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Ripartire dall'unità

Written by Ugo Intini Friday, 01 February 2002 02:00 Print

Poiché finalmente battiamo moneta europea, dobbiamo battere anche politica europea. Questa è la semplice bussola da usare, questo è l’obiettivo. Esso riguarda soprattutto la destra – forse lo si considera politicamente scorretto – ma bisogna dire la verità. La destra italiana costituisce un caso unico in Europa e addirittura nel mondo. Non esiste infatti al mondo il caso di un partito ex fascista al governo, né quello di un partito ex separatista. E neppure il caso di un governo guidato dall’uomo economicamente più potente del paese, proprietario di metà dei canali televisivi e in conflitto perenne con la giustizia, tanto da creare un vulnus potenziale al principio della separazione tra i poteri. I poteri formali delineati ai tempi di Montesquieu: legislativo, esecutivo e giudiziario; e quelli sostanziali (forse più significativi nel mondo moderno): politico, economico, «mass mediatico». Questa unicità della destra non piace alla sinistra europea, come è ovvio.

 

Poiché finalmente battiamo moneta europea, dobbiamo battere anche politica europea. Questa è la semplice bussola da usare, questo è l’obiettivo. Esso riguarda soprattutto la destra – forse lo si considera politicamente scorretto – ma bisogna dire la verità. La destra italiana costituisce un caso unico in Europa e addirittura nel mondo. Non esiste infatti al mondo il caso di un partito ex fascista al governo, né quello di un partito ex separatista. E neppure il caso di un governo guidato dall’uomo economicamente più potente del paese, proprietario di metà dei canali televisivi e in conflitto perenne con la giustizia, tanto da creare un vulnus potenziale al principio della separazione tra i poteri. I poteri formali delineati ai tempi di Montesquieu: legislativo, esecutivo e giudiziario; e quelli sostanziali (forse più significativi nel mondo moderno): politico, economico, «mass mediatico». Questa unicità della destra non piace alla sinistra europea, come è ovvio. Ma non piace neppure alla destra europea che è spesso antifascista come la sinistra – basti pensare che in Francia e in Gran Bretagna i suoi miti, De Gaulle e Churchill, sono stati addirittura i capi della lotta antifascista. Non piace perché di fronte al separatismo, che costituisce una minaccia ovunque, la destra si dimostra geneticamente più nazionalista e più intransigente della sinistra. Perché l’intolleranza populista contro gli immigrati insidia soprattutto l’elettorato della destra moderata e razionale. Perché il berlusconismo rappresenta la vittoria del denaro sui partiti, della politica personalizzata su quella tradizionale. E la destra è costituita in Europa esattamente da partiti tradizionali, che temono più ancora della sinistra (e vedono più vicino a sé) il rischio di un potere economico in grado non di farsi rappresentare dai dirigenti politici conservatori, ma di scavalcarli per governare direttamente. Non devono affatto stupire questi timori europei, perché il caso italiano, specialmente con l’Euro, riguarda gli interessi di tutti; e perché l’Italia è già stata, con il fascismo, una esportatrice mondiale di contagi politici. Come ha scritto malignamente Max Gallo in Il giudice e il condottiero1, l’Italia è «la metafora dell’Europa», ovvero la società dove tutto si manifesta in modo caricaturale, esagerato ed eccessivo. Dove quindi le malattie latenti si presentano in modo evidente, ed esplodono mentre negli altri paesi moderni sono ancora in incubazione.

