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Un'agenda riformista per l'economia

Written by Nicola Rossi Monday, 01 April 2002 02:00 Print

Solo sette mesi sono passati dall’11 settembre ma tanti editoriali di quei giorni sembrano già distanti anni. L’immagine di un’economia di guerra. Il richiamo ad un rinnovato ruolo dell’intervento pubblico nell’economia. La concitata rincorsa a non meglio definiti «pacchetti» di sostegno di questa o quella economia. L’affrettata riabilitazione del fine tuning e del deficit spending. Il malcelato sollievo per l’insperata conclusione della stagione del rigore e della responsabilità fiscale. Per qualche settimana è parso che nelle macerie delle Twin Towers potesse finire per essere seppellita anche quella disciplina fiscale che in questi anni la sinistra riformista aveva con fatica saputo fare propria riconoscendone il significato più profondo in termini, in primo luogo, di equità fra generazioni.

 

Solo sette mesi sono passati dall’11 settembre ma tanti editoriali di quei giorni sembrano già distanti anni. L’immagine di un’economia di guerra. Il richiamo ad un rinnovato ruolo dell’intervento pubblico nell’economia. La concitata rincorsa a non meglio definiti «pacchetti» di sostegno di questa o quella economia. L’affrettata riabilitazione del fine tuning e del deficit spending. Il malcelato sollievo per l’insperata conclusione della stagione del rigore e della responsabilità fiscale. Per qualche settimana è parso che nelle macerie delle Twin Towers potesse finire per essere seppellita anche quella disciplina fiscale che in questi anni la sinistra riformista aveva con fatica saputo fare propria riconoscendone il significato più profondo in termini, in primo luogo, di equità fra generazioni.

A distanza di sette mesi – ferma restando la traccia indelebile che l’11 settembre ha lasciato nella mente, nelle coscienze, nella vita di ognuno di noi – le economie occidentali sembrano aver in buona parte assorbito quello che è stato uno shock temporaneo sovrapposto a una fase di evidente rallentamento del ciclo. Tanto la politica monetaria quanto la politica fiscale hanno, come è giusto, fatto la loro parte ma, tanto negli Stati Uniti quanto nell’Unione europea, senza minare il quadro di politica fiscale di medio periodo, e permettendo invece agli stabilizzatori automatici di operare al suo interno e senza fare ricorso ad interventi discrezionali non marginali. Quando a questi si è fatto ricorso, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa (e segnatamente in Italia), si è finito solo per creare le condizioni per aggiungere, a distanza di tempo, benzina a un fuoco le cui fiamme già danno qualche segno di ripresa. Too much, too late, come ha commentato l’«Economist».

Sul tavolo è rimasta solo la necessità, presente ed urgente anche prima dell’11 settembre, di riflettere sulle funzioni e sulle competenze dell’ECOFIN e sull’assoluta opportunità di un responsabile della politica economica europea la cui assenza è diventata ancor più incomprensibile oggi che tutti hanno avuto modo di vedere quanto sia stato utile all’Europa e al mondo disporre di un’autorità monetaria europea. Non a New York dobbiamo dunque oggi guardare, nel momento in cui proviamo a tracciare i contorni di un progetto riformista per l’Italia. Ma a Houston, Texas, per esempio.

Se l’11 settembre ha reso evidente a ognuno di noi quanto l’intero mondo occidentale sia esposto e vulnerabile, il 3 dicembre 2001 (il giorno del fallimento della Enron) è stato colpito al cuore il big business, statunitense e non statunitense. Ne è uscito drasticamente svalutato il suo patrimonio di fiducia, rendendo palesi agli occhi di tutti le debolezze di un sistema di contrappesi che avrebbe dovuto, in teoria, garantire investitori, creditori e lavoratori. Non diversamente da quanto è già accaduto più volte in passato, da quelle macerie emergono capitoli importanti di un progetto riformista e, per essere ancora più precisi, di un progetto riformista su scala globale (capace di spaziare, cioè, da Enron a Marconi a Kirch). Dalle forme di governo societario alle regole contabili, dalle modalità di controllo e regolazione dei mercati finanziari alla risoluzione dei conflitti di interesse e, ultimo ma non meno importante, alla trasparenza del rapporto fra affari e politica: l’elenco dei campi su cui definire ed affermare una posizione riformista è ampio.

Negli ultimi anni non poco è stato fatto in questa direzione, ma è bene che oggi l’intera sinistra riformista guardi a quei temi con un occhio diverso. La sinistra riformista ha imparato, in questi anni, ad andare oltre il capitale fisico e a considerare il capitale umano e quello sociale come elementi determinanti per lo sviluppo e la crescita: modalità di condotta degli affari degne di fiducia sono una parte decisiva del capitale sociale e la sinistra riformista non può non porsi il problema di preservarle ed introdurle dove mancano o dove vengono colpevolmente abolite (ogni riferimento al caso italiano è naturalmente voluto). E di quelle modalità le sanzioni del mercato – si noti, prima ancora che della legge – sono una componente essenziale. Per chiarimenti chiedere alla Andersen.

