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Una sinistra più grande per il cambiamento

Written by Piero Fassino Friday, 01 February 2002 02:00 Print

I dati del 13 maggio 2001 hanno fotografato impietosi una sinistra che è ai suoi minimi storici – sia come DS, sia come insieme di tutte le forze di sinistra – e che registra crescenti difficoltà a rappresentare una società investita da grandi mutamenti: nell’elettorato della sinistra persiste lo squilibrio tra classi di età a sfavore dei giovani, si registra una preoccupante staticità sociale, si restringono le basi di massa del consenso, si conferma una ridotta capacità d’attrazione di nuovi elettori. Tutto ciò è tanto più grave perché in questi anni la sinistra ha assolto – e peraltro con riconoscimenti – funzioni di governo, guidando l’Italia in un processo di risanamento finanziario, di crescita economica, di stabilità sociale, di europeizzazione che non è tuttavia stato premiato dal voto dei cittadini. Tra le molte ragioni di ciò, emerge un «deficit di cultura riformista» non colmato dall’essere stati forza di governo.

 

I dati del 13 maggio 2001 hanno fotografato impietosi una sinistra che è ai suoi minimi storici – sia come DS, sia come insieme di tutte le forze di sinistra – e che registra crescenti difficoltà a rappresentare una società investita da grandi mutamenti: nell’elettorato della sinistra persiste lo squilibrio tra classi di età a sfavore dei giovani, si registra una preoccupante staticità sociale, si restringono le basi di massa del consenso, si conferma una ridotta capacità d’attrazione di nuovi elettori. Tutto ciò è tanto più grave perché in questi anni la sinistra ha assolto – e peraltro con riconoscimenti – funzioni di governo, guidando l’Italia in un processo di risanamento finanziario, di crescita economica, di stabilità sociale, di europeizzazione che non è tuttavia stato premiato dal voto dei cittadini. Tra le molte ragioni di ciò, emerge un «deficit di cultura riformista» non colmato dall’essere stati forza di governo.

Si pongono, dunque, questioni fondamentali non più eludibili: una sinistra che voglia interpretare, rappresentare e tenere insieme l’Italia ha bisogno di una cultura autenticamente riformista capace di misurarsi con i cambiamenti e con le domande – sia di innovazione, sia di tutela e diritti – che vengono da una società in evoluzione. E una cultura riformista, a sua volta, ha bisogno di soggetti che la radichino, la vivano, raccolgano intorno a essa energie e consensi nella società. Ed è esattamente su questi due terreni che è maturata in questi anni la crisi della sinistra italiana: all’ambizione progettuale riformatrice non è corrisposta una altrettanto alta, moderna e innovativa cultura politica riformista, la cui formazione è stata ostacolata dal fatto che i partiti – a partire dal nostro – si sono rivelati spesso non sufficientemente capaci di cogliere, rappresentare e organizzare le domande della società italiana. Analizzando il voto Ilvo Diamanti ha scritto: «la sinistra ha perso perché troppo spesso ha dato l’impressione di essere preoccupata più di proteggersi dai cambiamenti, che di volerli guidare». Il punto cruciale è sapere che di fronte al cambiamento non si è più forti se ci si difende, ma se quel cambiamento lo si dirige.

D’altra parte è affrontando questo nodo che la sinistra è tornata a vincere in molti paesi europei dopo che gravi sconfitte l’avevano relegata all’opposizione. Se si guarda all’Europa, si ricava un solo e univoco insegnamento: perde la sinistra che si arrocca in una trincea difensiva; vince la sinistra che scommette sull’innovazione, sul cambiamento, sulla capacità di dimostrarsi credibile nel governare la società moderna. Così Tony Blair ha riportato i laburisti inglesi al governo dopo 18 anni di inverno thatcheriano; così Gerhard Schröder ha riconquistato la guida della Germania dopo la grave crisi vissuta dalla SPD negli anni dell’unificazione tedesca; così Lionel Jospin ha permesso ai socialisti francesi di superare la crisi di fiducia maturata nel crepuscolo del mitterrandismo; così Felipe Gonzales è riuscito a traghettare la Spagna dal post-franchismo all’Europa. Ciascuno di quei partiti ha vinto perché nel vivo dei cambiamenti della società ha sciolto ambiguità, risolto contraddizioni, innovato la propria politica, conquistato nuovi consensi.

