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Sulla crisi della rappresentanza socialista del lavoro

Written by Giulio Sapelli Monday, 01 April 2002 02:00 Print

Circa cento anni or sono Sombart scrisse un libro un tempo famoso in cui si interrogava sul perché negli USA non vi era il socialismo, ossia non vi erano, per dirla in buona sostanza, delle organizzazioni politiche socialiste. Un tema cruciale, su cui scrissero anche pagine illuminanti Veblen e Geiger, quando spiegarono al mondo degli intellettuali perché non potevano esistere interessi «oggettivi», come la coscienza di classe tout court, che si pensava fosse «oggettivamente» propria della classe operaia. L’interrogativo di Sombart è stato sino a ora confinato agli USA e lì lo abbiamo lasciato nella tronfia convinzione che l’Europa fosse una questione ben diversa.

 

La fonte principale dell’insicurezza dovrebbe…consistere nel
fatto che all’individuo non viene indicata una gamma di legami
sociali, per cui egli si muove prevalentemente sradicato all’
interno della società. È affar suo a quale partito politico voglia
aderire, nessuno lo obbliga ad aderirvi del tutto

Theodor Geiger1

 

 

Circa cento anni or sono Sombart scrisse un libro un tempo famoso in cui si interrogava sul perché negli USA non vi era il socialismo, ossia non vi erano, per dirla in buona sostanza, delle organizzazioni politiche socialiste. Un tema cruciale, su cui scrissero anche pagine illuminanti Veblen e Geiger, quando spiegarono al mondo degli intellettuali perché non potevano esistere interessi «oggettivi», come la coscienza di classe tout court, che si pensava fosse «oggettivamente» propria della classe operaia. L’interrogativo di Sombart è stato sino a ora confinato agli USA e lì lo abbiamo lasciato nella tronfia convinzione che l’Europa fosse una questione ben diversa. Il socialismo, in fondo, qui era nato e qui non poteva non rimanere, ben ancorato alle sue radici utopico-cristiano-giudaiche, e anche marxiste, senza contare il peso che su di esso ebbe, nel bene e nel male (per me solo nel male), la creazione statuale sovietica, che ne determinò insieme la fine oppure la vittoria, a seconda del modello di socialismo e di società che si aveva in mente e che si profetava. Né l’esempio dell’Asia, né quello dell’America latina e tanto più dell’Africa, dove di socialismo proprio non vi è cenno, nel passato e nel futuro, hanno indotto gli stolidi europei a interrogarsi sulla loro eccezionalità. È l’Europa a essere l’eccezione nel mondo e non viceversa, come potevano pensare Bernstein e Lafargue, Kautsky e Lenin, Bucharin e Bauer tanto per citare alcuni dei teorici più stimolanti del socialismo internazionale (ed europeo, appunto).

Ora mi pare che sia giunta l’ora della verità. Forse anche in Europa il socialismo sta per essere messo in discussione. Il socialismo inteso, si badi bene, come complesso dei partiti e delle istituzioni politiche che a tale movimento fanno capo, comprese le istituzioni statuali – in primis quelle del Welfare – a cui essi hanno dato vita nei loro anni di governo del continente, a partire dagli anni Trenta in Svezia e poi via via in quasi tutti i paesi dopo la seconda guerra mondiale (come ci ha dimostrato Donald Sassoon)2 e poi ancora dopo la grande crisi economica del 1973, quando sono finite le dittature mediterranee e anche lì i socialismi si sono cimentati nell’arte del governo e hanno impresso di sé le istituzioni dello Stato, più o meno riuscendovi in senso socialista. E quando non ci sono riuscite – come nell’Europa del Sud – certamente hanno creato dei sistemi assistenziali-clientelari definibili come caricature benevolenti del Welfare State universalistico, che è invece il segno distintivo del socialismo delle origini: scandinavo e inglese. Copiosi studi si interrogano da circa una decina d’anni sul possibile declino socialdemocratico in Europa. È ormai quasi naturale attendersi le risposte, che provengono dalla maggioranza di queste analisi, che qui non richiamiamo per non tediare il lettore se non in estrema sintesi. La decadenza socialdemocratica in Europa sarebbe il prodotto di trasformazioni strutturali quali la decadenza della grande impresa per via delle delocalizzazioni industriali e la nascita delle piccole e medie imprese, che impediscono la permanenza di grandi concentrazioni di lavoratori. E quali la crescita del self employment. Quest’ultimo fenomeno era stato studiato approfonditamente una ventina di anni fa dagli economisti e dai sociologi dell’America latina e dell’Asia. Oggi tale fenomeno, con varianti decisive perché diversa è la formazione economico-sociale europea da quella nordafricana o asiatica o latinoamericana, si presenta con forza in Europa e determina il più grande scontro politico e intellettuale tra coloro che vogliono dare a questo self employment un’istituzionalizzazione darwiniana senza reti di sostegno e coloro che, invece, a esso vogliono conferire un’istituzionalizzazione temperata con una diffusa rete di diritti che si presenta come la continuità con il Welfare State socialista nordico e inglese.

