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Riconciliazione come convivenza

Written by Massimo D'Alema Monday, 01 April 2002 02:00 Print

La riconciliazione è tema centrale del dialogo tra le religioni ma è anche questione fondamentale per qualsiasi politica laica. Per una politica che si misura ogni giorno con la rappresentanza di soggetti diversi e con la ricerca di soluzioni praticabili per domande non sempre conciliabili. Una politica dunque che è ricomposizione di conflitti e di tensioni e che vive la sfida della convivenza tra i diversi e tra le diversità. Per un laico riconciliazione significa essenzialmente convivenza.

 

La riconciliazione è tema centrale del dialogo tra le religioni ma è anche questione fondamentale per qualsiasi politica laica. Per una politica che si misura ogni giorno con la rappresentanza di soggetti diversi e con la ricerca di soluzioni praticabili per domande non sempre conciliabili. Una politica dunque che è ricomposizione di conflitti e di tensioni e che vive la sfida della convivenza tra i diversi e tra le diversità. Per un laico riconciliazione significa essenzialmente convivenza. Convivenza tra identità diverse, tra modi di essere e modi di credere. Se assumiamo questo tema, è difficile non cogliere nel nostro tempo storico i segni di una drammatica crisi dei paradigmi della convivenza. Perché se guardiamo all’ultimo decennio, arrivando fino a queste ultime settimane, siamo stati tutti testimoni di una successione di feroci esplosioni di conflitti fra identità. E attraverso questa successione è stata radicalmente smentita quella profezia ideologica che poco più di dieci anni fa aveva voluto leggere nella fine del confronto bipolare tra Stati e blocchi di Stati l’inizio di una pace perpetua, l’inizio di un’epoca di serenità, la fine della storia, della politica, la fine del conflitto, il dominio incontrastato di un modello di vita, di un modello di civiltà e del mercato come luogo di ricomposizione dei conflitti e di dissoluzione delle identità. Così non è stato, ora lo sappiamo bene, e il fronte della conflittualità e delle minacce alla pace si è spostato dalle tensioni tra i due grandi blocchi politico-militari allo scontro anarchico fra le nazionalità e all’interno degli Stati. Abbiamo assistito in realtà alla fine di un ordine del mondo nel quale le diversità apparivano insieme compresse e ordinate nel conflitto tra due grandi blocchi con una capacità degli apparati militari e ideologici di regolare e circoscrivere i conflitti minori. Non rimpiangiamo quell’ordine, ma certo avvertiamo quanto siamo stati ineguali rispetto al compito di costruire un ordine nuovo. E la globalizzazione, questo fenomeno straordinario – il cardinale Martini ha parlato di una drammatica ambivalenza della globalizzazione – ci appare insieme come un processo carico di nuove opportunità e potenzialità, ma anche come una minaccia per le identità, come fattore di nuove disuguaglianze e di nuovi conflitti. E tutto questo non ha riguardato solo le periferie del mondo. È riemerso il «cuore di tenebra» dell’Occidente, dell’Europa, cogliendoci impreparati. Ha messo allo scoperto l’incapacità di istituzioni sovranazionali, di culture, di strumenti tradizionali dell’agire politico, e alla fine ci ha costretto all’uso della forza – estremo rimedio – carico anch’esso tuttavia di pericoli di una tragica inadeguatezza.