Una scelta che con il congresso di Pesaro abbiamo reso definitiva: dare esito all’evoluzione di questo decennio, dando all’Italia una sinistra riformista espressione italiana del socialismo democratico europeo. Una sinistra capace di interpretare la modernità e di far vivere in essa quegli ideali di giustizia, libertà, democrazia che sono la ragione stessa per cui la sinistra è nata e vive. Una sinistra che di fronte a una società segnata dal cambiamento, sappia cambiare se stessa per dare a quei cambiamenti una qualità civile e sociale alta. Una sinistra che «non abbia paura» del futuro e che alla consolatoria tranquillità della conservazione preferisca il rischio dell’innovazione. Una sinistra che torni a vincere perché capace di guidare una società in movimento, tenendo insieme modernità e diritti. Per questo abbiamo voluto che lo slogan del congresso fosse «il coraggio di cambiare». E abbiamo aggiunto «il mondo» perché, tanto più dopo l’11 settembre il nostro essere e il nostro futuro non può essere pensato se non guardando ai destini del pianeta. E peraltro una chiara e irreversibile identità riformista dei DS è anche il punto di partenza di «nuovo inizio», perché il definitivo ed esplicito approdo dei DS al riformismo socialdemocratico per un verso rende possibile avviare quel processo di unità di tutta la sinistra riformista italiana che lungo più di un secolo di storia è stato sempre evocato e mai realizzato e, per altro verso, contribuisce al rilancio dell’Ulivo come la casa comune dei riformismi italiani. E «una sinistra unita in un Ulivo più grande» sono due condizioni essenziali per guardare alle elezioni del 2006 – o quando esse saranno – come al traguardo per riportare il centrosinistra a essere maggioranza nel paese e guida politica dell’Italia.

Sono ormai trascorsi otto mesi dalla formazione del governo Berlusconi e, ancorché il tempo non sia lungo, pure sono sufficientemente chiari gli indirizzi che segnano la politica del centrodestra, il cui filo conduttore pare essere in ogni settore la «destrutturazione» di ciò che è stato fatto in questi anni, a vantaggio di una riorganizzazione segnata da forte selettività sociale. Le scelte operate dai ministri Moratti nella scuola, Lunardi nelle opere pubbliche, Castelli nella giustizia, Sirchia nella sanità, Frattini e Tremonti nella pubblica amministrazione, Maroni nel rapporto con le parti sociali, appaiono dettate dall’idea per cui basta togliere quel che c’è perché le cose funzionino meglio. Finora ciò non è accaduto – e anzi è emblematico quel che si sta determinando nella giustizia – sono cresciuti conflitti, inefficienze, ritardi. Peraltro la furia deregolativa appare significativamente indirizzata a intaccare il rigore della legalità, come è accaduto con le normative imposte dal governo su rogatorie internazionali, falso in bilancio e rientro di capitali illegalmente trasferiti all’estero. E così un centrodestra che ha fatto della sicurezza dei cittadini uno dei suoi cavalli di battaglia elettorali, non esita ad approvare leggi e a compiere atti che ritoccano essenziali livelli di legalità e agevolano di fatto l’impunità. Per non dire della campagna di denigrazione e attacchi alla magistratura che da mesi viene condotta dallo stesso presidente del Consiglio, con una aggressività e una faziosità verbale inaccettabili per chi ricopre così alte responsabilità istituzionali. E quale che sia il giudizio che ciascuno può avere degli anni Novanta, non è accettabile che si conduca quotidianamente un sistematico attacco ai magistrati messi sotto accusa per il solo fatto di aver applicato le leggi di questa Repubblica. Non meno preoccupante è il modo assai approssimativo con cui si affronta una congiuntura economica che – anche in conseguenza delle vicende internazionali – appare essere caratterizzata da tassi di crescita assai più contenuti delle previsioni. Anziché predisporre misure anticicliche capaci davvero di favorire i consumi, di sostenere le imprese e di sollecitarle a scommettere su innovazione e ricerca, per ora assistiamo all’affastellarsi di provvedimenti congiunturali, di breve respiro, volti più a tamponare che a riorientare la spesa pubblica e la politica economica. Significativa, del resto, è l’impostazione della Finanziaria: non ci sono risorse adeguate per i contratti dei dipendenti pubblici; gli sgravi fiscali sono inferiori a quelli già in vigore e riorganizzati con una selettività socialmente iniqua; vengono ridotti i trasferimenti agli enti locali con evidente pregiudizio di servizi per i cittadini, proprio nel momento in cui l’avvio della riforma federalista richiederebbe risorse aggiuntive; c’è un’ulteriore riduzione delle già esigue risorse per la ricerca scientifica; il Mezzogiorno è pressoché assente, come peraltro in tutti questi mesi in ogni scelta del governo; non ci sono misure e sostegno dell’occupazione giovanile; e gli stessi sbandierati aumenti ai pensionati di minore reddito sono congegnati in ragione tale da escludere oltre il 60% di coloro che oggi hanno una pensione minima. Legge Finanziaria, Libro bianco sul lavoro, leggideleghe su lavoro, fisco e pensioni e le politiche sociali fin qui annunciate esprimono bene l’idea di fondo del centrodestra: promuovere una società aspramente competitiva, in cui ciascuno è in lotta contro tutti, temperata da un potere pubblico «compassionevole» che assiste chi resta escluso o ai margini della modernizzazione. E d’altra parte lo stesso presidente del Consiglio in uno dei suoi estemporanei interventi a braccio – quelli, per intenderci, in cui dice quello che pensa davvero – non ha esitato ad affermare che «poi ci sarà sempre lo Stato per i poveri».

