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Un riformista integrale

Written by Massimiliano Panarari Friday, 01 February 2002 02:00 Print

Oggi che la sinistra democratica e progressista italiana avverte significativamente il bisogno di rinsaldare le proprie radici e di ricostruire in maniera precisa la galleria dei propri padri fondatori, sembra giunto il momento di riscoprire una figura, per troppo tempo ingiustamente negletta o confinata ad un ambito locale, la cui opera ha influenzato profondamente l’epopea nazionale del socialismo riformista. Ovvero quella del «socialista galantuomo» Camillo Prampolini, artefice ed inventore del «modello emiliano» nella versione del «metodo reggiano»: un paradigma di riformismo applicato e realizzato che, pur mostrando attualmente qualche crepa, rimane certamente uno dei contributi più importanti offerti dal nostro paese alla storia del movimento operaio e progressista internazionale.

 

A proposito di Camillo Prampolini e del socialismo cooperativistico emiliano

 

Oggi che la sinistra democratica e progressista italiana avverte significativamente il bisogno di rinsaldare le proprie radici e di ricostruire in maniera precisa la galleria dei propri padri fondatori, sembra giunto il momento di riscoprire una figura, per troppo tempo ingiustamente negletta o confinata ad un ambito locale, la cui opera ha influenzato profondamente l’epopea nazionale del socialismo riformista. Ovvero quella del «socialista galantuomo» Camillo Prampolini, artefice ed inventore del «modello emiliano»1 nella versione del «metodo reggiano»: un paradigma di riformismo applicato e realizzato che, pur mostrando attualmente qualche crepa, rimane certamente uno dei contributi più importanti offerti dal nostro paese alla storia del movimento operaio e progressista internazionale.

Oggetto di omaggio agiografico oppure sacrificato all’interno degli spazi meritori ma necessariamente angusti della sola storiografia locale, il reggiano Prampolini va restituito al ruolo, che gli spetta di diritto, di esponente fondamentale del socialismo libertario e democratico a cavallo tra i due secoli. Il progressismo odierno deve dunque provare a sottrarlo all’oblio in cui è caduto negli ultimi decenni e trovargli una collocazione adeguata nel pantheon dei propri progenitori, perché il pensiero riformista prampoliniano possiede a tutt’oggi – sia detto senza voler tentare operazioni attualizzanti a tutti i costi – una ricchezza anche politica non adeguatamente valorizzata. Tanto che, da questo punto di vista, la proposta di Piero Fassino di annoverare il capo socialista reggiano tra i numi tutelari dei Democratici di sinistra nel loro processo di costruzione di un grande partito socialdemocratico rappresenta un viatico che fa ben sperare.

Del resto, ad un’epoca bisognosa di riconoscersi in figure forti ed affascinata dai meccanismi – purtroppo anche nella loro variante degenerativa – della leadership, Camillo Prampolini fornisce un esempio eloquente di personalità di rilievo dotata di una formidabile «forza tranquilla». Il mix di visione ideale, pragmatismo nell’azione, utopia degli orizzonti e delle prospettive (la finalità ultima consisteva necessariamente anche per i riformisti nell’edificazione della società socialista) lo rende al tempo stesso un uomo di pensiero e di azione, di teoria e di prassi. In questo profondamente segnato dal positivismo (come ha evidenziato Renato Zangheri),2 la filosofia di cui appare intriso il socialismo ottocentesco italiano ancor prima e ben più del marxismo (non va dimenticato, infatti, che nel nostro paese si inizia ad acquisire una conoscenza, peraltro imperfetta ed indiretta, di Karl Marx solamente a partire dagli anni ottanta del XIX secolo grazie al compendio del Capitale compilato da Carlo Cafiero e pubblicato sulla Plebe nel 1879).3 Il Prampolini che non fu mai un teorico sistematico o completo («carenza» che ne spiega, almeno in parte, la sottovalutazione da parte della sinistra italiana degli ultimi anni), ha saputo però essere contemporaneamente un intellettuale positivista e un predicatore pacifista e pacifico del Vangelo socialista (come dimostra il suo atteggiamento in occasione della prima guerra mondiale).4 Oltre che un ideologo di cospicuo talento, di cui offrivano altrettanti campi di applicazione e sperimentazione il municipio, la cooperativa, il partito, l’assemblea(popolare e parlamentare), il giornale e la rivista.

