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L'immigrazione, l'Islam e noi

Written by Khaled Fouad Allam Monday, 01 April 2002 02:00 Print

Alcuni anni fa svolsi all’università Marc Bloch di Strasburgo un seminario sul tema «Immigrazione e cittadinanza». Erano presenti molti studenti, fra i quali alcuni immigrati della seconda generazione. Mi colpì lo sguardo di alcuni di loro, in particolare quello di due studentesse, gli occhi scuri e grandi come il mondo ma attraversati da un’immensa tristezza. Mi spiegarono come vivessero la condizione del silenzio e l’esperienza della derisione, come il fatto di essere di origine immigrata significasse già quasi portare un handicap. Confermarono che ogni immigrazione rimane comunque un’esperienza della rottura e della solitudine, che comporta un lento lavoro di ricomposizione della vita: ciò che nel linguaggio sociopolitico si chiama integrazione.

 

Alcuni anni fa svolsi all’università Marc Bloch di Strasburgo un seminario sul tema «Immigrazione e cittadinanza». Erano presenti molti studenti, fra i quali alcuni immigrati della seconda generazione. Mi colpì lo sguardo di alcuni di loro, in particolare quello di due studentesse, gli occhi scuri e grandi come il mondo ma attraversati da un’immensa tristezza. Mi spiegarono come vivessero la condizione del silenzio e l’esperienza della derisione, come il fatto di essere di origine immigrata significasse già quasi portare un handicap. Confermarono che ogni immigrazione rimane comunque un’esperienza della rottura e della solitudine, che comporta un lento lavoro di ricomposizione della vita: ciò che nel linguaggio sociopolitico si chiama integrazione. Quelle due ragazze, un’algerina e una marocchina, portavano il doppio peso della loro condizione e della loro identità: musulmane e donne. Sognavano una cultura e un futuro cosmopolita, ma il mondo esterno sembrava refrattario a questo ideale. Qualcosa era cambiato nella società, e si attestavano due fenomeni tra loro contrastanti: mentre nelle arti e nella letteratura crescevano segni promettenti di cosmopolitismo, ad opera anche di una piccola élite di artisti e intellettuali di origine immigrata, nella società crescevano tendenze regressive di segno opposto.

Queste riflessioni mi portarono a confrontare l’odierna situazione europea con quanto era avvenuto tra la fine dell’XIX e l’inizio del XX secolo nell’Impero austroungarico. Lo storico Michael Pollack, riferendosi a una progressiva crescita di tendenze antisemite in un contesto di eterogeneità culturale, afferma: «Alla fine del secolo, lo straordinario ribollire artistico e intellettuale a Vienna coincide con gli ultimi tentativi di un rinnovamento politico dell’Impero. In parte almeno, lo sviluppo dell’arte è accompagnato da una politica culturale che spera di trovare in un’arte risolutamente moderna e cosmopolita un cemento simbolico, un discorso unitario per l’Impero, in cui le tradizioni artistiche nazionali contrastino le tendenze centrifughe, nella misura in cui l’estetismo “dell’arte per l’arte” partecipa a Vienna a un progetto di rinnovamento patriottico; si pone la questione della possibilità di un legame fra il sentimento di un’identità artistica e un’identità nazionale al di sopra delle nazionalità. (…) Ma questo legame fra identità artistica e identità nazionale rimane molto fragile. Diventa anche una posta in gioco conflittuale, che divide quanto unisce. (…) Un’arte cosmopolita austriaca nasce nel momento stesso in cui l’Austria multinazionale si prepara alla sua scomparsa politica».

L’analogia con l’attuale situazione in Europa – la crescita del razzismo da una parte, dall’altra il discorso cosmopolita di alcune élite – ci porta drammaticamente al cuore della questione. La questione dell’immigrazione è lungi dall’essere neutra, perché sottende tutto un processo di formazione delle comunità umane entro società complesse. D’altra parte l’immigrazione pone indirettamente il problema dell’identità europea, vale a dire di quali siano le genealogie fondatrici d’Europa e di come l’eterogeneità delle culture, o il suo pluralismo culturale, possano costituire uno dei fondamenti della sua identità. La questione dell’Islam viene a turbare la costruzione politica europea a causa di una serie di fattori: condizionamento storico dei rapporti fra Islam e Occidente, contesto geopolitico caratterizzato da gravi crisi internazionali che interessano in primo luogo il radicalismo islamico e il conflitto israelopalestinese, prossimità dell’Europa all’area araboislamica, disagio sociale delle metropoli europee a forte presenza migratoria, fase di stagnazione economica accompagnata da un forte calo della natalità europea. Questi elementi pesano sull’immigrazione, e spesso si traducono in gesti e discorsi regressivi in cui essa è il capro espiatorio.

Tutto ciò origina nuove dinamiche, che vanno dalla nascita di nuove frontiere simboliche all’etnicizzazione dei rapporti sociali. Se in Europa sono scomparse le frontiere nazionali, accade però che nelle regioni urbane a forte presenza migratoria – luoghi sensibili in cui si intensificano contatti e scambi – le contaminazioni culturali e i conflitti etnici sviluppino nuove frontiere simboliche; la sovrapposizione tra queste e le vecchie frontiere coloniali e statali innesca nuove frontiere etniche fra i «nazionali» e gli «stranieri». Sembra che in Europa si stia delineando una frontiera simbolica fra terzo mondo ed europei, in una ricomposizione interna dello spazio urbano che sta modificando il volto delle città, in cui si realizza una territorializzazione dell’etnicità. I quartieri e le banlieue diventano luoghi fortemente segnati da presenze etniche che hanno come discriminante la cultura, la lingua o la religione o tutti questi fattori insieme. Questa divisione, descritta da molti studiosi, può condurre a una segregazione urbana che diviene facilmente segregazione sociale. Le rivolte verificatesi alcuni anni fa nella banlieue francese rappresentano drammaticamente questo fenomeno. Di recente Londra e molte città della Germania sono divenute teatro di una nuova forma di contestazione etnica, talvolta anche di conflitti interetnici. La metropoli moderna diventa il luogo in cui le identità culturali non sono più trascese bensì ripartite e separate.

È dunque la questione identitaria che domina la relazione fra immigrazione, Islam ed Europa; e questa relazione è elaborata nel profondo delle nostre società, perché rimanda a un immaginario collettivo negativo. Il trasferimento di frontiere simboliche nello spazio urbano si è associato in questi ultimi anni a una crescita delle tentazioni xenofobe, sta sviluppando l’islamofobia nell’opinione pubblica e talvolta ha rimesso in causa la costruzione europea. L’identitario e il discorso sulla sicurezza hanno accompagnato in questi ultimi anni importanti frange del discorso politico neoconservatore, facendo riaffiorare nelle nostre società la questione della cittadinanza.

Vi sono però anche altri risvolti della questione: si stanno elaborando quelle che io definisco delle «positività fondative», per cui molti immigrati vedono nella costruzione europea un elemento in grado di alleviare l’antica tensione fra Islam e Occidente, ma anche il vettore portante di un nuovo volto e di una nuova percezione dell’Islam in Europa. A ben guardare, oltre le molte bugie sull’immigrazione, emerge oggi la questione della modernità politica in tutti i suoi aspetti, modernità che per me va intesa anche come urgenza di un cosmopolitismo della politica, che trascenda il discorso dell’identità nazionale e il discorso della sicurezza. L’Europa dovrà rappresentare tutto ciò.

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