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Governare l'immigrazione, sconfiggere la paura

Written by Livia Turco Saturday, 01 June 2002 02:00 Print

Siamo sicuri che la paura degli europei nei confronti degli immigrati non lasci alternative ad una politica dell’immigrazione restrittiva e di chiusura delle frontiere, pena la sconfitta elettorale? I dati relativi alla storia dell’immigrazione in Europa e quelli che riguardano il futuro del vecchio continente, soprattutto quelli connessi alla sua composizione demografica e alle necessità dei suoi mercati del lavoro, suggeriscono al contrario che è possibile liberare i cittadini europei dalle paure dello straniero.

 

Siamo sicuri che la paura degli europei nei confronti degli immigrati non lasci alternative ad una politica dell’immigrazione restrittiva e di chiusura delle frontiere, pena la sconfitta elettorale? I dati relativi alla storia dell’immigrazione in Europa e quelli che riguardano il futuro del vecchio continente, soprattutto quelli connessi alla sua composizione demografica e alle necessità dei suoi mercati del lavoro, suggeriscono al contrario che è possibile liberare i cittadini europei dalle paure dello straniero. Perché c’è una «convenienza» dell’Europa ad una politica aperta e regolata dell’immigrazione. Perché siamo noi europei ad avere bisogno degli immigrati e non solo loro di noi. Non a caso la componente di immigrati nei quindici paesi dell’Unione europea è passata dal 3,8% del 1970 al 5,2% del 2000. E ciò nonostante gli Stati europei abbiano adottato, a partire dagli anni Ottanta, politiche restrittive in materia di immigrazione (la cosiddetta «opzione zero»).

Un interessante studio delle Nazioni Unite ha stimato – per alcuni paesi ricchi – l’ammontare dell’immigrazione necessaria per mantenere costante (cioè ai livelli attuali) la popolazione in età dai 15 al 64 anni nel prossimo mezzo secolo. L’Unione europea necessiterebbe di un saldo annuo di circa 1,4 milioni di persone, quasi il triplo di fronte ai 500.000 degli anni Novanta. In Italia il flusso netto dovrebbe raggiungere 315.000 unità annue, oltre il triplo di quanto è avvenuto nell’ultimo decennio. Massimo Livi Bacci nel suo bel libro Intervista sulla demografia1 approfondisce e precisa il futuro demografico dell’Europa e dell’Italia. La riduzione delle nascite, l’invecchiamento della popolazione e, soprattutto, la diminuzione che ci sarà nei prossimi anni della popolazione in età attiva, richiederà una presenza di immigrati anche a fronte della promozione di politiche attive del lavoro capaci di aumentare il tasso di occupazione femminile, di ridurre la disoccupazione e di incrementare la produttività del lavoro medesimo. Nel prossimo ventennio in Italia la popolazione in età lavorativa – quella tra i 20 e i 40 anni – la più flessibile, dinamica, innovativa, diminuirà di 6 milioni di unità (-35%). Difficile non prevedere che una parte almeno non dovrà essere rimpiazzata da immigrati.

D’altra parte l’Italia è uno dei pochi tra i grandi paesi industrializzati ad aver vissuto nell’arco di neanche un ventennio un cambiamento radicale: da grande madre dell’emigrazione (18 milioni di italiani sono emigrati all’estero) a paese di immigrati con una crescita rapida dell’immigrazione che ha determinato un incremento dell’11,4% nel periodo 1992-2000 arrivando a 1 milione e 100.000 immigrati regolari. L’Italia, tuttavia, resta in Europa il paese con il più basso tasso di immigrazione. È la rapidità della crescita ed è il mutamento di identità ciò che ha spiazzato l’immaginario collettivo degli italiani creando il senso comune del sentirsi «invasi» dagli immigrati e che ha reso difficile il governo dell’immigrazione.  Ma ciò che va colto è che alla base di questa intensa e rapida crescita di immigrati c’è la ricerca attiva di segmenti del mercato del lavoro italiano di forza lavoro immigrata.