Scompare il tema dell’innovazione e della qualità del lavoro come asse strategico dello sviluppo dell’Italia, che era il cuore degli accordi triangolari del ’93, del ’96 e del ’98. Così come è esplicita la tentazione di dividere il movimento sindacale, di svuotare il metodo della concertazione e la politica dei redditi, di alterare le regole contrattuali e l’assetto della previdenza. E, infine, a dispetto dell’ideologia liberista proclamata, vengono annunci di rallentamento delle politiche di liberalizzazione e privatizzazione e perfino la riforma delle professioni viene oggi considerata non «prioritaria». Insomma, ci troviamo di fronte ad un esecutivo incerto, confuso, tendente più a rinchiudersi nel protezionismo che a misurarsi con le sfide della competizione e dei mercati aperti. Per non parlare della tendenza a condizionare pesantemente l’informazione e il mercato editoriale, nonché ad un utilizzo politico della pubblica amministrazione degno di altri tempi. Chiedendo la fiducia al Parlamento Berlusconi indicò in una «seconda grande modernizzazione dell’Italia» l’obiettivo strategico del centrodestra. Bene, finora di ciò si è visto assai poco. Lo dico senza alcuna soddisfazione perché sono convinto che se non si vogliono compromettere i risultati raggiunti negli scorsi anni e non subire un declassamento nei nuovi assetti economici e politici internazionali, l’Italia ha bisogno di un salto di qualità e di una nuova fase di modernità. Davanti al paese ci sono rischi veri di stagnazione economica, di minore competitività sui mercati, di aumento della dipendenza tecnologica. Servono, dunque, politiche di sostegno ai consumi, alla produzione, agli investimenti, alla qualità sociale. Dovrebbe pur dire qualcosa la decisione di Bush – un repubblicano conservatore – di stanziare un’enorme quantità di risorse pubbliche per sostenere l’economia americana in una congiuntura resa più difficile dagli attentati terroristici dell’11 settembre.

Guardando ai principali paesi europei – non solo quelli governati da forze di sinistra – emerge il ricorso ad una nuova stagione di politiche pubbliche capaci di fare da volano ad un sistema che, se affidato alle sole dinamiche spontanee del mercato, perde colpi. Serve, dunque, una «nuova frontiera keynesiana» che, soprattutto, individui nella formazione, nel sapere, nell’innovazione, nella ricerca i terreni su cui operare un particolare sforzo di sostegno alle imprese e di creazione di lavoro e di produzione. Così come una fase di minore crescita dovrebbe sollecitare ancor di più a riforme nel Welfare e nelle politiche sociali – dalla sanità all’assistenza, dalla previdenza alla formazione – pensate non come riduzione di tutela e di diritti, bensì come opportunità per investimenti, per forme nuove di lavoro, per modernizzare servizi e pubbliche amministrazioni, per dare impulso al terzo settore e alle diverse forme di sussidiarietà.

Qui si pone il quesito: quale opposizione? Il severo giudizio critico nei confronti dell’operato del governo rende evidente la necessità di rendere più stringente e incalzante l’opposizione nei confronti di un governo che rischia di produrre danni gravi all’Italia. Il punto è «quale» opposizione o meglio quale deve essere la cifra di un’opposizione che si propone non semplicemente di mantenere i consensi ricevuti, ma di con quistare la fiducia anche di una parte di coloro che non si sono affidati al centrosinistra o addirittura hanno scelto di affidarsi al centrodestra. Non è un interrogativo formale, né la risposta è scontata. Spesso, infatti, affiora nelle nostre file la convinzione che il compito dell’opposizione si esaurisca nel ribadire la nostra alterità. Insomma l’importante – secondo molti – è che risulti che «noi non siamo loro». A me pare che rendere visibile la distinzione tra centrosinistra e centrodestra sia necessario, ma non sufficiente: è altrettanto decisivo dimostrare anche che «noi siamo meglio di loro». Perché solo così noi non ci limiteremo a rassicurare chi si è affidato a noi, ma potremo puntare ad allargare lo spettro dei nostri consensi, conquistando anche la fiducia di chi si è affidato ad altri. Insomma, la questione è cosa significhi l’opposizione di una forza riformista, di una forza cioè che non esaurisce la sua opposizione nell’erigere un muro di no, ma si sforza di accompagnare ad ogni no una proposta più credibile e convincente, perché in sintonia con interessi e domande della società. Ma questo comporta fare i conti con la società, i suoi bisogni, le sue sensibilità, i suoi conflitti e mettere in campo una forte innovazione culturale e politica capace di raccogliere e rappresentare le molte domande di diritti e di libertà a cui spesso non siamo stati capaci di dare risposte esaurienti e a cui il centrodestra ha fatto credere di essere incline.

