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Putin il Grande e il ritorno della Russia

Written by Mauro Martini Friday, 01 February 2002 02:00 Print

Se c’è un punto su cui l’opinione pubblica russa concorda, sondaggio dopo sondaggio (e l’ultimo è stato pubblicato con grande rilievo dalla «Literaturnaja gazeta» agli inizi di novembre), è che l’unico vero riformatore degli ultimi tre secoli è stato Pietro il Grande: quote di intervistati sempre vicine al 90% giudicano positivamente sia il personaggio in sé sia l’influsso delle sue misure sul corso della storia del paese. Difficile dire quanto il presidente Vladimir Putin creda ai sondaggi. Sicuramente presta loro fede il creatore e curatore dell’immagine del Cremlino post-eltsiniano, Gleb Pavlovskij, il quale insiste meticolosamente sugli elementi di somiglianza tra Putin e Pietro offrendo ai russi quel che i russi nella stragrande maggioranza vogliono vedersi offrire.

 

Se c’è un punto su cui l’opinione pubblica russa concorda, sondaggio dopo sondaggio (e l’ultimo è stato pubblicato con grande rilievo dalla «Literaturnaja gazeta» agli inizi di novembre), è che l’unico vero riformatore degli ultimi tre secoli è stato Pietro il Grande: quote di intervistati sempre vicine al 90% giudicano positivamente sia il personaggio in sé sia l’influsso delle sue misure sul corso della storia del paese. Difficile dire quanto il presidente Vladimir Putin creda ai sondaggi. Sicuramente presta loro fede il creatore e curatore dell’immagine del Cremlino post-eltsiniano, Gleb Pavlovskij, il quale insiste meticolosamente sugli elementi di somiglianza tra Putin e Pietro offrendo ai russi quel che i russi nella stragrande maggioranza vogliono vedersi offrire. I cremlinologi in servizio permanente effettivo anche a dieci anni dal crollo dell’URSS non cessano di sfornare interpretazioni dietrologiche sull’ascesa e sulla fortuna dell’ex ufficiale del KGB diventato presidente. E non vi è dubbio che qualche zona di oscurità rimanga nel curriculum putiniano: il periodo pietroburghese, per esempio, a partire dalle misteriose cause che nel 1990 spinsero il sindaco democratico della capitale del Nord, Anatolij Sobčak, a fidarsi quasi ciecamente di quel čekista che era stato richiamato senza troppe spiegazioni dalla agonizzante Germania orientale; oppure la chiamata a Mosca su pressione di Anatolij čubajs a sostegno di una delle cordate che si disputavano il controllo su un Boris Eltsin appena rieletto ma messo fuori gioco da un cuore fortemente indebolito. Non si può ignorare un semplice dato di fatto: nel 2000 Putin ha ereditato una Russia ancora sfibrata dalla crisi finanziaria di due anni prima, anche se già corroborata dai proventi della vendita del greggio sui mercati internazionali, e isolata in seguito alla guerra della NATO contro la Serbia per la questione del Kosovo, guerra che la diplomazia moscovita non era riuscita né a scongiurare né a governare. I simboli di quella Russia sono quelli dell’estate del 2000: il sottomarino nucleare «Kursk» affondato nell’inconcludenza dei vertici della marina militare e del ministero della Difesa da un lato e la torre televisiva di Ostankino in fiamme dall’altro.

