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Psicologia dell'ex comunista

Written by Sergio Luzzato Friday, 01 February 2002 02:00 Print

Ingiustamente dimenticato, il testo che segue – risalente al 1950 – meriterebbe di figurare in un’antologia letteraria della guerra fredda; ma di una guerra fredda particolare, quella che alcuni spiriti magni provarono a combattere, con le sole armi della finezza critica e dell’onestà intellettuale, contro entrambi gli eserciti in lotta: contro i marxisti di stretta osservanza staliniana e contro i liberali di zelante obbedienza maccartista. Si tratta dunque di pagine datate, tanto meglio intelligibili quanto più esattamente le si collochi nella stagione culturale di una guerra senza quartiere fra comunisti e anticomunisti. Eppure sono pagine così felicemente concepite da restare valide quand’anche sottratte alle minute circostanze della loro genesi; sono pagine (avrebbe detto Gramsci) da leggere für ewig.

 

A proposito di Isaac Deutscher e della «più grande illusione»

Ingiustamente dimenticato, il testo che segue – risalente al 1950 – meriterebbe di figurare in un’antologia letteraria della guerra fredda; ma di una guerra fredda particolare, quella che alcuni spiriti magni provarono a combattere, con le sole armi della finezza critica e dell’onestà intellettuale, contro entrambi gli eserciti in lotta: contro i marxisti di stretta osservanza staliniana e contro i liberali di zelante obbedienza maccartista. Si tratta dunque di pagine datate, tanto meglio intelligibili quanto più esattamente le si collochi nella stagione culturale di una guerra senza quartiere fra comunisti e anticomunisti. Eppure sono pagine così felicemente concepite da restare valide quand’anche sottratte alle minute circostanze della loro genesi; sono pagine (avrebbe detto Gramsci) da leggere für ewig.

Nella sua prima versione a stampa, il testo fu pubblicato dalla rivista americana «The Reporter» come recensione di un libro che andava facendo scalpore sulle due sponde dell’Atlantico: Il Dio che è fallito, cosmopolita testimonianza di sei intellettuali – Arthur Koestler, Ignazio Silone, Richard Wright, André Gide, Louis Fischer, Stephen Spender – sulla loro esperienza di adesione e poi di rigetto del comunismo.1 A sua volta, il testo della recensione del «Reporter» corrispondeva al tenore di una conferenza «riservata» che Isaac Deutscher aveva tenuto, durante l’inverno 1949-50, ai docenti dell’università di Harvard.

Ricostruire le singolari vicende di questa lecture è il modo migliore per rendere conto delle sue implicazioni politiche e culturali. Invitando il giornalista e storico polacco – da un decennio emigrato a Londra, dove si era affermato come collaboratore fisso dell’«Economist» e dell’«Observer»2 – a testimoniare lui stesso sul comunismo, l’università di Harvard intendeva probabilmente, nel pieno della stagione maccartista, portare acqua al mulino dell’anticomunismo. In effetti, la reputazione americana di Deutscher era soprattutto legata alla recente pubblicazione di una sua severissima biografia di Stalin.3 Peccato che per un uomo come Deutscher (la cui militanza politica, nella Polonia degli anni Trenta, era stata segnata dalla duplice matrice del trockijsmo e del sionismo), la volontà di denunciare i crimini del comunismo non equivalesse al proposito di alimentare la propaganda anticomunista. Al contrario, il ragionamento sotteso al suo Stalin consisteva proprio in una rivalutazione, di contro alla degenerazione staliniana, dei meriti originari dell’ideologia marxista e della rivoluzione sovietica.

