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La sinistra, l'Islam e «il complesso di Kurtz»

Written by Renzo Guolo Saturday, 01 June 2002 02:00 Print

Le recenti elezioni in alcuni paesi europei hanno fatto emergere con forza il tema della «società multiculturale» e, in particolare, il nodo delle comunità immigrate musulmane, assunte a nuovo nemico. Certo, l’11 settembre ha inciso profondamente nella percezione negativa, già latente da tempo, sull’islam. Dopo l’attacco alle Twin Towers, l’invito delle leadership politiche continentali più responsabili a distinguere tra religione e fondamentalismo islamico non ha avuto grande successo. Mentre la maggior parte delle élite politiche cercava di evitare la trappola dello «scontro di civiltà», la teoria di Huntington in versione semplificata dilagava nella società, dove covava da tempo sotto forma di diffuso rancore sociale.

 

Le recenti elezioni in alcuni paesi europei hanno fatto emergere con forza il tema della «società multiculturale» e, in particolare, il nodo delle comunità immigrate musulmane, assunte a nuovo nemico. Certo, l’11 settembre ha inciso profondamente nella percezione negativa, già latente da tempo, sull’islam. Dopo l’attacco alle Twin Towers, l’invito delle leadership politiche continentali più responsabili a distinguere tra religione e fondamentalismo islamico non ha avuto grande successo. Mentre la maggior parte delle élite politiche cercava di evitare la trappola dello «scontro di civiltà», la teoria di Huntington in versione semplificata dilagava nella società, dove covava da tempo sotto forma di diffuso rancore sociale. Da qui il successo di movimenti che agiscono come «imprenditori politici della xenofobia», come il Vlaams Blok di Filip Dewitt, il Fronte Nazionale di Le Pen, Il FPÖE di Haider, la Lista Fortuyn, il DFP della Kjærsgaard, la stessa Lega di Bossi. La nascita dell’euroislam è percepita, infatti, da molti europei come minaccia alla propria cultura. Il tema, rompendo un tabù politico consolidato, è diventato oggetto della contesa elettorale. Del resto la cultura, nel tempo del vertiginoso mutamento imposto dalla globalizzazione, che ha fatto delle altre forme di appartenenza collettiva un residuato del passato, è rimasto uno dei pochi fattori a conferire identità.

La xenofobia oggi è tanto più insidiosa in quanto si fa strada anche in versione meno rozza di quella agitata dai movimenti della destra culturalista e antiglobalista. L’egemonia  culturale all’orizzonte è quella del pensiero «differenzialista» di Alain de Benoist. Il teorico della Nouvelle droite propone alla società europea il teorema dell’irriducibilità delle culture; tesi non sostenuta con argomentazioni razziste classiche, bensì usando storiche parole d’ordine della sinistra. Come dimostra l’enfasi sul concetto di differenza, tipico dei movimenti femministi. Per il differenzialismo, le culture, proprio perché uguali, hanno diritto a mantenere la propria specificità: per questo devono restare separate. Naturalmente, in de Benoist il riconoscimento dell’Altro è strumentale, in quanto sottolinea la necessità della cultura europea di salvaguardare la propria specificità; ma l’efficacia dell’argomentazione è notevole in un immaginario collettivo formatosi sotto il peso della «tirannia dei valori» multiculturalisti. Non a caso, prima dell’omicidio Fortuyn, la discussione olandese sull’islam verteva proprio attorno a queste coordinate ideologiche.

