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Sinistra e media

Written by Stefano Balassone Monday, 01 April 2002 02:00 Print

Nel buio totale della cantina de Il silenzio degli innocenti il killer con gli occhiali all’infrarosso ha un solo vantaggio rispetto a Jodie Foster: lui vede lei, lei non vede lui. Un vantaggio, uno solo, ma decisivo, nonostante i due si equivalgano per tutto il resto (revolver, prestanza, determinazione). I media sono la cantina buia della sinistra. In quell’antro riformisti di ogni ascendenza e rivoluzionari di ogni risma si aggirano saggiando tentoni l’oscuro spazio circostante. La destra, invece, in quel buio riesce in qualche modo ad orientarsi. Riflettere sulle ragioni, sulle conseguenze e sulle prospettive di superamento della attuale disparità è l’obiettivo delle note che seguono.

 

Nel buio totale della cantina de Il silenzio degli innocenti il killer con gli occhiali all’infrarosso ha un solo vantaggio rispetto a Jodie Foster: lui vede lei, lei non vede lui. Un vantaggio, uno solo, ma decisivo, nonostante i due si equivalgano per tutto il resto (revolver, prestanza, determinazione). I media sono la cantina buia della sinistra. In quell’antro riformisti di ogni ascendenza e rivoluzionari di ogni risma si aggirano saggiando tentoni l’oscuro spazio circostante. La destra, invece, in quel buio riesce in qualche modo ad orientarsi. Riflettere sulle ragioni, sulle conseguenze e sulle prospettive di superamento della attuale disparità è l’obiettivo delle note che seguono.

Come è noto noi siamo in grado di distinguere solo ciò che la nostra cultura ci permette di riconoscere. La cultura della sinistra affonda le sue radici nella scoperta che le idee sono, in qualche modo, lo specchio dei rapporti di produzione. Questo modo di vedere il mondo, con i piedi ben piantati per terra, è stato uno strumento formidabile nel formare la cultura critica che liquidava la retorica «trascendentalista» dei valori antichi e si alleava ai processi di modernizzazione dell’economia. Anche se l’approccio «materialista» era associato alla sinistra e identificato in particolare con il contributo di Marx, esso divenne ben presto comune a tutto il pensiero sociologico moderno ponendosi alla base delle più diverse ideologie politiche che, proprio perché leggevano la società nello stesso modo, si combattevano nei modi più svariati, compresi quelli cruenti. Si sa che i dittatori di destra e i liberali, in quanto a materialismo, non erano da meno dei socialisti; e si sa anche che, fatti salvi gli omaggi di rito al magistero della Chiesa, non è mai esistito un uomo politico cristiano che non sia stato attento più alle condizioni materiali dei suoi elettori che alla fermezza della loro fede.

In questo diffuso approccio materialista la comunicazione di massa ha faticato a trovare un posto. Basti pensare che le élite intellettuali dei primi decenni del Novecento fecero ogni sforzo per assimilarla ai fenomeni materialissimi della meccanica razionale. Da qui le fantasticherie su «modelli comunicazionali» (e cioè su schemi di spiegazione del funzionamento dei media nel determinare pensieri e comportamenti delle persone da loro raggiunte) che immaginavano un travaso di contenuti dalla fonte al ricevente per mezzo della radio e della televisione; modelli che furono riassunti metaforicamente nell’immagine dell’«ago ipodermico», il noto strumento impiegato per iniettare contenuti. Negli USA le spiegazioni meccanicistiche dei fenomeni della comunicazione cominciarono ben presto (fin dagli anni Cinquanta) ad essere abbandonate perché, semplicemente, si rivelavano non funzionanti rispetto alle aspettative, per esempio, della pubblicità. Gli operatori americani della comunicazione, e con essi i molti studiosi che in tante università conducevano studi sperimentali sui mass media constatarono la natura «transazionale», cioè non unidirezionale e non deterministica, del rapporto tra emittente e ricevente in qualsiasi tipo di comunicazione, compresa quella di massa; e liquidarono altrettanto in fretta l’ipotesi di una relativa uniformità degli uomini e del loro modo di reagire rispetto alla comunicazione che stava alla base degli approcci meccanicistici. Avendo posto un punto interrogativo sulle elementari certezze del meccanicismo le scuole americane (non solo, ma specialmente esse) si dedicarono alle ricerche motivazionali, rompendo i diaframmi fra economia, fisiologia e psicologia ed entrando in confidenza con concezioni più concrete circa l’uomo, i suoi bisogni, i suoi moventi. Svilupparono, insomma, la sociologia moderna e con essa la concezione dei mass media come linguaggi, cioè luoghi di semiotiche e semantiche autonome, piuttosto che come mezzi per trasferire dall’uno all’altro questo o quel contenuto preesistente.

