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L'indignazione come mestiere

Written by Pierluigi Battista Monday, 01 April 2002 02:00 Print

Quando venivano bersagliati dalle contumelie di Palmiro Togliatti alias Roderigo di Castiglia, gli intellettuali organici incassavano con dolore, ma in silenzio. Nel PCI avevano trovato un fronte, un terreno propizio alla «battaglia delle idee», un rifugio, un dispensatore di certezze, un padre-padrone. E per chi aveva avuto prolungate e remunerative frequentazioni con il fascismo, un fonte battesimale, un salvacondotto. L’«intellettuale collettivo», il «Partito con la P maiuscola», in fondo non chiedeva loro vincoli dottrinari troppo rigidi e, a parte l’omaggio formale chiesto e interpretato come doveroso atto di sottomissione, a nessuno veniva intimato di seguire alla lettera gli imperativi di Ždanov. Certo, non si potevano oltrepassare le colonne d’Ercole dell’eresia e della disinvoltura ideologica e il «caso Vittorini» dimostra a sufficienza quanto la morsa fosse destinata a stringersi per manifesta incompatibilità con l’intellettuale troppo insofferente ai dettami dell’ortodossia.

 

Quando venivano bersagliati dalle contumelie di Palmiro Togliatti alias Roderigo di Castiglia, gli intellettuali organici incassavano con dolore, ma in silenzio. Nel PCI avevano trovato un fronte, un terreno propizio alla «battaglia delle idee», un rifugio, un dispensatore di certezze, un padre-padrone. E per chi aveva avuto prolungate e remunerative frequentazioni con il fascismo, un fonte battesimale, un salvacondotto.

L’«intellettuale collettivo», il «Partito con la P maiuscola», in fondo non chiedeva loro vincoli dottrinari troppo rigidi e, a parte l’omaggio formale chiesto e interpretato come doveroso atto di sottomissione, a nessuno veniva intimato di seguire alla lettera gli imperativi di Ždanov. Certo, non si potevano oltrepassare le colonne d’Ercole dell’eresia e della disinvoltura ideologica e il «caso Vittorini» dimostra a sufficienza quanto la morsa fosse destinata a stringersi per manifesta incompatibilità con l’intellettuale troppo insofferente ai dettami dell’ortodossia. Ma agli intellettuali si chiedeva più che altro sostegno e presenza, mobilitazione e soprattutto firme. Nel patto non scritto che ha regolato per decenni il rapporto tra gli intellettuali e il Partito, non era previsto che i primi si facessero portatori di dubbi e critiche. Con il risultato – credo documentalmente indiscutibile – che a imprimere le svolte più coraggiose, a determinare le aperture più nette è stato sempre il partito, magari con i mugugni, le resistenze e le inerzie del mondo della cultura «organica».

Mentre Togliatti elaborava la «via italiana al socialismo», Concetto Marchesi lamentava sarcasticamente che a Stalin non fosse capitata la rivisitazione di un Tacito, ma soltanto di un povero Chrusciov. Durante la «primavera di Praga» non una delle riviste del partito ospitò nelle proprie pagine scritti di provenienza cecoslovacca e la condanna dell’intervento sovietico fu una scelta che il gruppo dirigente del partito compì senza il caloroso sostegno degli intellettuali (i quali, se tentati dall’eresia, optavano per Mao o Fidel Castro, e non per Dubček). Enrico Berlinguer pronunciò in coraggiosa solitudine la sua celeberrima opzione per «l’ombrello della NATO» senza che nemmeno un intellettuale ne avesse anticipato la svolta. Anche lo «strappo» berlingueriano con i regimi che avevano perso la «spinta propulsiva» dell’Ottobre non fu accompagnato da liberatorie discussioni sulla natura del «socialismo reale». Ancora nel 1986, molte e autorevoli furono le resistenze nell’intellettualità comunista ad accettare una serena rivisitazione degli errori di giudizio formulati durante e dopo la rivolta ungherese del 1956 soffocata nel sangue dai carri armati sovietici. Biagio De Giovanni fu lasciato solo dagli «intellettuali» quando dal partito si scatenò la risentita controffensiva contro il suo articolo critico nei confronti di Togliatti. E se c’è un nome che affiora alla memoria per ricordare come reagì la cultura di sinistra alla «svolta» della Bolognina che mise fine al PCI mentre precipitavano i calcinacci del muro di Berlino, è quello di Natalia Ginzburg, «indignata» con i dirigenti che avevano optato per la cancellazione del termine «comunista» dalle insegne del Partito.