Prampolini, dopo una fase iniziale di vicinanza, polemizzaaspramente con gli «scamiciati» anarchici (Lo Scamiciato è la prima testata con la quale collabora come pubblicista) e con il radicalismo sterile del socialismo massimalista e del sindacalismo rivoluzionario, cui imputa un’autoreferenza che rendeva difficile lo svolgimento dell’opera di persuasione e conquista alla causa dei ceti subordinati, da sempre soggetti all’influsso condizionante dei propri sfruttatori. Fervido estimatore di Andrea Costa, alfiere del socialismo legalitario, oltre che instancabile animatore del movimento cooperativo di Romagna, il reggiano si venne convertendo all’esigenza di «un approccio più positivo e pratico», che sarebbe dovuto iniziare a livello del comune, nell’ambito del quale si poteva allestire «una delle armi più formidabili», nella forma delle «associazioni operaie, in particolare delle Società cooperative che generalmente i socialisti a torto non prendevano in considerazione e non curavano in prima persona».5 Ciò significava un’attenzione tutta particolare nei riguardi delle plebi delle campagne e del mondo rurale, dove si collocava difatti l’emergenza sociale fondamentale del territorio padano, e dell’Emilia occidentale in special modo.

Da questo contesto peculiare, e per rispondere ad un bisogno ancora una volta quanto mai concreto di creazione e fabbricazione del consenso, traevano così origine una retorica politica e una tecnica di propaganda ingegnose e per tanti versi uniche, fondate sulle immagini e le metafore dell’«evangelismo socialista» o, mutuandolo dal nome di quello che ne rappresentò, per l’appunto, il massimo esponente, del «prampolinismo evangelico».6 Il leader emiliano può venire ascritto, quindi, a grande artefice e teorico di una modalità di diffusione e promozione del messaggio socialista che nulla sembra avere da invidiare ai dettami degli spin doctors e dei maghi post-moderni della comunicazione politica. Tale tipo di propaganda trovava le sue radici nella componente decisamente moralistica che contraddistingueva la corrente riformista del socialismo italiano (di cui gli articoli prampoliniani, insieme ad alcuni testi come il libro Cuore di Edmondo De Amicis, costituiscono gli esempi più universalmente noti), e che faceva risaltare una tensione etica assimilabile a quella del cristianesimo primitivo e delle origini. Il socialismo evangelico deplorava l’atteggiamento elitario dell’ateismo e l’empietà «gratuita» di cui altri settori della propaganda del movimento socialista e anarchico facevano orgogliosamente mostra, condannandone il carattere controproducente rispetto alla comune volontà di liberazione degli oppressi. Non proclamandosi apertamente antireligioso, il socialismo evangelico intendeva, al contrario, provare alle masse popolari – e soprattutto, come naturale, a quelle contadine – la propria discendenza diretta dalla predicazione egualitaria di Cristo, presentando se stesso quale custode dei valori profondi del cristianesimo disattesi proprio dai suoi sedicenti sacerdoti, schierati con gli oppressori del popolo e delineando, altresì, la figura del Gesù socialista e rivoluzionario, icona ricorrente negli articoli e nei discorsi di Camillo Prampolini. L’evangelismo prampoliniano – genere narrativo del quale il brano che viene qui riprodotto (la celeberrima Predica di Natale data alle stampe su «La Giustizia» del 24-25 dicembre 1897 e firmata, come suo solito, con uno pseudonimo) risulta il capolavoro indiscusso – diverrà successivamente, recuperando motivi e temi della tradizione risorgimentale e repubblicano-mazziniana e del confuso ma vivacissimo calderone del socialismo popolare e letterario premarxista, uno dei fondamenti della macchina propagandistica del Partito socialista italiano. La semplicità espositiva, la cura e l’attenzione nella ricerca di casi emblematici e di «parabole» immediatamente decifrabili e comprensibili, la passione, il fervore entusiastico e lo slancio generoso, la dedizione quasi sovrumana che conduce i «missionari del socialismo» a visitare incessantemente le campagne e i villaggi per portare la «buona novella» dell’eguaglianza e della liberazione dal giogo della servitù, ma anche l’inesauribile attività pubblicistica e l’infittirsi di opuscoli e giornali (a partire dalle due pubblicazioni prampoliniane per antonomasia, La Giustizia e Reggio Nova. Giornale quotidiano economico amministrativo,7 il solo foglio della storia del giornalismo italiano di idealità esplicitamente cooperative)8 identificano i tratti essenziali di una stagione politica davvero singolare e impareggiabile all’interno della storia lunga del progressismo italiano. Al punto di convertire la guida del movimento operaio della Val padana in autentico oggetto di venerazione mistica da parte dei deboli, innestando il suo apostolato di difensore dei poveri su quel filone di religiosità popolare che rendeva indispensabile la metafora cristiana per tentare efficacemente l’evangelizzazione socialista delle masse.