Eretico del comunismo, Deutscher non era per questo un rinnegato:4 il che bastava a renderlo ospite scomodo nell’America della febbre maccartista.5 Il viaggio stesso di  Deutscher negli Stati Uniti aveva rischiato di saltare per un problema di visto. Da Londra, il richiedente si era detto indisponibile a firmare qualunque documento che potesse anche lontanamente coincidere con una palinodia del suo passato di militante comunista; da Washington, le autorità d’immigrazione avevano finito bensì per concedere a Deutscher un visto turistico, ma a condizione ch’egli rinunciasse a parlare in pubblico. Così, lo scrittore aveva dovuto cancellare gli impegni presi in anticipo con varie università americane per una tournée di conferenze sulla storia della Russia e dell’Europa orientale; ed anche la sua lecture di Harvard sulla Psicologia dell’ex comunista era stata gestita dall’università come un privato incontro fra docenti, senza i crismi dell’ufficialità.6 Misure e cautele del genere non impedirono agli animatori del Congress for Cultural Freedom – quinta colonna della CIA negli ambienti dell’intelligencija occidentale – di svolgere contro Deutscher una campagna denigratoria tendente a presentarlo come l’immancabile agente sovietico.7 Accusa assurda, naturalmente, eppure istruttiva di quanto acuto fosse lo sguardo di certi cold warriors: i quali capivano bene come il pericolo maggiore per l’Occidente venisse non già dai difensori ad oltranza dello stalinismo, ma piuttosto da quanti, nel momento stesso in cui denunciavano i crimini di Stalin, giudicavano persistente la vitalità del socialismo.

Nemmeno la conferenza sulla Psicologia dell’ex comunista era tale da poter riuscire gradita ai professionisti dell’anticomunismo. Perché l’intero ragionamento di Deutscher muoveva dalla constatazione di un’identità: anche dopo l’abiura – si suggeriva – il comunista rinnegato somiglia al comunista ortodosso come una goccia d’acqua somiglia ad un’altra. L’intellettuale ex comunista ha un bel dirsi pentito, stracciarsi le vesti, arruolarsi nell’«Esercito della Salvezza» della borghesia con altrettanta convinzione di quando si era arruolato nell’«Armata rossa» dell’intelligencija proletaria; benché rovesciati di segno, i moventi della nuova scelta rischiano di coincidere con i moventi dell’antica, cioè il narcisismo intellettuale, il fideismo ideologico, il cinismo politico. Per quanto si proclami urbi et orbi il più libero degli uomini, l’ex comunista rimane prigioniero del suo ingombrante passato, del suo smisurato investimento sul futuro del comunismo: «Essendo stato preso una volta dalla “più grande illusione”, è ora ossessionato dalla più grande delusione del nostro tempo».

Nel corso dell’inverno 1949-50, i termini dell’accoglienza riservata in Italia al libro Il Dio che è fallito illustrarono la pertinenza dell’analisi di Deutscher: inchiodando le maggiori figure del nostro comunismo (Palmiro Togliatti) e del nostro ex comunismo (Ignazio Silone, Angelo Tasca) a una polemica rovente e addirittura volgare, dove gli scambi di accuse politiche non escludevano i colpi bassi morali.8 Gli interventi di Togliatti testimoniarono una volta di più l’abitudine, congenita nel comunismo terzinternazionalista, di esorcizzare il dissenso facendo ricorso all’anatema.9 Ma l’identità stessa dei replicanti, Silone e Tasca – l’uno, ex informatore della polizia fascista,10 l’altro, ex collaboratore del regime di Vichy11 

attestò la difficoltà di sopravvivere da ex comunisti senza incorrere in luciferine cadute.

 

Isaac Deutscher.

Ignazio Silone riferisce di aver detto una volta, scherzando, a Togliatti, il leader comunista italiano: «La lotta finale sarà tra i comunisti e gli ex comunisti». C’è un amaro fondo di verità nello scherzo. Nelle scaramucce di propaganda contro l’URSS e il comunismo, l’ex comunista o l’ex compagno di viaggio è il più attivo tiratore scelto. Con l’irritabilità che lo distingue da Silone, Arthur Koestler fa il punto in maniera simile: «Siete tutti uguali voialtri, pacifici e insulari anticomunisti anglosassoni. Vi dispiace che la nostra Cassandra pianga e vi secca averci alleati – ma, alla fin fine, noi ex comunisti siamo gli unici dalla vostra parte che sappiamo realmente come stanno le cose».