È noto che tali trasformazioni hanno profondamente indebolito, anche se non nella misura che si attendeva (il lavoro dipendente e pubblico e nelle piccole e medie imprese è ancora assai numeroso) il sindacalismo di origine operaia. Ma la questione del declino socialdemocratico, per essere intesa nella sua novità, deve essere disgiunta dalla questione della sindacalizzazione. Il sindacato dei lavoratori dipendenti, del resto, ha dimostrato una straordinaria vitalità. Lo stato della riflessione sul sistema di relazioni industriali europeo, quale emerge dalla letteratura più aggiornata e meno descrittiva, è, infatti, quanto di più interessante possa esservi. Chi ha a mente lo «stato dell’arte» della discussione e delle previsioni «scientifiche» che si formulavano immediatamente prima o immediatamente dopo il Trattato di Maastrich, ricorda che le teorie funzionalistiche prevalevano. Per esse l’unificazione monetaria e i processi di liberalizzazione avrebbero portato con sé (secondo un meccanico adeguamento, istituzionale e sociale insieme), un’omogeneizzazione del comportamento degli attori individuali e soprattutto di quelli collettivi, organizzati nelle rappresentanze degli interessi. Questo dava risalto e pareva comprovare irreversibilmente la validità universalististica della cosiddetta concertazione neocorporativa.

Quelle teorie, come è noto, non comprendevano in sé la dura realtà dei meccanismi di deregolamentazione a livello generale e societario (non aziendale, certamente) che costituivano, da un lato, la storia del sistema di relazioni industriali statunitense e, dall’altro, la ben più recente rivoluzione neoliberale e neoliberista che si affermava nel Regno Unito, tanto a livello sociale quanto a livello aziendale. L’Europa continentale, tuttavia, avrebbe dovuto vedere la convergenza dei modelli di relazioni industriali verso un assetto sostanzialmente modellato, piuttosto che su quelli anglosassoni, sull’esempio tedesco. Qui gli attori dominanti erano e sono costituiti dalle parti sociali legate da reticoli di co-determinazione sia sociali (a livello governativo sotto l’imperio di una potentissima banca centrale-attore politico di fatto) sia aziendali (la cogestione). Qui la direzione di marcia era quella di garantire, con questa reticolarità, una flessibilizzazione e un decentramento «partecipato» con bassa conflittualità e alta ammortizzazione (salvo che per i Länder ex comunisti) dell’impatto dell’unificazione tedesca ed europea.