L’invocazione del cristianesimo primitivo quale fonte di attivismo e antidoto alla rassegnazione fatalistica e all’ipocrisia di una morale cattolica piegata alla difesa degli interessi del più forte non deve far dimenticare come l’autentica religione prampoliniana consista nella fede incrollabile e inevitabilmente deterministica nell’avvento di una società di liberi ed eguali, scaturente da una sintesi ideologica di naturalismo, realismo e positivismo,9 indiscutibile fondamento del suo socialismo etico e scientifico. Nel quale la finalità perseguita, in uno slancio di umanesimo che connota fortemente i «galantuomini sovversivi» suoi seguaci, coincide con la crescita morale e lo sviluppo della persona, cosicché la dura critica della società capitalistica diventa avversione per la «selezione naturale» violenta che penalizza i più deboli e li schiaccia impietosamente lungo il cammino della vita. Prampolini si rivela un lettore attento di biologi, naturalisti e pensatori «evoluzionisti», non soltanto materialisti (da Büchner a Moleschott, da Mantegazza sino a Spencer) e, nel clima di «complessità»10 che domina il paesaggio culturale di fine secolo, effettua una scelta contraria all’idea di concorrenza sociale e a favore di una filosofia del cooperativismo – imbevuta di influenze organiciste – quale strumento principe per l’emancipazione delle classi più deboli, in primis mediante la formula della cooperazione di consumo, di cui vedeva la quintessenza nelle tesi del repubblicano Contardo Vinsani e l’incarnazione nella sua Società cooperativa di Reggio Emilia, istituita nel 1881.11

Se la sinistra contemporanea vuole trovare suggestioni ancora valide ed attuali nel pensiero – oltre che nell’azione – di Prampolini, la più significativa di queste risiede sicuramente nell’intuizione della dimensione cooperativa quale bisogno essenziale della stessa natura umana – compiutamente biologico – e quale pietra miliare su cui innalzare l’edificio dell’estensione di una cittadinanza piena a chi ne era stato privato dai ceti dominanti. Una costruzione, nelle sue intenzioni, destinata ad accogliere, insieme alla cooperazione integrale, come andavano dicendo e scrivendo anche Ugo Rabbeno e Antonio Vergnanini, le molteplici manifestazioni del riformismo. Un riformismo forte, fortissimo, necessariamente classista come doveva essere in quell’epoca, ma anche capace di esprimersi attraverso una metodologia gradualista12 e di identificare nel consumo13 una funzione centrale dell’operaio e, in più in generale, dell’individuo da emancipare. Prampolini è un socialista e un riformista integrale, ardentemente desideroso di realizzare una società solidale e non capitalistica (sorta di preludio dell’economia sociale ed antiutilitaristica), ma al medesimo tempo assolutamente rispettoso della legalità liberale, al punto da scagliarsi proprio in suo nome contro la svolta reazionaria e liberticida di fine secolo. E, nella sua lotta di allora per difendere gli istituti dell’autonomia del movimento operaio e contadino (dal Comune alla lega mutualistica), sembra di vedere un’anticipazione della battaglia che le forze di centrosinistra e le associazioni di categoria come la Lega delle cooperative si trovano a dover combattere ora per rivendicare i diritti e le prerogative costituzionali della cooperazione di fronte all’assalto delle destre. La storia non si ripete mai, ma la vigilanza non deve certo venire a mancare e, al riguardo, si può asserire che Camillo Prampolini ha rappresentato, come tutta la sua esistenza dimostra, una delle sentinelle più intelligenti della democrazia e dell’etica civile (ahinoi, sempre deficitaria) di questa nazione.