«Indignazione» è il termine chiave che fa da ponte tra l’esperienza storica oramai conclusa dell’«intellettuale organico» e lo spirito di rivolta che aleggia nel «partito degli intellettuali» di più recente conio, a qualche mese di distanza dalla sconfitta elettorale della sinistra il 13 maggio del 2001. L’indignazione è la scintilla che fa accendere il «ceto medio riflessivo» (secondo la formula escogitata da Paul Ginsborg: se non è «riflessivo», il ceto medio resta condannato ad libitum nel sottomondo dell’inferiorità culturale, dell’impresentabilità sociale, della grettezza «bottegaia» e irriflessiva) con modalità inedite nel panorama politicoculturale italiano. Inedite soprattutto nella sinistra: se non altro perché appare come una sconvolgente novità la carica degli intellettuali che bombardano il quartier generale e che mettono sotto accusa la classe politica dirigente. Gli intellettuali disorganici sembrano definitivamente «disorganati», incuranti di ogni disciplina, straordinariamente liberi di criticare e mobilitarsi. Svanisce persino la memoria dell’«intellettuale organico», salta la «linea», erutta la lava della critica e dell’autocritica, nasce un nuovo e imprevisto protagonismo.

Come negare la discontinuità radicale con il passato? Come non rallegrarsi per questa esplosione di libertà creativa, per questo salutare scoppio di «indignazione», questa inopinata vitalità della «base»? Se non fosse che una più sottile ma più pervasiva «continuità» con gli stilemi del passato finisce per confermare il ruolo testardamente conservatore che gli intellettuali italiani hanno recitato ai tempi oramai dimenticati dell’«organicità». Riemerge prepotente infatti l’abitudine tipica dell’intellettuale italiano all’oltranzismo mentale, al radicalismo ideologico camuffato da «indignazione morale», all’intollerantismo culturale che tende a leggere e deplorare come «cedimento» (politico e morale assieme) ogni traccia di realismo politico, equiparato per definizione al moderatismo senza nerbo e al politicantismo privo di afflato ideale. Ancora una volta l’intellettuale italiano di sinistra sembra dare il meglio di sé (o il peggio, a seconda dei punti di vista) nella denuncia dell’«allarme democratico», nel manicheismo ideologico esaltato e sublimato nel ricorrente, ed enfaticamente pronunciato, appello alle forze «migliori» affinché si coalizzino contro il rischio, il pericolo, la minaccia, l’«emergenza» rappresentata da un Nemico assoluto barbaricamente incline a travolgere le barriere della democrazia e della convivenza civile.

Storicamente, in Italia (ma non solo in Italia), questo groviglio di allarmi e di emergenze ha trovato la sua espressione codificata nella denuncia di un «nuovo fascismo». Ed è infatti nella inorridita denuncia del «nuovo fascismo» che il partito dell’indignazione intellettuale ha trovato il suo alimento simbolico e il suo seguito d’opinione, fino a premiare con la ratifica del pubblico applauso la corsa alla dichiarazione tonitruante e deliberatamente irresponsabile. Dario Fo parla apertamente di un paese dominato nuovamente dall’incubo della «difesa della razza». Qualcuno gli ha fatto notare l’entità della sua enorme sciocchezza? Nessuno. Antonio Tabucchi equipara senza rispetto la condotta di Carlo Azeglio Ciampi a quella di Vittorio Emanuele III, paragone del resto inevitabile se si accetta come articolo di fede che a Palazzo Chigi si sia installato proditoriamente il nuovo Mussolini. «L’Unità» di Furio Colombo titola un giorno sì e l’altro pure sul nuovo «regime» e bolla inesorabilmente la Lega come «para-nazista» (con il che insinuando che la sinistra abbia condiviso per un anno e mezzo, tra il 1995 e il 1996, una maggioranza di governo, ancorché «tecnico», con un partito «para-nazista»). Franco Cordero riesuma il fantasma di Goebbels. Vengono richiamati e attualizzati persino gli scritti di Primo Levi come «antefatto» delle lugubri cupezze dell’oggi. Nanni Moretti ha dato una connotazione così estensiva al termine «squadrista» da includervi addirittura noti dipendenti dell’azienda Mediaset. E visto che le parole, come le valanghe, quando cominciano a rotolare non trovano un punto d’arresto ragionevole è accaduto nientemeno che un regista come Gabriele Salvatores abbia dato del «fascista» a Francesco Rutelli. Potenza, e pericolo, dell’indignazione permanente.