Ma c’è un secondo aspetto che fa della questione Enron un punto di partenza. Poche vicende come questa chiariscono quanto sia dinamico il ruolo dello Stato in una moderna economia di mercato e quanto esso debba, giorno dopo giorno, abbandonare campi in cui altri (il mercato, in particolare) possono fare come e meglio di lui ed occupare invece campi in cui lo stesso funzionamento dei mercati non può prescindere da una presenza pubblica puntuale e visibile, da una regolazione efficiente ed efficace. E questo vale per l’attendibilità dei conti delle imprese come, e più ancora, per la tutela dei diritti pensionistici dei lavoratori. E oltre che fra i grattacieli di downtown Houston, è bene lanciare uno sguardo anche fra i fumi di Pittsburgh, Pennsylvania, o ancora più ad ovest, verso Middletown, Ohio. Fra le ciminiere e gli altoforni della US Steel o fra quelle della AK Steel, le grandi compagnie dell’acciaio che hanno chiesto e ottenuto una scelta protezionistica da parte di chi, come George W. Bush, non più tardi di due anni fa aveva promesso di abbattere, con un lapsus rimasto famoso, terriers and bariffs (per barriers and tariffs). Ventisei anni dopo averne ottenuta una simile da Gerald Ford.

Verrebbe da dire che non c’è nulla di così visto e di così globale come la reazione alla globalizzazione. Ed è qui, non a caso, un altro tema pronto per l’agenda riformista: come affrontare l’impatto della globalizzazione a livello locale. Come scegliere, qui ed ora, fra la protezione dei datori di lavoro e quella dei consumatori. Come offrire una protezione ai lavoratori senza necessariamente legarla ad una protezione delle loro aziende. Come rispondere alla più palpabile conseguenza della globalizzazione – la maggiore rischiosità dell’ambiente in cui viviamo – e come ripartirne i costi fra capitale e lavoro. Non è dunque sul fronte delle scelte macroeconomiche e, segnatamente, delle politiche di bilancio che i riformisti devono oggi ripensare le loro scelte. Ma è piuttosto sui versanti delle regole del mercato e degli strumenti per stare sul mercato che essi devono ritrovare una modalità per tornare a parlare al mondo delle imprese. Anche in un momento difficile come questo, perché proprio in un momento come questo deve risultare chiaro a tutti che il confronto – duro e con ben pochi margini di mediazione – è con il governo e con la sua maggioranza ma certo non con il mondo delle imprese, al di là delle scelte, che a molti appaiono miopi ed autolesioniste, della loro rappresentanza. Mai come in questo momento i canali di comunicazione fra la sinistra il mondo imprenditoriale sono apparsi esili ed incerti, minati dalla reciproca convinzione di avere a che fare con un interlocutore tutto sommato inutile perché pregiudizialmente lontano. Ma mai come in questo momento è apparso necessario ricostruire quei canali perché, passati i primi duecento giorni, il mondo delle imprese tira le reti e si ritrova, accanto a tante promesse ed a tanta paccottiglia, solo uno sciopero generale unitario. Ed un conflitto sociale che rischia pericolosamente di coincidere con una ripresa di cui lentamente si intravedono i contorni. Ed anche perché, passati i primi duecento giorni, anche a sinistra non possiamo tirare le reti ed accontentarci di raccogliere la sola orgogliosa rivendicazione del lavoro svolto nella passata legislatura. E se quindi oggi appare sommamente difficile, domani sarà inevitabile tornare a parlare. Chi è oggi al centro della battaglia altro non vede che lo scontro che gli è più vicino, ma è compito nostro alzare lo sguardo e scorgere sulla linea dell’orizzonte i tanti segni di inquietudine e debolezza che il sistema produttivo italiano invia e su cui dovremo confrontarci.

Su che basi però? Certo su basi in buona parte diverse da quelle che abbiamo costruito con cura fin troppo meticolosa. Ad esempio, non sull’idea che il sistema produttivo italiano sia esclusivamente composto da imprese incapaci di scegliere la qualità e di competere su essa e unicamente interessate a costruire in Italia le condizioni di costo, diretto e indiretto, capaci di consentire una scelta produttiva di basso profilo, di breve periodo, di corto respiro. Non è così. Non confondiamo il contenitore (l’associazione di categoria) con il contenuto (le imprese). Né sull’idea che le regole del mercato servono a chi le fa e non a chi le dovrebbe osservare. Al mondo delle piccole e medie imprese è stato chiesto di comprendere prima ed accettare poi la necessità di tenere non solo una seconda ma anche una terza contabilità (com’è accaduto con l’IRAP) semplicemente perché era giusto così. Ma uno dei tanti insegnamenti del caso Enron è che regole complesse e dettagliate finiscono per essere delle utili indicazioni per sfuggire alle regole stesse.