Nella multiforme attività prampoliniana di leader politico, fondatore e direttore di riviste e giornali (dalle quali emerge il suo indiscutibile talento di comunicatore e project-manager, per così dire, dell’editoria democratica e dell’industria politico-culturale dell’Ottocento italiano), organizzatore della società civile e delle classi deboli di Reggio, presidente della Cassa di risparmio, profeta e predicatore della validità dell’ideale cooperativo, il Leitmotiv rimane costantemente quello della forza intrinseca della prassi e delle idee di un riformismo privo di esitazioni. Che dalla materia fiscale a quella scolasticoeducativa, dal terreno patrimoniale allo sviluppo dei servizi pubblici e al varo delle municipalizzazioni trovò dentro le mura della Reggio prampoliniana il più avanzato laboratorio di innovazione sorto in seno allo Stato liberale. Di questo raro ed originalissimo «imprenditore» della politica, dunque, la sinistra ha bisogno ancora ai nostri giorni e riscoprirlo in maniera seria, probabilmente, ben più che effettuare una mera operazione di archeologia del progressismo significa compiere un vero e proprio «ritorno al futuro».

 

Camillo Prampolini - La predica di Natale

Quando i contadini e i «camerati» uscirono dalla chiesa, videro sulla strada un uomo che, salito su un tavolo e circondato da alcuni del villaggio, cominciò a parlare. Si avvicinarono. Era il giorno di Natale e quell’uomo diceva:

Lavoratori! Ancora una volta voi avete festeggiata nelle vostre case e nella vostra chiesa la nascita di Gesù Cristo. Ma interrogate la vostra coscienza: siete ben sicuri di meritare il nome di cristiani? Siete ben sicuri di seguire i principi santi predicati da Cristo e pei quali egli morì? Badate! Voi vi dite cristiani, perché recitate le preghiere che v’insegnano i vostri parenti; perché andate alla messa e alla benedizione; perché infine vi confessate, vi comunicate e osservate tutte le altre pratiche del culto cattolico. Ma credete voi che questo basti per chiamarsi cristiani? Voi non potete crederlo, o amici lavoratori. Non potete crederlo, perché diversamente – se si dovesse ammettere che il cristianesimo consiste nelle sole pratiche del culto cattolico – si dovrebbe arrivare alla strana, assurda, ridicola conclusione che i primi e più devoti seguaci di Cristo e lo stesso Cristo in persona…non furono cristiani! Voi sapete, infatti, che mille e tanti anni fa, quando Cristo comincio a predicare la sua fede, non c’erano né curati né parroci né vescovi, né cardinali né papi e neppure «chiese» nel senso che voi date a questa parola. Gesù – il figlio del povero falegname di Nazaret – andava per le vie e per le piazze a spiegare le sue dottrine. Voi sapete che egli era quasi solo contro tutti; che lo seguivano soltanto gli umili popolani; dei pescatori, degli artigiani, delle povere donne e dei ragazzi; che i ricchi e i sacerdoti del suo paese; i farisei e gli scribi lo derisero dapprima come un matto: e poi quando videro che le sue idee si facevano strada, lo fecero arrestare come un perturbatore dell’ordine, come nemico della società e della religione: e – stoltamente iniqui, credendo di seppellire con lui il suo pensiero – lo trassero a morte, condannandolo al crudele e infame supplizio della croce. Voi sapete che per trecento anni i suoi seguaci continuarono ad essere vittime delle più feroci persecuzioni: considerati quali malfattori; odiati nei primi tempi anche dal popolo, che in generale era ancora troppo ignorante, superstizioso ed incivile per comprendere il loro ideale; dati in pasto alle fiere, uccisi a migliaia essi dovevano nascondere la loro fede quasi fosse un delitto; e per trovarsi insieme qualche ora tra fratelli, lontani dai nemici, a parlare delle loro dolci speranze, dovevano cercar rifugio sottoterra, nel silenzio solenne delle catacombe. Voi sapete, che finalmente, dopo tre secoli di lotta, al tempo dell’imperatore Costantino – quando il loro numero fu cresciuto al punto che ormai quasi tutto il popolo era con loro, e i potenti si accorsero che le persecuzioni erano inutili – le persecuzioni cessarono. E allora anche i ricchi, anche i re e gli imperatori e tutti vollero dirsi cristiani. E Cristo fu adorato come Dio. E sorsero allora le prime «chiese», apparvero allora i primi preti, i quali andarono via via moltiplicandosi e introdussero fra i cristiani l’uso della messa, della benedizione, della confessione, di tutte le altre cerimonie cattoliche.

