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Ma è una destra che viene da lontano

Written by Mario Pirani Friday, 01 February 2002 02:00 Print

Si poteva presumere che, una volta perduto il governo del paese, quella vocazione ancestrale all’opposizione, che ha sempre accompagnato come una seconda natura larga parte della sinistra italiana, servisse almeno a ridisegnare nel nuovo ruolo il profilo e i compiti alternativi di questo disastrato soggetto politico. La previsione non si è però verificata. Lo smarrimento impotente permane. Sembra quasi che col passar degli anni la sinistra non riesca a scandire il suo pallido agire se non su quel simbolico, quanto speculare, meridiano di Greenwich rappresentato da Silvio Berlusconi.

 

Si poteva presumere che, una volta perduto il governo del paese, quella vocazione ancestrale all’opposizione, che ha sempre accompagnato come una seconda natura larga parte della sinistra italiana, servisse almeno a ridisegnare nel nuovo ruolo il profilo e i compiti alternativi di questo disastrato soggetto politico. La previsione non si è però verificata. Lo smarrimento impotente permane. Sembra quasi che col passar degli anni la sinistra non riesca a scandire il suo pallido agire se non su quel simbolico, quanto speculare, meridiano di Greenwich rappresentato da Silvio Berlusconi. E se prima delle ultime elezioni vi si contrapponeva almeno anche il meridiano del governo, che nel suo concreto operare segnava i propri tempi su autonomi percorsi – dall’Euro al Kosovo – dopo il 13 maggio la centralità del Cavaliere appare ancora più incombente. Una subalternità che condiziona sia coloro che predicano «più sinistra», sia Rutelli ed altri esponenti ulivisti, le cui critiche alla nuova maggioranza si galvanizzano attorno alla denuncia delle mancate attuazioni del programma del Polo, quasi si trattasse, una volta fosse realizzato, dell’optimum del buon governo. Sbaglierebbe, però, chi da una simile osservazione traesse motivo di facili irrisioni.

La creazione di Forza Italia, lo sdoganamento di AN, l’assimilazione della Lega – i tre pilastri della strategia berlusconiana – hanno profondamente mutato il quadro cinquantennale della politica italiana. Agli sparpagliati resti di quello che fu l’arco costituzionale – dai post-DC ai post-comunisti, fino agli sbriciolati epigoni del PSI, PRI e PLI – già devastati, ognuno secondo il proprio passato, dal crollo del Muro o da Tangentopoli, non è restato che prenderne atto e cercare un nuovo avvio. Essi, già dalla prima vittoria elettorale del centrodestra e ancor più dalla seconda, sono condizionati dal fatto che in Italia, a differenza degli altri grandi paesi europei, il centro, unendosi con la destra, fino alle sue estreme propaggini, ha creato un consenso elettorale maggioritario che non può essere misconosciuto né delegittimato. L’unico leader della sinistra che ha cercato di immaginare una strategia di svuotamento del fenomeno Berlusconi è stato – almeno a mio parere – Massimo D’Alema. Dal tentativo di un governo di unità nazionale, presieduto da Antonio Maccanico, alla lunga gestazione della Bicamerale, il disegno, ancorché abortito, appare anche retrospettivamente come il solo che fosse potenzialmente in grado di metabolizzare la tentazione radical-estremista di Berlusconi. Esso avrebbe, infatti, disinnescato l’amalgamante pulsione del popolo di destra, voglioso di una rivincita storica, sociale e politica, il quale, ancorché sciolto dalla mediazione moderatrice DC, sarebbe stato ricondotto, tuttavia, a riconoscersi in nuove regole condivise. L’elaborazione comune di una profonda riforma costituzionale e di una diversa legge elettorale avrebbero impresso al confronto ben altro equilibrio, un riconoscimento reciproco assai più convinto, esiti probabilmente diversi e senz’altro meno dirompenti.