L’ex comunista è il ragazzo difficile della politica contemporanea. Spunta inaspettatamente nei posti e negli angoli più strani. Ti attacca un bottone a Berlino per raccontare la storia della sua «battaglia di Stalingrado», combattuta qui, a Berlino, contro Stalin. Lo trovi nell’entourage di De Gaulle: niente meno che André Malraux, l’autore de La condizione umana. Nel più strano processo politico d’America l’ex comunista ha, per mesi, puntato il suo dito contro Alger Hiss. Un’altra ex comunista, Ruth Fischer, denuncia il fratello, Gerhart Eisler, e tratta male gli inglesi perché non lo hanno restituito agli Stati Uniti. Un ex trotzkista, James Burnham, scortica vivo l’uomo d’affari americano per la sua reale o presunta mancanza di coscienza capitalistica di classe, e abbozza un programma d’azione niente meno che per la sconfitta mondiale del comunismo. E ora sei scrittori – Koestler, Silone, André Gide, Louis Fischer, Richard Wright, Stephen Spender – si mettono insieme per esporre e demolire Il Dio che è fallito.

La legione degli ex comunisti non marcia in formazione serrata; è sparpagliata in tutte le direzioni e i suoi membri si assomigliano molto fra loro, ma anche sono diversi. Hanno caratteristiche in comune e connotati individuali. Tutti hanno lasciato un esercito e un campo – alcuni come obiettori di coscienza, altri come disertori, altri ancora come predoni. Un certo numero di essi resta quietamente fermo alle proprie obiezioni di coscienza, mentre gli altri reclamano a gran voce incarichi in un esercito che hanno aspramente contrastato. Tutti indossano logori brandelli della vecchia uniforme, completata dalle più strane e nuove bandiere, e tutti portano con sé i loro comuni risentimenti e i loro individuali ricordi.

Di essi chi aderì al partito in un tempo, chi in un altro; la data dell’adesione è importante per le loro future esperienze. Quelli, ad esempio, che aderirono nel 1920, entrarono in un movimento nel quale vi era spazio abbondante per l’idealismo rivoluzionario. La struttura del partito era ancora fluida; non era stata ancora calata nello stampo totalitario. L’integrità intellettuale era ancora apprezzata in un comunista; non era stata ancora sottomessa, per il bene, alla raison d’état di Mosca. Quelli che aderirono al partito nel 1930 cominciarono la loro esperienza a un livello molto più basso: fin dall’inizio furono maneggiati come reclute, nei cortili delle caserme del partito, dai sergenti maggiori del partito.

Questa differenza agisce sulla qualità dei ricordi degli ex comunisti. Silone, che aderì al partito nel 1921, ricorda con vero entusiasmo il suo primo contatto con esso; riesce a comunicare pienamente l’eccitazione intellettuale e l’entusiasmo morale con il quale il comunismo pulsava in quei primi giorni. I ricordi di Koestler e di Spender, che aderirono nel 1930, rivelano invece l’estrema sterilità morale e intellettuale del primo contatto del partito con essi. Silone e i suoi compagni erano prima intensamente interessati alle idee fondamentali e, dopo, furono assorbiti dal duro lavoro quotidiano. Nel racconto di Koestler, fin dal primo momento, il «compito assegnatogli» dal partito copre come un’ombra ogni questione di convinzione e ideali personali. Il comunista delle prime leve era un rivoluzionario prima di diventare un burattino, o che si attendesse che lo divenisse; il comunista delle ultime leve a stento riesce ad avere la possibilità di respirare la genuina arte rivoluzionaria.

