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Israele. La crisi di una democrazia etnica

Written by David Bidussa Friday, 01 February 2002 02:00 Print

La disamina della realtà israeliana viene spesso risolta nell’analisi interna alla regione mediorientale. La convinzione è che la crisi d’Israele sarà superabile quando i malesseri di gruppo troveranno una loro soluzione territoriale e spaziale in modo da conseguire una definitiva pacificazione dell’area. Ciò a cui stiamo assistendo da quindici mesi richiede una soluzione di questo tipo. Ma questo sarà solo l’epilogo (se pacificato e concordato). L’origine della crisi è altrove, ha una natura radicale e riguarda egualmente entrambi gli attori presenti: sia gli israeliani, sia i palestinesi.

 

La disamina della realtà israeliana viene spesso risolta nell’analisi interna alla regione mediorientale. La convinzione è che la crisi d’Israele sarà superabile quando i malesseri di gruppo troveranno una loro soluzione territoriale e spaziale in modo da conseguire una definitiva pacificazione dell’area. Ciò a cui stiamo assistendo da quindici mesi richiede una soluzione di questo tipo. Ma questo sarà solo l’epilogo (se pacificato e concordato). L’origine della crisi è altrove, ha una natura radicale e riguarda egualmente entrambi gli attori presenti: sia gli israeliani, sia i palestinesi. L’origine della crisi tanto in area palestinese come in quella israeliana consiste in un deficit di cultura politica e rinvia alla crisi di un codice politico fondativo per entrambi, ovvero riguarda le politiche identitarie di gruppo. In queste brevi considerazioni mi limiterò a elencare alcuni dei nodi che a mio avviso indicano la crisi in atto nel contesto israeliano. Non possiedo la conoscenza per proporre un’analoga indagine riferita all’area palestinese. Tuttavia sono convinto che anche per i palestinesi i problemi politici siano gli stessi, riguardino la stessa incapacità di fondare una politica non identitaria e alla fine etnica, e che dunque in questione non ci sia, se si vuol individuare e delineare un’ipotesi di stabilità, una generica «ansia per lo Stato», ma un preciso deficit culturale e politico per la definizione di una società civile democratica, pluralistica e multietnica. Oggi questo problema è drammaticamente aperto per tutti gli attori presenti sulla scena e nasce dallo stesso deficit politico-culturale. La questione centrale del Medio Oriente e del conflitto israelo-palestinese è fare in modo che il futuro non sia una costante presentificazione del passato, di una continua e ininterrotta catena di lapidi e di morti che diano ragione del proprio esserci. Ma nasce da una «scommessa sul futuro». In ciò l’esito migliore è segnato da una preoccupazione rivolta alla definizione di una politica regionale. Ma questa sarà solo un vago sogno, se ancora l’identità degli attori sarà definita dalla catena dei morti.

Lo scenario mediorientale contiene varie raffigurazioni di crisi. Vi è una forma che concerne il rapporto tra Stato e attori collettivi che in ogni configurazione statale si esprime in forme specifiche; vi è una crisi degli assetti interni di ciascuno Stato. Vi è, e non è un fatto marginale, una crisi delle opinioni pubbliche. Questa crisi assume forme specifiche in relazione ai margini di libertà di opinione e di organizzazione, in relazione alle forme di protesta e ai linguaggi politici che questa può rendere pubblici o attraverso il codice subliminale della sfera teologica. Tutte le società politiche dell’area mediorientale hanno subìto a partire dalla fine degli anni Ottanta – probabilmente in relazione con la fine del bipolarismo – una trasformazione delle forme consolidate del proprio consenso. E, soprattutto, hanno avuto profonde lacerazioni nelle proprie leadership. La crisi di Israele può essere affrontata in vari modi, essa però si origina non da un fortuito contrattempo, ma possiede una natura strutturale. Una crisi che nasce non tanto dalle politiche contingenti ma dalla fine di un modello e forse anche di un progetto al termine del quale rimane un insieme di simboli attraverso i quali pensare la propria identità.