Quel fallimento ha più di un padre ma è ipocrita e sbagliato farne carico per intero al Polo. È pur vero che prima Fini e poi l’avvocatura d’assalto del Cavaliere hanno remato fortemente contro, ma si può ragionevolmente ipotizzare che se le potenzialità di manovra a disposizione di D’Alema fossero state più ampie (o se egli se le fosse, con sprezzo del pericolo, conquistate sul campo) il compromesso sarebbe stato possibile e gli esiti finali ben meno nefasti. Naturalmente bisognava avere il coraggio di varare, tra le altre, quella riforma della separazione delle carriere dei magistrati, evitando però di sottoporli a qualsivoglia controllo governativo, così come avviene in quasi tutti i paesi democratici (quanto peggiore si è rivelato, per contro, lo sbocco!). Ha spaventato, invece, la campagna politico-corporativa delle procure, alimentata dal fronte massmediatico degli «antidalemoni», dal piagnisteo acido delle anime belle che, senza pagare prezzo, si dilettano in ogni occasione a svillaneggiare ogni compromesso, drappeggiandosi nelle immacolate vesti di una salottiera opposizione, e, infine, dal sabotaggio, più o meno palese, di un corposo filone del partito, colpevolmente abbandonato ad ogni influsso nuovista o nostalgico, secondo il bisogno, purché anti-dalemiano.

Una volta crollata questa prospettiva è apparsa disagevole e difficilmente percorribile anche quella opposta, centrata sulle incompatibilità personali derivanti dal conflitto di interessi e dai coinvolgimenti penali di Berlusconi. Non si è riusciti a passare dal primo testo, approvato a suo tempo da un ramo del Parlamento, sostanzialmente inutile, ad un testo più incisivo e comunque tardivo. Ha giocato, fra l’altro, la percezione della sordità di una parte notevole dell’opinione pubblica di fronte a questo tema, malgrado la sua gravità. Ancor più claudicante ha finito per rivelarsi il torrentizio succedersi delle azioni penali tra rinvii, prescrizioni, assoluzioni e condanne non definitive. Al giustizialismo che durante Tangentopoli affidò negativamente alla magistratura inquirente il compito di debellare le forze politiche di centrosinistra, in particolare il PSI e la DC, e di «riscrivere» la storia d’Italia, con inchieste rivelatesi fallaci, almeno sul piano penale, da quella su Gladio (con relativa damnatio di Cossiga) a quella su Andreotti, destinata a criminalizzare tutta la classe di governo degli ultimi cinquant’anni, non è subentrata l’attenzione e l’impegno indispensabili per fronteggiare l’attacco e la delegittimazione della magistratura, attuato con un crescendo impressionante dal leader di Forza Italia. Non si è capito che ci si doveva concentrare sul punto più delicato e dirompente: il contenzioso penale sulla corruzione in atti giudiziari che si prestava a diventare, se non si fosse confusa con mille altre cose, l’essenza di una questione morale istituzionale. Questa atonia reattiva è comprovata dalla mancata approvazione del trattato per le rogatorie con la Svizzera e dalla trascurataggine con cui la cosa fu gestita quando il centrosinistra aveva ancora la maggioranza parlamentare.

Le componenti politico-culturali che hanno concorso da sinistra al fallimento della Bicamerale corrispondono grosso modo allo schieramento che ha rallentato e svuotato le prospettive riformiste dei governi di centrosinistra, soprattutto sul terreno dell’economia e dei rapporti di lavoro. Sono cambiati, peraltro, i leader della contestazione: se Prodi si trovò «stoppato» da Bertinotti, il D’Alema della Bicamerale fu aspramente attaccato dal partito dei procuratori e dal complesso massmediatico, mentre laddove tentò di impostare una politica verso il lavoro autonomo e indipendente, la piccola impresa, il sommerso e dunque quel blocco dei produttori che avrebbe determinato o no l’emergere di una maggioranza sociale riformista, egli si trovò la strada sbarrata da Cofferati. Un esempio fra i tanti: la proposta di esentare temporaneamente dallo statuto dei lavoratori le piccole aziende che assumessero manodopera sopra i 15 dipendenti. L’assieme di queste divergenze, che hanno frantumato le prospettive riformiste dei governi di centrosinistra, seguitano a ripercuotersi a tutt’oggi sull’opposizione. Quale piattaforma, con quali obiettivi, coinvolgendo quali soggetti sociali, restano interrogativi senza risposta. Il vecchio interrogativo leniniano – che fare? – torna a perseguitare gli immemori e inconsapevoli pronipoti. Solo che oggi non hanno un proprio programma da suggerire ma solo incerte risposte ai colpi che la destra loro infligge, mentre ambiguo e incerto appare, sul versante dell’estremismo, il confine con la risorta «malattia infantile», il cui contagio attira quanti aspirano ad un ghetto narcisistico in cui rinchiudersi.

