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Quale interesse nazionale?

Written by Andrea Romano Friday, 01 February 2002 02:00 Print

Se la vicenda che ha condotto alle dimissioni di Renato Ruggiero ha avuto un merito, tra i molti danni che essa ha portato al paese, è stato quello di avere aperto un campo di discussione troppo a lungo trascurato. Domandarsi che cosa si intenda per «interesse nazionale» è tipico delle democrazie in buona salute, nelle quali si confrontano interlocutori ben riconoscibili. Capaci quindi di discutere e declinare in termini anche apertamente differenziati i modi d’essere del proprio paese nella comunità internazionale. È stato quindi un bene che la natura contendibile dell’interesse nazionale sia emersa nei fumi di una vicenda tanto clamorosa come le dimissioni politiche del ministro degli Esteri.

 

Se la vicenda che ha condotto alle dimissioni di Renato Ruggiero ha avuto un merito, tra i molti danni che essa ha portato al paese, è stato quello di avere aperto un campo di discussione troppo a lungo trascurato. Domandarsi che cosa si intenda per «interesse nazionale» è tipico delle democrazie in buona salute, nelle quali si confrontano interlocutori ben riconoscibili. Capaci quindi di discutere e declinare in termini anche apertamente differenziati i modi d’essere del proprio paese nella comunità internazionale. È stato quindi un bene che la natura contendibile dell’interesse nazionale sia emersa nei fumi di una vicenda tanto clamorosa come le dimissioni politiche del ministro degli Esteri. Perché il segno di quelle dimissioni, e della svolta che esse hanno segnalato nel governo di centrodestra, è nel chiarimento di una specifica rappresentazione degli interessi dell’Italia in Europa e nel mondo. Una rappresentazione nuova e antica insieme, nella quale la diffidenza per l’obbligazione internazionale propria della destra non liberale si intreccia con il rifiuto dell’integrazione tipico del nuovo etnonazionalismo delle «piccole patrie» (e dunque della Lega). E che si presta ad essere letta all’insegna del progressivo sganciamento dal quadro multilaterale di cui l’Italia ha scelto di essere parte. Ben al di là dello scontro tra due retoriche – l’una classicamente «europeista» e l’altra altrettanto classicamente «euroscettica» – la crisi di fine anno ha orientato la politica estera del centrodestra verso approdi di segno almeno tendenzialmente isolazionistico. Di per sé non vi sarebbe niente di cui scandalizzarsi. In fondo, il mondo è pieno di paesi che navigano nella comunità internazionale in beata solitudine. Il punto è che, quando non si tratta di potenze a vocazione e capacità globale, tali paesi risultano condannati alla subalternità e all’esclusione dai processi decisionali e dai circuiti di modernizzazione più avanzati. Tale è stato il destino dell’Italia quando le sue classi dirigenti hanno scelto di perseguire strategie internazionali di piccolo e isolato cabotaggio, concentrandosi su obiettivi e aree geografiche di più facile approdo ma rifiutando l’onere e la responsabilità di essere parte di sistemi di integrazione più ampi. Perché l’integrazione è oggi il campo nel quale i diversi interessi nazionali si confrontano, in condizioni diverse dalla guerra, con l’obiettivo di ricavare il massimo vantaggio per sé dal massimo grado di partecipazione a processi multilaterali. Gli Stati che non comprendono ciò, ha scritto nei giorni della crisi Mario Monti, «sono destinati ad essere come foglie nel vento». E dunque oggetto passivo di processi governati da altri. Se la questione riguarda dunque il modo di essere dell’Italia nella comunità internazionale, vale la pena di considerare più da vicino i termini nei quali il centrodestra ha articolato pubblicamente questa nuova rappresentazione dell’interesse nazionale. E di riflettere su quali conseguenze essa può avere per il paese nella fase che si sta aprendo oggi in Europa: una fase nella quale, analogamente a quanto accadde tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, sarà necessario per ciascun membro dell’Unione partecipare sulla base di un preciso quadro di obiettivi alla nuova tappa dell’integrazione che prima la Convenzione e quindi la prossima Conferenza intergovernativa dovranno sancire.