Su queste basi non andremmo molto lontano. Come non ci siamo andati. Certo non dovremo stancarci di ricordare al mondo delle imprese che i nostri concorrenti si trovano a Nord e non ad Est. Certo non potremo cessare di affermare che competere su una fascia diversa di mercato conviene in primo luogo alle imprese. Certo, dovremo insistere fino alla noia sulla importanza di una forte presenza privata nei campi della ricerca e dell’innovazione. Certo, dovremo lavorare affinché i temi della trasparenza e dei rapporti fiduciari siano fatti propri dalle imprese e non solo da noi quotidianamente sventolati. E nessuno meglio di noi può aiutare le imprese italiane a farlo. E le imprese lo sanno o lo stanno, in questi mesi, rapidamente imparando. Ma, se vogliamo essere ascoltati e capiti, dovremo cominciare col dare a Cesare quel che è di Cesare. Ricordando a noi stessi, ad esempio, che molte imprese tessili meridionali chiedono per emergere non già di non pagare imposte e contributi ma che non sia più possibile, per la modica cifra di 2500 Euro, far entrare illegalmente in Italia un container di capi di abbigliamento tessuti, ad esempio, in Estremo Oriente. Quelle imprese non chiedono di avere in Italia la Romania ma chiedono che la differenza fra Italia e Romania si veda, a partire dalle dogane!

E non esitando a intravedere un clamoroso punto di debolezza del sistema produttivo italiano non solo e non tanto nella piccola e media impresa che si arrabatta ma anche e soprattutto in una grande impresa che fa, sempre e comunque, della protezione e del rapporto distorto con il pubblico la sua stella polare. I nostri indomiti grandi imprenditori – assenti, prima ancora che sconfitti, sulla scena mondiale – fanno a gara per entrare nei mercati non esposti alla concorrenza (dall’energia, alle telecomunicazioni, ai servizi a rete, ieri, e dall’istruzione alla sanità, oggi) chiedendo di poter scremare la parte più redditizia della clientela e lasciando al pubblico il resto. E quando non lo fanno pur potendolo fare, com’è accaduto in campo televisivo, è perché di competere, in realtà, non hanno una gran voglia. «Cane non mangia cane», come si dice. Soprattutto al governo. E siamo tornati agli anni in cui, quando al privato andava male, si vendeva al pubblico. Ieri era l’IRI, oggi potrebbe essere Finmeccanica.

E se vogliamo essere ascoltati e capiti forse dovremmo smetterla di pensare che we know best – che sappiamo noi, meglio degli altri, ciò che è bene per loro – e ricordare che in una moderna economia di mercato alla politica spettano le grandi decisioni strategiche, la definizione ex ante delle regole, ma non, ad esempio, la selezione dei progetti di investimento che tocca – in un paese normale – al sistema creditizio e non alla pubblica amministrazione. Di questa scelta abbiamo, ad esempio, infarcito i nostri atteggiamenti verso il Mezzogiorno e le imprese meridionali, mettendo in campo quegli strumenti che in questi mesi si stanno rivelando il canale migliore per una rinnovata intermediazione politica e burocratica clientelare. Le tante imprese tecnologicamente avanzate, i piccoli imprenditori che chiedono solo di crescere, i moderni studi professionali, i ricercatori, i giovani agricoltori sopportano a fatica il peso di una politica e di una burocrazia che rappresenta un freno molto più che un servizio. La semplificazione delle procedure (o, meglio, l’eliminazione delle stesse tutte le volte che diventa possibile), l’esternalizzazione di funzioni svolte dalla pubblica amministrazione, l’assoluto automatismo e la generalità delle modalità di incentivazione delle iniziative imprenditoriali, la liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, la tutela della concorrenza in tutte le sue forme, la piena autonomia della ricerca e la stretta relazione fra questa ed il mondo produttivo sono le chiavi per rispondere alla parte più attiva e dinamica delle imprese del Mezzogiorno e del paese, ma anche per porre le basi per una nuova classe dirigente imprenditoriale. Regole semplici per il mercato, quindi, e strumenti efficaci per stare sul mercato. Le cose da fare non mancano per un progetto riformista.

Certo, apparentemente, lo spazio del riformismo è stato poche volte ridotto come oggi. Stretto fino a soffocare fra il movimentismo, a sinistra, e il populismo dirigista, a destra. Ignorato da un sistema di media in cui pesa, più di ogni altra cosa, la struttura degli assetti proprietari (e il riferimento, qui, non è solo alla televisione). Attaccato spesso con ogni pretesto, da ogni direzione, con ogni mezzo. Eppure è proprio in momenti come questi che del riformismo si sente il bisogno e si avverte la mancanza. La mancanza dei suoi elementi costitutivi: l’analisi distaccata e serena della realtà, il riferimento inequivoco ai principi ed alle idealità, la fantasia e la creatività nella ricerca di soluzioni sempre concrete. Ma non c’è da temere: il riformismo come il grano, comincia a germogliare sotto la neve. Anche quando, come in questi giorni, quella neve è macchiata di sangue.

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