Alla fine del 2001 il quadro complessivo è ben diverso: il petrolio continua a rimpinguare con sostanziose iniezioni di valuta forte le casse dello Stato e delle compagnie petrolifere in buona parte privatizzate che per la prima volta hanno messo in cantiere seri progetti di sviluppo (e di conseguenza sono riluttanti ad accogliere l’invito a tagliare la produzione per solidarietà con i paesi OPEC); la sessione estiva della Duma ha varato una serie di riforme strutturali che la squadra economica del Cremlino ha deciso di volgere a sostegno della creazione della piccola impresa, passando anche attraverso una semplificazione fiscale. Ma soprattutto la Russia, lungi dall’essere ancora isolata internazionalmente, è protagonista di primissimo piano della scena diplomatica. Si è imposta come colonna portante della coalizione che ha sostenuto la prima fase della guerra al terrorismo dopo gli attentati dell’11 settembre. Ha ripristinato la sua natura eurasiatica recuperando un’influenza sostanziale in Asia centrale (e non soltanto nelle repubbliche ex sovietiche: il ritorno di militari russi a Kabul dopo la non gloriosa ritirata dell’Armata Rossa nel 1987 ha un forte impatto simbolico, anche se si tratta di corpi militarizzati del ministero per le situazioni di emergenza). È candidata a far parte di un Consiglio allargato dell’Alleanza atlantica con l’eventualità di vedersi riconoscere anche un diritto di veto. Tre condizioni che solo il 10 settembre sarebbero state impensabili. L’impressione era che l’amministrazione di George W. Bush, fortemente influenzata dalla scuola di pensiero del noto storico della Russia Richard Pipes attraverso la presenza del consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice, cercasse di imporre il proprio diritto di scegliere e di agire senza sentire il bisogno di cercare un qualsiasi accordo con Mosca, ridotta a capitale di una potenza regionale e assolutamente ininfluente ai fini delle decisioni dell’unica superpotenza esistente. Superpotenza per di più tentata dalla vocazione all’isolazionismo nella convinzione, culturale prima che politica, che gli Stati Uniti possano avere alleati ma non amici e siano costretti a pensare a se stessi, e al mondo, in splendida e agguerrita solitudine.

D’altro canto l’Asia centrale ex sovietica sembrava definitivamente perduta all’influenza russa, travolta dalle regole o meglio dalla mancanza di regole della nuova edizione del «grande gioco» petrolifero legato allo sfruttamento delle mitiche riserve off shore del Mar Caspio: un’intricata rete di oleodotti e di gasdotti, spesso più annunciati che realmente messi in cantiere, capace però, pur nella sua elevata virtualità, di sovvertire la geopolitica della regione, a cominciare dalla consegna nel 1996 dell’Afghanistan ai talebani, agli «studenti coranici» che promettevano la fine dell’anarchia dei «signori della guerra». La Russia si proponeva come strumento di difesa nei confronti dell’irruzione del fondamentalismo islamico, ma il rischio, pur concreto, non riusciva a distogliere i clan alla guida delle repubbliche ex sovietiche dalla tentazione rappresentata dalle promesse di massicci investimenti statunitensi. Promesse inizialmente al servizio di un progetto che prevedeva anche un’estrema tolleranza nei confronti del regime di Kabul. Sul fronte occidentale poi non passava settimana che Mosca non dovesse prendere posizione sulla prospettiva di un ulteriore allargamento della NATO a Est e sul concreto pericolo di ritrovarsi i dispositivi di difesa dell’alleanza ex nemica immediatamente a ridosso dei propri confini con le repubbliche baltiche, candidate privilegiate del secondo turno di adesioni.