Berlusconi ha vinto le ultime elezioni perché ha accreditato in una vasta parte dell’elettorato l’idea che con lui l’Italia sarebbe stata più dinamica, più moderna, più libera. Non basta dire che non è vero. Bisogna dimostrarlo e, soprattutto, dimostrare che noi abbiamo idee, programmi e uomini che sono in grado di più e meglio di rispondere alle attese della società. È, dunque, sul terreno della modernizzazione e della sua qualità che dobbiamo sfidare il centrodestra. So bene che questa parola – modernità – evoca diffidenze e timori, emersi anche nel nostro dibattito congressuale. È, dunque, utile su questo un chiarimento culturale e politico, che consenta di maturare un punto di vista comune. È ben evidente che la modernità – al pari di qualsiasi fenomeno – non è univoca, né neutra nei suoi caratteri e nei suoi esiti. Nessuno tra noi ha una visione acritica della modernità. Tutti siamo consapevoli di quanto diversa sia la nostra concezione da quella della destra. La destra ha una concezione darwiniana e deregolativa della modernità: come pura liberazione da ogni e qualsiasi regola per la parte più forte della società e come pura soggezione ai meccanismi di selezione naturale e di mercato per la parte più debole. Chi è più forte, vince. Chi è più debole, soccombe. Noi, invece, vogliamo una modernità per tutti, non separata dall’equità, dalla giustizia, dalla libertà; una modernità che offra maggiori opportunità per ciascuno e di civilizzazione dell’intera società. Ma per vincere questa sfida dobbiamo fare i conti con il rapporto tra modernità e diritti. Da un lato, infatti, la modernizzazione passa per crescenti fattori di dinamizzazione, elasticità, flessibilità, adattabilità, di ogni aspetto della vita del paese, sia esso il lavoro, i consumi, la produzione, gli stili di vita, i modi di organizzarsi della società. Per altra parte ciascuno di questi fattori di dinamizzazione può mettere a rischio certezze consolidate in cui si svolge la nostra vita. Ed è precisamente questo il nodo che una cultura riformista della sinistra deve essere in grado di sciogliere, superando un atteggiamento – spesso radicato a sinistra – che consegna alla destra la modernità e assegna alla sinistra il solo compito di difendere le tutele acquisite. Qui c’è la sfida vera per una sinistra riformista che abbia ambizioni di governo: tenere insieme modernità e diritti, realizzando così i contenuti di civilizzazione e di più alta qualità della vita per tutti e non per pochi. Insomma, questo è oggi il passaggio, stretto ma ineludibile, per ogni forza riformista: ripensare i diritti, le certezze, le garanzie in una società mobile e flessibile, raccogliendo e rappresentando le tante domande di libertà, di dinamismo, di modernizzazione che vengono da molti settori della società italiana. È tempo di liberarsi definitivamente dall’idea che il riformismo sia «la destra della sinistra». Il riformismo è la capacità di tenere insieme l’idealità progettuale con la concretezza del quotidiano. Diceva Roosevelt che «un radical è un uomo con ambedue i piedi piantati per aria. Un conservatore è un uomo con due gambe perfettamente funzionanti che, però, non ha mai imparato a camminare in avanti. Un reazionario è un sonnambulo che cammina all’indietro. Un riformista è un uomo che usa le sue gambe e le sue mani, su ordine della sua testa». Riformista è colui che si pone non solo obiettivi di mutamento, ma si chiede come realizzarli, con quale consenso, con quale scansione temporale, con quali strumenti. Riformista è colui che tende a «ri-formare» cioè a dare nuova forma alle cose e alla vita, rendendo ciascuno padrone del proprio destino perché lo rende responsabile e consapevole. Riformista è colui che si batte affinché redditi e opportunità vengano redistribuiti, ma si preoccupa anche di favorire l’accumulazione delle risorse perché quella redistribuzione avvenga. Riformista è colui che proprio perché mosso dalla passione dei propri ideali forti è spinto incessantemente a ricercare, con la ragione, i modi migliori per avvicinarsi ad essi. Riformista è colui che sa che in politica – come spesso ci ricorda Vittorio Foa – conta quel che muove, perché nel movimento sta la dinamica della storia, ma soprattutto «chi» lo muove e, dunque, non si ritrae dal difficile esercizio del governo. A quale riformismo pensiamo, dunque?

