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Ripensando a Montesquieu

Written by Ralf Dahrendorf Monday, 01 April 2002 02:00 Print

Nello Spirito delle leggi Montesquieu elaborò alcune idee la cui validità doveva dimostrarsi senza tempo: «Niente avrebbe più senso se la stessa persona o lo stesso corpo, dei nobili o del popolo, esercitasse questi tre poteri: legiferare, eseguire risoluzioni pubbliche e giudicare cause private» (Libro VI, 6). In altri termini, se si vuole preservare la libertà non si può prescindere dalla separazione dei poteri. Per Montesquieu la ragione era semplice: «Perché si abbia questa libertà, bisogna che il governo sia tale che un cittadino non debba temere un altro cittadino». La libertà presuppone un sistema di controlli ed equilibri affinché gli individui siano protetti dal potere dispotico.

 

Nello Spirito delle leggi Montesquieu elaborò alcune idee la cui validità doveva dimostrarsi senza tempo: «Niente avrebbe più senso se la stessa persona o lo stesso corpo, dei nobili o del popolo, esercitasse questi tre poteri: legiferare, eseguire risoluzioni pubbliche e giudicare cause private» (Libro VI, 6). In altri termini, se si vuole preservare la libertà non si può prescindere dalla separazione dei poteri. Per Montesquieu la ragione era semplice: «Perché si abbia questa libertà, bisogna che il governo sia tale che un cittadino non debba temere un altro cittadino». La libertà presuppone un sistema di controlli ed equilibri affinché gli individui siano protetti dal potere dispotico.

È noto che Montesquieu non comprese del tutto correttamente la natura della Costituzione non scritta inglese, nella quale peraltro non c’è affatto chiarezza sulla divisione dei poteri. A tutt’oggi il Lord Cancelliere presiede la Camera alta del Parlamento, fa parte del governo come ministro della Giustizia ed è anche giudice di casi importanti. Ciò che ha permesso di salvaguardare la libertà in Gran Bretagna è stato un equilibrio più complesso della semplice separazione dei poteri: un equilibrio relativo al potere nella sua connotazione più ampia. Infatti, dovendo riflettere oggi sulla costituzione della libertà, sarebbe necessario andare oltre la separazione formale dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Friedrich von Hayek indicò la via nel suo magistrale lavoro La società libera,1 riferendosi al bisogno di «autorità separate»: poiché «alcuni tipi di coercizione richiedono l’uso congiunto e coordinato di poteri diversi o l’impiego di numerosi mezzi, che – se in mani diverse – non permettono che nessuno eserciti questo tipo di coercizione». Hayek fece l’esempio del potere economico che, associato al potere olitico, potrebbe rappresentare una minaccia da controllare e delimitare. La separazione netta, non ambigua, delle posizioni di potere rappresenta senza dubbio la strada più semplice per raggiungere questo obiettivo. Quando nel 1997 Tony Blair divenne Primo ministro volle dimostrare di avere un legame molto stretto con il mondo degli affari, chiamando alcuni suoi esponenti – come l’allora presidente della British Petroleum, Lord Simon, e Lord Sainsbury, membro della famiglia proprietaria dell’omonima atena di supermercati – a far parte del suo governo. Ma essi dovettero rinunciare totalmente ai loro beni. Quando un altro uomo d’affari fu nominato Paymaster General 2, la sua riluttanza a separarsi dalle proprie attività economiche ne comportò l’immediato allontanamento dal governo nonché la temporanea sospensione dalle funzioni parlamentari. Fu allora istituito un «Comitato per le regole della vita pubblica», che redasse un «registro degli interessi» nel quale a tutt’oggi sono resi pubblici gli interessi economici dei familiari e dei membri dell’entourage di tutti i principali politici.

I media rivestono un ruolo del tutto speciale a proposito di conflitto d’interesse, nonostante non sia affatto chiaro cosa si intenda per «potere dei media». Rupert Murdoch riesce assai abilmente ad essere il proprietario di mezzi di comunicazione he in un certo paese  sostengono un governo di centrosinistra e in un altro un governo di centrodestra. Nella sua ricerca del profitto Murdoch si adatta alle tendenze in atto almeno quanto non riesce a crearne di nuove. Ma è ormai diffusa la sensazione che i media, e in particolare quelli elettronici, esercitano una notevole influenza sia sull’agenda pubblica che sulla popolarità di particolari personaggi. Qui come altrove è preferibile peccare per eccesso di prudenza che per eccesso di negligenza. E ancora una volta la risposta non può che essere nella separazione dei poteri, o nelle arole di Montesquieu secondo cui occorrono soluzioni in virtù delle quali «un cittadino non debba temere un altro cittadino». Non so se Lord Beaverbrook, proprietario dell’«Express» quando fu nominato ministro dei Rifornimenti da Winston Churchill durante la seconda guerra mondiale, inducesse altri uomini a emerlo. Lord Black – proprietario del (conservatore) «Telegraph» divenuto di recente membro della House of Lords – non riuscirà probabilmente a convincere il partito a cui appartiene della bontà della tesi per cui il Regno Unito dovrebbe uscire dall’Unione europea per aderire al NAFTA. Comunque sia, la proprietà dei mezzi di comunicazione deve essere vista in relazione al concetto di influenza. Finché esisterà una televisione pubblica finanziata dallo Stato, il metodo di nomina dei suoi vertici sarà tanto importante quanto quello di nomina dei giudici costituzionali. Nessuno però è riuscito fino ad ora a garantire effettivamente l’indipendenza della radio e della televisione pubblica, neppure nel caso della tanto decantata BBC.