Le direzioni aziendali seguirebbero l’andamento generale, fortissimo ed omogeneizzante – quanto a volontà politica, non quanto a realizzazione fattuale – della deregolazione istituzionale e della prevalenza del ruolo imprenditoriale rispetto a quello sindacale nella definizione del sistema di regole. Si tratta di una tendenza, quest’ultima, che ha il suo acme nelle nazioni «anglosassoni», ma che si manifesta come un universalistico processo, se pur con gradi e intensità assai diversi. Dalla letteratura e dall’osservazione scientifica della realtà non emerge, tuttavia, un «modello intermedio» né una «omogeneizzazione dei sistemi» (come pensava tutta la scuola neocorporativista e parte di quella della public choice), quanto, invece, una forte autoreferenzialità dei sistemi di relazioni industriali. Ossia una persistente autoriproducibilità dei sistemi precedenti all’impatto liberalizzante sovranazionale europeo, con notevoli modificazioni parziali, ma sempre fortemente ineguali. Si riscontra, insomma, una fortissima continuità storica, ormai quasi secolare, determinata dalla «centralità» che assumerebbero (come fu infatti all’inizio del XX secolo) le relazioni sindacali, le culture sindacali, dei lavoratori in primo luogo, e i sistemi di relazioni istituzionali e simboliche che esse istituivano e istituiscono con gli apparati statali. E questo nonostante l’indubbia scelta strategica degli imprenditori associati di affrontare la globalizzazione economica operando per una deregolamentazione del sistema delle relazioni industriali e l’indebolimento del ruolo progressivamente assunto dalle associazioni sindacali dei lavoratori nei sistemi economici e istituzionali. Tutta la trasformazione avviene, tuttavia, pur sempre attraverso una profonda istituzionalizzazione e una grande attenzione alla dinamica delle relazioni sociali, che si continua a voler controllare, sebbene in forme molto più differenziate e duttili di quanto non si tentasse di fare in passato. Anche ciò comprova la mia tesi dell’«autoreferenzialità»: il sistema scandinavo, per esempio, era in crisi da anni e la globalizzazione si è abbattuta come un maglio sui meccanismi di aggregazione sociale pro labour. Ma essi hanno prodotto meccanismi di risposta reattiva e creativa alla crisi, quasi un modello di resistenza à la Polanyi, in una sorta di riedizione di azioni sociali che sono state studiate anche nell’Italia dell’inizio del XX secolo, dove, come del resto ovunque, si reagì all’avvento del capitalismo di mercato in società sino ad allora post-feudali e agricolo-commerciali. Ora il problema è naturalmente diverso e ritornerò in seguito su ciò. Ma è stupefacente rilevare che tale processo ha anche ora un’epidemiologia amplissima e pervasiva, anche se con diverse morfologie, perché diversi sono gli organismi sociali a cui il fenomeno si applica e in cui si manifesta.

Naturalmente questi modelli di «resistenza reattiva» sono da comparare con il modello anglosassone transatlantico del Regno Unito (come al tempo della rivoluzione industriale!), dove l’azione governativa ha imposto una profonda «de-collettivizzazione» dei rapporti di lavoro e dei sistemi di relazioni industriali ponendosi alla testa del processo controverso (come si vede) di liberalizzazione dei sistemi di relazioni industriali. Il processo di resistenza «autoreferenziale» possiede una caratteristica comune in tutti i paesi europei: convivono – così come accade significativamente nel diritto secondo un processo di acquis e di stratificazione – spezzoni di sistemi «antichi» con spezzoni o segmenti di sistemi «nuovi», in una sorta di «epifania europea delle relazioni industriali» dai lineamenti ancora incerti e indefiniti. Esiste, per esempio, un gruppo di paesi dove senza dubbio le pratiche e le teorie neocorporative (e quindi rilevanti gradi di istituzionalizzazione) hanno un gran peso, ma dove simultaneamente emergono con forza sia la prevalenza degli imprenditori sugli altri attori, sia processi di decentralizzazione contrattuale (Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Belgio): ebbene, è indubbio che l’Italia settentrionale condivida questo destino. Vi sono d’altro canto paesi (Regno Unito, Irlanda, Spagna) in cui il sistema di regolazione è molto debolmente gestito a livello corporato e dove la decentralizzazione è assai forte: il Mezzogiorno d’Italia condivide questo destino. Esistono poi casi come la Grecia, il Nord – non il Sud – del Portogallo e il Sud della Spagna, in cui il sistema di relazioni industriali, nel coacervo di lavoro nero e di piccole e piccolissime imprese, è pressoché assente e dove la deregolazione, o meglio la mai avvenuta regolazione, che si traduce di fatto nel dominio pressoché incontrollato degli imprenditori, prevale nel sistema sociale. Ebbene, le aree più povere e più deistituzionalizzate del Mezzogiorno, condividono questo destino.