Un riformismo capace di parlare ai giovani i quali non hanno meno consapevolezza delle generazioni precedenti di essere titolari di diritti, ma avvertono che una società statica, rigida, immobile, gerontocratica rischia di accrescere la loro condizione di emarginazione e precarietà. E per questo a chiunque voglia davvero ascoltarli chiedono più sapere, accesso libero alle professioni, maggiori opportunità di scelta per la propria vita. Un riformismo capace di costruire con le donne italiane quel «patto» che consenta di superare la divaricazione tra la funzione sociale crescente che le donne assolvono oggi – nel lavoro, nella famiglia, nella relazione tra i sessi, nella società – e gli ostacoli materiali e le barriere culturali che ancora impediscono il riconoscimento – a partire dalla politica – del talento, delle capacità, delle competenze delle donne. Riformismo è un modo di guardare all’impresa riconoscendone i valori – il lavoro, la competizione, lo spirito imprenditoriale, il rischio personale, l’autopromozione – e coniugandoli con un sistema di regole e diritti che consentano a quei valori di essere risorse per la società intera. Ed è capacità di corrispondere a domande di settori produttivi più dinamici che misurano ogni giorno la frustrazione di operare in contesti amministrativi, istituzionali, ambientali statici e ostili. Riformismo è un’idea di libertà non come semplice libertà passiva «da» qualche vincolo o regola, ma libertà come maggiori opportunità per la vita di ciascuno; come libertà positiva «di» realizzare se stessi; libertà di scegliere, di farsi valere; libertà di ognuno che si accompagna alla libertà di tutti. Riformismo è un modo di guardare alla scienza e alla ricerca come ad una risorsa immensa e non come un rischio da cui difendersi. Riformismo è riappropriarsi del valore essenziale della laicità, come cultura della libera scelta, riconoscimento del pluralismo culturale, etico e religioso. È capacità di regolare – anche attraverso l’incontro tra culture laiche e pensiero religioso – grandi questioni come la bioetica, le forme della famiglia, la libertà nelle scelte procreative, le nuove frontiere della ricerca, il pluralismo educativo. Riformismo è una cultura ambientalista che si sottragga ai rischi di un fondamentalismo che vede un danno o un rischio in qualsiasi modifica del rapporto uomo-natura, quando invece il vero tema è a quali condizioni e per quali obiettivi quel rapporto viene cambiato, cogliendo le straordinarie opportunità offerte dalle nuove frontiere a cui è giunta oggi la scienza e utilizzando le nuove tecnologie per una gestione non conflittuale del rapporto tra tutela ambientale e modernizzazione infrastrutturale.

Riformismo è concepire una società che investe sul sapere come la leva essenziale per innalzare la qualità del sistema produttivo, per offrire a ciascuno più opportunità di scelta nella propria vita, per governare un lavoro flessibile senza l’angoscia della precarietà. Riformismo è sapere che la società multietnica e multiculturale non si costruisce proclamando astrattamente l’uguaglianza degli uomini, ma soprattutto operando affinché le due tensioni che sempre si manifestano in ogni fenomeno migratorio – il carico enorme di speranze di chi arriva, le paure e le angosce di chi accoglie – non diventino ragione di conflitto ma di convivenza, di reciproco riconoscimento, di una uguaglianza vera e riconosciuta perché fondata su diritti e doveri. Riformismo è un’idea dello stato sociale al cui centro sia la persona e i suoi bisogni individuali. Una società che non abbia «ultimi» e uno Stato che garantisca universalità di diritti e prestazioni, riconoscendo al tempo stesso a ciascuno la libertà di scelta. Riformismo è guardare ad un Mezzogiorno che in questi anni è cambiato e nel quale sempre di più convivono aree di intenso sviluppo e zone di arretratezza e soprattutto cogliere che – come ebbe a dire il Presidente Ciampi, allora ministro del Tesoro – «il Mezzogiorno è l’area del paese dove più limitato è lo sfruttamento delle risorse e delle opportunità; dove maggiore è la distanza tra scenari positivi e negativi; dove più alto può essere il rendimento, per l’intero paese, di una strategia di sviluppo». Riformismo è sapere che la sicurezza dei cittadini non è un «tema della destra», perché l’incertezza delle leggi, la lentezza della giustizia, la non omogeneità delle decisioni, la non certezza della pena e delle sanzioni recano danni materiali ai cittadini e logorano la coesione civile del paese. Affermare l’autorità della legge e dello Stato contro la criminalità organizzata; contrastare le molte forme di illegalità che generano in molti cittadini una diffusa percezione di insicurezza; impedire che forme di corruzione possano nuovamente minare il corretto funzionamento della pubblica amministrazione e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni; garantire una giustizia più accessibile e più rapida e un’effettiva certezza della pena: tutto ciò è condizione perché ogni cittadino, vivendo una società sicura, si senta più libero. Riformismo è un’idea dei rapporto tra Stato centrale e poteri regionali e locali fondato su principi di sussidiarietà. Un federalismo cooperativo e solidale che riconosca l’autogoverno delle comunità locali, conferisca loro risorse e competenze, respinga ogni forma di egoismo localistico e di separatezza istituzionale. Riformismo, insomma, è avere un’idea «aperta» della società, della sua ricchezza, delle sue infinite potenzialità per sostenere le quali è necessario uno Stato che superi definitivamente una cultura dirigistica a favore di una capacità di «accompagnare» la società nella sua crescita. È questo il riformismo che vogliamo per l’Italia.