Ciò nonostante, i motivi originari dell’adesione erano simili, se non identici, in quasi tutti i casi: esperienza di ingiustizia sociale o degradazione, un senso di insicurezza alimentato dalle brusche cadute di prezzi e crisi sociali, e il desiderio ardente di un grande ideale o proposito, o di una sicura guida intellettuale attraverso il vacillante labirinto della società moderna. Il nuovo venuto sente la miseria insopportabile del vecchio ordine capitalistico e la splendente luce della Rivoluzione russa illumina questa miseria con straordinaria vivezza. Socialismo, società priva di classe, il deperire dello Stato, tutto sembrava lì a portata di mano. Pochi dei nuovi venuti ebbero un qualche presentimento del sangue e del sudore e delle lacrime che sarebbero venute. Quanto a lui, l’intellettuale convertito al comunismo sembrava un nuovo Prometeo, salvo il fatto che non avrebbe voluto essere inchiodato alla roccia dall’ira di Zeus. «Nulla d’ora in poi (così Koestler ora ricorda il suo stato d’animo di quei giorni) può turbare la pace interiore e la serenità del convertito – salvo il timore che di tanto in tanto lo coglie di perdere nuovamente la fede…».

Il nostro ex comunista denuncia ora amaramente il tradimento delle sue speranze. Questo a lui sembra quasi senza precedenti; tuttavia, quando descrive eloquentemente le sue prime aspettative e illusioni, noi scopriamo un tono stranamente familiare. Esattamente allo stesso modo il deluso Wordsworth e i suoi contemporanei guardarono al loro primo giovanile entusiasmo per la Rivoluzione francese:

 

Fu beatitudine in quell’alba essere vivi

Ma essere giovani fu il vero paradiso!

 

L’intellettuale comunista che con emozione si stacca dal suo partito può reclamare qualche nobile antenato. Beethoven fece a pezzi il frontespizio dell’Eroica, sul quale aveva posto la dedica della sinfonia a Napoleone, quando ebbe notizia che il Primo Console stava per salire sul trono. Wordsworth chiamò l’incoronazione di Napoleone «un triste rovescio per l’intera umanità». In tutta Europa gli entusiasti della Rivoluzione francese rimasero come tramortiti nello scoprire che il Còrso liberatore dei popoli e nemico dei tiranni era lui stesso un tiranno e un oppressore. Allo stesso modo i Wordsworth dei nostri giorni rimasero attoniti alla vista di Stalin che fraternizzava con Hitler e Ribbentrop. Se nessuna nuova Eroica è stata creata ai nostri giorni, per lo meno le pagine dedicatorie delle sinfonie non scritte sono state lacerate con grandi squilli di trombe.

In Il Dio che è fallito, Louis Fischer cerca di spiegare, pieno alquanto di rimorso e in maniera non del tutto convincente, come mai abbia aderito per tanto tempo al culto di Stalin. Analizza la molteplicità dei motivi, alcuni a effetto lento ed altri rapido, che determinano il momento in cui la gente guarisce dall’infatuazione dello stalinismo. Altrettanto ineguale e mutevole fu quasi il vigore della delusione europea per Napoleone. Un grande poeta italiano, Ugo Foscolo, che era stato soldato di Napoleone e aveva composto un’Ode a Bonaparte liberatore, si rivoltò contro il proprio idolo dopo la pace di Campoformio, la quale deve aver tramortito un giacobino veneziano come il patto nazi-sovietico sbalordì un comunista polacco. Ma un uomo come Beethoven rimase sotto il fascino di Bonaparte ancora per sette anni, fino a che vide il despota lasciar cadere la maschera repubblicana. Ciò fu un campanello d’allarme paragonabile a quello che sarà il processo di epurazione fatto da Stalin nel 1930. Non vi è maggior tragedia che il soccombere di una grande rivoluzione al pugno di ferro che doveva difenderla dai nemici, né spettacolo più disgustoso di quello offerto da una tirannia postrivoluzionaria che si drappeggia delle bandiere della libertà. L’ex comunista è moralmente giustificato, al pari dell’ex giacobino, quando mette a nudo e si ribella contro questo spettacolo. Ma è vero, come Koestler proclama, che «gli ex comunisti sono gli unici… che sappiano realmente come stanno le cose»? Uno potrebbe azzardare l’asserzione che proprio l’opposto è vero: che, fra tutti, gli ex comunisti conoscono meno come stanno realmente le cose. In ogni caso, le pretese pedagogiche dei letterati ex comunisti appaiono eccessive in maniera grossolana. I più tra essi (Silone è una notevole eccezione) non sono mai stati dentro il reale movimento comunista, nel vivo della sua organizzazione clandestina o palese. Di regola, essi avanzano sul bordo letterario o giornalistico del partito. Le loro nozioni della dottrina e dell’ideologia comunista generalmente scaturiscono da una loro propria intuizione letteraria, che è talvolta acuta ma spesso fallace.