L’evidente anomalia della destra si inserisce in una anomalia più generale della nostra politica. L’Europa è infatti «l’Europa dei partiti», sognata, voluta e costruita dai grandi partiti tradizionali: innanzitutto i socialisti e i democristiani. È l’Europa dei partiti che si rinnovano, anche profondamente (come il Labour di Blair) ma nella continuità storica, senza recidere le proprie radici, con gli stessi nomi e simboli. Se in Italia quasi nessun partito ha conservato negli ultimi dieci anni simbolo e nome, anzi, se quasi nessuna forza politica si chiama formalmente «partito» e conserva una «P» nella sua sigla, non si tratta di un caso. È il risultato della recente rivoluzione all’italiana, è il segno non di una forza, ma di una debolezza. E qui il problema riguarda anche noi. Se la destra è infatti profondamente anomala, anche la sinistra lo è, sia pure in minore misura. Le due anomalie sono due facce della stessa medaglia che si tengono e si rafforzano l’una con l’altra. Nella sinistra italiana non c’è un normale, grande partito socialdemocratico europeo. Il partito dei DS – che per la verità non si chiama ancora «socialista» – pur essendo membro importante del Partito socialista europeo, e pur avendo compiuto la coraggiosa e probabilmente irreversibile scelta socialdemocratica, pesa elettoralmente all’incirca la metà rispetto ai normali partiti socialdemocratici europei, ed è guidato sostanzialmente da dirigenti nati comunisti anziché socialdemocratici, che per primi sentono l’esigenza di una visibile rottura con il passato. Questo è il punto di debolezza di cui Berlusconi è consapevole, tanto da chiamare anche nell’ultima campagna elettorale sempre e ostentatamente «comunisti» i dirigenti diessini.

Accanto ai DS, la Margherita, che è fortunatamente una neonata di successo, non appare tuttavia «né carne né pesce» se le si applica la bussola europea. Non è infatti un partito socialista europeo. Non un partito cattolico post-democristiano, né un partito liberaldemocratico. È forse un mix di tutto questo, tanto che i suoi dirigenti, per storia e cultura personale, si inseriscono benissimo in ciascuna di queste tre diverse (e spesso conflittuali) famiglie politiche europee. Ma i mix possono avere punti di equilibrio chimico interno instabili, e le margherite possono alla lunga soffrire per la sostanziale mancanza di radici. Sulla sinistra dei DS infine (terzo soggetto anomalo) si trova un’area esplicitamente comunista che in Europa non esiste o è inglobata in grandi partiti socialdemocratici pluralisti; oppure quando esiste preferisce alla destra (come dovrebbe essere ovvio ovunque) la sinistra socialdemocratica, rimproverata certo – e talvolta giustamente – di essere troppo moderata, ma avvertita pur sempre politicamente, storicamente e psicologicamente più vicina. È ciò che avviene ad esempio in Francia, dove il partito comunista non solo preferisce i socialisti, ma li fa vincere e governa con loro. Ciò avviene persino in Germania, dove gli eredi non di Gramsci, ma dei Vopos e della STASI, sono ansiosi di allearsi con i socialdemocratici. Dunque, se a una destra clamorosamente anomala si contrappone una sinistra anch’essa anomala, seppur in minor misura, il primo obiettivo dovrebbe essere la normalizzazione della politica italiana, il suo adeguamento agli «standard europei». Per avvicinarsi al risultato, forse bisogna partire dai contenuti concreti e dai comportamenti anziché dagli schemi astratti.

Il nostro sistema politico non farà strada in Europa, perché la destra è in carrozzella e la sinistra è claudicante. Il paralitico e lo zoppo devono dunque smettere di sbeffeggiarsi a vicenda. Si può continuare certo con le invettive e la propaganda che danno all’opinione pubblica, portata a semplificare, il quadro caricaturale di una contrapposizione devastante: reazionari e ladri da una parte, comunisti e giustizialisti dall’altra. Ma con questa rissa inconcludente a bordo, si continuerebbe per cinque anni e nel frattempo la nave italiana rischierebbe di affondare. Sarebbe invece preferibile immaginare uno scatto di fantasia, coraggio e responsabilità: un compromesso per l’Italia degli anni Duemila come sostanzialmente suggerisce, con parole sagge che vanno ponderate e capite, il capo dello Stato. Non un compromesso stile anni Settanta, con una confusione unanimistica tra maggioranza e opposizione, dal momento che il bipolarismo è ormai realtà. Ma piuttosto un’opposizione che aiuti la maggioranza a diventare una normale destra europea aiutando così anche se stessa a diventare una normale sinistra europea.