A Putin e ai suoi va riconosciuto il merito della tempestività. Segno eloquente del fatto che hanno ragione i critici del presidente quando sostengono che la sua propensione verso l’Occidente non è contingente e dettata da necessità, com’era forse quella di Eltsin, ma strutturale e frutto di convinzione. Naturalmente il dibattito politico russo è spesso così schematico che si arriva al paradosso di liquidare con espressioni come «occidentalismo» o peggio «cedimento all’Occidente» posizioni ben più complesse che immaginano il futuro della Russia saldamente ancorato all’élite industrializzata del pianeta e soffrono i limiti di ogni arroccamento. Al pari è insensato nei paesi occidentali cercare di spiegare il nuovo atteggiamento del Cremlino come il modo più rapido ed efficace per tornare a battere cassa presso quelle istituzioni finanziarie internazionali e quelle banche che dopo gli scandali del 1999 hanno dato prova di maggior oculatezza nella concessione di crediti all’economia russa. La rapidità con cui Putin ha colto tutte le opportunità insite negli attentati dell’11 settembre e ha saputo metterle a frutto nel giro di pochissimi giorni dimostra che il crollo delle torri newyorkesi ha soltanto accelerato e facilitato un processo di ripensamento della collocazione internazionale della Russia. Processo cui non è certo estranea la scuola primakoviana, considerato il ruolo che vi svolge il ministro degli Esteri Igor Ivanov, leale interprete delle opinioni del suo maestro di sempre, l’ex capo della diplomazia ed ex primo ministro Evgenij Primakov. Gli amanti dell’immagine di un potere russo «duro e puro» custodiscono con cura nel cuore il ricordo di quella giornata del marzo 1999 in cui Primakov, in volo verso Washington per una visita ufficiale, colto di sorpresa dalla notizia dell’inizio dei bombardamenti su Belgrado da parte della NATO, fu costretto a ordinare al pilota dell’aereo di tornare precipitosamente indietro. L’ex premier detesta invece che solo gli si accenni a quell’episodio, eterna memoria di una situazione politicamente senza via di uscita, drammaticamente priva di ogni spazio di mediazione. E da quando Putin lo impiega come consulente per le questioni internazionali, in nome del comune passato nei servizi di sicurezza, Primakov non ha mai mancato di suggerire strategie fluide, aperte a molteplici sviluppi, mai condannate all’univoca e impotente manifestazione di una sdegnata protesta. In fin dei conti anche questo si celava, e si cela, dietro la parola d’ordine del «multipolarismo» che serve non a prefigurare una difficoltosa alleanza tra Russia e Cina, paesi per forza di cose destinati al confronto se non al conflitto nel lungo periodo, ma a distrarre gli Stati Uniti dalla loro pericolosa vocazione a tentare la carta dell’isolamento nella soluzione delle crisi.

Al Cremlino sono stati velocissimi ad applicare la strategia primakoviana, cui Putin ha dato corpo fin dalle primissime conversazioni telefoniche con Bush scandendo una sequenza incalzante di mosse. Prima mossa: strappare il riconoscimento del fatto che la Russia vanta una sorta di primogenitura nella lotta contro il terrorismo di matrice islamista almeno a partire dalla seconda guerra caucasica del 1999; e che anzi Mosca non soltanto non sarebbe stata adeguatamente sostenuta in questa lotta ma avrebbe subito una sorta di boicottaggio mascherato da difesa dei diritti umani e civili in Cecenia. Seconda mossa: affermare il principio che la lotta contro il terrorismo islamista non può essere esclusivo appannaggio degli Stati Uniti ma va affidata a un’ampia coalizione di forze e di paesi che esuli dalle alleanze e dalle organizzazioni militari formalmente esistenti. Terza mossa: trasformare di conseguenza la NATO da organizzazione militare a organizzazione di sicurezza con un ampliamento dei suoi confini territoriali di intervento dall’area atlantica al continente eurasiatico, con evidente aumento dell’influenza della Russia che di quel continente è geopoliticamente al centro. Ovviamente il successo delle mosse a sorpresa è stato completo, coronato da alcuni incontri di grande vetrina, a Shangai e in Texas, ma ci vorrà del tempo per capire fino a che punto esso possa dirsi consolidato. Probabilmente bisognerà attendere la visita di Bush in Russia del giugno prossimo e l’annunciato soggiorno dei due presidenti nella campagna pietroburghese per testare con un buon grado di sicurezza lo stato delle relazioni tra i due paesi. In fin dei conti la Casa Bianca non si è risparmiata il colpo di ingegno dell’uscita unilaterale dal trattato ABM del 1972, iniziativa cui Putin ha reagito con estrema freddezza, limitandosi a ribadire la sua convinzione che si tratti di un errore. Certo, gli Stati Uniti, con tutti i loro esperimenti in vista di uno scudo stellare di difesa, restano vulnerabili per alcuni anni ancora e nell’immediato alla Russia preme assai di più che la fase due della guerra al terrorismo non si risolva in un attacco decisivo all’Iraq (almeno non prima che la diplomazia moscovita, assai attiva sotto traccia, si sia inventata una mediazione credibile: e anche in questo campo le passate esperienze di Primakov, mediatore senza successo alla vigilia della guerra del Golfo tra le Nazioni Unite e Saddam Hussein, pesano come macigni). Ma il segnale non va sottovalutato: sta ad indicare che a Washington, superato lo sbandamento di settembre e vinta sul campo la guerra in Afghanistan con anticipo di alcuni mesi sul previsto, torna la voglia di fare da sé senza consegnarsi ai vincoli imposti da troppo strette alleanze.