Davvero l’identità è inconciliabile con la convivenza? Da un lato è nell’identità che noi troviamo il fondamento del nostro essere uomini. Perché noi siamo ciò che crediamo di essere e ciò che riconosciamo negli altri uguali a noi. E come esiste un bisogno insopprimibile di essere noi stessi, così esiste il bisogno di riconoscerci nell’altro uguale a noi, in colui che condivide la nostra stessa credenza. Ma dall’altro lato è proprio il tratto identitario a portare con sé uno straordinario potere di divisione, frantumazione e infine di conflitto anche violento. È su questa contraddizione che è necessario indagare per rafforzare gli strumenti culturali, politici e direttamente istituzionali di cui la convivenza ha bisogno per poter essere costruita giorno dopo giorno. Una prima domanda riguarda la natura stessa dell’identità come fonte di conflitti. Perché non sono così sicuro che alla radice dei conflitti di questi anni vi sia l’identità in quanto tale, e dunque la diversità tra le identità, alla quale dovrebbe essere sostituita una ricerca di omogeneità o l’affermazione di una particolare identità sulle altre. Credo al contrario che il riconoscimento dell’altro, del diverso da noi, sia il fondamento di una visione dell’identità fondata su basi etiche. Di una visione che assume l’identità dell’altro come condizione necessaria per l’affermazione dell’Io. Dove la comparsa del volto dell’altro, e il suo riconoscimento, rappresentano il punto di partenza di un’etica condivisa. Non voglio esercitarmi in un generico appello ai buoni sentimenti. Credo invece che il richiamo alla responsabilità, su cui si fonda l’etica che maggiormente considero come mia, abbia tra i suoi punti di partenza il riconoscimento dell’altro come diverso da me. Emmanuel Levinas, che ha dedicato al tema dell’altro pagine di grande densità, ha reso questo concetto molto meglio di quanto non possa fare io. Egli ha scritto: «l’umanità deve fare irruzione nell’essere: perché dietro la perseveranza dell’essere, la perseveranza degli esseri e dei mondi, dietro l’identità che afferma il proprio Ego e il proprio egoismo, deve esserci da qualche parte la responsabilità dell’uno per gli altri».

Vi è dunque una visione distorta dell’identità, una visione narcisistica la cui affermazione, costituzione, difesa sono l’essenza stessa del tribalismo, dell’etnocentrismo e dunque del conflitto con gli altri. Un’affermazione identitaria che nega il riconoscimento dell’altro e che postula l’affermazione anche violenta sulla base di un presupposto di superiorità della propria particolare essenza e credenza su quelle altrui. Sappiamo bene come questa particolare declinazione del tema identitario non abbia avuto corso solo in periferie lontane e poco visibili dell’umanità, nei villaggi balcanici o in alcune regioni asiatiche. Esso è stato teorizzato e predicato anche in occidente, compreso il nostro paese, da chi ha voluto offrire soluzioni semplicistiche e pericolose alla straordinaria complessità che ci veniva da un mondo che continua a reclamare soluzioni politiche e culturali per il raggiungimento di livelli accettabili di convivenza. Non devo soffermarmi oltre sulle semplificazioni offerte dalle teorie dello «scontro di civiltà». Se non per sottolineare come anch’esse, nella loro falsità intellettuale, confermino il bisogno di costruire la convivenza con i concreti strumenti della politica. A tutti i livelli: all’interno delle comunità nazionali, come nel più ampio spazio della comunità internazionale. Il riferimento che facevo poc’anzi all’etica e alla responsabilità vale anche nel campo delle relazioni e della politica internazionale. Soltanto lo sforzo per rifondare su basi etiche le relazioni internazionali può aiutarci a uscire dalla logica di una anarchia dei rapporti internazionali che ha come unico contrappeso la politica di potenza. Nella morsa fra anarchia e potenza non c’è spazio per la convivenza. L’anarchia non è niente altro se non l’immagine di una guerra estesa e generalizzata. Ma anche la politica di potenza per quanto essa possa essere rimedio estremo finisce per militarizzare le relazioni internazionali, per comprimere aspirazioni e odi che come la brace continuano a covare sotto la cenere. Noi abbiamo misurato in queste settimane la tragica inadeguatezza di una risposta meramente militare. E lo dice chi ha sentito la responsabilità e l’obbligo di condividere la necessità di una risposta anche attraverso la forza alla sfida del terrorismo. E tuttavia, l’uso della forza non accompagnato dalla politica, da un senso di giustizia e dalla convinzione dell’uguaglianza dei diritti di tutti i popoli, genera odio che poi è destinato ad esplodere in mille forme, e a riprodurre instabilità e tragedie. La sfida della globalizzazione, di questo straordinario processo di crescita della ricchezza, delle opportunità, la creazione di un mercato mondiale – che indubbiamente rappresenta un fenomeno di emancipazione per milioni di esseri umani – porta tuttavia con sé un’altra faccia: l’esplodere di conflitti e contraddizioni nuove. E la globalizzazione pone tre grandi questioni: il problema delle identità minacciate da un processo di omologazione, quello delle disuguaglianze che si generano, tanto più forti in quanto la crescita di un mercato mondiale e di un sistema di comunicazioni globali le rende evidenti rispetto al passato quando le disuguaglianze erano forse più tragiche, ma erano vissute nell’ignoranza della condizione degli altri. E insieme a questo la globalizzazione porta con sé un deficit evidente di democrazia.