Ma Gesù e suoi primi e grandi discepoli non praticarono nessuno di questi usi. Anzi – sta scritto nel Vangelo – Gesù chiamava ipocriti quei tali che al suo tempo «amavano di fare orazione, stando ritti in pie’ – com’egli diceva – nelle sinagoghe e ne’ canti delle piazze, per essere veduti dagli uomini». E diceva apertamente che la sola cerimonia religiosa, la sola preghiera che doveva farsi era il Pater noster, che ognuno doveva recitare quietamente nella propria stanza. Ora, vorrete voi dire, amici miei, che Gesù Cristo non era cristiano?! Vorrete voi dire che non erano cristiani quei generosi popolani, padri vostri, che con lui sfidando le persecuzioni e il martirio, furono i veri fondatori del cristianesimo?! Voi non direte certamente una simile assurdità. Ma allora, perché furono cristiani quegli uomini, che pur non andavano a messa e non conobbero preti né chiese? In che consiste dunque la dottrina di Cristo? Quali erano i principi che egli predicava e che suscitarono tanto rumore e tanta guerra intorno a lui e ai suoi seguaci? Eccoli qui o lavoratori, i principi essenziali del cristianesimo, i principi che bisogna seguire se si vuol davvero essere cristiani. Gesù era profondamente convinto che gli uomini erano tutti figli di uno stesso padre celeste: Dio; e Dio egli lo concepiva come un essere infinitamente giusto e buono. Ora come mai – egli si domandava – come mai esistevano nel mondo tante ingiustizie? Come mai gli uomini erano divisi in ricchi e poveri, in padroni e schiavi? Come mai vi erano gli Epuloni viventi nel lusso e i Lazzari tormentati dalla più crudele miseria? Era possibile che Dio – il padre infinitamente giusto e buono – volesse queste inique disuguaglianze fra i figli suoi? No. Evidentemente queste disuguaglianze derivano solo dall’ignoranza e dalla malvagità degli uomini. Dio non poteva volerle. Certamente, Dio le condannava. Certamente, Dio voleva che gli uomini vivessero come fratelli – distribuendosi in pace e giustizia la ricchezza comune – e non già vivessero come lupi in guerra l’uno contro l’altro, godendo gli uni della miseria degli altri. Ebbene – diceva Gesù ai suoi compagni – noi dobbiamo dunque far guerra a questo brutto e doloroso regno dell’ingiustizia in cui siamo nati; noi dobbiamo volere, fortemente volere il «regno di Dio», – cioè il regno della giustizia, dell’uguaglianza, della fratellanza umana; noi dobbiamo persuadere i nostri fratelli che esso è possibile e non è un sogno. Dobbiamo trasfondere in loro la nostra fede, e il «regno di Dio» si avvererà…