Pur demolita dalle ricerche sul campo, al punto da poterla ormai qualificare come una forma di pensiero regressivo, l’idea che il mezzo di comunicazione sia una strumento piuttosto che un linguaggio è tuttora radicata in Europa, sia – per quanto possa sembrare strano – fra gli addetti all’industria della comunicazione, particolarmente nell’ambito di quelle creature europeissime che sono i «Servizi Pubblici Televisivi», sia nelle accademie (a parte alcune punte specialistiche, come la scuola francese di Greimas, che hanno scarso rilievo nella opinione pubblica) e nei boudoir intellettuali e politici (basti pensare alla bizzarra fortuna – in Italia – di un distratto pamphlet di Popper circa la TV e i suoi sfracelli). Perché sulle porte d’Europa c’è scritto cave media? Forse, azzardiamo, perché la cultura europea, immersa in una società dagli equilibri fortemente contrattati e protetta dal carattere più chiuso dei propri sistemi economici, non è stata sollecitata dal proprio retroterra sociale a uscire da se stessa. Per questo si guardò dal seguire gli americani nel pensare la società a partire dalla comunicazione e restò piuttosto a considerare la comunicazione un’attività ancillare della società, depositaria quest’ultima, ed essa sola, dei percorsi di generazione del senso. Da qui l’idea della comunicazione e specialmente dei mass media come grandi, grandissimi, potenti, potentissimi strumenti, utili come i TIR per trasferire da una parte all’altra della società contenuti, conoscenze, passioni che tuttavia restavano autonome rispetto al loro rapporto con l’essere comunicate.

Certo, si tratta di un approccio ingenuo, perché sappiamo che pensieri e passioni nascono, per così dire, solo per essere comunicati; anzi: sono comunicazione oppure, semplicemente, non sono, così come il corpo non è il banale strumento della vita ma la vita stessa (e provate, se ci riuscite, a distinguerli). Sta di fatto che, nella sua disarmata ingenuità, questo è il modo in cui i saperi provenienti dalla rivoluzione industriale, dei quali la sinistra è imbevuta, considerano il comunicare, tanto più se di massa. «E allora?» sentiamo chiedere. «Se anche tutto questo che stiamo dicendo fosse fondato, quale mai grande male ne deriverebbe, oltre alle esibizioni culturalmente demodé dei mâitre à penser della sinistra quando sono costretti a cianciare di TV ?». Il punto è che lo smarrimento culturale relativo ai mass media non indica un problema limitato a questi ultimi, alla incapacità di interpretarli in modo efficace in quanto luoghi di comunicazione o di concepire per essi, in quanto imprese, adeguate politiche di sviluppo. Quello smarrimento si allarga all’intera vicenda del mutamento delle basi materiali della società che esisteva prima dei mass media. La società ottocentesca, industriale e fordista, che vide l’arrivo dei mass media oggi non esiste più e semmai sono i mass media che hanno dato il benvenuto alla nuova società postindustriale, individuale ecc. Ed è probabile, anzi a nostro parere è certo, che la nuova società si sia ispirata proprio ai mass media per dare un nome alle proprie forme man mano che queste si rendevano distinguibili: rete, collegamento, generazione di senso, identità, brand ecc.