Lungo questa strada, il primo ostacolo è quello della giustizia. Ha ragione l’opposizione a contestare la politica del governo, che è indifendibile. E tuttavia, in Italia siamo passati in dieci anni da un eccesso all’eccesso opposto. Dalla prevaricazione della giustizia sulla politica alla prevaricazione della politica sulla giustizia. Dal «manette per tutti», al «liberi tutti». Una grande riflessione critica e autocritica, generosa e aperta, riconoscendo gli eccessi precedenti (ed evitando che si ripetano) può togliere alibi agli eccessi attuali. Anche sulla giustizia, la sinistra italiana procederà in tal modo verso la sua omogeneizzazione con tutte le altre sinistre, perché ovunque la sinistra è libertaria e garantista, in conflitto naturale con una destra geneticamente più autoritaria. La sinistra italiana, insistendo nella drammatizzazione della polemica sulla giustizia e sui temi connessi, finisce per muoversi nella direzione esattamente contraria, per tornare a schiacciarsi sul «dipietrismo» e sul giustizialismo anni Novanta. Più questa vecchia impostazione riemerge, più la sinistra rischia di allontanare quel 15% di voti socialisti e socialdemocratici che si sono in gran parte perduti per una reazione rancorosa, quegli elettori democristiani o moderati che si sono perduti perché spaventati. Diciamo la verità, l’esasperazione del tema giustizia non giova neppure elettoralmente. Non si può pensare a un replay della campagna 2001. Agli italiani era già stato efficacemente spiegato chi fosse Berlusconi, e il concetto era stato assimilato e metabolizzato. Tuttavia, per dirlo crudamente, molti italiani hanno preferito la dubbia legalità a quella che (a torto o a ragione) avevano percepito, negli anni Novanta, come una caccia alle streghe. Proprio gli ex comunisti dovrebbero avere la cultura politica per approfondire questo punto. Togliatti di tutto può essere rimproverato (e io stesso ho contribuito con polemiche eccessive) meno che di scarso realismo politico, egli infatti ripeteva ai dirigenti del PCI: «non fate paura, non dovete spaventare l’elettorato moderato». Paradossalmente, i postcomunisti, presentandosi come il partito degli inquisitori, hanno fatto paura più dei comunisti veri e hanno contribuito alla propria sconfitta.

La sinistra deve evitare di schiacciarsi nuovamente sul giustizialismo anche per non perdere di vista i temi veri e profondi del suo scontro con la destra, temi uguali in tutta Europa, che forse non appassionano le lobbies giacobine più interessate ai processi penali, ma che possono finalmente riavvicinarci al mondo del lavoro e dei giovani: la politica sociale e la politica internazionale. In tutto il mondo, la «rivoluzione liberista» ha vinto sulle ali del qualunquismo e del moderno autoritarismo, in due mosse. Prima ha convinto l’opinione pubblica che la politica è una cosa sporca. Poi l’ha convinta che non è soltanto sporca ma anche inutile, perché ci sono le leggi del mercato e dell’economia e tali leggi devono essere interpretate dai tecnici dell’economia (professori, banchieri e imprenditori). Da ultimo magistrati e poliziotti devono intervenire per assicurare ciò che ancora serve: il rispetto dell’ordine pubblico e dei contratti. La politica (e i politicanti) lascino operare i tecnici dell’economia e del diritto. Meno fanno e meglio è. Alla teoria dello «Stato minimo», i liberisti hanno ormai aggiunto quella della «politica minima». Se queste sono state le mosse vincenti della «rivoluzione liberista» che ha relegato in un angolo sindacati e lavoratori (e l’Italia costituisce un caso clamoroso), se la sinistra è sembrata unirsi al coro della delegittimazione contro la politica negli anni Novanta, cavalcando gli eccessi della retorica «anti-partitocratrica» e tagliando il ramo su cui essa stessa stava seduta, adesso deve andare in direzione opposta. A riconquistare il suo ruolo, a parlare non come i tecnocrati, ma con passione politica e partitica.