A un primo livello, la crisi di Israele va individuata come crisi della forma Stato e del farsi Stato degli ebrei moderni.1 Ne consegue una prima fisionomia della crisi in corso: quella culturale e societaria di un soggetto storico e non solo, né prevalentemente, la fine di un assetto regionale. Ma Israele non è solo uno Stato, è anche un intreccio di problemi inerenti l’identità storico-culturale di un soggetto. A suo modo nella crisi sociale di Israele si riversa e si riflette anche il problema dell’identità ebraica dopo la scommessa sulla forma Stato.2 Muoverò le mie considerazioni da una osservazione apparentemente eccentrica, ma ad alto tasso di problematicità. Nel linguaggio pubblico noi assumiamo il lemma Israel come sintesi di una identità. In realtà il termine Israel in ebraico non designa niente. In ebraico (e la lingua di un gruppo umano statualmente definito costituisce una spia indiziaria significativa) si hanno espressioni come «il popolo di Israel», lo «Stato di Israel», la «terra di Israel». Ma da solo «Israel» non sussiste. Ciò pone un problema che non ho la competenza disciplinare di affrontare3 e che sinteticamente si potrebbe proporre in questi termini: non esiste Israel se non come «appartenenza», come «discendenza» e dunque come «trasmissione di sapere», ma anche come identità culturale. Questo aspetto sembra sottoporre a stress alcuni concetti che fondano il lessico politico della modernità, per certi aspetti anticipandone o prefigurandone la crisi. Israel, se non è riducibile a un luogo, acquista poi nella pratica della comunicazione e nella costruzione dell’immaginario sociale qualcosa che per sua stessa natura diviene inquietante: io ebreo che vivo in Occidente, appartengo a Israel ma non vivo in Israel. Ecco una sintesi che tutta la logica del pensiero politico liberale comprende con difficoltà e che fa dell’ebreo moderno immerso e partecipe dello Stato di diritto anche un individuo partecipe di una dimensione comunitaria di tipo «prestatale», talora premoderna, talaltra postmoderna. Ma, contemporaneamente, in questa doppia veste si dimostra che tutta la sfera della dimensione formalizzata della cittadinanza moderna vive di più segmenti identitari. E spesso questi «molti lati», anziché una risorsa o la descrizione di una realtà pluristratificata di un individuo storicamente dato, vengono assunti come minaccia.4

In questo senso la realtà israeliana va colta come una dimensione non relazionata a una non compiutezza democratica, ma come un sistema sociale e politico in un qualche modo post-moderno in cui il criterio fondante è la democrazia etnica, ovvero un sistema che combina l’estensione dei diritti politici e civili individuali in riferimento a delle appartenenze di gruppo e all’interno dell’accreditamento del gruppo ne sancisce la legittimità. Tutto questo combinandolo a un controllo di maggioranza o di gruppo etnico di maggioranza sulla macchina statuale. Si potrebbe ritenere che questa macchina e questo sistema di rappresentazione costituisca un residuo di premodernità o di non compiuta «modernità». Tuttavia la dinamica della composizione delle società affluenti lascia invece intravedere che forse questo scenario rappresenti una prefigurazione piuttosto che un ritardo o una non compiutezza. In questo senso il conflitto etnico all’interno di regole del gioco democratico, anziché come un’eccezione, potrebbe esser colto come un prototipo su cui pensare le nuove regole infraconflittuali delle società democratiche dopo la crisi del Welfare distributivo e sollecitate da ondate migratorie che ne scombinano il quadro di composizione omogenea.5

Questa prima questione ne apre molte altre e delinea sostanzialmente il profilo complessivo della crisi israeliana. Come la realtà israeliana narra se stessa e gli strumenti attraverso i quali agli occhi del mondo esterno essa viene percepita – dalla letteratura alla cinematografia – sono entrambi processi culturali che designano l’effetto di questa questione inerente il tema della cittadinanza. Ma di segno analogo è il dibattito sulla questione dell’identità culturale dell’Israele contemporaneo e della sua fisionomia rispetto a elementi strutturali che rinviano alla storia ebraica nei suoi tratti di «storia immobile» o di paradigmi della sua storia culturale e costituzionale. Così come la discussione aperta dai nuovi storici israeliani: un dibattito inaugurato negli anni Ottanta attraverso le ricerche di Tom Segev e di Benny Morris ma che è improprio e limitante collocare solo all’interno della questione dell’origine dello Stato di Israele o della storia politica del Novecento. Infatti, se l’avvio di una riflessione storiografica è indubitabilmente sollecitato dai problemi che costituiscono il nodo delle origini, è anche vero che quel dibattito rimette in discussione tutto il complesso della produzione storiografica israeliana a partire dall’idea stessa di storia ebraica o di storia dell’ebraismo, coinvolgendo l’antichistica come la contemporaneistica, la storia della cultura come la storia sociale. Il tema da questo lato non è solo, come del resto in altri contesti, la ricostruzione differenziata di un evento e la valutazione delle contrastanti versioni che quelle diverse procedure includono. In realtà dietro al dibattito sulla storia si colloca interamente la questione della costruzione della memoria pubblica ma anche della memoria di gruppo come fondamento dell’identità ebraica in età moderna. Una relazione tra storia-memoria e oblio che per più aspetti comprende specifiche dinamiche di costruzione della propria storicità anche a prescindere dalla costruzione della storia di sé come celebrazione e definizione della propria essenza nazionale.