Nel 2001, la domanda di lavoro di persone immigrate da parte delle imprese italiane è stata del 20,9% (dati Unioncamere); l’incidenza degli immigrati tra i nuovi assunti è stata dell’8,6% (dati INAIL): 1 ogni 12 assunti. L’Osservatorio veneto del lavoro, nel 2001, a fronte di 20.000 immigrati assunti, ha registrato ben 10.000 «istanze giacenti», cioè scelte nominative delle imprese di lavoratori a tempo determinato ed indeterminato che non hanno potuto essere assunti perché superiori alla stima fatta delle quote di ingressi regolari. Il lavoro domestico, invece, che costituisce una vasta area di lavoro nero sommerso, è aumentato del 10%. Le persone immigrate si concentrano in alcune aree del paese (Nord Est, Lombardia, Italia centrale), quelle economicamente più dinamiche dove l’offerta di lavoro non riesce a soddisfare la domanda.

Questa localizzazione della domanda di lavoro conferma che quello degli immigrati non è un lavoro in concorrenza con quello degli italiani, ma corrisponde a fabbisogni strutturali, consentendo ad interi settori (industria manifatturiera, edile, agricoltura, lavoro domestico,pesca e pastorizia) di evitare situazioni di crisi. La localizzazione delle forze lavoro immigrate coincide con diversi modelli territoriali di avviamento al lavoro: il modello industriale del Nord Est in cui prevale la domanda di lavoro proveniente dalle piccole imprese manifatturiere e in cui è diffuso il lavoro domestico e stagionale; il modello del Centro Nord e delle aree metropolitane di Roma e Milano caratterizzato dalla forte domanda di lavoro domestico e dei servizi necessari alla qualità della vita urbana; il modello meridionale articolato nel lavoro stagionale in agricoltura e quello stabile nella pastorizia e nella pesca.

È difficile non cogliere in questi dati il bisogno della nostra economia di una quota significativa di immigrazione stabile ed integrata. La questione che si pone, allora, è quella di avere un approccio culturale e politico, che parta dalla realtà e che sia capace di cogliere il «bisogno» e la «convenienza» dell’Italia e dell’Europa all’immigrazione e di collocarli all’interno di una proposta coerente di sviluppo economico, sociale e di promozione della cittadinanza. Bisogna, cioè, sapere individuare l’interesse nazionale ed europeo ad una politica aperta e regolata dell’immigrazione e collocare tale politica all’interno di una visione della società e di un progetto di sviluppo economico, sociale e civile. Se impostiamo così il tema dell’immigrazione, in Italia e in Europa, se partiamo dalla «convenienza» che i cittadini e le cittadine del nostro paese e del nostro vecchio continente hanno dell’immigrazione, allora si potrà definire una politica migratoria basata sul riconoscimento dei reciproci vantaggi e si potrà delineare un patto di cittadinanza tra italiani ed immigrati che stabilisca diritti e doveri. L’unico che può liberare gli uni e gli altri dalle paure reciproche. Ed allora bisogna smetterla di considerare l’immigrazione un’emergenza, un problema solo di sbarchi di clandestini, qualcosa di estraneo ai propri destini con cui, al massimo, ogni tanto fare i conti.

Dobbiamo imparare, invece, a considerare l’immigrazione una componente fondamentale della proposta di sviluppo economico e sociale e del patto di cittadinanza che riteniamo utile per l’Italia e per l’Europa, nel terzo millennio e nel mondo globale. Una buona politica dell’immigrazione deve allora dotarsi di una «retorica pubblica» che, partendo dai dati della realtà, formi un nuovo senso comune liberandolo dagli stereotipi che generano paura e sono, peraltro, privi di fondamento. Come quello secondo cui siamo e saremo invasi dagli immigrati.

Saskia Sassen, nel suo Migranti, coloni, rifugiati,2 tracciando una storia dei movimenti migratori all’interno del continente europeo, dalla fine del Settecento ad oggi, dimostra che «nessuna migrazione ha mai raggiunto le proporzioni di invasione; così non è stato nell’Ottocento quando i controlli erano scarsi o inesistenti; nemmeno nel nostro secolo: i migranti costituiscono sempre e solo una piccola parte della popolazione di un paese». I movimenti migratori internazionali non nascono per il semplice fatto che alcuni individui desiderano migliorare le proprie condizioni di vita, bensì sono conseguenze di una complessa serie di processi economici e geopolitici. I processi migratori sono estremamente selettivi poiché soltanto alcuni gruppi di individui lasciano il suolo natale: quelli che sono dotati di intraprendenza, che hanno reti di conoscenza, che hanno una piccola dote di risorse. Non sono solo fame e miseria a determinare l’emigrazione, anzi la «propensione» ad emigrare è nulla o quasi nei paesi a bassissimo reddito. Troppo spesso dimentichiamo i costi economici ed umani che compongono l’esperienza migratoria, così come sottovalutiamo la capacità imprenditoriale e le doti umane e professionali che essa richiede.