In termini di retorica pubblica, la definizione della nuova politica estera del centrodestra è proceduta lungo un duplice binario. Da un lato la critica al processo di integrazione europea, così come esso è, condotta all’insegna dello slogan «l’Europa dei popoli contro l’Europa delle tecnocrazie». Dall’altro, la proclamazione dell’avvenuta scelta da parte dell’Italia di un atteggiamento finalmente affermativo e orientato alla salvaguardia delle proprie priorità in campo internazionale. E dunque libero da quelle che sarebbero state le inibizioni del passato e capace di mettere i piedi nel piatto quando sono in gioco i veri interessi del paese. Se è questa seconda formula ad essere davvero qualificante degli orientamenti del centrodestra, è la prima ad aver segnato il profilo pubblico e soprattutto internazionale del centrodestra italiano in termini di «euroscetticismo». Perché non v’è dubbio che si tratti dell’adesione ad un pacchetto di tesi che da anni qualifica in Europa quella destra, popolare ed etnopopulistica insieme, che legge l’integrazione comunitaria come mortificazione delle «piccole patrie» e come imposizione di una cappa illegittima e burocratica sulle identità dei popoli europei. Non è una novità dell’oggi che tale orientamento acquisti peso crescente nell’arcipelago delle varie destre europee. Da anni su questa base è andata profilandosi una nuova sintesi tra il tradizionale euroscetticismo conservatore – quello che vede l’Europa come «superstato», per intendersi – e la nuova destra etnonazionale dei molti movimenti simili alla Lega. Una sintesi che ha influito sulla stessa mutazione del PPE, nel senso del suo distacco dal popolarismo democratico e sociale, e che è destinata a pesare in diversi contesti nazionali. Il principale dei quali, nel prossimo futuro, sarà certamente la Germania: dove la candidatura a concorrente di Schröder di Edmund Stoiber, capo democristiano bavarese che ha fatto della difesa dell’identità cristiana e tedesca dalle molte minacce dell’integrazione la sua bandiera, segnala l’apertura di un fronte politico decisivo.

Quello che è davvero significativo, per il nostro paese, è che questi orientamenti finora rimasti nel retrobottega della destra europea acquistino una legittimità incontrastata all’interno del governo. «Vogliamo un’Europa democratica, fondata sulla sovranità popolare e sull’identità dei popoli e delle nazioni», ripeteva il leghista Roberto Castelli nei giorni della sua battaglia contro il mandato di cattura europeo. E Giulio Tremonti, nel ruolo di traduttore per il pubblico più esigente delle rozzezze dei suoi alleati favoriti, distillava una critica dell’Europa comunitaria in nome dell’illuminismo e del diritto dei popoli alla libera rappresentanza. È chiaro, e nessuno soprattutto nella sinistra riformista se lo nasconde, che il rafforzamento dell’Europa politica è oggi il fronte di maggiore impegno. E tutto il processo di riforma istituzionale dell’Unione, da ultimo con il lavoro della Convenzione, è orientato ad ampliare la dimensione democratica delle istituzioni europee anche nel senso di un loro sostanziale avvicinamento alle sensibilità dei cittadini e delle opinioni pubbliche nazionali. Ma se la tesi del centrodestra è che l’Europa sia stato sinora il campo delle tecnocrazie e che oggi finalmente cominci il tempo della politica, il punto riguarda l’interpretazione della stessa sostanza del processo comunitario. Che in questi termini appare privo di quella legittimità che da sola ha motivato e promosso i passi diversi e successivi dell’integrazione. Si tratta di un equivoco volontario, che deliberatamente finge di ignorare la sostanza intimamente politica del percorso comunitario. Un percorso che si è mosso lungo strade certamente originali, diverse da quelle costituenti o classicamente federative che la storia ha conosciuto solitamente dopo guerre civili o catastrofiche sconfitte militari. Ma che ha avuto sempre come motore e punto di riferimento la volontà politica di classi dirigenti democraticamente legittimate. Cos’altro è stato, se non un puro atto di volontà politica, la rinuncia alla sovranità sulla moneta nazionale? E di che segno  può essere, se non intimamente politico, la scelta operata dalle classi dirigenti britanniche di rimanere sinora fuori dall’Euro? La verità è che il percorso comunitario ha permesso di federare nella sostanza soggetti nazionali in condizioni di pace e attraverso la ricerca del punto di consenso di volta in volta più avanzato. Un metodo di assoluta originalità storica – l’unico che l’Europa degli Stati nazione avrebbe probabilmente potuto seguire – e di cui davvero non può essere smarrito il profondo senso politico. Se non allo scopo di introdurre un’altra forma di legittimità, diversa da quella incarnata nelle istituzioni della sovranazionalità europea e orientata verso una indistinta sovranità plebiscitaria. All’interno della quale – questo è il punto – ciascuna «patria» per quanto piccola possa mettersi al riparo dalle sfide della globalizzazione.