Le pedagogie democratiche trovano difficoltà a contrastare la ridislocazione xenofoba dell’immaginario collettivo anche perché la paura per la «diversità» trova alimento nell’impietosa impasse del discorso universalista. Spesso il volontarismo inclusivo del pensiero democratico deve fare i conti con la volontà esclusivista dell’Altro. Alcune comunità immigrate non chiedono l’integrazione universalista ma il mantenimento della propria identità culturale. Questa sfasatura nelle diverse dimensioni dell’integrazione espone la sinistra, percepita a torto o a ragione come vettore attivo del multiculturalismo, a contraccolpi politici. La provocatoria domanda di Fortuyn: «Perché la protezione del welfare a coloro che non vogliono integrarsi?» ha così dato voce nell’urna a un silenzioso ma radicale dissenso. Per sua natura inclusiva, la sinistra è identificata dalla «società della paura» come attore consapevole dell’ibridazione della cultura autoctona, a vantaggio di chi non intende rinunciare alla propria. Inutile spiegare ai più che l’origine dei flussi migratori ha cause diverse. Troppo difficile per i «localizzati» prendersela con la vecchia, nuova, talpa del capitalismo globale che scava incessantemente sotto l’edificio della prima modernità sino a metterne in pericolo le fondamenta. La talpa è invisibile e si smaterializza nella figura idealtipica del nuovo capitalismo globale libero da vincoli e responsabilità verso il territorio. Così mentre il «colpevole» si sottrae al luogo, chi vi resta e agisce per favorire l’integrazione dei migranti è sottoposto a dure sanzioni politiche.

Ma, in politica, le percezioni collettive non sono imputabili al destino «cinico e baro». Le immagini veicolate dalle culture politiche di partiti e movimenti, sapientemente enfatizzate nel gioco mediatico dai persuasori occulti del campo avverso, sono decisive. È un dato di fatto che per lungo tempo a sinistra hanno prevalso gli ingenui cantori del multiculturalismo e del relativismo gratuito. Un evento dall’impatto sociale formidabile è stato rappresentato sotto la rassicurante formula dell’incontro tra culture come arricchimento reciproco. Che nella banlieue francese o nei quartieri popolari torinesi l’incontro non apparisse fecondo né salvifico, era un particolare secondario per i teorici del multiculturalismo come imperativo sistemico. Grazie anche a quest’approccio la società multietnica, divenuta realtà percepibile non solo all’istintiva coscienza dell’occhio, è stata pensata da molti come frutto di un’azione intenzionale. E la sinistra, passata dalla vocazione internazionalista a quella multiculturalista, è apparsa loro come il principale attore di questo «piano». Questa distorta percezione collettiva è stata alimentata anche dalla confusa discussione sul tema del riconoscimento. Le sirene multiculturaliste hanno intonato il canto della tutela dell’Altro mediante il riconoscimento di «diritti di gruppo», inclusi quelli su base religiosa. Misconoscendo così il fatto che, nelle società occidentali, anche in versione multietnica, il riconoscimento riguarda gli individui in quanto tali; e che la convivenza con gruppi che si fondano su identità religiose non implica necessariamente la tutela di diritti collettivi. Quando il riconoscimento si spinge sino ad auspicare la tutela giuridica dei soggetti che attribuiscono esclusività a modelli di vita fondati su identità culturali o religiose non si favorisce il pluralismo ma, semmai, la frammentazione della società in comunità non comunicanti.