Né le persone che emigrano si dirigono alla cieca verso qualsiasi paese ricco che promette di accoglierli. Le vie dell’emigrazione hanno una struttura ben riconoscibile, connessa con le relazioni e le interazioni che si stabiliscono tra i paesi di partenza e quelli di arrivo. Infatti, esistono nel mondo tre o quattro «sistemi» migratori che nel tempo sono rimasti abbastanza stabili. A ciò si aggiunge una constatazione: nonostante l’aumento delle disuguaglianze, le migrazioni mondiali sono aumentate di poco. Su questo punto hanno inciso molti fattori, quali il rafforzarsi del sentimento delle identità nazionali e le politiche migratorie fortemente restrittive come quelle adottate dagli Stati europei. Siamo di fronte ad un interessante paradosso a cui fa riferimento Livi Bacci: «mentre viviamo la mondializzazione dell’economia e della conoscenza non ci rendiamo conto di un processo parallelo e di segno contrario: la mondializzazione “umana” si è fermata. Le barriere alla circolazione degli uomini sono più alte che in passato: il biglietto d’ingresso che le società sviluppate staccano per ogni immigrato costa – metaforicamente – sempre più caro, e cambiare paese, cioè emigrare, diventa sempre più difficile».

La situazione a cui si trova di fronte l’Europa riflette proprio questo paradosso: la sua composizione demografica, i suoi mercati del lavoro, le sue famiglie hanno ed avranno sempre più bisogno di una componente stabile ed integrata di immigrati. Ma i cittadini europei hanno paura degli immigrati: temono la criminalità. Si sentono minacciati nei loro diritti e avvertono la concorrenza nell’accesso al lavoro e nell’uso delle risorse. Temono la diversità culturale e religiosa. L’economia ha bisogno di immigrati. La società li teme. Governare l’immigrazione significa comporre questa forbice, superare questo dilemma. Bisogna vincere la lotta contro la criminalità. Soprattutto la grande criminalità, quella che usa e sfrutta l’immigrazione clandestina e la disperazione di chi vuole cercare condizioni di vita migliori. Si tratta di una criminalità potente, cinica, che accumula il maggior volume di affari. Così come bisogna sconfiggere la microcriminalità connessa ai fattori di emarginazione sociale in cui cadono molti degli immigrati più vulnerabili e privi di opportunità. I quali finiscono poi in carcere più facilmente degli italiani proprio perché essendo stranieri e clandestini non possono usufruire di forme alternative di sanzione.

Adriano Sofri, in modo encomiabile, ci ha descritto come il carcere sia diventato il luogo di contenimento del disagio sociale e quanto esso sia distruttivo in particolare per le persone immigrate. Tuttavia, il fatto che in Italia gli stranieri «residenti» in carcere siano il 14,2% in più rispetto ai residenti nel paese non è un dato confortante. Per questo è molto importante che l’Europa si doti di una politica comune più efficace nel contrastare l’immigrazione clandestina, ed è a questo proposito di grande rilievo la comunicazione della Commissione «Verso una gestione integrata delle frontiere esterne degli Stati Membri e dell’Unione Europea» su cui molto si erano impegnati i governi di centrosinistra. Ma questo non può rimanere l’unico pilastro su cui poggia la politica europea dell’immigrazione. Né l’enfasi posta sul contrasto della clandestinità può alludere ad una politica restrittiva degli ingressi regolari. Perché l’immigrazione clandestina si contrasta efficacemente favorendo e rendendo «conveniente» (ai paesi di immigrazione, agli immigrati ed ai paesi di emigrazione) l’ingresso regolare per lavoro.