Così, anche limitandoci ad analizzare lo stato dell’arte, accantonando i contenziosi critici sul passato, non si sfugge alla constatazione che, tuttora, ogni qualvolta le vicende della politica portano la destra berlusconiana e la sinistra riformista a sfiorarsi o ad intrecciare un qualche abbozzo di confronto (dall’appoggio alla guerra antiterroristica alla riforma della giustizia) le fibrillazioni nel campo dell’Ulivo sono tali da scoraggiare ogni velleità di movimento, quasi solo una muta paralisi permettesse lo stare insieme. Una condizione disarmante che va molto oltre la sconfitta  elettorale, tanto da far dimenticare che il 13 maggio del 2001, sul piano dei suffragi popolari, il centrodestra, oltre la metà campo, non ha affatto sfondato, ottenendo il 49% nel proporzionale e il 44% nell’uninominale. Esso ha trionfato perché ha saputo raccogliere i frutti della sua unità e della sua capacita di leadership. La vera pecca della sinistra è di non riuscire a proporsi, per le sue lacerazioni e la sua disgregazione ideale, come rappresentante di quel cinquanta per cento del paese che ha rifiutato il dominio berlusconiano.

Uno dei motivi centrali di questa impotenza credo sia da ricercarsi nelle difficoltà di definire la natura della destra italiana, ricomparsa nell’ultimo decennio dopo un’ eclissi di più di mezzo secolo, ben oltre la testimonianza nostalgica del MSI. Il quesito (che anche Piero Ignazi affronta in questo numero) è se ci si trovi di fronte a una riedizione in salsa italiana di una destra classica, impersonata in epoca recente da Thatcher e Reagan e, oggi, da Bush o da Chirac e, quindi, di cultura liberale, conservatrice nei valori, liberista in economia, espressione egemonica della grande borghesia industriale finanziaria, oppure a qualcosa di diverso e, per certi versi, anche di opposto. Ad un blocco di segno populistico, insofferente delle regole liberali, voglioso di rivincita politica e sociale, che tenderebbe a trasformarsi in regime, non certo grazie alla violenza ma al dominio assoluto sui massmedia e alla subordinazione delle istituzioni, a cominciare dalla giustizia. Su questi due approcci analitici si innestano due speculari posizioni politiche: chi giudica questa destra, comunque, come l’espressione legittimata di un vasto schieramento popolare, non teme di lasciarsi «contaminare» da un confronto dialettico, in taluni casi anche «ravvicinato»; chi, per contro, legge nell’avvento dei berlusconiani il trionfo di un gruppo ai margini della legge, soffre ogni contatto come una nefasta legittimazione del crimine.

