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Le nuove istituzioni

Written by Giorgio Napolitano Thursday, 01 November 2001 02:00 Print

L'emozione e l’allarme con cui ne scriviamo a poche settimane di distanza ci rendono difficile un giudizio più ponderato sull’impatto di quegli avvenimenti sconvolgenti, ma un dato ci sembra evidente e indubbio: quella data, 11 settembre 2001, ha segnato uno spartiacque, e non può che segnarlo anche nella riflessione sull’Europa. Se appaiono in questo momento imprevedibili gli svolgimenti che potrà avere il confronto, anche militare, col terrorismo internazionale, è un fatto che la strategia della «grande coalizione» avviata dalla leadership americana implica e apre un campo di profondi ripensamenti e cambiamenti negli equilibri mondiali. Anche perché l’11 settembre ha fatto precipitare – rappresentando in questo senso uno spartiacque – i più complessi e gravi problemi che si erano venuti accumulando e acuendo in rapporto agli sviluppi, e alle  esigenze di governo, del processo di globalizzazione.

 

L'emozione e l’allarme con cui ne scriviamo a poche settimane di distanza ci rendono difficile un giudizio più ponderato sull’impatto di quegli avvenimenti sconvolgenti, ma un dato ci sembra evidente e indubbio: quella data, 11 settembre 2001, ha segnato uno spartiacque, e non può che segnarlo anche nella riflessione sull’Europa. Se appaiono in questo momento imprevedibili gli svolgimenti che potrà avere il confronto, anche militare, col terrorismo internazionale, è un fatto che la strategia della «grande coalizione» avviata dalla leadership americana implica e apre un campo di profondi ripensamenti e cambiamenti negli equilibri mondiali. Anche perché l’11 settembre ha fatto precipitare – rappresentando in questo senso uno spartiacque – i più complessi e gravi problemi che si erano venuti accumulando e acuendo in rapporto agli sviluppi, e alle  esigenze di governo, del processo di globalizzazione. Nella fase precedente, un impulso a misurarsi con quei problemi era certamente venuto dai movimenti di contestazione transnazionali, che avevano toccato il culmine nelle giornate del G8 di Genova. La carica di violenza, gli ideologismi vecchi e nuovi, le mitologie distruttive, che avevano così negativamente condizionato quei movimenti, non potevano impedire di cogliere nella loro eterogenea configurazione forti inquietudini e impulsi ideali, che riflettevano tensioni interne ed esterne all’Occidente. L’attacco sferrato in forme inimmaginabili di terrorismo fanatico e spietato contro l’America, contro i simboli del suo potere e contro la sua gente, ha radicalmente spostato quelle tensioni sul piano di una contrapposizione totale, di una guerriglia destabilizzante, senza esclusione di colpi e senza confini. E di fronte a ciò, ha un valore molto relativo il ragionare su quanto questioni di fondo, individuabili nello «stato del mondo», nelle tendenze e nelle ricadute della globalizzazione, e situazioni di crisi esplosive come in primo luogo quella del Medio Oriente, costituiscano puro pretesto e terreno di coltura, o semplice fonte di adesioni e di consensi, per una strategia del terrore motivata in effetti dalla visione di uno scontro con l’Occidente come scontro di religioni e di civiltà, e guidata in sostanza da una logica nichilista. Una simile analisi, che rischia peraltro di eccedere in schematismo, nulla può comunque togliere alla necessità fattasi ormai imperiosa di affrontare in tutta la loro portata problemi che riconducono al ruolo della politica, dei poteri democratici, delle istituzioni internazionali rispetto a uno sviluppo globale segnato da tensioni dirompenti, da disuguaglianze ed esclusioni insostenibili, da sfide di molteplice natura che mettono in causa il nostro comune futuro.

E l’Europa? Come cambiano i termini del «dibattito sull’avvenire dell’Unione»? Diciamo la verità: l’annuncio di quel dibattito da partedei capi di Stato e di governo riuniti a Nizza e la decisione di promuoverlo, erano stati un segno di cattiva coscienza per le conclusioni meschine di una conferenza che avrebbe dovuto riformare le istituzioni dell’Unione in vista di un suo allargamento senza precedenti. Nello sfondo si coglieva peraltro il riconoscimento, o almeno la percezione, dell’esigenza di nuovi e più definiti orizzonti per l’impresa della costruzione europea; qualcosa che era emerso già nel corso del 2000, sotto il primo impulso dell’intervento di Joshka Fischer. Non si può perciò negare che si sia almeno determinata una contraddizione feconda tra reticenze e chiusure nelle sedi di confronto e negoziato intergovernativo, e manifestazioni di spirito critico, di apertura a un effettivo rinnovamento, in sedi di dibattito sulle prospettive dell’Unione, con la partecipazione anche di personalità rappresentative degli Stati membri.