L’Italia è, in ogni caso, lontana da paesi come la Svezia, la Norvegia e la Finlandia, dove il processo di «resistenza» del corporativismo precedente è molto forte, ma si sta sfaldando con la prevalenza dell’azione sociale degli imprenditori, senza tuttavia, sino ad ora, scalfire l’adesione al sindacato e un sistema fortemente istituzionalizzato. La pendolarità tra centralizzazione e neocorporativismo, da un lato, decentralizzazione e deregolazione, dall’altro, è l’elemento distintivo del cambiamento in corso, nonostante tutte le resistenze che si rendono manifeste. Il sindacalismo del lavoro dipendente dunque resiste e si trasforma. Perché correre il rischio di sprofondare nell’apatico pessimismo che potrebbe derivare dall’assumere come autorealizzabile quella sombartiana della fine possibile della rappresentanza politica del socialismo europeo? In primo luogo per i cambiamenti sociali a cui assistiamo su scala europea. La trasformazione economica in corso, lo ricordo ancora, ha profonde conseguenze sulla struttura degli orientamenti all’azione e sui sistemi di status, che sono attraversati da profondi processi di differenziazione e di atomizzazione. In una società sempre più formata da vecchi, dove i giovani al di sotto dei 15 anni sono, nel 1995, nel Nord Italia, il 13% della popolazione e nel Regno Unito ci si attesta al 19% e in Francia al 20%, in una società profondamente invecchiata e sclerotizzata, si profila un’atomizzazione crescente dell’addensamento della proprietà e della disponibilità del lavoro. Quest’ultimo viene offerto secondo modelli profondamente diversi da quelli del passato. Una delle forme in cui si manifesta è l’intreccio con la piccola proprietà individuale: è il lavoro autonomo come più evidente manifestazione della nascita di una nuova piccola e piccolissima borghesia delle professioni e delle prestazioni professionali. La precarietà del lavoro dipendente è un’altra delle forme in cui il lavoro si determina socialmente, senza sostegno della proprietà, ma invece nella dipendenza molto più accentuata dai detentori di essa di quanto non fosse un tempo. In ogni caso la frantumazione sociale del lavoro si combina con nuove possibilità di ascesa sociale fondate sull’acquisizione e non più sullo status, così come era pervasivamente un tempo. Non bisogna tuttavia pensare che le relazioni personali siano prive di valore esplicativo e normativo insieme. Tutte le ricerche sul campo riguardo alle regole effettive di funzionamento del mercato del lavoro fanno riscontrare che nei tre quarti dei casi un’occupazione è stata «trovata» grazie a quelli che vengono definiti «canali relazionali»: «cerchie sociali» avrebbe detto Simmel, per cui il soggetto si muove e agisce con criteri specifici di razionalità cognitiva e con un’espressività affettiva che andrebbero analizzati compiutamente. Solo un quarto circa dei lavori vengono acquisiti tramite relazioni propriamente di mercato, con alto grado di impersonalità, a riprova della densità delle relazioni di status, di potere, acquisite socialmente e trasmesse intergenerazionalmente. Tutto ciò mentre coloro che continuano a essere occupati nelle tradizionali roccaforti del reddito e della società, vedono diminuire il loro livello di vita. L’insicurezza, come ho ricordato, si diffonde e si frammischia nelle sue diverse articolazioni simboliche: dall’agone competitivo del lavoratore piccolo borghese autonomo, alla precarietà dell’assunto per un limitato lasso di tempo, all’incertezza del futuro per quel che concerne i giovani senza lavoro (in Italia, nel 1997, uno su tre, mentre in Francia sono uno su quattro), al disagio sociale delle classi medio alte che non sono più in grado di mantenere il loro precedente livello di vita.