Di qui tutta una serie di autodistruttive polemiche interne che, se una qualche consapevolezza ispirasse gli artefici, non avrebbero ragione di essere. Quale che sia il giudizio sulla destra italiana, la risposta della sinistra non potrebbe, infatti, che esplicitarsi in termini politici e anche se risultasse, come scrive ironicamente Giuliano Ferrara, che «un gangster che si fa gli affari suoi si è istallato al governo della Repubblica» solo un pazzo (o un neobrigatista) potrebbe immaginare metodi violenti per rovesciarlo. O, di contro, (ipotesi più tentatrice, quanto stupida) il ricorso ad un purificante isolamento aventiniano, in attesa che ci pensi Ciampi. Ma se la strada percorribile è solo quella politica ne discende che, giuste o errate, le tattiche da usare non possono subire condizioni di principio: lo scontro pubblico e la denuncia drastica si alternano in un sistema democratico con i momenti di compromesso, l’ostruzionismo parlamentare con l’eventuale mozione bipartisan. Importante è che restino chiari, comunque, un programma e una prospettiva alternativi. Il terreno non manca.

Questa premessa non vuole, però, giustificare comportamenti incoerenti ma ricondurre al sano realismo dell’agire politico quanti sono portati a prendere per buone le pulsioni moralistiche che spesso prendono il sopravvento, anche perché, non di rado, servono a spalmare di nobile indignazione i tanti personalismi insorgenti. Ciò detto, l’analisi sulla natura di questa destra va quindi approfondita e aggiornata, anche sulla base dei primi mesi di governo, segnati da eventi e decisioni che oltrepassano di gran lunga le previsioni che potevano ragionevolmente farsi all’inizio. L’attentato all’indipendenza della magistratura che si è perpetrato attorno ai processi di Milano, le leggi sulle rogatorie, il falso in bilancio, il rientro dei capitali, la gratuita offensiva antisindacale che, almeno provvisoriamente, ha ricompattato le tre Confederazioni, la rottura con Ruggiero (e, indirettamente, con Agnelli) sull’Europa, le frizioni imposte ai vertici dell’UE, lo scardinamento della riforma sanitaria, lo spazio vieppiù lasciato a Bossi sono solo alcune delle incisive azioni che hanno caratterizzato, con scadenze ravvicinate, l’incipit della destra al governo. Esse, se sono apparse, come sono, profondamente dannose per la democrazia italiana, anche nel contesto internazionale, non sembrano aver scalfito il consenso di cui gode il premier e il suo sistema di alleanze. Un consenso (nel suo campo) confortato dall’appoggio, sovente dissimulato ma non meno efficace, di una coorte di intellettuali e commentatori di matrice post liberale, post socialista, post DC, post repubblicana che non trovano, evidentemente, disdicevole appoggiare l’avvento di questo regime populista. Senatore ruere in servitium scriveva Tacito all’avvento di Tiberio, e non basta, per giustificare questo precipitarsi al servizio di Berlusconi, l’insidiosa definizione del più intelligente dei suoi supporter, il già citato Giuliano Ferrara, che lo dipinge semplicemente come «un leader anomalo, come anomala è la recente storia d’Italia».

Eppure, se si guarda non alla storia recente ma a quella passata che, ci illudevamo, non avrebbe conosciuto riedizioni, la destra e il suo leader, così come il consenso che incontra, non ci appaiono poi così alieni. Capisco di avanzare una tesi che può suonare provocatoria e, per certi versi, gratuita. Ma se ci si chiede se stiamo assistendo non al ritorno del regime fascista (con la sua dittatura antiparlamentare, l’aggressività bellica, gli italiani in orbace, la dottrina della mistica mussoliniana, le leggi razziali, le ambizioni coloniali), bensì all’avvento al potere, senza mediazioni, di quel blocco sociale che garantì al fascismo, per un tempo non breve, un consenso di massa (largamente maggioritario, anche senza la necessità di riscontri elettorali, tanto più che il decisionismo piaceva assai più degli inutili ludi cartacei e del parlamentarismo) se così è, allora la comparazione storica non appare  più tanto infondata. In questa luce i comportamenti di governo, straordinariamente eloquenti e incisivi, hanno funzionato come reagente, facendo precipitare (in senso chimico) e rendendole trasparenti, le componenti costitutive della destra, tanto da profilare da subito le caratteristiche biologiche e somatiche della nuova classe che ha assunto il governo del paese e lo considera ormai suo patrimonio intangibile.

