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Domani

Written by Carlo Lucarelli Friday, 01 February 2002 02:00 Print

Mezzanotte e venticinque: dieci minuti per avere la soffiata dall’informatore («Mazzarino parte per Honolulu col volo 251...») due ore per tirare giù dal letto il magistrato e convincerlo ad emettere il mandato di cattura («Mazzarino Giovanni, incensurato, assolto in prima e seconda istanza, amico dell’onorevole... come si fa, come si fa?»), altre due ore per ricevere i fonogrammi dalla DIA e dai Carabinieri («Mazzarino Giovanni est ritenuto coordinatore traffico stupefacenti clan Madonia et pertanto...»), un’altra mezz’ora per il magistrato («Quand’è così, quand’è così...») e adesso questo idiota di tassista che ha paura della multa («Sì, vabbè che lei è un poliziotto in servizio, ma poi succede che me sparisce e in Questura io mi ci attacco co’ la multa sua...»). Eppure lo devo prendere, il bastardo... sono due anni che ci lavoro, e all’INTERPOL dicono che mi sono fissato, ma io Mazzarino lo voglio e lo voglio arrestare io.

 

Mezzanotte e venticinque: dieci minuti per avere la soffiata dall’informatore («Mazzarino parte per Honolulu col volo 251...») due ore per tirare giù dal letto il magistrato e convincerlo ad emettere il mandato di cattura («Mazzarino Giovanni, incensurato, assolto in prima e seconda istanza, amico dell’onorevole... come si fa, come si fa?»), altre due ore per ricevere i fonogrammi dalla DIA e dai Carabinieri («Mazzarino Giovanni est ritenuto coordinatore traffico stupefacenti clan Madonia et pertanto...»), un’altra mezz’ora per il magistrato («Quand’è così, quand’è così...») e adesso questo idiota di tassista che ha paura della multa («Sì, vabbè che lei è un poliziotto in servizio, ma poi succede che me sparisce e in Questura io mi ci attacco co’ la multa sua...»). Eppure lo devo prendere, il bastardo... sono due anni che ci lavoro, e all’INTERPOL dicono che mi sono fissato, ma io Mazzarino lo voglio e lo voglio arrestare io.

Arrivo all’aeroporto e schizzo fuori dal taxi («Dotto’, il resto!»), corro nell’atrio e mi precipito al terminal dell’Alitalia, volo 251. Uno steward scuote la testa e mi indica l’aereo che sta partendo, oltre il vetro del cancello chiuso. Non servono a niente né la mia tessera dell’INTERPOL né la voglia di spaccargli la faccia che si deve leggere chiaramente nei miei occhi («Se proprio vuole fermarlo gli spari alle gomme, ispettore»).

Sto per chiamare Honolulu, a malincuore, perché se ci metto di mezzo gli americani quelli se lo tengono e passa un anno prima che possa interrogare Mazzarino, quando mi viene un’idea, una lampadina che si accende, come Topolino. Se lo raggiungo col mandato, posso inchiodarlo ad una scelta: o torna con me in Italia, collabora, patteggia e tra poco è fuori o porto lui e il mandato ad un funzionario americano, si prende come minimo trent’anni e se li fa tutti. Corro al banco delle informazioni. La biondina mi guarda sbattendo gli occhi, poi annuisce («Sì, se fa uno scalo tecnico forse il modo di arrivare in tempo c’è...») e si appassiona, amore, come a un gioco.

Vicino al finestrino, seduto nello scompartimento per non fumatori di un 747 dell’Air India, con una voglia matta di fumare, leggo e rileggo l’orario che mi ha scritto la biondina. L’aereo di Mazzarino si ferma mezz’ora ad Abudhabi, giusto il tempo di arrivare a Bombay con un volo diretto. Se avessi la mia pistola sotto  l’ascella, invece della ricevuta del capitano che se la tiene in cabina, avrei già sparato al tipo magro, con gli occhiali, che mi sta accanto e non sta zitto un minuto («Parla inglese? Francese? Tedesco? Italiano! Che combinazione, sono italiano anch’io...»).

Nell’atrio dell’aeroporto di Bombay c’è un caldo afoso e un mucchio di gente che urla. Guardo i tabelloni, cercando il volo Alitalia 251 e corro al terminal, ancora chiuso. Mi tolgo la giacca perché sudo come non credevo fosse mai possibile ma la gente che mi guarda strano mi insospettisce. Tocco la fondina vuota e («Cristo! La pistola!») schizzo a cercare il capitano. Lo trovo al bar, a bere con una hostess, e faccio fatica a spiegarmi perché è olandese, e sia lui che io sembriamo solo al primo anno della British School. Alla fine mi indica un funzionario dietro un banco che dopo tre moduli e un consulto con un ufficiale in calzoncini corti mi restituisce la pistola. Quando arrivo al terminal il volo è già arrivato e dei passeggeri più neanche l’ombra. Mi viene da piangere.

