. Chiese dell’altro whisky, visto che il J&B era finito. Verso del Ballantine etichetta nera nel bicchiere con l’acqua. E lo guardò. Poi disse soltanto: «aspetta aspetta… Agazzi l’ha data a bere anche a te? E perché?». Era una domanda per se stesso, non rivolta a Umberto. «Cosa gli servivi, tu?». Poi calmo, di nuovo tranquillo e decisamente sorridente. Sembrava che la bufera fosse passata: «No, certo certo. Tu quel libro non ce l’hai. Tu stavi solo nel primo livello. Dicevano che Agazzi firmava i suoi libri con lo pseudonimo di Red Trust. Ma Agazzi non era Red Trust. Red Trust, mio caro ragazzo, non era proprio nessuno. Lo usavamo in casa editrice quando rubavamo storie gialle da vecchie pubblicazioni trovate in qualche bancarella. Vendevano».

«Allora non è vero che il terzo libro di Red Trust venne sequestrato?», chiese Umberto.

Campanelli disse all’Anna Maria di sistemare il conto per lui, e gli passò un fascio di banconote da centomila lire arrotolate. Saranno state cinquanta, forse anche di più. Poi abbassando la voce: «Mi fa morire quella là. Delle volte vorrei darle una bella sculacciata». Poi cambiando subito tono: «Il libro di cui si riferisce non era firmato Red Trust, era di Agazzi, questo sì, e non sono neppure arrivato a stamparlo. Perché mi è scomparso dalla scrivania due giorni dopo che me lo consegnò. Al punto che Agazzi me lo stava riscrivendo, per come poteva. Era il libro sul fascismo sommerso. Capisci adesso? Tu non ce l’hai. Lui è morto. Dunque cosa facciamo?».

Umberto non aveva detto niente. Si era versato un goccio di whisky nel bicchiere del vino. E Campanelli lo aveva guardato con un leggero disprezzo. Quantità da rammolliti, deve aver pensato. Nel frattempo l’Anna Maria tornò, più sicura e tranquilla, restituì il fascio di banconote a Campanelli e accennò a dire soltanto: «Ho pagato il mese».

«Gigi si è comportato bene?», chiese Campanelli.

«Al solito».

«Allora mio caro Umberto, vogliamo vedere se questo libro lo ritroviamo?».

Umberto annuì, l’Anna Maria lo guardò più soddisfatta. E uscirono dal ristorante. Campanelli sembrava non aver bevuto nulla. Dritto e sicuro nel passo come un astemio. Fuori c’era tutto il resto. Di lì a poco, per l’intero marciapiede cominciarono a squillare i telefonini, tutti assieme. D’un tratto Umberto si accorse che lì era pieno di cinesi e che c’erano tre negozi di sole cravatte uno accanto all’altro. Campanelli si accese un toscanello, scrollò la testa.

«Gli anni passano per tutti». Poi guardando Umberto severo, di nuovo caporalesco: «Anche per lei».

Roma pareva un luogo così lontano da quelle storie che Umberto pensò di aver quasi sognato. Esaminò in un attimo l’idea di andare da Fassi, antica gelateria romana, esistente fin dai primi del Novecento, quando veniva portato il ghiaccio con i carri a cavallo. Decise come il signore di Ballantrae, gettando una monetina che solo lui poteva vedere. Sua moglie quella sera aveva un vernissage assolutamente snob. Il mondo era tutto monitor, click e mouse ergonomici. Su Internet ci si dava appuntamenti virtuali, e i giornali continuavano a discutere su dove si potesse osare con l’informazione on line. Quasi di fronte a lui c’era un negozio che esponeva un manifesto di James Dean in bianco e nero, avvolto nel cappotto. E accanto la celebre foto di Robert Doisneau, quella del bacio. Un odore di cumino arrivava dappertutto. Fece un cenno a Campanelli, un sorriso all’Anna Maria. E prese a camminare verso Santa Maria Maggiore. Non si stupì neppure che in pochissimi minuti era uscito un sole caldo, e aveva asciugato tutto. Mentre già vedeva la piazza in lontananza pensò ancora alle parole di Campanelli: «arrivai a Iubdo per starci qualche mese. Ci sono rimasto cinque anni. Da allora la notte non sono più riuscito a fare un sogno».

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