Il nucleo centrale è alimentato da quella vastissima platea piccolo e medio borghese, industriosa e mediamente benestante, che ha creato il novanta per cento di un apparato industriale dominato, a differenza del resto d’Europa, dalla microazienda. C’è poi la più diffusa e molecolare rete commerciale del continente, e c’è poi il mondo delle professioni, soprattutto quelle garantite da norme corporative (albi blindati, possibilità di guadagnare contemporaneamente nel pubblico e nel privato). Le incapacità della sinistra hanno spinto sia i nuovi lavoratori autonomi e le nuove professionalità emergenti, sia i tradizionali strati popolari urbani, orfani di una rappresentanza impegnata a loro difesa, a gravitare verso il Polo. L’ideologia portante non è il liberalismo che serve, talvolta, come maschera di comodo, ma quella tipica del piccolo imprenditore: autoreferenziale, diffidente delle idee generali, prepotente per animal spirits, insofferente verso regole e leggi che in qualche modo limitino o semplicemente regolino la sua libertà, nemico delle imposte, non tanto perché incidono sui suoi profitti, ma perché vengono «sprecate» per mantenere l’apparato dello Stato e sovvenzionare realtà a lui estranee, ferocemente antipatizzante nei confronti dei partiti, dei sindacati, della politica tradizionalmente intesa. Chi condivide questa mentalità immagina che applicando la sua sperimentata ricetta al governo del paese le cose andrebbero molto meglio, per lui e per tutti. Tanto peggio per chi non ci sta. Quanto all’Europa, essa era più gradita quando si limitava a un mercato comune dove fare migliori affari che, da Maastricht in poi, quando ha cominciato ad essere percepita come potere regolatore, impositore di parametri, alieno e non influenzabile. Questo diffuso stato d’animo naturalmente preesisteva, in maggiore o minor misura e più o meno esteso, anche nei decenni passati. Non assumeva, però, connotati politici aggreganti e non rappresentava – almeno a mio avviso – un pericolo per gli equilibri di una democrazia liberale. Il salto peggiorativo è avvenuto per più cause. La principale fra tutte è la caduta della Democrazia cristiana e dei partiti minori, socialisti compresi, che avevano assicurato per cinquant’anni il governo del paese. La DC, con una storia che affondava le radici nel popolarismo sturziano, nella Resistenza e nella costituzione, ha sempre rappresentato, con le sue contraddizioni e il suo interclassismo (non solo sociale ma politico, spaziante da Dossetti a Ciancimino, con una polivalenza che le permetteva di far convivere il rapporto preferenziale con la Chiesa, l’americanismo e il terzomondismo, l’aziendalismo di Stato e le corporazioni clientelari, il padronato e il sindacato) un filtro metabolizzatore delle pulsioni reazionarie sottese in una buona parte della piccola borghesia italiana, assicurandole in cambio la difesa dal comunismo sul piano interno e internazionale.

Credo non fosse ingeneroso il paragone che una volta azzardai fra Andreotti e la cozza, un mitile non bello ma buonissimo, che filtra di preferenza le acque infette, liberando un liquido grigiastro ma potabile. Questo ha fatto la DC (con i suoi alleati): ha reso potabile e democratica anche quella parte della borghesia e del popolo che, in proprio, non lo sarebbe stata. Tolta di mezzo la cozza il veleno è arrivato in tavola allo stato puro. Anche perché non c’era più la necessità di un antidoto al comunismo, anche se gli interessati hanno finto fino ad ora che quella minaccia persistesse.