Per questo pensiamo che sia impossibile capire la società e non capire i media o, viceversa, padroneggiare la realtà dei media senza capire la società di cui fanno parte. Ci rendiamo conto della perentorietà di queste affermazioni e, prima ancora, della loro estraneità rispetto all’approccio «di sinistra» ai problemi della comunicazione. In questo approccio anche il più revisionista, la crisi dei rapporti di produzione, dei miti proiettivi e dei relativi linguaggi è un fenomeno con una sua propria autonomia, un venire prima, rispetto alla dimensione del comunicare. Non che in tal modo non si individuino percorsi per spiegare l’Ieri e l’Oggi. Non c’è bisogno della comunicazione per cogliere il passaggio dalle Classi (con la maiuscola, cioè sottoinsiemi sociali portatori di una soggettività politica e culturale) alle classi (con la minuscola, e cioè sottoinsiemi sociali dotati della sola evidenza statistica ma tutt’altro che «comunitari» riguardo alla coscienza di sé, dei rapporti con il resto della società, della concezione dello Stato ecc. A questo proposito, per inciso: non sarà per caso che Cofferati sia riuscito a rendere generale la questione dell’art. 18 e a rompere l’isolamento della CGIL quando si è accorto che esso usciva dallo stretto ambito «classista » dei rapporti di lavoro, per incardinarlo invece nel campo generale dei diritti generali dei cittadini?). E non abbiamo bisogno di pensare ai mass media neppure per constatare che, dopo duecento anni di automazione e riorganizzazioni culminate nel salto di qualità del trattamento automatico della informazione, la nostra società non si presta ad essere descritta come un insieme di formazioni sociali stabili e ancorate alla materialità dei loro strumenti di produzione, quanto come una società gassosa, composta da molecole tendenzialmente libere. Una società alla quale da tempo non si applicano le metafore di tipo meccanico, proprie dell’epopea fordista, quanto invece raffigurazioni tratte dalla termodinamica (per il lato delle passioni) e dalla cibernetica (per il lato delle funzioni). In questo quadro abbiamo visto il tramonto delle escatologie secolarizzate (tramonto che non ha atteso il crollo del muro di Berlino ma ha contribuito, anzi, a dargli una decisiva spallata) e cioè di ciò che la sinistra aveva innanzitutto da dire ai media. Per cui non ci meravigliamo di una fase di mutismo della sinistra, che da quelle escatologie aveva tratto linfa e forza, come non ci meraviglieremmo del tacere del Papa una volta che lui stesso non riuscisse neppure a ipotizzare la «esistenza» di un Dio fatto a immagine e somiglianza dell’uomo. E, infine, non stiamo neppure più lì a costernarci per la crisi del Noi (e cioè dei soggetti collettivi che realizzavano per i singoli la libertà dai bisogni primari: nutrimento, riparo, salute, istruzione di base) rispetto al prevalere del Me (che pretende la libertà di espressione spirituale e corporale di ogni singola personalità). Se dovessimo riassumere in una formula l’effetto di tutto questo cambiare ci verrebbe da dire che la Energeia, e cioè l’espressione della spinta vitale, ha distrutto il Telos, e cioè la legittimazione finalistica del vitalismo. E dunque il prolungato mutismo della sinistra discende dal fatto che essa è nata da un processo esattamente inverso, imponendo un Telos alla Energeia del capitalismo e civilizzando – con grande merito storico – quest’ultimo. Niente Telos, niente sinistra, pensano molti. E per questo, per rinverdire la sinistra, ritengono di dovere infaticabilmente elaborare fini per i vari mezzi che la Storia e la Tecnologia costantemente apprestano. Il fatto è che la voglia dei fini oscura la natura dei mezzi che ad essi vengono piegati. Così è per i mass media che, in sintonia con l’approccio «europeo» che sopra ricordavamo, la sinistra ritiene meri strumenti per comunicare, armamentari al servizio di «contenuti». Certo è anche così ed è sicuramente per queste utilità che i mass media hanno preso forma. Ma anche le prime fabbriche avrebbero potuto essere banalmente definite mezzi di produzione di oggetti, in nulla diversi rispetto ad altri mezzi quali la manifattura artigiana o l’aratro. E però sappiamo che la sinistra politica è nata proprio quando ha detto che le fabbriche neonate stavano producendo sì oggetti ma anche soggetti e culture: dal lato materiale uscivano tele, automobili, lampadine; dal lato immateriale prendeva forma l’operaio costretto alla Sincronia con la macchina e con gli altri operai, emergeva la Classe, si imponeva il Noi (per la prima volta non su basi tribali o territoriali) e, con quel Noi, la visione escatologica della «società futura che è alla portata della Nostra Forza Unita». La sinistra sociale che in tal modo prendeva forma era frutto della modernità ed era essa stessa forza di modernizzazione, al punto da presentarsi come l’erede della società in cui aveva preso vita e da proporsi come fattore di accelerazione della modernizzazione laddove (Russia, Cina ecc.) questa era assente o in ritardo. Proprio sul terreno della modernizzazione è avvenuto l’incontro e la fusione fra sinistra sociale e sinistra culturale, fra classe operaia e intellettuali. Siamo in attesa che lo stesso fenomeno di identificazione con la modernizzazione si verifichi per la sinistra prossima ventura giacché, come le fabbriche non si limitavano a produrre oggetti ma trasformavano le figure sociali, così i media, non per quel che dicono ma per quel che sono, non si limitano a strutturare la comunicazione fra i soggetti, ma ne trasformano il modo di operare e la percezione di sé rispetto agli altri, compresa la posizione nell’ambito dei rapporti di produzione. E non c’è sinistra moderna che possa nascere fuori dalla diffusa consapevolezza che oggi (anzi, da tempo) la società o è comunicazione o non è. Il fatto curioso è che la destra, che pure in questa nuova