Ma rispetto a quanto si era espresso in questo senso – e ai contributi venuti dal Parlamento europeo, dalla Commissione, dalla presidenza di turno belga – fino all’11 settembre, il discorso sull’Europa non può non assumere accenti nuovi, non può che nutrirsi di una nuova consapevolezza. Balza in primo piano il tema delle responsabilità globali dell’Unione europea, del suo ruolo nella fase di crisi e di ricerca apertasi su scala mondiale. E ne discendono significative inflessioni nel discorso sulle politiche «interne» dell’Unione. Va di conseguenza riqualificato il quadro del dibattito, che pure resta cruciale, sull’architettura istituzionale, sollecitato non solo ma anche dall’imminente allargamento. Occorre prendere atto dello spartiacque che con l’11 settembre si è prodotto anche per la riflessione e l’impegno di noi europei ed europeisti. È sempre stato difficile trovare un punto di equilibrio nel giudizio da dare di volta in volta sullo stato della costruzione europea, sui traguardi raggiunti in rapporto alle esigenze di un suo più coerente sviluppo, sulle possibilità di superamento delle debolezze e delle resistenze emerse via via. Sappiamo attraverso quanti momenti di stallo o di crisi sia passata la storia dell’Europa comunitaria: e in ciascuno di quei momenti ci si è divisi tra valorizzazione di un bilancio del già acquisito che mirasse a sdrammatizzare l’urgenza di nuove scelte e il rischio di non volere o sapere farvi fronte, e, dall’altro lato, esasperazione del giudizio critico sul già costruito, rappresentazione delle scelte da compiere in termini di dilemmi fatali per le sorti dell’impresa europea. All’indomani del Consiglio di Nizza ci siamo per l’appunto trovati in un momento di grave e fondata preoccupazione per le aspettative andate deluse, per le indubbie avvisaglie di crisi, per le necessità di consolidamento e di sviluppo cui dare risposta: e se è stato giusto, certo, richiamare – in chiave di prospettiva storica – la straordinaria portata del cammino compiuto attraverso il processo di integrazione in un’Europa sempre più largamente unita, sarebbe stato e sarebbe fuorviante ricavarne conclusioni rassicuranti, filosofie banalmente gradualiste. È la realtà dell’Europa e del mondo, delle sfide che non possiamo eludere – ancor più dopo l’11 settembre – che ci impone di essere ambiziosi, di sciogliere nodi finora non sciolti di tornare, anche, a riflettere sull’ispirazione originaria del grande disegno dell’unità europea.

Rileggiamo lo splendido brano conclusivo delle Memorie di Jean Monnet: «Ma il tempo passa e l’Europa tarda nel cammino in cui si è già profondamente impegnata… Non possiamo fermarci quando attorno a noi il mondo intero è in movimento. Ho fatto comprendere abbastanza che la Comunità che abbiamo creato non è fine a se stessa? Essa è un processo di trasformazione che continua quello da cui sono scaturite le nostre forme di vita nazionali nel corso di una fase precedente della storia. Come ieri le nostre province, oggi i nostri popoli debbono imparare a vivere insieme sotto regole e istituzioni liberamente consentite se essi vogliono attingere le dimensioni necessarie al loro progresso e conservare la padronanza del loro destino. Le nazioni sovrane del passato non sono più il quadro in cui possano risolversi i problemi del presente. E la stessa Comunità non è che una tappa verso le forme di organizzazione del mondo di domani». In quello spirito era stata concepita nel maggio 1950 la Dichiarazione Schuman; era nata la Comunità del carbone e dell’acciaio; era stata tracciata la prospettiva di una Federazione europea. La natura politica, non economica, del disegno venne allora enunciata nettamente; si assunse quel disegno come indispensabile per la pace (le maître mot, scrisse poi Monnet); si guardò oltre la guerra fredda, non si perse di vista il rapporto con un’idea – e con forme possibili – di governo mondiale.