Ancor peggiore è la caratteristica incapacità dell’ex comunista al distacco. La sua reazione emotiva all’ambiente di prima lo mantiene nella sua stretta letale e gli impedisce di capire il dramma nel quale era coinvolto o semicoinvolto. Il quadro che traccia del comunismo e dello stalinismo è quello di una gigantesca assemblea di orrori intellettuali e morali. Vedendolo, i non iniziati sono trasportati dalla politica alla pure demonologia. Qualche volta l’effetto artistico può essere forte – orrori e demoni entrano realmente in molti capolavori poetici – ma è politicamente non degno di fiducia e perfino pericoloso. Naturalmente, la storia dello stalinismo abbonda di orrori; ma questo è soltanto uno dei suoi elementi, e perfino questo, il demoniaco, deve essere tradotto in termini di motivi e interessi umani. L’ex comunista non si attiene neanche alla traduzione.

In un raro lampo di genuina autocritica, Koestler ammette: «Di solito la nostra memoria colorisce romanticamente il passato. Ma quando ci si è staccati da una dottrina o si è stati traditi da un amico, funziona il meccanismo contrario. Alla luce di quella conoscenza posteriore, l’esperienza originale perde la sua innocenza, ed a ripensarci si offusca e si intorbidisce. Ho tentato in queste pagine di riafferrare lo stato d’animo in cui vennero in origine vissute le esperienze qui raccontate, e so di non esserci riuscito: si sono insinuate ironia, ira e vergogna, le passioni di quel tempo sembrano trasformarsi in pervertimenti, la loro intima certezza nel mondo chiuso e limitato dell’uomo dedito agli stupefacenti; l’ombra del filo spinato traversa il campo condannato della memoria. Coloro che furono presi dalla grande illusione del tempo nostro, e ne hanno vissuto il fallimento morale e intellettuale, o si danno a un nuovo vizio di genere opposto, o sono condannati a portarne i postumi per tutta la vita.»

Non è necessario che questo sia vero per tutti gli ex comunisti. Alcuni possono ancora sentire che la loro esperienza è stata libera dalle note di morbosità descritte da Koestler. Comunque, Koestler ha dato quasi un’onesta e veritiera caratterizzazione del tipo dell’ex comunista, al quale egli stesso appartiene; ma è difficile conciliare questo autoritratto con l’altra sua affermazione, che la confraternita per la quale egli parla «è l’unica gente… che conosca come realmente stanno le cose». Con eguale diritto uno che soffre di un colpo traumatico potrebbe affermare che egli è l’unico che veramente si intende di ferite e di chirurgia. Il massimo che l’intellettuale ex comunista conosce, o piuttosto sente, è la sua stessa malattia; ma è ignorante della natura della violenza esterna che l’ha prodotta, per non parlare della cura.

Questa emotività irrazionale domina l’evoluzione di più di un ex comunista. «La logica dell’opposizione ad ogni costo – dice Silone – ha condotto molti ex comunisti assai lontano dalle loro posizioni di partenza, e taluni addirittura al fascismo». Quali erano queste posizioni di partenza? Quasi ogni ex comunista ruppe con il suo partito in nome del comunismo. Quasi ognuno rese noto di difendere l’ideale del socialismo dagli abusi di una burocrazia dipendente da Mosca. Quasi ognuno cominciò con il gettare l’acqua sporca della Rivoluzione russa per proteggere il bambino che vi faceva il bagno.