Intanto Putin si gode i risultati immediatamente spendibili, primo fra tutti una presenza dei suoi uomini a Kabul che significa essenzialmente la fine di ogni progetto di trasporto del greggio del Caspio verso l’Oceano Indiano e un ritorno degli oleodotti verso la Russia con i conseguenti benefici in royalties versati dalle compagnie straniere e in un maggior coinvolgimento delle compagnie nazionali. Il flusso di denaro in tal modo garantito consentirà di sostenere la costante crescita del tenore di vita medio della popolazione e con ogni probabilità eviterà al presidente grossi problemi di consenso. Anche se fortissima sarà l’offensiva propagandistica della sinistra comunista e della destra nazionalista unite nella critica al «cedimento all’Occidente» e altrettanto forte sarà la risonanza mediatica che tale critica avrà all’estero (un po’ meno in Russia dove i mezzi di comunicazione di massa sono ormai sotto il controllo diretto o indiretto del Cremlino: proprio in queste settimane si sta completando il mosaico con l’assalto da parte della compagnia petrolifera Lukojl dell’ultimo tassello, la Tv6 di Boris Berezovskij, ripetuta soltanto nella zona di Mosca ma appetibile dopo il successo della versione non autorizzata del «Grande fratello», in russo «Za steklom»).

Putin è stato abilissimo ad adattarsi al tanto amato modello di Pietro il Grande e ad evitare l’esempio degli altri riformatori che l’opinione pubblica sembra disdegnare: soltanto Lenin con valori intorno al 30% si distacca dalla geenna in cui affondano pressoché a pari merito l’ultimo presidente dell’URSS Michail Gorbaciov e il primo presidente della Russia postcomunista Eltsin. Il giovane successore non è seguace di Pietro I per il suo occidentalismo, come si potrebbe banalmente pensare. Lo è per la sua capacità di smantellare anche con mezzi radicali, come ha dimostrato la vicenda del magnate televisivo Vladimir Gusinskij, ogni coalizione costituita di interessi in modo da impedire la nascita di alleanze in grado di organizzare l’eventuale disagio della popolazione. In fin dei conti il capolavoro politico di Putin è la disgregazione della cosiddetta «famiglia» eltsiniana, attuata attraverso la persecuzione giudiziaria di colui che ne era la vera anima, vale a dire Berezovskij, oggi costretto a un dorato esilio a Parigi e impossibilitato a tornare in patria per non esser fatto oggetto dei mandati di cattura spiccati dalla procura di Mosca per riciclaggio di denaro attraverso una consociata elvetica dell’Aeroflot. Il presidente non ha avuto alcun ritegno a sporcarsi le mani, o a farle sporcare ai suoi fedelissimi, con una guerra non sempre leale contro le bande ereditate dal periodo eltsiniano, ivi comprese quelle che hanno facilitato la sua ascesa al potere nella speranza, andata regolarmente delusa, di impunità.