Questo, o lavoratori, questo era il pensiero e questa fu la predicazione di Cristo. Un odio profondo per tutte le ingiustizie, per tutte le iniquità; un desiderio ardente di uguaglianza, di fratellanza, di pace e di benessere fra gli uomini; un bisogno irresistibile di lottare, di combattere, per realizzare questo desiderio: ecco l’anima, l’essenza, la parte vera, santa ed immortale del cristianesimo… Ed ora ditemi: siete voi cristiani? Lo sentite voi questo benefico odio pel male? Lo sentite voi questo divino desiderio del bene? Voi che cosa fate per combattere il male? Che cosa fate per realizzare il bene? Perché – badate, amici miei – voi potete andare in chiesa ogni giorno; voi potete ogni giorno confessarvi e comunicarvi; voi potete recitare quante preghiere volete; ma se assistete indifferenti alle miserie e alle ingiustizie che vi circondano, se nulla fate perché esse debbano scomparire, voi non avete nulla di comune con Cristo e i suoi seguaci, voi non avete capito nulla delle loro dottrine, voi non avete il diritto di chiamarvi cristiani.

Ebbene in quel giorno di Natale, mentre voi festeggiate la nascita del Nazzareno, io che appartengo al partito socialista sono qui a dirvi: siate cristiani, o lavoratori, ma siatelo nel vero ed alto senso della parola! Il «regno di Dio» voluto da Gesù non fu ancora attuato. Passati i pericoli dei primi anni del cristianesimo, molti vollero dirsi cristiani, ma quasi nessuno si ricordò dei principi veri di Cristo. Ed ora – voi lo vedete – le disuguaglianze e le miserie che egli ha combattute sono più vive che mai. Mentre pochi godono nel lusso tutti comodi e i piaceri della vita, e mentre – se la società fosse meglio ordinata – ci sarebbe il modo di star bene tutti quanti, vi sono milioni d’uomini che mancano di pane, d’istruzione, d’educazione, che sono sfiniti dalle eccessive fatiche o mancano di lavoro, che lottano quotidianamente col bisogno e con la fame… E fra questi milioni di uomini più o meno miserabili e che non hanno ciò che loro spetta, ci siete anche voi, o lavoratori dei campi. E appunto per ciò io dico a voi, uomini e donne: siate cristiani, cioè combattete questa grande ingiustizia che colpisce voi e i vostri fratelli di lavoro e che dissemina sulla terra la tristezza e il dolore! Questa ingiustizia può essere tolta. Voi dovete intenderlo, voi dovete crederlo. È venuto il tempo in cui il sogno di Cristo può essere finalmente realizzato. Basta che i lavoratori lo vogliano. Se i lavoratori dei campi e delle città si daranno la mano; se essi avranno fede nella giustizia; se essi comprenderanno che gli uomini sono uguali e che per conseguenza nessuno ha diritto di dirsi padrone di un altro e di vivere a spese altrui, ma tutti hanno l’obbligo di prendere parte al lavoro comune, necessario alla vita; se per vivere umanamente – cioè per diventare libere per non aver padroni, e godere l’intero frutto delle proprie fatiche – i lavoratori, invece di vivere isolati e di farsi la concorrenza, metteranno in pratica il precetto di Cristo: amatevi gli uni cogli altri siccome fratelli e formeranno dovunque le loro associazioni; allora, davanti alla crescente unione dei lavoratori, le ingiustizie sociali scompariranno come si dileguano le tenebre dinanzi al sole che nasce. E sorgerà così il mondo buono e lieto agognato da Cristo, il «regno di Dio».

Lavorate a farlo sorgere, o lavoratori! Se non per voi fatelo per i vostri figli; i quali – poiché li generaste – hanno bene il diritto che voi vi adoperiate in ogni modo a migliorare la condizione della vostra classe, affinché non siano essi pure costretti a vivere la vita misera e serva che da secoli voi vivete. Unitevi, associatevi! Per voi, per le vostre donne, pei vostri bambini; per la difesa dei vostri più vitali interessi, per la conquista dei vostri più indiscutibili diritti, per la redenzione doverosa della vostra classe. Per voi e per tutti, o lavoratori, abbiate fede nel bene, sappiate volerlo – sorgete, lottate, perché la giustizia sia! Solo in questo modo voi potrete dirvi veramente seguaci di Cristo e raggiungere la meta ch’egli intravvide e per la quale egli e mille e mille martiri generosamente si sacrificarono.