Spetta poi alla sinistra – che oggi è forza di governo nella maggioranza di paesi dell’Unione – essere capace di rilanciare con forza l’Unione europea come il luogo, lo spazio, la dimensione entro cui si giocherà il futuro di ogni nazione di questo continente. E spetta alla sinistra italiana mantenere saldo e forte l’ancoraggio europeo del nostro paese. Con il centrosinistra, infatti, l’Italia ha ricollocato se stessa dentro l’Europa. Direi di più: ha pensato se stessa – la sua economia, la competitività delle sue imprese, la qualità della sua scuola, la sua pubblica amministrazione – in Europa. E lo straordinario aggancio della lira all’Euro – oggi considerato del tutto ovvio da chiunque, ma nel ‘96 assai meno scontato e condiviso – ha rappresentato non solo l’occasione per un ineludibile risanamento finanziario, ma anche il vettore di un salto di mentalità e di cultura dell’intera società italiana. Non è affatto scontato che tutto ciò non sia messo in discussione – come si è visto in occasione delle clamorose dimissioni di Ruggiero – da un centrodestra per il quale l’Europa appare essere più una necessità non evitabile e da cui difendersi, che non una scelta consapevole, come dimostrano i populismi antieuropei di Bossi, le nostalgie protezionistiche di Tremonti e l’assenza di una vera consapevolezza europeista di Forza Italia. Occorre invece piena consapevolezza che l’Europa sarà sempre di più il luogo, lo spazio, la dimensione in cui si svolgerà la vita di ciascuno di noi. Dunque, abbiamo bisogno di una sinistra profondamente europeista, che pensi e progetti il futuro dell’Italia in una dimensione europea e si batta perché l’Italia sia protagonista attiva della realizzazione di un’Unione forte. Una sinistra che si collochi pienamente – per cultura, politiche, programmi, modi di essere – nel socialismo riformista del nostro continente. La sinistra italiana è chiamata a ridefinire non solo culture e politiche, ma anche i suoi soggetti politici. Con il congresso di Pesaro i DS hanno assunto definitivamente il profilo di una forza del socialismo democratico europeo. Una sinistra che si colloca così a pieno titolo nel pensiero e nelle idealità del socialismo democratico, non solo perché affiliata all’Internazionale socialista e al PSE, ma perché esprime e pratica quella cultura politica e quell’azione programmatica che, da tempo, consente a grandi partiti socialisti e socialdemocratici europei di assolvere a una funzione dirigente nelle proprie società. Un partito di sinistra capace di far incontrare e fondere storie, culture e percorsi diversi.

A Torino, al primo congresso dei DS, Walter Veltroni parlò di una Epinay italiana e si avviò in quel congresso l’incontro tra il PDS e l’esperienza dei Cristiano sociali, dei Laburisti, dei Comunisti unitari, di Repubblicani e laici. Quel percorso, tuttavia, non è compiuto e anzi sarebbe sbagliato non vedere che ritardi e lentezze hanno frenato un percorso di reciproca contaminazione culturale e politica che invece va rilanciato con forza. Infatti, definire il nostro partito come «socialdemocratico » non significa affatto ridurne il pluralismo culturale e politico. E anche in questo caso, peraltro, può soccorrere l’esperienza europea se solo si pensa al contributo decisivo dato da correnti radicali e cristiane alla rifondazione del socialismo francese; all’influenza di forti esperienze evangeliche e di culture ambientaliste nei partiti socialdemocratici del Nord Europa; all’incontro tra laburismo, valori liberaldemocratici e principi cristiani nel pensiero di Tony Blair; al fatto che lo stesso presidente dell’Internazionale socialista, Antonio Guterres, è uomo di forti ed esplicite convinzioni religiose. Non vi è partito socialista o socialdemocratico europeo che, in questi anni, non sia stato arricchito dall’apporto culturale del pensiero liberaldemocratico, della sensibilità ambientalista, della cultura delle donne, dei valori del personalismo cristiano. E ciò deve valere anche per noi. E peraltro nella storia della sinistra italiana e dei suoi partiti – dalle origini ai giorni nostri – ricorrenti sono state le contaminazioni con altri riformismi di ispirazione laica e religiosa.

Al tempo stesso proprio l’assunzione da parte dei DS di un profilo chiaramente riconducibile al socialismo europeo consente di guardare con nuova fiducia ad una prospettiva di unità di tutte le forze che si richiamano ai valori del socialismo democratico, lavorando per unire quella sinistra italiana che lungo cento anni di storia è stata percorsa – e spesso ridotta nelle sue possibilità politiche – da lacerazioni e divisioni e minata dalla pretesa, avanzata di volta in volta da ciascuna delle forze della sinistra, di rappresentarla tutta, negando legittimità all’altro. Lasciarsi alle spalle tutto ciò è tanto più possibile oggi perché le ragioni ideologiche, politiche, programmatiche di quelle divisioni stanno alle nostre spalle. La storica contrapposizione tra movimento comunista e socialdemocrazia è stata risolta dal crollo del Muro di Berlino e dal riconoscimento che l’esperienza del riformismo socialdemocratico è l’unica sinistra che ha vinto le sfide della società contemporanea. Le divisioni politiche che a lungo in Italia hanno contrapposto comunisti e socialisti sono anch’esse consegnate alla storia e oggi gli eredi di quei partiti si riconoscono in comuni valori e idealità, appartengono alle stesse organizzazioni socialiste internazionali, stanno insieme nell’Ulivo. Nulla giustifica il permanere a sinistra di più partiti riformisti, tanto più quando il voto ci sollecita a dare corso a un progetto politico capace di parlare non solo a quell’elettorato che già oggi vota per i partiti della sinistra, ma a un’opinione di sinistra ben più ampia, superando vecchi schemi e vecchie culture della sinistra del Novecento, riconoscendo la funzione dei molti filoni del riformismo italiano, aprendo una ricerca e un dibattito reale, spregiudicato, serio, capace di coinvolgere l’insieme del popolo della sinistra. Nella società civile, nel mondo del lavoro, delle professioni e dell’impresa, fra i giovani e le donne, fra gli intellettuali e in ambito associativo, vi è un patrimonio diffuso di energie umane, culturali e politiche in cerca di un punto di riferimento in grado di incarnare gli ideali di eguaglianza, libertà e giustizia sociale e noi a questa domanda dobbiamo dare una politica e uno strumento.