Ma la complessa discussione sui problemi del riconoscimento, come quella tra Habermas e Taylor, non ha mai attecchito nella scena italiana. Gli incontrastati cantori hanno così a continuato ad alimentare la fascinazione per il mito dell’Altro. Fascinazione divenuto presto «altruismo», ovvero forma ideologizzata del senso di colpa che attanaglia ogni qualvolta ci si trova davanti alla figura dell’Altro; idealizzato come portatore di un «vitalismo» in grado di ridisegnare una società decadente e plasmata a immagine e somiglianza del «McWorld». Senso di colpa originato dall’interiorizzazione di quello che, parafrasando Conrad, potremmo chiamare «il complesso di Kurtz», archetipo dell’orrore per il passato coloniale e il presente globalista dell’Occidente. Il «complesso di Kurtz» induce a vedere nell’Altro un soggetto debole, privo di identità, ormai sradicata dalla globalizzazione culturale. Anche quando questo soggetto rivendica un’identità forte, fondata su base religiosa, e rifiuta questa fagocitante, etnocentrica, attribuzione di debolezza. Questa propensione, che ribadisce nei fatti il complesso di superiorità sull’Altro sotto forma di universalismo democratico, non demorde nemmeno quando, ad esempio, un musulmano rivendica il suo essere islamico. Termine che, nel discorso fondamentalista, assume una connotazione identitaria politica e religiosa fondata sull’alterità alla tradizione quietista dell’islam e alla cultura occidentale. Anche l’islamico viene in tal caso ritrasformato, d’ufficio, nella più rassicurante e inclusiva figura dell’Altro. Questa forma di inquinamento politico della mente non è solo italiana. Non sorprende così come la lista Fortuyn abbia ottenuto il consenso anche di femministe, omosessuali, liberal difensori dei diritti civili, attori sociali un tempo orientati prevalentemente a sinistra, colpiti dalle reiterate predicazioni di un imam che condannava come «empi» gli stili di vita di molti olandesi.

La retorica dell’Altro, dunque, acceca la politica e impedisce di scorgere «l’altro» reale. Impedisce di comprendere che ogni cultura è «naturalmente» etnocentrica e che la società multietnica è quanto di più difficile ci possa essere da costruire. Soprattutto quando flussi migratori imponenti di diversa provenienza si sovrappongono su solide stratificazioni culturali precedenti. L’Europa, infatti, non è l’America, dove lo stesso ethos della nazione è stato costruito dalla comune epopea dei migranti ed è divenuto parte della civil religion nazionale. L’issue delle culture rischia così di perdere la sinistra, in un momento in cui i cittadini, più che dalla gestione dell’economia, appaiono frastornati dall’ansia sociale per la «fine dei territori». La società ha oggi antenne più lunghe della politica e i suoi sensori segnalano difficoltà quotidiane dei processi d’integrazione. Occorre allora mettere in campo una politica inclusiva antiretorica. Una politica che sfugga al dilemma del rifiuto nella versione etnoreligiosa del cardinale Biffi o in quella laiconegazionista di Sartori. Per farlo è necessario spostare la discussione sul «patto di cittadinanza», vera e propria Grundnorm che deve definire la carta dei diritti e dei doveri di vecchi e nuovi cittadini nelle nuove società europee in formazione. Patto capace di fondare il legame sociale nella problematica ma non impossibile realtà multietnica. Un contributo all’elaborazione di una simile politica attiva può venire da una ricognizione delle forze in campo, capace di individuare i potenziali soggetti con cui contrarre il patto. Operazione che permette di fare chiarezza anche con l’ingenuità politica de «l’altrismo».

«L’altrismo» impedisce, ad esempio, di scorgere le diversità nello stesso «islam italiano». L’islam nazionale è, infatti, plurale ed è composto da attori socioreligiosi assai diversi: sufi e fondamentalisti, cultori dell’islam magico-popolare e osservanti normativisti; rispecchia insomma la complessa composizione etnica e religiosa che caratterizza i circa settecentomila musulmani presenti nel paese. La cui maggioranza ha interiorizzato, come nelle altre esperienze europee, la dimensione privatizzata della sfera religiosa. Tale dimensione è invece rifiutata da «l’islam organizzato», formato da gruppi che agiscono come imprenditori della visibilizzazione religiosa nel territorio e sono portatori di rivendicazioni che investono la scena pubblica. «Islam organizzato» che reclama un riconoscimento collettivo fondato su uno statuto derogatorio di cittadinanza basato sull’identità religiosa. Riconoscimento che mette in crisi la natura del contratto sociale europeo, fondato sui diritti individuali. Quando «l’islam organizzato» si manifesta concretamente, non mascherato sotto la figura ideale e irreale dell’Altro, l’universalismo democratico tace. Ma il silenzio è assordante e il vuoto, come sempre in politica, viene riempito. Nel caso specifico da parole d’ordine, tanto folli quanto efficaci nell’attuale congiuntura politica, come quelle xenofobe e razziste.