Presto o tardi queste intenzioni furono dimenticate o abbandonate. Avendo rotto con la burocrazia del partito in nome del comunismo, l’eretico giunge a rompere con il comunismo stesso. Asserisce di aver fatto la scoperta che la radice del male va molto più in profondo di quanto dapprima aveva immaginato, anche se il suo scavare intorno alla radice possa essere stato assai pigro e molto superficiale. Non difende più il socialismo da sfacciati abusi; difende ora l’umanità dalla fallacia del socialismo. Non getta più l’acqua sporca della Rivoluzione russa per proteggere il bambino; scopre che il bambino è un mostro che deve essere strangolato. L’eretico diventa un rinnegato.

Quanto lontano egli sia andato dalla sua posizione dipartenza, l’essere diventato o meno – come dice Silone – un fascista, dipende dalle sue inclinazioni e gusti; e lo stalinista stupido che combatte l’eresia spesso spinge l’ex comunista agli estremi. Ma, qualunque siano le gradazioni degli atteggiamenti individuali, di regola l’intellettuale ex comunista cessa di opporsi al capitalismo. Spesso riprende vigore nella difesa di questo e porta in tale lavoro la mancanza di scrupoli, la strettezza mentale, il disprezzo della verità e l’intensa animosità, delle quali lo stalinismo l’ha imbevuto. Egli rimane un settario. È uno stalinista invertito e continua a vedere il mondo in bianco e nero: solo che i colori sono distribuiti in maniera diversa. Da comunista non vedeva alcuna differenza tra fascisti e socialdemocratici; da anticomunista non vede differenza tra nazismo e comunismo. Una volta, accettava la pretesa del partito all’infallibilità; ora, crede fermamente se stesso come infallibile. Essendo stato preso una volta dalla «più grande illusione», è ora ossessionato dalla più grande delusione del nostro tempo.

La sua precedente illusione implicava almeno un ideale positivo; la sua delusione è completamente negativa. La parte che svolge è pertanto intellettualmente e politicamente sterile. In questo, anche, egli assomiglia all’amareggiato ex giacobino dell’èra napoleonica. Wordsworth e Coleridge erano fatalmente ossessionati dal «pericolo giacobino » e la paura oscurava in loro perfino il genio poetico. Fu Coleridge che denunciò alla Camera dei Comuni un bill per la prevenzione della crudeltà contro gli animali come la «più forte sollecitazione di giacobinismo legislativo». L’ex giacobino divenne il suggeritore della reazione antigiacobina in Inghilterra. Direttamente o indirettamente, vi fu la sua influenza dietro i bill contro gli scrittori sediziosi e il tradimento epistolare, il bill contro le pratiche proditorie, e il bill sulle riunioni sediziose (1792-94), la sconfitta della riforma parlamentare, la sospensione dell’Habeas Corpus Act, e il rinvio dell’emancipazione delle minoranze religiose in Inghilterra per tutta la durata di una generazione. Dacché il conflitto con la Francia rivoluzionaria non costituiva «un tempo adatto a fare esperimenti azzardati», perfino il commercio degli schiavi ottenne un prolungamento di vita, nel nome della libertà.

Proprio nella stessa maniera il nostro ex comunista, per le migliori ragioni, fa le cose peggiori. Avanza animosamente in prima linea in ogni caccia alla strega; l’odio che lo acceca per il suo precedente ideale è lievito per il conservatorismo di oggi; non di rado egli denuncia anche il più mite segno del Welfare State come «bolscevismo legislativo». L’ex comunista contribuisce pesantemente al clima morale entro il quale si dischiude un moderno duplicato della reazione antigiacobina inglese. La sua grottesca rappresentazione riflette l’impasse nel quale egli stesso si trova. L’impasse è soltanto sua – fa parte del vicolo cieco entro il quale un’intera generazione conduce una vita incoerente e distratta.