La nuova stratificazione sociale avanza. Non solo è vero che la struttura centrale della società non è più il lavoro dipendente: è la struttura centrale che non esiste più. In un mondo senza centralità, senza assi cartesiani sociali che non siano il consumo e il lavoro improduttivo, gli imprenditori, gli artigiani e i lavoratori autonomi sono divenuti le matrici sociali di «quasi gruppi» essenziali per definire gli orientamenti e le mobilitazioni collettive mentre permeano la struttura socioeconomica della stessa società. «Quasi gruppi» perché non sono ceti o quanto meno classi stabilmente definite, non sono constituencies irreversibilmente consolidate di rappresentanze: sono segmenti sociali a basso gradiente solidaristico tanto al loro interno quanto nei confronti della società tutta (che spesso non riescono neppure ad autorappresentarsi, a immaginare) e ad alto gradiente di legame reticolare (i networks, che sono reti strumentali e acquisitive). «Quasi gruppi» che si determinano su issues fortemente autoreferenziali, autistiche: le tasse, le pensioni, le rivendicazioni tutte incentrate sull’agibilità dell’impresa familiare e dell’attività individuale. Dotati in genere di bassi livelli di scolarità e di istruzione, hanno un prestigio sociale tutto fondato sulla disponibilità e la visibilità della spesa per consumi tipici di una società affluente. Possono, per l’alta competizione che caratterizza il loro esserci nel mondo e l’elevata precarietà del loro aggregarsi economico e sociale, perdere rapidamente tanto il reddito quanto il prestigio e in ogni caso sono sottoposti a un’alta incongruità di status: sono ricchi e poco colti, accettati socialmente, ma esclusi dai vertici del potere e della sacralità alto borghese che ancora si perpetua incessantemente. La loro dedizione al lavoro è una maledizione biblica: fonda la loro accettazione, ma per il basso grado di differenziazione sociale da cui scaturisce (la piccola impresa, l’impresa personale) è una condizione che non può mai essere abbandonata, pena l’espulsione dal mercato, dal prestigio, dal consumo. Certo si tratta di un processo mondiale: anche negli USA si parla con competenza di fine di un’era. Anche in quel caso alla radice vi è l’erompere sociale, prima che economico, della piccola impresa e della piccola organizzazione, dinanzi alla crisi o al ridimensionamento della grande impresa e della grande organizzazione, che pure continuano ad avere un ruolo incomparabilmente elevato rispetto all’Europa. Ma questa trasformazione strutturale ha al suo centro l’emergere di una società del rischio e dell’insicurezza. Non dovrebbe, questa prospettiva, rafforzare la rappresentanza politica socialista, tradizionalmente identificata come l’insieme delle classi politiche dispensatrici della sicurezza sociale?

Ma la crisi della rappresentanza socialdemocratica deriva non tanto dai caratteri della trasformazione sociale in corso quanto dai caratteri di non contiguità tra il politico e il sociale che essa rivela. Ciò è dimostrato dalla divaricazione crescente che si ha in tutte le analisi politologiche tra autocollocazione della rappresentazione dei lavoratori subordinati, parasubordinati ecc. (insomma in tutte le forme in cui si eroga la forza di lavoro) e volizioni elettorali. È dimostrato anche dalla divaricazione ancor più crescente tra istituzioni sindacali e istituzioni politiche: viene meno la rigida corrispondenza tra partiti pro labour e destino sindacale, soprattutto in regimi di pluralismo sindacale e non di monocrazia della rappresentanza tradeunionistica. Tutte le analisi disgiungono ormai i legami tra autocollocazione socioprofessionale e autocollocazione nelle dinamiche economiche e le volizioni elettorali. Non esiste un legame univoco tra insicurezza economica e preferenza politica. Quindi ciò che cresce in tutto il mondo – negli USA come in Europa – è la disgiunzione tra appartenenza politica e appartenenza sindacale per la grande maggioranza degli affiliati e dei votanti. E queste tendenze si sono accentuate ancor più con la globalizzazione. La rappresentanza socialista del lavoro è in crisi in primo luogo per il fatto che tutta la sua storia è stata plasmata dal nazionalismo, ossia dalla determinante centralità della questione nazionale nella relazione tra votante e rappresentante politico.