Si tratta perciò di mettere in moto un processo politico ampio, di alto profilo culturale, di forte tensione ideale e morale che coinvolga le diverse esperienze politiche, sociali e culturali della sinistra riformista e punti alla loro unità. È necessario farlo oggi nell’epoca del mondo globale e di fronte a scenari che – tanto più dopo l’11 settembre – interrogano e sollecitano ogni forza politica a ridefinire valori, princìpi, gerarchie di priorità, obiettivi. Una sinistra che, come in altre fasi della vita di questo paese, abbia l’ambizione di assolvere ad una funzione nazionale ha il dovere di non essere prigioniera della sua storia, perché – come ha scritto efficacemente Giuliano Amato nel primo numero della rivista Italianieuropei – «il passato è finito, l’imperativo del presente è costruire il futuro». E a Giuliano Amato, che si è augurato più volte che dai DS venisse un’esplicita disponibilità in questa direzione, i Democratici di Sinistra hanno risposto che sono pronti e mettono la loro forza e la loro esperienza al servizio di un progetto più grande, che lasciandoci definitivamente alle spalle il Novecento ci consenta di dare all’Italia una unica e grande forza del riformismo socialista italiano. Un processo in cui nessuno sia a priori maestro e gli altri discepoli, ma in cui ciascuno partecipi con pari dignità e che si sviluppi con modalità da definirsi insieme e consensualmente tra tutti i soggetti coinvolti e con tempi che tengano conto delle scadenze politiche che stanno di fronte a noi. Un percorso che quanto più sarà condotto insieme, tanto più potrà essere l’occasione per rivisitare i tanti passaggi cruciali della storia della sinistra e dell’Italia – compresi i controversi anni Novanta – e ricomporre così una visione condivisa delle ragioni che nel passato ci hanno separato e degli obiettivi che nel futuro ci devono unire. Una sinistra riformista unita potrà così anche assolvere ad una funzione essenziale di rapporto tra l’Ulivo – che è la casa dei riformisti italiani – e il Partito del socialismo europeo, laddove si associano i partiti che rappresentano in ogni paese d’Europa il riformismo. Unire la sinistra riformista è anche la condizione per realizzare un confronto con quella sinistra – in particolare Rifondazione comunista – che si colloca in una dimensione antagonista. Non si tratta di ridurre o mascherare le differenze, che sono molte e spesso radicali. Si tratta di riconoscersi reciprocamente come espressioni di una sinistra plurale e sviluppare un confronto aperto, schietto, capace di favorire, quando possibile, ambiti di intesa e di collaborazione. Questa sinistra non può che pensarsi dentro l’Ulivo, la casa comune dei riformisti italiani.

L’Italia si è avviata in questi anni sui binari del bipolarismo e se mai occorre chiedersi se e come sia possibile – nel nuovo quadro politico – dare esito conclusivo a una transizione istituzionale incompiuta, evitando derive plebiscitarie e forme oligarchiche di gestione del potere. In ogni caso nessuna forza politica può progettare la propria funzione se non come parte di una coalizione. E, dunque, nel momento in cui lavoriamo per una sinistra riformista più forte e unita non vi è in noi alcuna idea di autosufficienza. Al contrario pensiamo che una sinistra che ritrovi forza e radicamento può contribuire così ad una coalizione più larga e più solida. L’Ulivo nel 1996 nacque dall’incontro del riformismo della sinistra democratica con il riformismo cattolico e i settori più dinamici della borghesia imprenditoriale intorno a un progetto di modernizzazione dell’Italia che trovò nell’ingresso nell’Euro e nell’ancoraggio dell’Italia all’Europa il suo elemento più visibile. La sconfitta del 13 maggio affonda le sue radici anche nella consunzione di quella alleanza.