Il parallelo storico qui disegnato si estende al più vasto sfondo delle due epoche. Il mondo è diviso tra stalinismo e un’alleanza antistalinista come in assai eguale maniera fu  diviso tra la Francia napoleonica e la Santa Alleanza. Si tratta di una divisione tra una rivoluzione degenerata sfruttata da un despota e un raggruppamento di predominanti, anche se non esclusivi, interessi conservatori. In termini di politica pratica la scelta sembra essere adesso, come lo fu allora, confinata a questa alternativa. Tuttavia i diritti e i torti della controversia sono così disperatamente confusi che, qualunque siano la scelta e i motivi pratici che vi hanno portato, è quasi certo che essa si rivelerà erronea alla fine e nel significato più largamente storico.

Un uomo onesto e fornito di mente critica poteva riconciliarsi con Napoleone così poco come può farlo ora con Stalin. Ma a dispetto della violenza e delle frodi di Napoleone, il messaggio della Rivoluzione francese sopravvisse fragorosamente e potentemente durante il secolo diciannovesimo. La Santa Alleanza liberò l’Europa dall’oppressione di Napoleone, e per un momento questa vittoria fu invocata a gran voce dalla maggior parte degli europei. Tuttavia ciò che Castlereagh e Metternich e Alessandro I avevano da offrire all’Europa liberata era semplicemente la preservazione di un ordine vecchio e in decomposizione. In tal modo gli abusi e le aggressioni di un impero nutrito dalla rivoluzione diedero un nuovo prolungamento di vita al feudalesimo europeo.

Fu questo il più grande e inaspettato trionfo dell’ex giacobino. Ma il prezzo ch’egli pagò per esso fu che egli stesso e la sua causa antigiacobina apparvero come un anacronismo cattivo e ridicolo. Nell’anno della sconfitta di Napoleone, Shelley scrisse a Wordsworth:

 

In onorata povertà la tua voce tessé

canzoni consacrate alla verità e alla libertà –

disertando queste, tu mi lasci a piangere,

così essendo stato, dovresti cessare di esistere.

 

Se il nostro ex comunista ha un qualche senso storico, dovrebbe meditare su questa lezione.

Taluni degli ex giacobini suggeritori della reazione antigiacobina ebbero così pochi scrupoli a proposito del loro voltafaccia al pari di quanto pochi ne hanno ai nostri giorni i Burnham e le Ruth Fischer. Altri furono pieni di rimorsi, e addussero a pretesto il sentimento patriottico, o una filosofia del male minore, o entrambe le cose, per spiegare come mai si erano schierati con le vecchie dinastie contro un imperatore venuto dal nulla. Se non giunsero fino a negare i vizi delle corti e dei governi che un tempo avevano denunciato, proclamarono però che questi governi erano più liberali di Napoleone. Ciò era certamente vero per il governo di Pitt, sebbene alla lunga l’influenza sociale e politica della Francia napoleonica sulla civiltà europea sia stata più duratura e fruttuosa di quella dell’Inghilterra di Pitt, per non parlare dell’influenza dell’Austria di Metternich o della Russia di Alessandro.

«Che dolore che le migliori speranze della terra riposino tutte in te!», fu il sospiro di rassegnazione con il quale Wordsworth riconciliava se stesso con l’Inghilterra di Pitt. «Molto, molto più abietto è il tuo nemico», fu la sua formula di riconciliazione. «Molto, molto più abietto è il suo nemico» avrebbe potuto essere anche il testo per Il Dio che è fallito, e per la filosofia del male minore esposta nelle sue pagine. L’ardore con il quale gli scrittori di questo libro difendono l’Occidente contro la Russia e il comunismo è alle volte raffreddato da incertezza o residua inibizione ideologica. L’incertezza appare anche tra le righe delle loro confessioni, o in curiosi incisi. (…) La totale confusione di intelletto ed emozione dell’ex comunista lo rende disadatto ad ogni attività politica. Egli è ossessionato da un vago senso di aver tradito o i suoi precedenti ideali o gli ideali della società borghese; come Koestler, può anche avere una nozione ambivalente di avere tradito entrambi. Cerca poi di sopprimere il suo senso di colpa e di incertezza, o di nasconderlo sotto un’esibizione di straordinaria certezza o di frenetica aggressività. Insiste sul fatto che il mondo deve riconoscere la sua coscienza sporca come la più pulita di tutte. Non può più preoccuparsi di alcuna causa, salvo una sola: la giustificazione di se stesso, e questo è il movente più pericoloso per ogni attività politica. (…)