Al contrario di quanto comunemente si pensa la globalizzazione determina, al suo inizio, un aumento delle spesa nazionale e non una sua diminuzione, ma questo perché le classi politiche nazionali tentano di resistere agli effetti di disintermediazione politica sovranazionale che essa determina. Se si pensa, al contrario, alla continua e inarrestabile sottrazione di sovranità a cui i poteri legislativi delle grandi aree del nuovo capitalismo finanziario unificato sono sottoposte, si comprende quanto e in che rilevante misura il potere di rappresentanza e di rappresentazione delle classi politiche socialiste sia destinato al declino. Il controllo delle variabili macroeconomiche è sempre più delegato a poteri sovranazionali insieme invisibili e visibili, ma pur sempre oligarchici, sottratti alla sovranità costituzionale così come l’abbiamo immaginata e conosciuta emergendo da un passato agrario e commerciale anziché industriale. Il pensiero costituzionale della società neoindustriale è disarmato dinanzi alla sottrazione del potere al popolo sovrano. E ancor più lo è il pensiero socialista delle oligarchie politiche nazionali. Tutte le classi politiche socialiste necessitano più delle altre della mediazione statale per affermare, prima che rappresentare, quelli che essi considerano essere gli interessi dei potenziali elettori. La prova di ciò è che alle classi politiche socialiste europee gli Stati nazionali hanno storicamente trasferito potere e possibilità di perpetuare l’ascrizione dei diritti giusnaturalistici, anziché l’allocazione delle risorse di protezione dal rischio sociale tramite il mercato.

Ma questo antico meccanismo di potere sta consumandosi ed estinguendosi: in primo luogo per shock esogeni. E qui sta la sostanza tutta intera della transizione in corso, che non potrà non interessare anche forme e sostanze della rappresentanza degli interessi dei lavoratori (o quanto meno di quelli che si considerano tali). Si tratta di una trasformazione della sovranità e della legittimità ormai senza più impedimenti e senza precedenti, che ora appare sotto i nostri occhi. Tale trasformazione promana sia dal basso, ossia da quella fine della reciprocità di autocollocazione tra politica e rappresentanza sindacale sopradetta, sia dall’alto, ossia dal configurarsi, ormai, degli Stati nazionali come sub-sistemi condizionati e dipendenti, anziché come sistemi autoreferenziali. E ciò non solo a causa della globalizzazione economica, anch’essa importante, ma in primis per il processo espropriativo di competenze decisionali proprio del meccanismo dell’unità europea, che costruisce poteri senza autorità.

È precipuamente questo il problema: la scarsa istituzionalizzazione politica (e quindi la irrisolta tensione tra rappresentanza territoriale – politica appunto – e rappresentanza funzionale) non solo si sposta a livello sovranazionale, ma diviene elemento costitutivo invisibile della decisione per la lontananza dal cittadino del potere che la sovradetermina. Le classi politiche socialiste sono le prime a essere colpite da questo processo: colpite dalla sottrazione alle classi politiche delle decisioni di lungo periodo e dirette a garantire la regolazione dei sistemi economici in situazioni di scarsità di risorse e di necessità di percorrere vie non inflazionistiche della crescita, riflesso della fine di un’altra sincronia: quella tra Stato nazionale e democrazia e tra governo visibile dell’economia e potere delle classi politiche.

È in questo contesto che deve proseguire l’analisi delle forme della rappresentanza moderna della società globalizzata. Oggi si assiste a una crescente volatilità dei meccanismi di rappresentanza politica, anche quando si tratta di insediamenti sociografici ben definiti, come quelli del lavoro dipendente. Dinanzi alla modernità finalmente raggiunta dal capitalismo dispiegato le classi politiche del socialismo europeo, ancora profondamente imbevute di nazionalismo economico e burocratico, non paiono in grado di saper rappresentare altro che se stesse, impegnandosi in lotte fratricide per la circolazione elitistica, quasi liberate da quella volatilità da ogni impegno di fedeltà alle classiche coalizioni elettorali, che un tempo rendevano così forti e compatte le falangi del socialismo dei lavoratori.