Naturalmente non tutta la sinistra, politica e culturale, si è allineata sulle posizioni nell’oltranzismo manicheo ed estremista. A fare da argine alla nuova deriva «indignata» provvede un nutrito gruppo di intellettuali e politici non immemore delle più che decenti prove offerte dalla «sinistra di governo» e ogni giorno gli interventi di Nicola Rossi e di Pietro Ichino, di Michele Salvati e di Franco Debenedetti, di Emanuele Macaluso e di Luciano Pellicani (e della rivista che gentilmente ospita queste note) dimostrano che il mondo della cultura di sinistra è molto più screziato e multiforme di quanto non appaia nelle semplificazioni dei media. E non è nemmeno da sottovalutare il fatto che intellettuali prestigiosi e di riconosciuta influenza sulla cultura di sinistra abbiano invitato a non acconciarsi ai toni esagitati del partito dell’«indignazione». Durante il salone del libro a Parigi Umberto Eco ha sottolineato quanto sia masochistica qualunque velleità aventiniana e ha voluto, in un’intervista rilasciata al «Figaro», prendere le distanze da una lettura della situazione politica in chiave di ritorno a un «nuovo fascismo». Claudio Magris ha saggiamente invitato gli intellettuali a riflettere con attenzione alla distinzione weberiana tra «etica della responsabilità» ed «etica della convinzione». Lo stesso Adriano Sofri non solo ha voluto mettere in evidenza la linea troppo sottile che divide l’«indignato» dal «retore» ma ha caldamente esortato i seguaci della «nuova Resistenza» a comprendere la portata esatta di un messaggio imperniato sul motto «resistere, resistere, resistere» assurto a paradigma della nuova condizione politica ed esistenziale della sinistra: un motto che non può non portare, se accolto con coerenza e con una percezione non distorta e autoinnocentizzante del rapporto tra le parole e le cose, a conseguenze politiche e pratiche in cui il «resistere, resistere, resistere» è solo il contrassegno di una situazione in cui viene necessariamente oltrepassata la soglia di una lotta democratica tipica di un paese «normale» (e del resto, come si fa ad accettare una parvenza di normalità in una nazione dipinta come ostaggio di una «cricca criminale» al governo, per parafrasare le veementi considerazioni di Paolo Sylos Labini?).

Resta il fatto che il tono del partito dell’indignazione appare dotato di una capacità di impatto simbolico di indubbia efficacia d’opinione e di indiscutibile trascinamento emotivo. Con il risultato che la lotta politica nella sinistra italiana, condotta e orchestrata da un «partito degli intellettuali» galvanizzato e dominato dagli imperativi esclusivisticamente esaltati dell’«etica della convinzione», rischia di trasformarsi in una ricerca ossessiva del capro espiatorio, dominata dalla pulsione collettiva a scaricare su una figura predestinata alla condanna dai furori del verdetto di piazza il fardello di una colpa imperdonabile. Deve essere ancora potente il mito dell’assemblearismo, deve essere ancora pervasiva la suggestione rousseauiana di una «volontà generale» indivisa e non mediata, corale e aconflittuale, se la corrida rituale allestita dagli intellettuali fiorentini al fine di condannare il «colpevole» è stata vissuta, letta e interpretata come un’appassionante arena democratica in cui il «delegante» riprende i suoi diritti sul «delegato». Deve essere ancora poderosa la spinta nel ceto intellettuale di una concezione primitiva della politica secondo cui qualunque «accordo» con l’avversario sulle regole della vita democratica e istituzionale viene bollato, degradato e condannato come «tradimento», se il grosso delle feroci critiche rivolte al quartier generale responsabile della sconfitta elettorale si riduce all’accusa di non aver saputo o, peggio, voluto, mettere il Nemico nelle condizioni di non nuocere. Perché questo è, paradossalmente, il nocciolo delle accuse scagliate dal partito dell’indignazione ai dirigenti della sinistra meritevoli della pubblica gogna: non aver adottato una prospettiva di cancellazione del problema, attraverso la messa in opera di provvedimenti ad hoc che eliminassero dalla scena politica gli agenti del «nuovo fascismo» e del «potere criminale» in agguato, non essere stati abbastanza determinati nel mettere semplicemente fuori legge i futuri vincitori delle elezioni. Paradossale ma non troppo, se solo si pone mente alle innumerevoli volte in cui si è potuto invocare l’antidemocrazia come baluardo estremo a difesa della democrazia. E, senza voler scomodare la storia tragica e corrusca del comunismo «reale», basta rievocare il paradosso dell’Algeria in cui, per impedire alle forze antidemocratiche la vittoria elettorale, la democrazia è stata sospesa e le elezioni sono state abolite con atto d’imperio.

Il subentrare dell’indignazione come criterio discriminante di valutazione politica assegna del resto a un ceto intellettuale persuaso di incarnare i valori della parte giusta e morale della società un ruolo insperato in tempi di asserito trionfo del professionismo della politica. La presunzione di rappresentare monopolisticamente l’eticità, a fronte di un Nemico vissuto come la quintessenza stessa dei disvalori dell’immoralità e dell’amoralità, conferisce inevitabilmente agli interpreti della Virtù un gratificante compito di vigilanza sullo spirito pubblico che è il riflesso, pallido ma tuttora influente, del mito giacobino della Res publica virtuosa e protetta da guardiani inflessibili e intransigenti (incapaci di scendere a patti con il Male). Un altro elemento di continuità destinato a smentire l’aura di assoluta novità in cui nella rappresentazione pubblica sembrano galleggiare gli intellettuali indignati e impegnati in una permanente mobilitazione. Ma del resto, ha spiegato Mircea Eliade, il mito è sovente adibito a riattualizzare nella percezione dei contemporanei eventi antichissimi e senza tempo. E forse ci vorrebbe un nuovo Eliade a decrittare le complesse simbologie di un chiassoso girotondo.

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