Si può interpretare complessivamente questo fenomeno come la lenta emersione di una crisi culturale, più generalmente del paradigma culturale che ha fondato la costruzione identitaria dell’israeliano a partire dal tramonto di quel compromesso che segna la sua religione civica. Ma ciò avviene non solo perché lentamente è venuto meno quel processo di costruzione magmatica, per certi aspetti rigenerativo e alternativo ai moduli culturali della lunga esperienza diasporica, quale l’esperienza sionistica dichiarava di voler conseguire. La realtà israeliana dal punto di vista delle sua composizione non è un melting pot riuscito. La genetica della salvezza, ovvero il processo di inclusione attraverso il riconoscimento della supremazia e della conferma del modello di vita e di credenze della generazione fondativa e pionieristica, non costituisce ormai una procedura. Ma nemmeno il suo opposto, la rigenerazione universale, ossia la possibilità che solo la sommatoria e la sovrapposizione delle volontà e delle fisionomie culturali che costituiscono il complesso societario costituiscano il viatico per una società inclusiva e partecipativa, sembra definire un percorso. In breve è pressoché inibita la possibilità di definire lo stereotipo dell’israeliano. La realtà israeliana è esattamente l’opposto, comunque molto lontana, dal quadro societario e culturale definito nell’immaginario sionista di origine.

Il tema diviene dunque quello dei flussi di immigrazione, della sovrapposizione e della mancata riuscita di una fusione. Ma anche, e forse soprattutto, della crisi di un ceto politico che non è stato ricambiato e che subisce come una metamorfosi poco governata le trasformazioni del complesso societario israeliano, mentre ancora non è riuscito a emanciparsi da un mito delle origini o esprime la propria legittimazione attraverso l’immaginario politico delle immigrazioni a forte tasso ideologico del primo quarto del Novecento. La realtà israeliana è divisa verticalmente tra una dimensione che ancora si ispira all’ipotesi dei «padri fondatori» e una dimensione – indifferentemente propria dei laici o degli osservanti e degli ortodossi – che ritiene che il mito fondativo vada sostanzialmente riscritto. Su questo aspetto gli effetti sociali, comportamentali, anche mentali indotti dalle ondate migratorie – soprattutto dalle aree ex-sovietiche6 – sono stati sicuramente laceranti.

Su questo dato si innesta l’esito politico della congiuntura in corso aperto con la «seconda intifada» e di cui l’esito politico e governativo – ovvero il successo politico di Sharon – risulta incomprensibile se guardato in sé come conseguenza di una disperazione politica o di una condizione di panico. Gli elementi che conducono alla vittoria elettorale di Sharon rinviano a un quadro di ragioni non solo congiunturale ma anche strutturale che chiama in causa il sionismo, sia come progetto politico sia come discorso politico attraverso il quale si è espressa l’identità culturale ebraica in età contemporanea. Ma la stessa trasformazione riguarda anche il cosmo palestinese e, per comprenderla o per vederne la fisionomia, un’omelia limitata alla dimensione della «liberazione nazionale» non è più sufficiente a spiegare le profonde fratture che la lacerano. Lo Stato dei palestinesi sarà anche il risultato di una profonda riscrittura del patto costituzionale che ha definito negli ultimi cinquant’anni la propria identità politica oltre la dimensione etnica.

 

 

Bibliografia

1 In una prima forma le matrici profonde di questa crisi erano già state delineate da chi scrive alla fine degli anni Ottanta. Cfr. D. Bidussa, Gli ebrei moderni e gli uomini di mezzanotte, in Ebrei moderni. Identità e stereotipi culturali, Bollati Boringhieri, Torino 1989, pp. 15-31 e 141-153.

2 Tale questione – che nel mondo politico-culturale e accademico europeo sembra in qualche modo recente o comunque indotta dagli ultimi avvenimenti politici – è parte dell’agenda culturale israeliana almeno da un decennio e inizia a circolare a metà degli anni Ottanta. Il primo a formularla nel 1985 è Baruch Kimmerling. Cfr. Baruch Kimmerling, Between the Primordial and the Civil Definitions of Collective Identituy: Eretz Israel or the State of Israel, in Comparative social dynamics: essays in honor of S.N. Eisenstadt, Erik Cohen – Moshe Lissak – Uri Almagor (Eds.), Wetsview Press, Boulder (CO) 1985, p. 277.

3 Il problema è quello della sfera costituzionale e della dimensione giurisprudenziale, nonché quello dei diritti individuali nel sistema giuridico israeliano. Per quanto concerne questi temi si vedano i testi di Claude Klein, Aharon Barak, David Kretzmer e Françoise Dreyfus in «Pouvoirs», 1995, 72.

4 Si veda la discussione suscitata dai due editoriali di Barbara Spinelli (Ebraismo senza “mea culpa” e La pace, il cavaliere e l’armatura svuotata, in “La Stampa”, rispettivamente 28 ottobre e 4 novembre 2001), fondata sulla convinzione che non esistono individui dinamici, la cui identità è un risultato, ma solo statici per i quali l’identità è una realtà immodificabile nel tempo.

5 Su ciò il dibattito in Israele tra gli scienziati sociali è aperto da almeno cinque anni. Il testo fondamentale è quello del sociologo Sammy Smooha, Ethnic Democracy: Israel as an Archetype, in «Israel Studies», 1997, 2, pp. 198-241.

6 Cfr. Laura Lombardi, L’immigrazione russa in Israele negli anni ’90, in «Rassegna Mensile di Israel», 2000, 1, pp. 63-88.

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