È solo perché sono così incredibilmente testardo – ci ho già rimesso una moglie per questo – che torno dall’ufficiale con i calzoni corti. Mi guarda come se fossi matto, poliziotto italiano, mandato di cattura, la pistola... non è convinto e vuole telefonare. Io lo aspetto al bar, dove bevo una coca cola ghiacciata che mi fa correre in bagno come un razzo. Quando torno lui sorride, gentile e mi porta da una ragazza col sari, con la pelle così scura che sembra viola. Scuotono la testa, tutti e due, di fronte al video del computer, facendomi un mucchio di domande («Ma perché questo Mazzarino non è passato da New York? Fa scalo da qualche parte o va direttamente a Tokio? Ed è sicuro che sia talmente pazzo da viaggiare col suo nome?») a cui non so dare nessuna risposta. Proviamo due volte e al terzo tentativo scopriamo che Mazzarino va ad Honolulu via Bangkok ed è talmente pazzo da viaggiare col suo nome. Sono così felice che bacerei la ragazza viola, che mi guarda, con un sorriso tenero e un po’ mesto, che mi fa venire un dubbio («Quando parte l’aereo per Bangkok?»). L’aereo è già partito, cinque minuti fa.

Ma c’è ancora una speranza. Il collega in calzoncini corti, con dietro la ragazza, mi ferma proprio mentre sto telefonando a Honolulu. C’è un altro volo per Bangkok, tra due minuti, che fa scalo a Rangoon. Ma a Rangoon c’è la rivoluzione, quindi niente scalo e arrivo diretto a Bangkok quasi in contemporanea con Mazzarino. Questa volta la bacio davvero, la ragazza viola e corro all’imbarco.

Bangkok. Comincio a sentirmi un po’ stordito perché ormai è quasi un giorno che viaggio e mentre Mazzarino se la sta facendo comodamente seduto in prima classe io corro come un somaro, con l’orologio – e il metabolismo – sconvolto dai fusi orari. Arriva l’aereo, finalmente, e mi passa davanti gente di ogni razza, orientali, americani, italiani... ma non Mazzarino. Resto lì fino all’ultimo – un tipetto con la camicia a fiori che mi sorride felice, il maledetto – poi corro da una ragazza con il tailleur blu che corruga la fronte, sotto il cappellino, controlla la lista e mi sorride. Mazzarino ha cambiato volo all’ultimo minuto, per un errore nella prenotazione. Non era sul 251 per Bangok, ma sul 307.

Il mio.

Sono al bar, appoggiato al bancone e comincio ad essere un po’ ubriaco perché ho scoperto che la Nardini ce l’hanno anche qua. Ormai ho contro anche il tempo, oltre alla sfortuna. Mazzarino ha proseguito per Honolulu, dove arriverà alle ventitré e trentacinque, con scalo a Tokio. Non c’è un volo diretto e il meglio che posso fare è essere alle Hawaii per mezzanotte e venti, troppo tardi. Tanto vale chiamare l’FBI e lasciarlo a loro. Sono così depresso e stanco che accetto la conversazione di un soldato americano che ha i nonni di Salerno e che mi chiama paisà, come nei film del dopoguerra. Gli racconto la mia storia e lui, che è ubriaco più di me, mi ascolta con gli occhi socchiusi. Poi mi batte una mano sulla spalla, schiacciandomi sul banco. Lui torna a Guam, mi dice, col resto del reparto, in un volo militare diretto. Là ci sono collegamenti con le Hawaii quasi ogni ora e se c’è traffico e l’aereo di Mazzarino rimane un po’ a sorvolare l’aeroporto in attesa del permesso di atterrare...

Mazzarino è al bar e sta bevendo qualcosa di coloratissimo, accanto ad un tipo lungo, con gli occhiali. Si infila quasi l’ombrellino nel naso quando mi vede arrivare, con una collana di fiori rossi attorno al collo e la mano sotto alla giacca, sulla pistola, perché non si sa mai.

«Mazzarino Giuseppe? Ho un mandato di cattura per lei». Dio, che soddisfazione vederlo impallidire così... Il tipo lungo riflette, perplesso, poi indica il foglio che ho in mano.

«Posso vedere quel mandato? Sono il legale del signor Mazzarino...».

Legge, pensa, rilegge e poi me lo restituisce, con un sorriso.

«Questo mandato non è valido».

«Vuole scherzare? Lo ha firmato un sostituto procuratore della Repubblica Italiana...»

«Sì, certo. Ma lo ha firmato domani».

Lì per lì non capisco. Le parole mi rimbalzano dentro il cervello, senza fermarsi.

«La data è quella del 17 e adesso sono le ventitré e quaranta... ma del 16. Ha presente Il giro del mondo in ottanta giorni, ispettore? Abbiamo viaggiato contro i fusi orari e abbiamo guadagnato un giorno...»

Sono così impietrito che non riesco neppure a muovermi e posso solo guardarli, mentre si alzano e vanno al cancello di imbarco per New York. Mazzarino mi fa ciao con la mano, il bastardo. Resto così non so per quanto tempo, poi, sarà perché sono testardo – ci ho rimesso una moglie, l’ho già detto – ma mi scuoto e controllo il portafoglio. La carta di credito c’è ancora. Lancio un’occhiata al tabellone: il volo per New York è già partito ma ce n’è uno per Boston tra cinque minuti.

Scolo il drink di Mazzarino e corro all’imbarco. Lo prenderò quel bastardo e lo prenderò oggi.

Appena sarà domani.

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