Tra queste tre sfide esiste una profonda interconnessione: più democrazia e più eguaglianza, più identità e convivenza. Tre sfide che non possono essere risolte se non attraverso la capacità di fare crescere insieme istituzioni democratiche sovranazionali, politiche di eguaglianza, dialogo e rispetto tra le diverse identità. C’è un legame molto stretto fra i fattori economici, politici e culturali: per queste vie passa la costruzione della convivenza, un percorso difficile, nel quale ci siamo appena inoltrati, e che già ci propone enormi interrogativi, che innanzi tutto toccano le grandi fedi religiose. Quale deve essere il rapporto fra l’assolutezza della fede, con la sua forza e il suo carattere indiscutibile, e la necessità di individuare un nucleo di valori condivisi, che non può che essere il fondamento della convivenza? Ci sono interrogativi che toccano le forme della convivenza, e che non soltanto investono le relazioni mondiali, ma che attraversano nel profondo le nostre società. Oggi la necessità della pace, sia pure di una pace precaria, sembra spingere verso una idea della convivenza come giustapposizione di comunità separate. Si veda la tragedia senza fine che attraversa il Medio Oriente: anche le menti più illuminate non riescono ad immaginare altro che due mondi separati da una forza di interposizione, da un muro, come abbiamo letto. La prospettiva della pace e della convivenza viene dunque vista nella separazione. Ma in fondo questo è un tema che attraversa anche le nostre società, che saranno sempre di più società multietniche. Ma in quale forma? Pensiamo a certe grandi metropoli del mondo occidentale, nelle quali ciascuna razza e religione ha il suo quartiere, la sua chiesa, la sua scuola. Non ci sono muri, e forse anche questo è un modo di convivere. Ma questo ci dà anche il senso della difficoltà di comunicazione tra civiltà, razze, eligioni. È davvero questa la condizione di una convivenza possibile per il futuro? O non dobbiamo pensare che sia molto meglio per noi che i nostri figli vadano a scuola con i figli degli immigrati, che imparino a conoscerli, senza vivere in una società in cui c’è la scuola islamica, quella cristiana, quella dei laici. Una società appunto in cui la convivenza è una convivenza di mondi separati. Credo che per questo interrogativo passi una grande sfida di civiltà, che ci interroga tutti, ponendo a ciascuno di noi nel modo più radicale il tema del riconoscimento dei valori dell’altro.

Vorrei concludere con due citazioni. Una è di Lord Acton, esponente del cattolicesimo liberale britannico e dunque di una minoranza: «Imperfetti sono quegli Stati nei quali non si ha miscuglio di nazionalità, decrepiti quelli che non ne risentono più gli effetti. Uno Stato incapace di soddisfare differenti nazionalità si autocondanna, uno Stato che si affatica ad assorbirle, a neutralizzarle, ad espellerle distrugge la sua vitalità.». Quasi con le stesse parole Lucien Febvre, all’indomani della tragedia della guerra, esaltava «il mescolamento dei sangui come condizione per ridare vitalità alla civiltà europea contro l’idea tragica della purezza etnica, religiosa, nazionale». Ma si possono mescolare i sangui, senza mescolare le idee? Credo che questi siano grandi valori positivi, e che pertanto non basti predicarli. Abbiamo letto mesi fa un libro provocatorio ma pieno d’intelligenza di Giovanni Sartori contro la retorica di sinistra della società multietnica. E sappiamo quanto sia effettivamente complesso costruire la convivenza laddove manchino valori condivisi, che siano in grado di regolarla e di farla vivere in modo positivo. Ma è appunto questa la sfida: enucleare valori condivisi che possano consentirci di far vivere le diverse identità come una ricchezza e non come una fonte di frammentazione e di conflitto.

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