società ci sembra in vantaggio sulla sinistra, sembra parimenti smarrita sotto l’aspetto culturale. Anche per la destra i media sono uno strumento per fare qualcosa nella società che c’è e non la manifestazione di una nuova società. Anche la destra dunque brancola nella cantina buia cercando il piano dei contenuti con le sue confortanti distinzioni fra comunicazione utile e inutile, corruttrice ed edificante, intelligente e stupida, di qualità e senza qualità. Nascono nell’area della destra la maggior parte delle associazioni di Genitori Preoccupati, Pedagoghi Costernati e Psicologi Angosciati che in occasione dei più efferati delitti tempestano di comunicati le agenzie di stampa per denunciare le connesse responsabilità attive o omissive della cattiva maestra TV. Destra e sinistra sono talmente simili nel loro brancolare moralista rispetto ai media che quasi sembrerebbe meglio non più distinguerle, nel buio della cantina, e anzi condurle d’autorità nel «movimento bartalista», quello dei sempliciotti per i quali il mondo, non collimando con le loro idee, è del tutto sbagliato e da rifare.

Tuttavia la destra qualcosa nel buio riesce a scorgere perché essa, pur non comprendendo le ricadute sociali, politiche e culturali dei media, li ha comunque fatti crescere come imprese (quindi è interna alle loro logiche di funzionalità e sviluppo) e li ha introdotti nei rapporti di produzione (l’informatica nelle fabbriche e nella distribuzione) e nei meccanismi della concorrenza fra imprese (pubblicità, brand). Come i padroni delle prime fabbriche adoperavano la novità della macchina a vapore e imparavano a progettarne e gestirne gli effetti, restando a tutti gli effetti gentiluomini del mondo settecentesco da cui provenivano, così le imprese hanno sviluppato la loro dimensione comunicazionale nella misura in cui questa permetteva loro di ottenere una serie di risultati pratici nel programmare la produzione, minimizzare le giacenze, stabilizzare la domanda tenendo comunicativamente agganciato il consumatore e così via. In altri termini le imprese, con l’usuale senso pratico, hanno applicato e applicano la potenza dei media e hanno finanziato nel corso del Novecento quel tanto che esiste di studi sui modelli di funzionamento della comunicazione di massa, sull’analisi dei bisogni del consumatore, sul posizionamento delle immagini di prodotto e d’azienda. Proprio come i fondatori delle prime fabbriche scoprivano l’organizzazione «scientifica del lavoro», il ciclo della domanda, la congiuntura ecc. attraverso l’ottica di impresa la destra ha imparato alcuni aspetti della fenomenologia dei media in rapporto alla società e li sa adoperare per agire nella società che c’è. Questo approccio applicativo è quanto basta alla destra per indossare nella cantina gli occhiali all’infrarosso della utilità e riuscire a evitare in quel buio alcuni degli ostacoli nei quali più spesso incappa la sinistra: accademismo, smarrimenti epistemologici, senso di privazione delle radici. Tuttavia la destra, che pure sa mettere a frutto diversi «poteri» della comunicazione non ne comprende la natura di fondo e, come la sinistra proveniente dal passato, li pensa come un Potente Mezzo, dunque un Potere, null’altro che un potere, da esercitare con cinismo o eticità, arroganza o senso della responsabilità. Un Potere e non, come a noi sembra, un Modo d’Essere, una dimensione generale della società che, al di là degli obiettivi di utilità che le sono volta a volta assegnati, esprime spinte di sviluppo per propria coerenza interna, e rivela una sorta di «autonomia del comunicare » che si giustappone ad altre più riconosciute autonomie (del politico, dell’economico, della ricerca scientifica). Quindi la destra, che pure nella cantina buia riesce ad aiutarsi con gli occhiali del Potere e a muoversi sulla breve distanza, riguardo alla visione complessiva soffre della stessa cecità della sinistra.