Per evitare derive che potrebbero limitare la libertà religiosa, costituzionalmente garantita a cittadini e residenti, la questione dell’islam nella scena pubblica dev’essere affrontata senza timore. Anche perché, una volta mutato il quadro politico con l’entrata al governo della Lega di Bossi, partito che si propone apertamente come imprenditore politico della xenofobia e come custode dell’identità cristiana in contrapposizione all’islam, la prudenza diventa colpevole ritardo. La società multietnica non va, dunque, invocata – non ne ha bisogno – ma governata. Un contributo a quest’esigenza può venire dalla comprensione delle dinamiche interne alle forze che costituiscono in Italia «l’islam organizzato».

«L’islam organizzato» è guidato, oggi, da leader che hanno maturato la loro esperienza religiosa, politica e culturale nel lungo ciclo di risveglio del fondamentalismo islamico che ha investito i paesi musulmani a partire dagli anni Settanta. Tali leader appartengono spesso a correnti islamiste neotradizionaliste e radicali. Nella prospettiva della discussione sulla società multietnica, non interessa qui una mappatura dei gruppi radicali, presenti nel nostro paese. La necessità del mimetismo sociale o della clandestinità impedisce a quei gruppi ogni rivendicazione pubblica. Almeno sino all’11 settembre la maggior parte dei militanti dei movimenti islamisti radicali hanno fatto dell'Italia, più che un terreno di battaglia, uno spazio in cui costruire una rete di sostegno logistico, di propaganda, finanziamento e arruolamento, necessaria al combattimento nei paesi musulmani. La loro adesione ad Al Qai’da può mutare tale scelta tattica ma, in tal caso, il problema si configura come attinente alla sicurezza più che al tema della società multietnica.

Interessa relativamente, in questa sede, anche il ruolo dell’«islam degli Stati», controllato dalle rappresentanze diplomatiche dei paesi musulmani e dalle organizzazioni collegate. Il suo peso politico è rilevante ma nella società italiana esso inquadra una parte minoritaria del mondo musulmano e non è diffuso nel territorio. Più utile appare invece l’analisi dell’azione dei gruppi neotradizionalisti, la cui azione, a livello nazionale ma soprattutto locale, è meglio percepibile dalla società italiana. Se nei loro paesi d’origine questi gruppi cercano di reislamizzare «dal basso» la società per giungere poi all’instaurazione di uno Stato islamico, nell’esperienza deterritorializzata dell’emigrazione essi cercano di dare forma a una comunità separata dall’ambiente «empio» circostante. L'assenza di territorio è sostituita dalla costruzione sociale di uno spazio «puro» distinto dalla società ospite «pagana», capace di interagire con essa ai fini della propria riproduzione, in attesa che mutamenti demografici ed eventi storici cambino i rapporti di forza. L’integrazione perseguita, solo economica e sociale ma non culturale, è dunque «integrazione esternalizzata».

In Italia i militanti dell'islam neotradizionalista si riconoscono nell’«islam delle moschee» che ruota attorno all'UCOII, Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, che aggrega i numerosi centri culturali e istituti diffusi nel territorio. All’inizio del 2001 i centri ufficialmente aderenti all'Unione erano 114, di cui 62 al Nord, 36 al Centro, 16 a Sud. Tra le regioni del Nord, 18 sono i centri in Lombardia, 16 in Piemonte, 14 nel Veneto, 7 in Liguria, 4 in Trentino Alto Adige, 3 in Friuli. Al Centro, 14 in Emilia-Romagna, 7 in Toscana, 7 nel Lazio, 4 in Umbria, 2 nelle Marche, 2 negli Abruzzi. A Sud, 9 in Campania, 6 in Sicilia, 1 in Calabria. L'insediamento riguarda sia grandi centri urbani sia i capoluoghi di provincia, ma anche piccoli comuni industriali e agricoli del paese. Tra le grandi città italiane, 4 sono i centri a Torino, 2 a Milano, 3 a Roma e a Napoli. Ma molte sono le associazioni aderenti non ancora ufficialmente censite. L’UCOII afferma di rappresentare circa l’85% della realtà islamica in Italia.