La seconda causa, per la quale qui non spendo parole, è il decadere delle capacità aggreganti della sinistra. La terza si chiama Tangentopoli che destabilizzando oltre misura il sistema partitico democratico ne ha predisposto la successione catastrofica (il Cavaliere dovrebbe beatificare quei magistrati senza i quali sarebbe rimasto un tycoon indebitato, a ricasco delle sue protezioni politiche). La quarta causa è stata la discesa in campo di Berlusconi, che è riuscito ad assumere la rappresentanza di quelle classi che ne erano rimaste orfane. Ma questa assunzione ha una qualità ben diversa da quella impersonata dalla DC. Mentre il partito cattolico mediava e componeva i diversi interessi in un quadro culturale, politico, sociale e anche religioso complesso, la rappresentanza di Forza Italia è diretta, immediata, vissuta dal leader e dagli elettori come tale. Egli è davvero uno di loro e la pensa come loro. Il loro «pensiero» finalmente è libero di esplicitarsi e governare senza mediazioni. Di qui la passionalità plebiscitaria del rapporto tra Berlusconi e il suo elettorato. Di qui l’importanza dei sondaggi che servono al capo per tenersi in sincronia con le opinioni della sua platea. Di qui la non casualità che il suo movimento si sia articolato inizialmente attorno ad una struttura aziendale (Mediaset) e ne conservi le caratteristiche (non vi è traccia di democrazia interna o di correnti). Ma l’intuizione geniale di Berlusconi è andata oltre. Lo sdoganamento di AN, al di là del lavacro di Fiuggi, segna un accoglimento di continuità, almeno per quanto è oggi decentemente compatibile, con l’eredità storica del passato. Da questo punto di vista l’arrivo di Fini a palazzo Chigi è anche un ritorno al potere di chi ne era stato scacciato nel 1943. Così come l’alleanza con la Lega e con CL sancisce, al di là di ciò che perseguono nell’immediato, anche la rivalutazione delle forze antirisorgimentali, papaline e sanfediste che si opposero all’unità d’Italia. Anche la loro è una rivincita. Su Cavour, su Garibaldi, sul XX Settembre, sulla separazione fra Chiesa e Stato. Essa completa il puzzle berlusconiano. Tutto questo, peraltro, è avvenuto nel quadro di una scelta elettorale non contestabile.

Chi parla di regime, di devastazione della democrazia, di grave rischio per l’Italia come hanno fatto alcuni articolisti di sinistra, vuol negare che il consenso delle urne abbia un peso legittimante, come denuncia sul «Corriere» Giuliano Zincone? Del resto la polemica fra «criminalizzatori» e no, a cavallo della campagna elettorale, presentava un analogo dilemma. In proposito mi sembra superficiale la risposta di chi ricorda che anche Hitler ebbe la maggioranza relativa dei voti e la fiducia del Reichstag. La questione non è riproponibile in questi termini. Berlusconi non penserebbe mai di abolire la libertà di voto e sostituirla con la violenza. Da questo punto di vista è assolutamente un democratico. La sua democrazia, però, si ferma sostanzialmente qui e non si accompagna, checché creda e dica , con il liberalismo, che evidentemente confonde con il liberismo di mercato (quando gli conviene). La separazione dei poteri, la libertà piena della stampa e della TV, il rispetto dei ruoli delle istituzioni (dal Presidente della Repubblica alla Corte costituzionale) l’ossequio alla legge e alle sentenze della magistratura rappresentano un assieme di valori che egli crede debbano soggiacere al primato di chi ha ottenuto il voto popolare. Non dice: «Il padrone sono io!», ma una cosa forse più pericolosa: «Il padrone sono legalmente io!». Tutto il patrimonio di una società liberale articolata, da Montesquieu in poi, è annullato. Egli rispetta l’elettorato e non ricorrerebbe mai alle squadracce per coartarne la volontà. Gli basta avere in mano tutte le TV e godere della simpatia di quasi tutta la stampa per orientarne le scelte. Gli basta debellare ogni pretesa della magistratura di giudicarlo alla stregua di ogni altro cittadino, perché il voto ne avrebbe sancito l’immunità. Chi non si adegua è complice di un complotto comunista con ramificazioni internazionali o è un «criminalizzatore». È un fascista ? Certamente no. È un fascista democratico? Sarebbe un ossimoro inedito, ma non del tutto assurdo.

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