Una sinistra completamente cieca e una destra altrettanto incapace di vedere, ma rabdomanticamente guidata dalla sua consuetudine operativa con i media, sono le figure teatrali cui siamo costretti a ricorrere per spiegarci l’altrimenti enigmatico caso del sistema dei media italiani. Questo arriva a farsi legge alla fine degli anni Ottanta con norme che fotografavano la suddivisione dei fatturati delle imprese editoriali del settore stampa e di quelle della radio e televisione garantendo che quello stato delle cose non subisse variazioni. Così gli editori della stampa che non avevano incassi televisivi dovevano ontinuare a farne a meno (regola del divieto degli incroci fra TV e stampa) ma in compenso venivano protetti nei loro fatturati cartacei mediante i vincoli imposti alla TV o, per meglio dire, alla RAI, con il doppio risultato di proteggere la stampa da un eventuale, ulteriore sviluppo del mercato audiovisivo e di proteggere Mediaset dall’ipotetica pressione commerciale della RAI. In questa spartizione dei fatturati la comunicazione non c’era; c’era solo il protezionismo nei confronti dei bilanci delle aziende. E questo è esattamente il punto in cui gli anni Novanta hanno trovato e lasciato le cose, nonostante il passare delle repubbliche, dei partiti, delle maggioranze e dei governi. Questa essendo la costituzione formale e materiale del sistema dei media in Italia, caratterizzata più da rendite di Potere che da spirito di Impresa, non sorprende che nel corso di tutti gli anni Novanta le basi industriali della comunicazione italiana si siano ristrette. Basta uno sguardo alle statistiche dei dipendenti del settore: solo quelli della RAI sono diminuiti del 40% passando da quasi quindicimila a circa undicimila; Mediaset si è ben presto attestata sui 4500, metà della TV commerciale inglese (a proposito: meno dipendenti non vuol dire più efficienza ma natura diversa).

Mediaset, da sempre, trasmette molta più TV di quanta ne produca; la RAI, come le altre TV pubbliche, trova in una maggior quota di autoproduzione la sua ragione di esistere e di riprodurre gli interessi che la abitano e la circondano. In altri termini: l’assetto degli interessi contraddice le ragioni dello sviluppo. In casi analoghi la politica ha messo mano alle cose per sbloccare la situazione. Lo ha fatto ad esempio per gli approvvigionamenti di energia, sviluppando a suo tempo l’ENI, o con il Piano Sinigaglia per il decollo della rachitica industria siderurgica degli anni Quaranta. In molti settori la politica ha fatto, e anche strafatto, scontrandosi sullo sviluppo e cioè sul futuro della società. Ebbene, questa dimensione di scontro nella comunicazione non c’è stata; dal che deduciamo che per il nostro paese la comunicazione non ha a che fare con lo sviluppo, cioè con la struttura della società, ma solo con l’intrattenimento e l’informazione, accessori ambedue: il primo della società (il riposo del cittadino) e il secondo della democrazia. Cose importanti, importantissime, ma pur sempre accessorie. Non sostanze in sé. Da qui il carattere sovrastrutturale della pur rumorosissima cagnara sul potere mediatico di Berlusconi e la ragione, forse, della indifferenza con cui il paese ha accolto fino a poco tempo fa queste polemiche, non capendo perché si faccia tanto rumore per cose che non riguardano la reale realtà.

Ecco dunque che la sinistra, non essendo stata in grado di impostare la questione della comunicazione in termini di sviluppo della società, si dibatte tormentosamente attorno al Potere di comunicare, vedendone troppo in altre mani e poco nelle proprie e arrivando a porre, ben che vada, la questione di ridistribuirlo più equamente. Per questo la sinistra si sente incalzata in una cantina buia da qualcuno che sa fare più e meglio di lei la «propaganda» e in quel buio la riempie di randellate; e per questo dà l’impressione che, se solo potesse, abolirebbe la TV stessa (ah, la nostalgia per la sana e ben razionata TV in bianco nero, con un solo adorabile canale!) e con essa la cantina e le sue tenebre. Non potendo fare tanto provvede ad abolizioni a stralcio quali le comicissime leggi sulla par condicio che, come gli scalpellini brechtiani con la scritta W LENIN, nel cancellare la strapotenza propagandistica avversaria finiscono per maggiormente sottolinearla.