Se questa è la componente più visibile ed inquietante degli orientamenti di politica internazionale del centrodestra, la sostanza di questo nuovo modo di concepire l’interesse nazionale va cercata in un’altra direzione. E quindi nell’affermazione secondo la quale vi sarebbe finalmente quella volontà di far pesare le priorità dell’Italia nel gioco delle nazioni. Il tratto comune alle diverse vicende che hanno tradotto questa affermazione – il mandato di cattura europeo, la rinuncia all’Airbus, la vicenda delle agenzie alimentari – ha visto il governo Berlusconi rivendicare un nuovo attivismo nell’azione diplomatica contro quelle che sarebbero state le troppe passività del passato. E se questo, nella sostanza, è stato l’elemento che ha reso inevitabili le dimissioni di Ruggiero è perché esso più di qualsiasi altra formulazione retorica tradisce una rottura nei modi di concepire l’interesse nazionale. Nel senso delle molte diffidenze che esso rivela verso il quadro di opportunità e compatibilità definito dalle alleanze multilaterali di cui l’Italia ha scelto di essere parte, quando vi ha visto non tanto un terreno di subalterna passività ma l’occasione per modernizzarsi fuori dall’isolamento e dentro i quadri di integrazione regionale e funzionale più avanzati. Contro questa scelta – compiuta in modi discontinui dalla parte più illuminata delle classi dirigenti post-belliche ed elevata a sistema dai governi di centrosinistra negli anni Novanta – il governo Berlusconi sta mettendo in campo una strategia di progressivo sganciamento unilaterale. In nome del ritorno ad una declinazione degli interessi del paese di segno angustamente nazionale, incardinata sulla rappresentazione dell’Italia come media potenza che può perseguire obiettivi solitari e svincolati dalla rete di integrazione di cui è parte. Perché comunque questa rete – è la considerazione che viene implicitamente fatta sull’Unione europea – è solo una delle tante alleanze possibili. E come tale compensabile, ad esempio, da un rapporto privilegiato con la nuova amministrazione statunitense in nome della comune affiliazione politica di centrodestra. Dove questo empito di atlantismo, con il quale Berlusconi ha esordito nel suo nuovo ruolo già durante l’estate dello scorso anno, tradisce tutta l’incomprensione dei nuovi equilibri sovranazionali. E di quanto poco ormai conti il colore delle amministrazioni nazionali per gli stessi Stati Uniti, come ci hanno confermato i fatti successivi all’11 settembre, rispetto alla capacità di assumersi la responsabilità di partecipare alla gestione delle crisi.