Ma Putin non è solo la prosecuzione con altri mezzi di uno scontro che ha segnato la nuova Russia tra il 1994 e il 1999. La sua lotta per il potere è stata saldamente legata ad alcuni grandi temi che in forme diverse hanno coinvolto larghe fasce, perlopiù urbane e delle generazioni di mezzo, dell’opinione pubblica. Primo tema: l’unità quasi metafisica della storia russa e soprattutto di quella del ventesimo secolo, con il non tanto ovvio corollario in virtù del quale l’evidenza del fatto che i conflitti interni siano stati pagati al prezzo di milioni di vittime passa in second’ordine rispetto all’esistenza di una Russia suprema che qualche sacrificio lo può anche richiedere. L’agosto del 2001 è stato da questo punto di vista un mese esemplare. Putin è riuscito a dichiararsi al di sopra delle parti in merito al decennale del colpo di mano del Comitato provvisorio di salute pubblica del 1991: un modo come un altro per consentire ai nostalgici di ogni colore di celebrare il loro disappunto per quell’evento che, comunque interpretato, marcò la fine politica di Michail Gorbaciov e l’inizio della fase terminale dell’URSS violentata dai golpisti alla vigilia di un rimaneggiamento federale, l’ultima carta prati cabile per dimostrare l’impossibile, vale a dire la riformabilità dall’interno del sistema comunista principe. Ma anche un modo come un altro per non ricordare il trionfo dello eltsinismo prima maniera, di quella generosa alleanza tra politica e intelligencija, caso unico nella storia russa in cui gli intellettuali hanno trovato il coraggio di supplire al vuoto di potere che il sempre più inetto gorbaciovismo aveva creato (e nessuno ha ancora raccontato adeguatamente, nemmeno in letteratura, quel sovvertimento della tradizione che vuole l’intelligent identificato con l’«uomo superfluo» e di conseguenza incapace di assumersi una responsabilità concreta, ragion per cui bisognerà accontentarsi ancora a lungo delle interpretazioni bolscevizzanti, ispirate a una generica teoria del complotto, con Gennadij Burbulis, all’epoca braccio destro di Boris Eltsin e quindi bestia nera di Gorbaciov, nel ruolo del gran orditore di trame).

Al tempo stesso il presidente si è recato in viaggio alle isole Solovki, tristemente note per aver ospitato a lungo una delle destinazioni meno accoglienti del Gulag, e nel locale monastero si è consentito un invito alla riscoperta del cristianesimo come radice spirituale della Russia e un’esortazione alla fine di ogni sciovinismo. Come se Putin ignorasse, e forse lo ignora, che il messianismo russo non è sciovinismo, ma fervida applicazione nella storia della convinzione di dover esercitare un’opera di conversione a Cristo non delle singole anime, ma dei popoli e delle nazioni in quanto entità, e che di conseguenza mettere insieme cristianesimo in senso positivo e sciovinismo in senso negativo non è affatto rassicurante. La sostanziale sottovalutazione della vicenda delle Solovki all’interno del Gulag è però sintomatica di uno smarrimento della tragedia della decimazione di intere generazioni. Secondo tema, che consegue direttamente dal primo: se la storia della Russia è unitaria, l’insistenza sulla transizione dal comunismo al postcomunismo non ha più ragion d’essere e anzi in nessun modo le riforme in cantiere vanno legate agli anni Novanta, segnati da una incertezza e una confusione che devono essere considerate definitivamente concluse. Grazie a questo espediente più retorico che sostanziale Putin riesce a tenere insieme il massimo di innovazione con il massimo di continuità, a far sentire ogni riforma non come uno strappo ma come un progresso all’interno di un cammino del tutto interno alla storia russa che in realtà inizia con Pietro il Grande. In altri termini, l’orgoglio di un’appartenenza forte modera significativamente la paura della novità e del cambiamento.

Tutti questi elementi, che Putin aveva già posto a fondamento della sua presidenza, si sono potenziati nella situazione internazionale succeduta all’11 settembre. Difficile prevedere se la Russia manterrà la sua centralità anche nel futuro più o meno immediato e non è escluso che le divergenze sulla seconda fase della guerra al terrorismo islamista rendano le relazioni con gli Stati Uniti meno calorose di quanto non sia accaduto nella prima fase. D’altronde a Mosca non si fa mistero delle difficoltà che potrebbero insorgere nei prossimi mesi: un regolamento di conti con la Cecenia, riportata saldamente all’interno della Federazione in nome della necessità di non lasciare margini di manovra ad Al-Qai’da, sarebbe accompagnato per le medesime ragioni da un intervento drastico teso alla liquidazione della repubblica separatista della Transdnistria tenuta in piedi dalla minoranza russa della Moldova. Né si ignora che le città russe, a cominciare dalle due capitali, come già nell’estate del 1999, sono esposte in massimo grado al pericolo di attentati di rappresaglia di cellule islamiste, tanto più se abbandonate a se stesse dopo l’eventuale decapitazione del vertice organizzativo. Quel che conta però è rimarcare il fatto che la Russia con cui si ha a che fare dopo l’11 settembre è per molti versi una realtà decisamente nuova con cui le vecchie strategie politiche e finanziarie sono destinate al fallimento.

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