Sarebbe davvero grave se l’Europa decidesse di tornare ad essere una fortezza chiusa. Compierebbe una scelta sbagliata e soprattutto inefficace. Perché dovrebbe, ormai, essere chiaro che soprattutto nel terzo millennio il problema non è limitare l’immigrazione ma regolare in modo efficace i flussi migratori legali. Ed allora l’Unione europea dovrebbe rilanciare una grande politica che punti sugli accordi bilaterali con i paesi da cui provengono i flussi migratori, sugli investimenti nella cooperazione, sul miglioramento del sistema degli ingressi per lavoro e degli standard di integrazione degli immigrati, e su una rinnovata capacità di dialogo con le tradizioni e le culture diverse dalle nostre. L’Europa si costruisce alzando lo sguardo oltre la siepe e aiutando i suoi cittadini a non essere vittime delle proprie paure. Per questo il centrosinistra deve insistere in sede europea perché prosegua quella politica di «comunitarizzazione» delle politiche migratorie decisa, a partire dal 1997, nei vertici di Amsterdam, Vienna e Tampere.

Questa politica dell’immigrazione comporta però una proposta di sviluppo economico-sociale che metta al centro la valorizzazione della risorsa umana, punti a coniugare crescita economica e coesione sociale, riformi il sistema di protezione sociale rendendolo più inclusivo, capace di promuovere diritti e sollecitare doveri e responsabilità. Solo così si potrà dire ai cittadini italiani ed europei: non temete gli immigrati, non sono una minaccia, non rubano i diritti, ma sono persone con cui insieme possiamo costruire nuove opportunità ed un nuovo futuro per il nostro paese. Sapendo che questo richiede agli immigrati un impegno particolare non solo nel rispetto delle nostre regole e dei nostri valori ma nella capacità di ascolto dei cittadini che li accolgono.

Se questa è l’impostazione culturale, allora sono chiare le priorità politiche: favorire al massimo l’immigrazione legale, combattere ogni forma di criminalità, favorire l’integrazione di cui la scuola, la famiglia, la partecipazione politica sono gli ingredienti fondamentali. Queste priorità sono state alla base dell’azione dei governi di centrosinistra, conseguendo risultati importanti che però sono stati oscurati da una campagna denigratoria e falsificatrice promossa dalla Casa delle libertà e solo timidamente contrastata dal centrosinistra medesimo. Quei risultati, tuttavia, restano e sono: un sistema di governo dei flussi migratori basato sugli accordi bilaterali e sulle quote di ingresso regolare che la legge Bossi-Fini deturpa ma non riesce a smantellare; 350.000 ingressi regolari; 26 accordi bilaterali; un efficace sistema di contrasto delle clandestinità che ha visto aumentare fortemente il numero delle espulsioni; l’avvio di una politica di diritti degli immigrati che ha avuto i suoi punti di eccellenza nell’inserimento scolastico e nei ricongiungimenti familiari. Il governo Berlusconi ha interrotto questo processo positivo. Anzitutto perché, per un anno, ha continuato a privilegiare la dimensione simbolico-comunicativa appaltando di fatto il tema dell’immigrazione alla retorica della Lega Nord che, soprattutto nella persona del ministro Bossi, ha continuato a fare «l’imprenditore» della paura degli italiani anziché risolvere i problemi.

Gli unici atti del governo sono stati il blocco delle quote degli ingressi regolari per lavoro per il 2002 – a fronte di un forte aumento degli sbarchi dei clandestini – ed un aumento delle espulsioni che confermano, così, l’efficacia della normativa in vigore. Sta qui, nelle scarto tra l’uso strumentale dell’immigrazione e la mancanza di una efficace azione quotidiana la ragione fondamentale della inaffidabilità della Casa delle libertà su un tema così delicato. Anche la riforma Bossi-Fini è stata concepita e utilizzata come «messaggio» e le norme rispondono più alla dimensione simbolico-propagandistica che all’efficacia nell’azione di governo. Ed il messaggio è stato netto: si entra solo per lavoro. La persona immigrata è ridotta a variabile dipendente del mercato del lavoro. Torna ad essere un «lavoratore ospite», il Gastarbeiter tedesco che, in quel paese, ha talmente smentito le sue promesse – volevamo braccia, sono arrivate persone – da sollecitare la modifica della legge sulla cittadinanza. Ma nel messaggio «Si entra per lavoro» c’è un inganno. Perché le norme della legge Bossi-Fini renderanno molto difficile e costoso l’ingresso regolare per lavoro. Esse produrranno (e già stanno producendo) un’immigrazione precaria, instabile, dequalificata in cui l’immigrato è tenuto ai margini della società. Un’immigrazione, dunque, foriera di insicurezza. Dannosa alla nostra economia. Lesiva della dignità e dei diritti della persona immigrata. In contrasto con l’interesse del nostro paese e dell’Europa.