L’altro grande tema, strettamente connesso al precedente, è la politica estera. La maggioranza sta capovolgendo la tradizionale linea europeista dell’Italia, come hanno dimostrato in modo devastante le clamorose dimissioni del ministro Ruggiero. A ciò concorrono le provocazioni di Bossi, così come il pragmatismo furbesco di Berlusconi che si sente trattato da ultimo della classe in Europa e vuole pertanto proporsi come primo della classe nei rapporti con l’America e con Bush, suo riferimento politico. Ma c’è purtroppo molto di più. Da Tremonti a Martino, è penetrato ormai nel governo l’euroscetticismo dei conservatori inglesi e di quanti temono una Europa unita non soltanto economicamente ma anche politicamente, con una politica estera e di difesa comune, tale da costituire un modello alternativo rispetto a quello americano oggi dominante. Questa la grande posta in gioco. L’Europa ha un’economia più ricca e una popolazione più numerosa degli Stati Uniti. L’Europa può portare una pacifica sfida all’egemonia del dollaro e della finanza globale, può essere lo strumento non per lottare contro la globalizzazione (che può dimostrarsi un bene) ma per guidare politicamente, rendere più umana e più giusta la globalizzazione. Questo dovrebbe essere chiaro anche a Bertinotti e alla sinistra cosiddetta «alternativa». L’unica alternativa, l’unica speranza infatti è proprio una Europa a guida socialista. D’altra parte, l’idea di una Europa unita «alternativa» rispetto all’America era già chiara a Filippo Turati addirittura nel 1929. Quando scriveva in una lettera al leader laburista Henderson: «La preminenza e il predominio ognor crescente degli Stati Uniti (questa colonia d’un tempo, che sta per fare dell’Europa una sua propria colonia) fanno della Federazione europea una questione di vita o di morte per noi». Dobbiamo essere precisi su questo punto, che assume un valore anche simbolico decisivo di spartiacque tra la destra e la sinistra, perché non è un caso che l’Ulivo manifesti dietro la bandiera europea e Forza Italia dietro quella americana. L’Europa è indissolubilmente legata agli Stati Uniti, ma è diversa. È portata a seguire politiche sociali e internazionali inevitabilmente differenti, perché differenti sono la sua storia e il suo codice genetico. L’emigrante che varcava l’Atlantico contava sulle sue sole forze personali, accettava il rischio, si disponeva a domare con coraggio spazi immensi e a lottare in una giungla sociale. Il fratello rimasto in patria aveva invece preferito la sicurezza della propria comunità, il calore spesso sonnacchioso del suo villaggio. Nei loro codici genetici si è impresso da una parte dell’Atlantico l’individualismo, dall’altra la solidarietà, da una parte la crudezza, dall’altra un approccio più soft. Non a caso, di conseguenza, in America esiste la pena di morte ma non il Welfare State. E in Europa viceversa. Queste sono le due facce del mondo occidentale e di una stessa civilizzazione, di due famiglie legate ma concorrenti. L’individualismo e il coraggio possono scivolare, in America, nell’egoismo e nel delirio di onnipotenza. La solidarietà e la prudenza possono scivolare, da noi, nell’assistenzialismo e nell’«eurosclerosi». Si può sperare che tra le due famiglie di cugini si arriverà, in un mondo sempre più piccolo, a un punto di equilibrio, che prenda il meglio di ciascuna.

I nostri vecchi maestri di socialismo ci chiedevano di guardare lontano e di non essere miopi. Oggi, ciò va fatto più che mai, perché il mondo corre fulmineo, e la politica e la storia non soltanto non sono finite insieme al crollo del comunismo (come sosteneva Fukuyama) ma sono ritornate alla ribalta con impeto impressionante. Soltanto così la sinistra riprenderà a parlare ai giovani i quali si sono risvegliati improvvisamente attraverso quello che può diventare, nel bene e nel male, un nuovo Sessantotto. Ma i nostri vecchi ci chiedevano anche di guardare vicino, per non essere presbiti e non inciampare. Oltre ai contenuti, ai comportamenti e ai grandi temi, dobbiamo perciò badare anche agli schemi, alle alleanze tattiche. Alla razionalizzazione della povera e anomala sinistra italiana. Lo schema che si può immaginare è forse caratterizzato da due cerchi concentrici. Un più sottile cerchio esterno movimentista, protestatario e massimalista: una nebulosa sollecitatrice di idee anche stimolanti e condivisibili, ma che (questo è l’Abc della nuova politica europea) non possono essere realizzate nella sola Italia e possono diventare concrete soltanto se accolte a Bruxelles. Al centro della nebulosa, un grande, ben definito e solido cerchio, costituito da una vera e pragmatica sinistra europea, distinta dal movimentismo radicale (per non perdere credibilità come forza di governo) ma alleata elettoralmente con il cerchio esterno. Il grande nucleo centrale di una sinistra vincente può essere strutturato con geometrie diverse. Una ipotesi è quella che si regga su due gambe. Una gamba socialdemocratica e una cattolica (capace di rivolgersi all’elettorato moderato post-democristiano). Strette nell’Ulivo con un patto federativo e preparate a trovare un leader vincente da candidare alla presidenza del Consiglio. La gamba socialdemocratica (quella che ci interessa da vicino) non può essere la somma stanca di due apparati partitici (uno vasto e uno piccolissimo): DS più SDI. Con una operazione così riduttiva si rischierebbe infatti di bruciare sul nascere, alla prima prova elettorale importante, una grande speranza.