Ciò solleva un’altra questione che Montesquieu non discusse in dettaglio – né avrebbe potuto farlo – come è invece opportuno fare oggi: il denaro. Quasi tutti gli scandali economici negli Stati democratici sono scaturiti dai finanziamenti ai partiti e alle campagne politiche. Il legame economico che ci crea tra politici senza mezzi che ricorrono a ricchi finanziatori per ottenere o conservare un incarico si può definire come una sorta di «sgradita dipendenza», per usare un eufemismo molto generoso. Numerose sono state le soluzioni sperimentate per evitare i rischi di un tale legame clientelare: dai finanziamenti pubblici alle restrizioni sulle donazioni private, dalla condanna pubblica dei «peccatori» alla concessione di spazi televisivi gratuiti ecc. Soluzioni che sicuramente hanno contribuito a creare una certa consapevolezza del problema, agendo in parte anche come deterrente. Ma allo stesso tempo è nato un nuovo fenomeno: quello di personalità che hanno risorse sufficienti per finanziare la propria campagna politica potendo contare su un notevole margine di vantaggio rispetto ai loro avversari. Negli Stati Uniti vi sono almeno un governatore e un senatore che possono essere sospettati di avere «comprato» i propri incarichi nel corso delle ultime elezioni. A New York, il sindaco Bloomberg avrebbe avuto certamente meno chance di essere eletto se non avesse potuto spendere i suoi milioni di dollari (e utilizzare il suo potere mediatico) per farsi conoscere e per costruirsi un’immagine accattivante.

Non si tratta di questioni semplici. Ma su di esse è necessario insistere, poiché sollevano interrogativi fondamentali per la democrazia. Uno di questi è relativo alla trasparenza, perché gli elettori hanno il diritto di sapere cosa succede quando si recano alle urne. Un altro coinvolge l’onestà, perché la combinazione occulta di ricchezza economica, influenza dei media e potere politico indebolisce e rischia di distruggere la fiducia in quelle istituzioni che costituiscono l’essenza del governo democratico. Infine c’è un interrogativo che riguarda la libertà in quanto tale. Non è un caso che da Montesquieu ad Hayek, e oltre, la riflessione sull’equilibrio dei poteri sia sempre stata intrecciata all’idea di libertà. La libertà risulta danneggiata ogni qual volta una persona o un gruppo di persone abbiano la facoltà di sommare diversi strumenti di potere. Perché un tratto essenziale della costituzione della libertà consiste nel fatto che i diversi poteri restino separati per bilanciarsi e controllarsi a vicenda.

Com’è dunque possibile raggiungere tale equilibrio di poteri? Tre sono le risposte che emergono da queste poche riflessioni: occorrono regole severe, un codice di condotta e un clima di vigilanza critica. Per quanto riguarda la severità delle regole, si potrebbe sostenere che la relazione fra potere politico ed economico non rimanda solo a questioni di buon governo. È un obbligo costituzionale che un unico soggetto non possa essere detentore di entrambi. Egli può certamente decidere in tutta libertà di scegliere di volta in volta l’uno o l’altro potere, ma non può mantenere posizioni dominanti nelle due sfere allo stesso tempo. Quando si parla di influenza le acque si fanno più torbide, poiché spesso non è semplice capire come funzionano i network di influenza. Non esiste in realtà un unico metodo per scoprirlo, a parte quello di mantenere sotto stretto controllo i modelli di influenza. Tuttavia l’esempio del «codice di condotta» britannico potrebbe già essere un buon inizio, a cui affiancare una figura – un ombudsman – o un comitato che supervisioni il codice e assicuri che almeno l’informazione essenziale sia resa pubblica. La facoltà di imporre sanzioni potrebbe dover essere lasciata a organizzazioni analoghe ai partiti politici, sebbene col tempo alcune parti di quel codice possano anche diventare regole vincolanti. Al di là di Montesquieu, rimane una vasta area di questioni assai complesse relative al buon governo. Questioni che potrebbero anche riguardare lo spirito delle leggi. Mentre si impone la richiesta di codificare i comportamenti leciti e di imporre sanzioni anche quando non si è di fronte a chiare violazioni delle regole, una codificazione prematura potrebbe sollevare alcuni problemi. A questo punto ciò di cui c’è veramente bisogno è la verificabilità pubblica: ovvero quella facoltà di controllo che potrebbe essere esercitata da organizzazioni come Transparency International, che deve essere esercitata da parte dei media e che rimane comunque compito di ogni cittadino. La libertà non è mai al sicuro. Ha bisogno di attenzione costante. Le nuove minacce alla libertà non devono essere lasciate libere di consolidarsi. Per evitare che ciò accada i nostri vecchi testi sulla libertà possono darci più di un suggerimento.

 

 

Bibliografia

1 F. von Hayek, La società libera, Vallecchi, Firenze 1969.

2 Il Paymaster General è il ministro che paga tutte le pensioni dello Stato e che fa da cassiere per quasi tutti i dicasteri.

 

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