La sinistra a cui qui ci riferiamo non è, solo, l’omonimo segmento dei professionisti della politica ma tutta quella vastissima parte della società italiana che non ha ancora deciso come allearsi alla modernità. Pensiamo al lavoro statale, al mondo dell’insegnamento, alle aziende e ai servizi pubblici. Questo vastissimo mondo ha cominciato a cambiare (i girotondi sono una splendida invenzione linguistica e una efficacia metafora del fare politica nella società della comunicazione: «controllare senza toccare», «innovare il contesto». Lo sparo delle BR è per contro tutto intriso di culture estranee alla comunicazione anche se nasce in funzione della comunicazione, del fare notizia; un segno davvero ammuffito, da chiunque sia stato tracciato). Il processo è ovviamente lento e gli statuti culturali delle persone sono ancor più lenti a cambiare perché è noto che nulla cambia più lentamente di un punto di vista. E il punto di vista dominante, che considera la comunicazione un Potere da regolare, in quanto Potere, con garanzie democratiche ecc. non lascerà tanto rapidamente il passo alla avventura dello sviluppo, alla conquista di una nuova frontiera, alla percezione di un nuovo modo di essere della società. Qui sta, tuttora, la radice del moralismo di sinistra, in perfetta consonanza con le burbanze accademiche, contro gli animal spirits della comunicazione (programmi spazzatura, sensazionalismo ecc.) considerati nel novero delle devianze, ovviamente da correggere con la saggezza dei presidenti della RAI e dietro lo stimolo degli osservatori dei giornali (pensate un po’: i giornali che danno le ricette alla televisione! E perché non i cannibali che cucinano per i vegetariani?).

Se teniamo a mente il rapporto radicalmente fallace fra sinistra e media riusciamo a non restare semplicemente sbalorditi rispetto alla totale insipienza della sinistra quando, issata al governo dagli elettori del 1996, ha avuto e ha mancato l’occasione di verificare la sua capacità di intervenire sull’esistente con leggi parlamentari, politiche ministeriali e conduzione della RAI. Tutto quel che si è prodotto sono state un po’ di riforme di carta (legge 249 del 1997; ukase sull’avvento della digitalizzazione terrestre, divisionalizzazioni della RAI prive di un vero mandato di proiezione sul mercato e altri oggetti di riformismo cellulosico che non stiamo a rammentare) e di svuotamenti del mare con il bicchiere (legge sulla par condicio). Se il problema della sinistra non sta in una lista di errori commessi da Questo o da Quello, ma in un limite culturale che abbraccia tanto i leader quanto i loro più accaniti disestimatori, verrebbe da dire che ci sarebbe un modo, rapido, per orientarsi nella cantina buia dei media e sfuggire ai colpi della destra: aprire gli occhi e accorgersi che non di buio si trattava, ma di esitazione a vedere. Da vedere c’è, tanto descritta nei convegni quanto non assimilata dalle culture politiche, la Società Immateriale, quella che, a nostro parere, vuole politiche e governi impegnati a togliere ostacoli alle relazioni di comunicazione tra gli uomini piuttosto che intenti a imporre regole per l’esercizio delle medesime. Quanto prima la sinistra si ripenserà a partire da questo approccio tanto prima la destra si troverà prigioniera e impacciata da quella stessa consuetudine con il Potere della comunicazione che oggi le fornisce un punto di vantaggio, consentendole di canalizzare e privatizzare a beneficio di pochi la spinta della società ad uscire dai vecchi statuti materiali e culturali. Forse non è facile farlo, ma è semplicissimo dirlo: agire sulla contraddizione fra le potenzialità della società dei media e la stretta di potere cui è piegata per la peculiarità della situazione italiana. La destra rischia il potere cui è aggrappata e da cui si è fatta modellare; la sinistra può perdere solo – usava dirsi – le proprie catene, nonché – aggiungiamo noi – le proprie bende.

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