Per superare la paura dei cittadini bisogna incidere soprattutto sulla «percezione» dell’immigrazione, sul senso comune e sul sentimento delle persone. Il centrosinistra deve rilanciare laddove non è riuscito a sfondare durante la sua esperienza di governo: rendere convincente il suo messaggio culturale. La proposta, quindi, di un incontro tra italiani ed immigrati basato su un patto reciproco di diritti e doveri (che costituisce peraltro l’impianto culturale della legge in vigore). Il patto allude all’interesse reciproco, alla reciproca convenienza, i diritti ed i doveri alludono alla dimensione della cittadinanza e della pari dignità. Incardinare la convivenza tra italiani e stranieri su un patto di diritti e doveri (e non solo sul sentimento della solidarietà) non ha nulla a che vedere con un indistinto relativismo multiculturale. Ci ricorda, anzitutto, che essere cittadino di un paese non è come salire su un autobus e godere di privilegi; bensì condividere valori e regole di quel paese e partecipare alla sua crescita sociale e culturale. Mette in risalto il percorso speculare e simmetrico che «noi» e «loro» dobbiamo compiere: «noi» (alla luce dei postulati laici e pluralisti che caratterizzano le società aperte dell’Occidente) dobbiamo apprendere l’esercizio del rispetto delle singole identità e diversità culturali; «loro» devono impegnarsi a osservare lealmente i principi costituzionali ed i valori che attengono agli ordinamenti e la vita sociale dei paesi in cui si sono stabiliti.

Ed allora la cittadinanza non può più essere intesa come discendenza etnica (jus sanguinis) – così come prevede la legge italiana – bensì come appartenenza culturale che deriva dalla condivisione leale di regole e valori (jus soli). Ciò non comporta la negazione del valore della patria e della nazione. Dire agli immigrati «Fratelli d’Italia» significa, infatti, coinvolgere i cittadini stranieri nella condivisione di un patrimonio etico, morale e culturale e chiedere loro di accrescerlo a partire dalla loro identità, storia e cultura. Anche perché la democrazia e la cultura crescono se sono capaci di ascolto e di interazione. Per affermare i principi della libertà individuale e del rispetto delle diversità bisogna che essi si nutrano di valori comuni e siano radicati in una comune identità civile. Perché in gioco non c’è solo il valore della tolleranza ma la capacità di costruire convivenza e legame sociale. E la condivisione di valori comuni scaturisce – anzitutto – dalla pratica della comunicazione, della partecipazione al discorso pubblico ed alla vita sociale e politica. Ecco perché è così cruciale la partecipazione politica degli immigrati. Ecco perché non c’è coesione e sicurezza al di fuori dell’integrazione, dell’inclusione e della cittadinanza.

Una democrazia è forte se sa promuovere l’emancipazione e la possibilità di ascesa di quanti sono relegati in un limbo umiliante di esclusione sociale e di subalternità, affinché essi vengano posti nelle condizioni di aprirsi con fiducia e senza pregiudizi ad un dialogo costruttivo. Sconfiggere la paura dell’«altro» è possibile. Servono regole, strumenti e norme. Ma anche sentimenti. Se la destra fa leva sul sentimento della paura noi dobbiamo fare leva sul sentimento della curiosità, dell’avventura, della scoperta, della capacità di progettare il futuro.

 

 

Bibliografia

1 M. Livi Bacci, G. Errera, Intervista sulla demografia: sviluppo, stato sociale, migrazioni, globalizzazione e politica, Etas, Milano 2001.

2 S. Sassen, Migranti, coloni rifugiati. Dall’emigrazione di massa alla fortezza Europa, Feltrinelli, Milano 1999.

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