Per ottenere il controllo della plurale comunità musulmana immigrata l'islamismo neotradizionalista adotta una strategia fondata sul duplice registro della deculturazione e della comunitarizzazione. La pluralità etnica e religiosa che caratterizza la realtà migratoria ostacola l'affermazione dell'ideologia islamista. L’immigrato musulmano, quando non si secolarizza, riproduce solidarietà nazionali, etniche, tribali o di villaggio, del paese d'origine. Le diversità culturali, religiose e politiche, individuali e di gruppo, sono percepite dagli islamisti come elemento di «deviazione dalla fede». Senza la costruzione di una comunità ideologicamente coesa non è possibile alcuna hjira. La distruzione di queste comunità reali, e la delegittimazione delle culture concrete che esse esprimono, diviene così obbligata. Le culture originarie dei singoli vengono negate per contrapporvi un'identità comune fondata su un'ideologia politica e religiosa unificante. In Italia, come nel resto d'Europa, l'islamismo neotradizionalista agisce come fattore di deculturazione. L'azione di decostruzione identitaria e di orientamento ideologico avviene attraverso la rete di moschee e associazioni controllate dall'Unione, attorno alle quali, per necessità di culto, ruota grande parte della popolazione musulmana immigrata.

Le leadership UCOII si riconoscono in gran parte nelle dottrine dei Fratelli Musulmani, gruppo storico del fondamentalismo islamico. Dal punto di vista politico e religioso esse si rifanno all’islamismo salafita. Il comune orientamento di fondo non attenua però i contrasti interni che spesso producono la proliferazione di nuove «moschee». È il caso in passato dell'Istituto culturale islamico di Milano di Viale Jenner e, più recentemente, della moschea di Via Quaranta, entrambi luoghi di culto e orientamento, oggetto, prima e dopo l’11 settembre, di inchieste sul terrorismo islamico. Uno dei motivi di contrasto tra le diverse anime islamiste è l’atteggiamento da tenere verso la società italiana, che le leadership più rigoriste considerano, come le altre società occidentali, una realtà «empia». Nell'UCOII un ruolo importante è esercitato anche dai convertiti italiani. Pur non numerosi, sono determinanti per il peso, sempre maggiore, assunto nella dirigenza. Conoscono gli snodi istituzionali, le dinamiche politiche e organizzative dei sistemi decisionali, dei media, delle reti culturali; sono quindi capaci di articolare strategie di relazione e comunicazione che permettono all’organizzazione di costruire efficacemente l’accesso alla scena pubblica.

Il know how dei convertiti è il risultato di «saperi» maturati in precedenti esperienze politiche, in particolare nell'area dell'estremismo politico. Lo stesso segretario nazionale dell'UCOII è stato militante dell'Autonomia operaia ligure, ma numerosi sono i militanti dell'area extraparlamentare degli anni Settanta che svolgono ruoli rilevanti nell'islam organizzato. Il passaggio dalla militanza politica estrema a quella religiosa non stupisce, vista la dimensione totalizzante comune alle esperienze. Esso è favorito anche da elementi come la critica all'Occidente in quanto sistema di valori, la concezione dell'islam come sistema alternativo, il fascino per il nuovo «internazionalismo» di cui è portatore l’islamismo, che resta agli occhi di questi militanti l’ultima «grande narrazione » egualitaria su scala globale. Sebbene tra il quadro dirigente UCOII sia prevalente l'origine di estrema sinistra, tra i convertiti non mancano coloro che provengono dall’estrema destra. Anche se, in genere, militanti di questo tipo, a causa della loro originaria cultura esoterica, sembrano maggiormente attratti dalla dimensione spiritualista di matrice sufi, filtrata attraverso il pensiero di René Guenon.