Lo disse Gesù stesso nel famoso «discorso sul monte»: «Beati coloro che sono affamati e assetati di giustizia, perciò ché saranno saziati!» «Beati coloro che sono vituperati e perseguitati per cagion di giustizia!». Prendete a guida della vostra vita queste parole, o amici lavoratori, e …sarete socialisti. Voi sarete come noi, lotterete al nostro fianco, perché noi socialisti siamo oggi i soli veri continuatori della grande rivoluzione sociale iniziata da Cristo; siamo noi «gli assetati di giustizia»; siamo noi che in nome dell’uguaglianza umana leviamo alta un’altra volta la bandiera dei poveri, dei diseredati, dei piccoli, degli umili, degli oppressi, degli avviliti, dei calpestati; siamo noi che – innalzando un inno al lavoro produttore d’ogni ricchezza – annunciamo ai ricchi padroni del mondo il trionfo immancabile e il regno dei lavoratori; noi che ci sforziamo di affrettare questo regno; noi derisi, i vituperati e perseguitati per cagion di giustizia».

 

da C. Prampolini, Scritti e discorsi, volume I, a cura di Renzo Barazzoni e Nelson Ruini, Edizione Cassa di Risparmio di Reggio Emilia, Reggio Emilia 1981, pp. 198-202.

 

Chi è Camillo Prampolini?

(1859-1930) Padre nobile del socialismo italiano nella sua variante riformista e libertaria e fondatore del partito socialista a Genova nel 1892. Fu consigliere e assessore comunale di Reggio Emilia, deputato a più riprese, protagonista del movimento cooperativo e organizzatore infaticabile della locale società civile, presidente della Cassa di Risparmio di Reggio dal 1904 al 1908 e poi nuovamente dal 1921 al 1922, inventore e direttore di numerosi periodici e giornali politici

 

 

Bibliografia

1 Un case-study di grande fascino anche per i politologi anglosassoni, come dimostra tra gli altri R. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano 1993.

2 R. Zangheri, Il socialismo di Camillo Prampolini, in «Finesecolo», IV, (1997).

3 F. Cammarano, Storia politica dell’Italia liberale 1861-1901, Laterza, Roma-Bari 1999.

4 G. Arfé, Storia del socialismo italiano (1892-1926), Einaudi, Torino 1965.

5 M. Anafu, Tutti gli uomini di Camillo. Questione sociale e movimento cooperativo nel reggiano dal 1880 al 1914, Tecnostampa edizioni, Reggio Emilia 1987, pp. 75-76.

6 S. Pivato, Il socialismo evangelico di Camillo Prampolini, in Paolo Rossi (a cura di), L’età del positivismo, il Mulino, Bologna 1986.

7 La più completa ed esaustiva indicazione delle pubblicazioni di e su Camillo Prampolini si trova nel saggio di Giorgio Boccolari, La bibliografia prampoliniana, in «L’Almanacco», XXXVII, (2001), fascicolo speciale su Prampolini e il socialismo reggiano.

8 U. Bellocchi, 1884: a Reggio Emilia il quotidiano della cooperazione, in U. Bellocchi, Il pensiero cooperativo dalla Bibbia alla fine dell’Ottocento, vol. III, Tecnostampa edizioni, Reggio Emilia, 1986 p. 259.

9 M. Viroli, L’etica socialista e la morale dei positivisti, in AA. VV., L’età del positivismo, op. cit.

10 A. Macchioro, Evoluzione sociale e cooperativismo in Ugo Rabbeno, in AA.VV., L’età del positivismo, op .cit.

11 A cura di A. Zavaroni, Uniti siamo tutto. Il movimento cooperativo dalle origini all’esperienza reggiana (1815-1930), Feltrinelli, Milano 1977.

12 Z. Ciuffoletti, M. Degl’Innocenti, G. Sabbatucci, Storia del PSI, Vol. I, Le origini e l’età giolittiana, Laterza, Roma-Bari 1992.

13 C. Prampolini, Necessità del socialismo. L’interesse dei consumatori (da «La Giustizia» del 14/11/1886), in Scritti e discorsi, I volume, a cura di R. Barazzoni e N. Ruini, Ed. Cassa di Risparmio di Reggio Emilia, Reggio Emilia 1981.

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