Oggi, dunque, la questione è assicurare agli italiani un «nuovo patto di cittadinanza» e quindi un nuovo senso dello Stato e dell’interesse nazionale a fronte di fatti storici come il processo di integrazione europeo e le sfide della globalizzazione. Fondare l’Ulivo su questo progetto è anche il modo giusto per definire i rapporti tra le forze politiche che lo costituiscono. Un Ulivo strutturato e più forte non contraddice l’articolazione e il pluralismo della coalizione, ma semmai sollecita una riorganizzazione dei diversi riformismi che lo costituiscono. E questo perché l’Ulivo vince e si espande non già se si annullano le identità che lo compongono, ma al contrario se ciascuna di esse si radica maggiormente nella società italiana. Noi abbiamo salutato come un fatto positivo la nascita della Margherita e auspichiamo che il processo costituente di questa forza politica consenta un ulteriore suo radicamento. Ed è con lo stesso spirito che operiamo per una sinistra unita che, ritrovando radici forti, contribuisca al rilancio dell’Ulivo. Il centrosinistra non è uno spazio precostituito all’interno del quale la crescita dell’uno sottrae forza e ruolo all’altro né si tratta di stabilire ruoli precostituiti: alla Margherita il centro, alla sinistra di fare il «suo mestiere». La vera sfida per il centrosinistra è elaborare una visione dell’Italia, anche attraverso una competizione non conflittuale tra le diverse forze politiche dell’Ulivo, in cui ciascuno punti a espandere il proprio radicamento. E se ciascuno fa la sua parte fino in fondo, aiuta anche le altre forze democratiche a fare meglio la loro. Così come occorre lavorare per allargare l’Ulivo ad altre formazioni e movimenti, ritrovando quella sintonia tra Ulivo e società che fu una delle ragioni del successo del ’96. Un Ulivo dinamico, capace di parlare alla società italiana, sarà anche in grado di ricercare il confronto con le altre forze di opposizione, quali Rifondazione comunista, l’Italia dei Valori e Democrazia europea, ricercando quelle possibili intese che, se realizzate, avrebbero potuto dare diverso esito alle elezioni del 13 maggio e hanno favorito il successo nelle elezioni amministrative di grandi città.

Il rilancio dell’Ulivo, tuttavia, non può essere affidato semplicemente alla vitalità dei soggetti che lo compongono, né alla sola inerzia postelettorale. C’è bisogno di un salto di qualità, che consenta all’Ulivo di vivere con una sua soggettività e autonomia dai partiti che lo compongono. Così come l’Unione europea ha una sua soggettività, ambiti di competenze, regole e strumenti, senza che questo significhi la sparizione degli Stati nazionali, così l’Ulivo ha anch’esso bisogno di un’elaborazione propria che non sia semplice somma delle proposte dei vari partiti; ha bisogno di regole di funzionamento che consentano alle legittime distinzioni di non compromettere coesione e unità; ha bisogno di criteri e strumenti democratici di selezione delle candidature e della leadership; ha bisogno di ambiti di competenza riconosciuti da partiti disponibili a cessioni pur parziali di sovranità. Occorrono, dunque, scelte politiche e organizzative: l’organizzazione permanente dell’Ulivo nei collegi elettorali; la federazione dei gruppi parlamentari; portavoce unici nelle commissioni parlamentari; una annuale conferenza programmatica; regole per rendere compatibili pluralismo e unità della coalizione. Su tutti questi temi è tempo che la coalizione assuma decisioni e la convenzione nazionale dovrà essere la sede. Questa, dunque, è la sinistra di cui c’è bisogno per l’Italia. La scelta è chiara: non restare sulla difensiva; non proteggersi dai cambiamenti, ma guidarli; non illudersi che si possa battere la destra arroccandosi in vecchie certezze. Non possiamo davvero cullarci in nessuna forma di continuismo, né possiamo consentirci ulteriori incertezze di scelte e di identità. Abbiamo detto a Pesaro: «il coraggio di cambiare» per essere capaci di rappresentare e guidare una società che cambia. Nel compiere questa scelta non vi è in noi alcuna incertezza ideale. I valori per cui la sinistra è nata e vive – la libertà, la democrazia, la dignità della persona, la giustizia, l’uguaglianza – non solo non sono venuti meno, ma rivelano tutta la loro vitalità se solo si guarda alle contraddizioni che percorrono il mondo di oggi. Semmai, è proprio la validità delle nostre ragioni a sollecitarci a non restare fermi e a metterci ancora una volta in cammino. C’è in noi tutta la consapevolezza e l’orgoglio di ciò che la sinistra rappresenta nel mondo, in Europa, in Italia. E sappiamo che senza la sinistra, i suoi ideali, i suoi partiti, i suoi sindacati, l’Italia non avrebbe conosciuto quello sviluppo che lungo più di un secolo ne ha fatto un grande paese, né quell’incivilimento che ne fa oggi una società democratica e libera. Non c’è passaggio cruciale della storia d’Italia in cui la sinistra non abbia svolto una funzione nazionale, ogni volta sapendo tenere insieme gli interessi della propria parte e le esigenze del paese. Così è anche oggi – tanto più dopo l’11 settembre – in un passaggio d’epoca che vede inestricabilmente intrecciati i destini della nazione e il futuro del mondo.

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