A me pare che l’approccio analitico qui proposto ci aiuti anche a comprendere le fondamenta dell’attuale crisi di prospettiva della socialdemocrazia europea, che apparirà in tutta chiarezza in occasione delle elezioni tedesche e francesi che avverranno di qui a poco. La questione centrale rimane politica e sociale, tuttavia, e non solo economica. È terminata l’era dei rent-seeking groups, tipici di un governo dell’economia dello Stato imprenditore politico o proprietario, come sono divenute (ahimé!) storicamente le classi politiche socialiste. Esse si sono recentemente impegnate nell’opera di liberalizzazione e di privatizzazione, ma con tale debolezza che hanno perso la loro vecchia identità senza essere in grado di conquistarne di nuove. Un tempo, del resto, lo Stato non si limitava a fornire risorse ai gruppi sociali che se ne accaparravano la benevolenza clientelare, ma garantiva altresì che essi impegnassero le loro risorse per conquistare tale benevolenza. Il tutto in un contesto in cui la rappresentanza degli interessi, organizzati e non, mediava e ricomponeva le basi stesse dei conflitti, agendo soprattutto sulla composizione della spesa redistributiva.

Ora alla benevolenza si sostituisce il mercato e la redistribuzione centralizzata di risorse non bilancia più i fallimenti del mercato stesso né le posizioni di inferiorità che sempre sul mercato si determinano. Dall’era della benevolenza si passa all’era della selezione. Tutto è più difficile: la lotta economica inizia prima della politica. Inizia in ogni molecola della società. Di qui i ritardi consustanziali della politica. Anche la rappresentanza si fa lotta: è sempre meno mediazione e composizione di interessi. Di qui la sua continua crisi, di qui la sua continua delegittimazione possibile. Un grande campo di analisi e di riflessione si apre dinanzi a tutti gli studiosi, di ogni disciplina, per intendere la nuova formazione economico-sociale che sta magmaticamente evolvendo sotto i nostri occhi. Questa epifania ha già reso manifeste le sue implicazioni culturali e simboliche. La mobilitazione sociale ascendente delle nuove piccole borghesie di massa industriali e del terziario è stata l’indice più evidente delle trasformazioni in corso, con il proliferare delle conflittualità dei «quasi gruppi» e il declino dei lavoratori dipendenti sia sul piano dei diritti sia su quello dei sistemi sociali. La non contiguità tra politica ed economia nel mondo simbolico personale e la sua traduzione nelle volizioni elettorali ha chiuso il circolo della rappresentazione dei gruppi e della rappresentanza politica. Dinanzi alla trasformazione e alla febbre che invade la società, la capacità terapeutica della classe politica socialista è stata assai limitata e tanto più lo sarà in futuro, per le ragioni qui esposte. È ancora troppo presto per formulare qualsivoglia previsione su quali forze politiche colmeranno il vuoto che con sempre più evidenza va delineandosi. La partita è ancora aperta. L’unica possibilità di riproducibilità delle classi politiche socialiste risiede nella loro capacità di rinnovarsi profondamente, incamminandosi per le impervie vie del nuovo riformismo, cosmopolita, destatualizzato, neomutualistico, portatore di una nuova concezione della libertà e della responsabilità verso se stessi e la società, egualitario e competitivo – rispetto alle altre offerte politiche – per le opportunità e insieme le sicurezze sociali che offre alla crescita della persona singola e associata. Un riformismo dei doveri prima che dei diritti.

 

 

Bibliografia

1 T.Geiger, Demokratie ohne Dogma, die Gesellschaft zwischen Pathos und Nüchternheit, Szczesny, München 1963. Il testo è presente in un’edizione italiana degli scritti di Geiger a cura di P. Farneti: T. Geiger, Opere, UTET, Torino 1969.

2 D. Sassoon, Cent’anni di socialismo, Editori Riuniti, Roma 1997.

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