Un’altra ipotesi è quella non di due gambe, ma di una sola: un unico grande partito della sinistra europea, comprendente i socialisti tradizionali, i laici aperti al liberalsocialismo stile Blair, ma anche i cattolici: tutti agganciati saldamente al Partito socialista europeo. Un simile passo dei cattolici non sarebbe impossibile, dal momento che ad esempio il presidente stesso dell’Internazionale socialista, il portoghese Guterres, è un cattolico. E che il socialista ed europeista francese più prestigioso, Jacques Delors, è anch’egli un cattolico. La prima ipotesi (quella delle due gambe) richiederebbe probabilmente, per costruire il partito socialdemocratico, più coraggio nei contenuti e nella rottura con la tradizione del PCI, perché il nucleo dei dirigenti ex comunisti sarebbe in questo caso dominante. La seconda ipotesi richiederebbe minore impegno in queste direzioni, perché tale nucleo risulterebbe diluito in un’area molto più vasta, difficilmente rimproverabile dalla destra di continuità con il PCI.

Paradossalmente, l’intrico della politica italiana rende più agevole vedere lontano che vicino. Per non essere presbiti e sciogliere i nodi che sono assolutamente da sciogliere, dobbiamo forse fare sino in fondo i conti con la storia degli ultimi dieci anni. Con coraggio autocritico, ciascuno per la sua parte, ma anche con ottimismo. Perché, per la parte di sinistra (ex PCI ed ex PSI) dove siamo nati, l’unità non è un’invenzione di oggi. Ci eravamo arrivati molto vicini nel 1991, quando il PSI favorì l’ingresso del PDS nell’Internazionale socialista e nel Partito socialista europeo. Qualcuno allora, nel PSI di Craxi, era così irragionevole da pensare di poter costruire una sinistra vincente liquidando i comunisti? No.  Perché era evidente che senza la passione politica e il radicamento organizzativo comunista non si sarebbe andati da nessuna parte; che gli elettori comunisti, umiliati e offesi, sarebbero scivolati verso l’estrema sinistra o verso l’astensionismo, così da farci perdere. Qualcuno allora, nel PCIPDS, pensava davvero di poter costruire una sinistra vincente liquidando i socialisti? No. Perché senza la loro cultura riformista, che oggi ad esempio è rappresentata da Amato, non si sarebbe andati avanti. Il PSI è stato, sì, liquidato da Tangentopoli, ma gli elettori socialisti (appunto, umiliati e offesi) sono scivolati verso la destra e verso l’astensionismo facendo perdere la sinistra. È da lì che bisogna partire. Dall’heri dicebamus. Da quella unità che dopo il crollo del muro di Berlino si doveva fare e non si è fatta, perdendo dieci anni, contribuendo al disastro della sinistra e anche della democrazia, oggi sotto gli occhi di tutti. Bisogna partire dal riconoscimento degli errori di ciascuno. Anche dallo smantellamento di una teoria semplicistica, provinciale e non vera che ha fortemente contribuito all’allontanamento dell’elettorato socialista e moderato. La teoria secondo cui la distruzione del PSI e della DC attraverso Tangentopoli sarebbe il frutto di un complotto politico e giudiziario comunista.

 

 

Bibliografia 

1 M. Gallo, Il giudice e il condottiero, Longanesi, Milano 1994

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