Quell’idea, fondata sulla convinzione che ormai il mondo fosse uno e interdipendente, aveva tratto forza dalla esperienza di una guerra divenuta davvero globale, che nel suo drammatico svolgersi aveva assunto una valenza unificatrice senza precedenti. Sappiamo quali logiche di divisione e contrapposizione prevalsero ben presto, dopo la conclusione della guerra, nello sviluppo delle relazioni internazionali. Ma resta un esempio significativo dello spirito di quel momento storico, la lezione con cui Lucien Febvre concluse nel 1945 il magistrale, folgorante corso sull’Europa tenuto al College de France (e di cui solo nel 1999 avrebbe visto la luce l’edizione postuma). Il suo approccio alla scelta che sarebbe stata poi quella dell’integrazione europea, fu problematico proprio in rapporto alla visione più ampia suggerita da una tormentata esperienza e riflessione storica: «oggi il problema dell’Europa supera l’Europa stessa. Non è più un problema europeo, è un problema mondiale. Se bisogna farla, l’Europa, è in funzione del pianeta». La parola che Febvre introduce, con un interrogativo, è «tappa»: «l’Europa è davvero una tappa necessaria? (…) Si deve segnare per forza, questa tappa, o la si può bruciare? (…) E se bisogna innalzare davanti a sé un ideale, non conviene porsi un ideale di fratellanza e di unione non più europeo, ma mondiale?». L’interrogativo fu sciolto, nel senso di certo più realistico e giusto; la parola, e il concetto, tornarono in quel vibrante epilogo delle Memorie di Monnet. La «tappa» non era stata bruciata ma percorsa con successo già nel 1976; si è rivelata da allora ancor più impegnativa; e oggi si può parlare di una base fondamentale che si è, tra alti e bassi, gradualmente costruita e su cui si può e si deve far leva per contribuire a una governance globale – come ora si dice – in condizioni divenute, sempre di più, stringenti.

Rispetto a ieri, appare più chiaro, dopo l’11 settembre, dinanzi a tutte le implicazioni di una risposta politica forte e lungimirante alla minaccia del terrorismo, che ha «bisogno di più Europa» non solo l’Europa stessa, ma il mondo, la comunità internazionale. Bisogno di più iniziativa, e dunque di più capacità di decisione e di più coesione, nel perseguire priorità in qualche modo ripensate. Priorità che possono riassumersi, se si vuole, in più proiezione esterna dell’Unione, contro ogni tendenza al ripiegamento su se stessa: sempre che ciò venga inteso in senso assai ampio. È la dimensione della sicurezza e della difesa comune che si impone ovviamente per prima, nella sensibilità dei leader e dei cittadini dell’Unione; la necessità di un’accelerazione sulla via di recente intrapresa è drammaticamente sollecitata da quel che è accaduto; il problema dell’impegno militare dell’Unione, in termini di autonomia e insieme di rinnovata compenetrazione con la NATO sulle basi definite a Washington nel 1999, va affrontato senza residue tergiversazioni, pur nella sua complessità. La definizione delle responsabilità da assumere di fronte ai caratteri assunti dalla sfida terrorista deve restare ancorata alle missioni già individuate in aree di crisi e di instabilità più vicine all’Europa, ma non può non allargarsi in funzione del contributo da dare alle azioni degli Stati Uniti e della collaborazione con altri partner della «grande coalizione». Sia detto qui per inciso (ma si tratta di un tema scottante): la crisi attuale rappresenta un banco di prova per uno schietto rinsaldarsi dell’alleanza tra Europa e America, contro qualsiasi cedimento a pulsioni antiamericane. Insieme con la politica estera e di difesa, sono le politiche di sicurezza interna, di cooperazione e integrazione sul terreno dell’intelligence, dell’attività di polizia, della giustizia, che guadagnano punti nella scala delle priorità: anche in questi campi, con un’ottica che non si fermi ai confini dell’Unione. È tutto l’insieme delle azioni di prevenzione e di contrasto già da diversi anni prese in esame nei confronti del terrorismo come rete transnazionale sempre più interconnessa e sofisticata che si richiede di rafforzare e di sviluppare realmente. Si può contare di veder finalmente bruciate, sui tavoli del secondo e del terzo pilastro, tante esitazioni, riserve mentali e ormai indifendibili lentezze? Forse sì.

Ma non si esaurisce qui la problematica della maggiore proiezione esterna dell’Unione, del vero e proprio scatto necessario nella presenza e nell’iniziativa dell’Europa come «attore globale». La politica estera comune – che non a caso si è fatta sentire in modo incisivo e unitario come poche altre volte dinanzi all’estremo aggravarsi della crisi mediorientale, e all’indomani dell’11 settembre – è chiamata ad affrontare altre prove, a concorrere attivamente alla tessitura della «grande coalizione» contro un terrorismo che gode di appoggi e consensi in paesi e regioni con cui l’Europa è in grado di dialogare credibilmente anche al fine di ridurre quegli appoggi. Ed è più in generaleal «dialogo tra civiltà» che l’Europa può dare – per relazioni storiche e per tradizioni culturali non annullate da errori e presunzioni pure non dimenticabili – un contributo peculiare, specie nel rapporto col mondo arabo e con l’Islam. La cooperazione euromediterranea è solo uno dei filoni da coltivare: certamente il più corposo, purtroppo trascurato negli ultimi anni. 