 

Da Isaac Deutscher, Profilo dell’ex comunista. Originalmente pubblicato su «The Reporter» nell’aprile 1950, il testo è tratto da A. Saitta, Storia e miti del ‘900, Laterza, Bari 1960, pp. 671-86 (traduzione di Chiara Frugoni).

 

Chi è Isaac Deutscher? (1907-1967) Ebreo di Galizia, militante comunista nella Polonia degli anni Trenta, giornalista a Londra negli anni Quaranta, si afferma all'indomani della seconda guerra mondiale come uno dei massimi studiosi mondiali della Rivoluzione russa. Tra i suoi libri, tradotti in italiano dalle edizioni Longanesi, una biografia di Stalin, una monumentale trilogia su Trockij, una raccolta di saggi su «eretici» e «rinnegati» del movimento comunista internazionale.

 

 

Bibliografia

1 Tradotto in Italia dalle edizioni di Comunità nel corso stesso del 1950, il libro è attualmente disponibile in italiano per i tipi di Baldini & Castoldi, Milano 1993.

2 Vedi D. Singer, Armed with a Pen, in D. Horowitz (a cura di), Isaac Deutscher: the Men and His Work, Macdonald and Co., London 1971, pp. 37 sgg.

3 I. Deutscher, Stalin. A Political Biography, Oxford University press, London 1961. Trad. it. Stalin. Una biografia politica, Longanesi, Milano 1969.

4 Lo studio più completo sul tema è quello di M. Rohrwasser, Der Stalinismus und die Renegaten. Die Literatur der Exkommunisten, J. B. Metzlersche, Stuttgart 1991.

5 Per il contesto, mi limito a rinviare a due studi recenti (e diversamente orientati): E. Schrecker, Many Are the Crimes. McCarthyism in America, Princeton University Press, Princeton 1998, pp. 119 sgg.; R. G. Powers, Not Without Honor. The History of American Anticommunism, Yale University Press, New Haven 1998, pp. 191 sgg.

6 La mia ricostruzione si basa sulla testimonianza della moglie, Tamara Deutscher: Work in Progress, in Horowitz, Isaac Deutscher cit., pp. 70 sgg.

7 Per una contestualizzazione, vedi P. Coleman, The Liberal Conspiracy. The Congress for Cultural Freedom and the Struggle for the Mind of Postwar Europe, The Free Press, New York 1989; F. Stonor-Saunders, The Cultural Cold War. The Cia and the World of Arts and Letters, The New Press, New York 1999.

8 Per una prima rilettura della querelle, che andrebbe rivisitata con attenzione, vedi A. Cardini, Tempi di ferro. «Il Mondo» e l’Italia del dopoguerra, il Mulino, Bologna 1992, pp. 183 sgg.

9 Si veda, per il caso italiano, F. Andreucci, «Dissent and Anathema: the Demonization of the Adversary and the Annulment of the Ex-Communist. Italy 1929-1956», http://storiacontemporanea.freeweb.supereva.it/Dissent.htm.

10 Vedi D. Biocca e M. Canali, L’informatore. Silone, i comunisti e la polizia, Luni, Milano 2000.

11 Vedi D. Bidussa e D. Peschanski (a cura di), La France de Vichy. Archives inédites d’Angelo Tasca, Feltrinelli, Milano 1996.

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