Si tratta di una tematizzazione del ruolo dell’Italia nel mondo che trova interlocutori disponibili in quella parte del nostro mondo economico, ben rappresentata all’interno di Confindustria, che è disposta a sottoscrivere l’etichetta della «nuova difesa degli interessi nazionali» se essa significa – come in effetti significa – la messa al riparo del vecchio corporativismo familistico dall’internazionalizzazione competitiva. Ma soprattutto si tratta di una possibile soluzione per un centrodestra che non ha mai saputo dotarsi di una vera ed originale idea di politica estera. Ricercandola confusamente, durante la sua prima esperienza di governo, nella riesumazione di vecchie piattaforme revansciste (e si ricordi la durissima polemica contro l’ingresso della Slovenia nell’Unione che venne condotta nel 1994 in nome degli esuli istriano-dalmati); o, una volta all’opposizione, nella garanzia di fedeltà atlantica da apporre in termini bipartisan sulle scelte più accidentate di politica estera del centrosinistra. Finalmente la nuova destra italiana può dire di avere trovato la propria bussola in campo internazionale. Diversa da quella tradizionale del moderatismo italiano, che non ha mai davvero messo in discussione la rotta multilaterale, ed orientata a ricercare per l’Italia nuovi e più tranquilli orticelli dove coltivare i propri solitari interessi. Ma il vero rischio che questa formulazione degli interessi nazionali contiene per il nostro paese non è nel suo tratto caparbio e aggressivo, quanto nella prospettiva di esclusione dai circuiti più avanzati che essa rende incombente. Perché non v’è dubbio (e la vicenda del mandato di cattura europeo l’ha dimostrato) che in ogni caso non è l’Europa che rischia di essere frenata dall’Italia ma è questa che rischia di essere lasciata in una condizione di progressivo per quanto beato isolamento, mentre l’integrazione procede selezionando nuovi e più avanzati punti di consenso tra quei suoi membri disponibili ad esser parte dell’impresa. L’estensione del voto a maggioranza e delle cooperazioni rafforzate, destinata comunque a consolidarsi, è la rappresentazione incontrovertibile di questo orientamento. Se questi sono i rischi, diventa prioritario contrapporre una rappresentazione del ruolo dell’Italia di segno apertamente diverso. Che tra l’altro non deve essere inventata dal niente, ma può essere identificata in quello che il centrosinistra è stato capace di fare dal governo: dare all’Italia un peso proporzionale alle responsabilità che il nostro paese era di volta in volta capace di assumersi nelle sedi multilaterali di cui era parte. Dando sostanza ad una formulazione dell’interesse nazionale di segno partecipativo e non isolazionistico, oltre che adeguata agli spazi di autonomia che si sono aperti per il nostro paese con la fine del bipolarismo mondiale. Il punto è che il centrosinistra mostra talvolta di preferire una sorta di guerra di religione sui dogmi dell’europeismo alla contrapposizione tutta politica intorno ai modi di concepire gli interessi del paese. E se di religione si tratta, non è granché difficile per il centrodestra recitare la litania della fede nell’Europa anche mentre nei fatti si inverte la rotta della nostra politica estera. In questo il centrosinistra mostra una sua debolezza reale, laddove tradisce una visione dell’Europa di segno quasi irenico: un regno dei buoni sentimenti, dove gli «egoismi nazionali» tendono naturalmente a stemperarsi, e che dovrebbe essere accolto o rifiutato fideisticamente. È una retorica dell’europeismo contigua alla lettura della comunità internazionale in termini di assenza del «governo mondiale», quel messianico strumento che dovrebbe essere costruito attraverso una sorta di processo costituente e democratico su scala globale. E come tale non adeguata ad una realtà internazionale fatta invece di istituzioni regionali e funzionali a integrazione crescente, all’interno delle quali i singoli interessi nazionali prosperano e confliggono. Non è una debolezza di poco conto. Perché la cultura di governo del centrosinistra ha dimostrato di saper concepire e declinare concretamente un’idea degli interessi nazionali innovativa, incardinata nell’integrazione dell’Italia nelle sedi multilaterali più avanzate per permettere al paese di partecipare in forme non subalterne all’innovazione internazionale. È questo, e non la retorica religiosa dell’europeismo, lo strumento più efficace per rispondere ai rischi di isolamento che il nostro paese sta correndo.

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