La conquista del «campo verde» è legata alla capacità di rappresentare l'islam nella scena pubblica. L'UCOII ha così cercato di stipulare un'intesa con lo Stato italiano. Le difficoltà maggiori sono derivate non solo dai contenuti della bozza d'intesa proposta – non del tutto compatibile con l'ordinamento giuridico italiano e più volte modificata per rispondere alle numerose obiezioni sollevate – ma anche dalla questione della rappresentatività. L’Unione si voleva come unico rappresentante dei musulmani in Italia. Ciò ha scatenato un aspro conflitto con il Centro culturale islamico d'Italia, ovvero la «Moschea di Roma», sostenuto da «l’islam degli Stati» e dalla Rabita, la Lega musulmana mondiale, una ONG saudita dal peso politico e finanziario rilevante. Dopo alterne vicende, la sezione italiana della Lega è giunta ad un accordo con l’UCOII per dare vita a un organismo unitario che rispondesse all’esigenza di rappresentatività. Così nel luglio 1998, è nato il Consiglio islamico d'Italia (CID'I), guidato da un direttivo di dieci membri, cittadini italiani per nascita o naturalizzazione, di «provata fede islamica». Cinque di essi sono membri dell'UCOII che, in prima istanza, si è assicurato la carica di presidente e segretario; cinque appartengono alla sezione italiana della Lega musulmana mondiale. Ma tra le diverse componenti la tensione non è mai venuta meno.

La propensione dell’UCOII ad agire come soggetto politico, la natura della sua base militante, la volontà di sottrarsi al pesante abbraccio de «l’islam degli Stati», ha prodotto una rottura non formalizzata tra i partner. La sezione italiana della Rabita teme che l’atteggiamento politicizzato de «l’islam delle moschee» possa nuocere alla causa dei musulmani in Italia. L’organismo unitario resta così formalmente in vita ma, in realtà, è congelato. L’11 settembre ha aggravato la frattura. L’UCOII ha condannato gli attentati ma allo stesso tempo ha invocato l’esibizione di prove certe contro Bin Laden e si è pronunciata contro l’intervento americano in Afghanistan; mentre la sezione italiana della Lega si è naturalmente schierata su posizioni di sostegno ai regnanti sauditi, primo obiettivo del leader di Al Qai’da. Ancora, mentre l’Arabia Saudita proponeva il piano Abdallah avallando la formula dei «due Stati», esponenti dell’UCOII negavano la legittimità dello Stato di Israele, auspicando la nascita, nella Palestina storica, di uno Stato multireligioso destinato ad essere governato da una maggioranza demograficamente araba. Tesi vicina a quella di Hamas, filiazione palestinese dei Fratelli Musulmani, che nega qualsiasi legittimità alla cosidetta «entità sionista».

Come si può comprendere «l’islam organizzato» è qualcosa di diverso dall’Altro immaginato dai multiculturalisti; da una fede che ognuno ha, giustamente, il diritto di praticare. Nel caso specifico se si cerca di alzare il velo si scopre che questo velo copre ciò che vuole restare separato. Il caso, ovviamente, non è generalizzabile ma dimostra come un’analisi meno sommaria delle culture, delle domande poste dalle comunità immigrate o dalle loro leadership, sia indispensabile per non fornire risposte astratte a inquietudini concrete. Evitando così che il conflitto tra culture possa diventare esplosivo anche nel nostro paese. E che, per quanto riguarda il futuro della sinistra, al fattore «k» di antica memoria si sostituisca il fattore «i», come islam. Anch’esso capace sbarrare per lungo tempo la porta del governo.

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