Ripensare le priorità da perseguire in quanto «Unione» non significa solo mettere con grande determinazione l’accento sulla politica estera e su quella di sicurezza, esterna ed interna, ma cogliere e rendere esplicite in altri campi connessioni importanti tra obiettivi specifici e nuovo quadro generale, rimotivare in chiave di visione realmente globale scelte che restano essenziali: da quella dell’allargamento a quella dello sviluppo durevole. Penso a obiettivi specifici da tempo assunti in sede europea e sostenuti in sede internazionale, ma con risultati limitati, come quelli della lotta contro il riciclaggio di denaro sporco, dell’attacco ai paradisi fiscali, del contenimento di transazioni finanziare cresciute a dismisura su scala mondiale. Oggi si comprende meglio che attraverso quegli obbiettivi si connettono esigenze di contrasto verso la criminalità organizzata, verso il terrorismo internazionale e le modalità di raccolta delle sue risorse, verso una speculazione che produce instabilità e crisi nell’economia mondiale. Questa maggior consapevolezza può consentire di battere la resistenza di interessi particolari e punti di vista tradizionali.

 

Dall’uno e dall’altro di questi aspetti si risale in effetti al tema di fondo del governo dei processi di globalizzazione. Si presentano in questa fase condizioni nuove affinché l’Europa trovi ascolto e contribuisca a intese su proposte di regolazione, e su interventi sostanziali, capaci di modificare il corso di quei processi,finora risoltosi in squilibri e tensioni cui occorre finalmente reagire – le sfere dirigenti dei paesi più ricchi e più potenti dovrebbero ora comprenderlo meglio – con un netto cambiamento di rotta. Regole per i mercati finanziari e per il commercio mondiale, politiche di investimento nei paesi in via di sviluppo, opportunità di accesso alle tecnologie avanzate, interventi per l’educazione e la salute nelle aree esposte ai rischi maggiori di emarginazione e di caduta delle speranze di vita, iniziative come quelle già prese dall’Unione europea di annullamento del debito dei paesi meno sviluppati, a cominciare dai più poveri, e di apertura dei mercati ai loro prodotti: i punti di attacco per un’inversione di tendenza sono stati da tempo individuati, il discorso sul governo della globalizzazione non è rimasto alle enunciazioni generali. Che cosa rende così arduo il passare ai fatti? Non c’è ancora coscienza – nei luoghi di decisione politica – della crescente insostenibilità di un quadro mondiale che vede persistere se non allargarsi lo scarto tra livelli di crescita e di benessere del Nord e del Sud, di una minoranza e di un’enorme maggioranza della popolazione totale, precipitare interi paesi – non solo in Africa – in abissi di povertà e arretratezza, aggravarsi le devastazioni ambientali? Manca il coraggio di imporre i costi di una svolta alle opinioni pubbliche dei paesi in cui si concentrano i benefici dello sviluppo e del progresso tecnologico? È il momento di un esame di coscienza in quei paesi, nell’Occidente se questa definizione può soddisfare, nella stessa Europa dei quindici che pure ha espresso più sensibilità e consapevolezza. Dovrebbe esser questo il ruolo della politica come fatto collettivo, e delle leadership. L’Unione europea ha molte carte da giocare come attore globale: per la causa della pace – perché in quello che continuiamo a chiamare il Sud del mondo, tra le piaghe ricorrenti ci sono spaventosi conflitti locali, alimentati da incontrollati traffici di armi – per la causa di una distribuzione della ricchezza e del potere, delle chance di modernità e di progresso civile, sociale e culturale, che divenga globalmente più equilibrata e giusta. E queste carte comprendono il ruolo che l’Unione può svolgere per la riforma dell’ONU stessa (non tralasciando la proposta di Jacques Delors per un «Consiglio di sicurezza economico»), e di istituzioni internazionali (delle loro regole e delle loro politiche) come il Fondo monetario e la Banca mondiale, e come l’Organizzazione mondiale del commercio (in cui già l’Europa parla con una voce sola). Ci sono, soprattutto, tra le carte dell’Europa comunitaria come attore globale, i contributi che può offrire il processo di integrazione economica, civile e politica fin qui realizzato, e l’insieme delle scelte – per quanto ancora circondato da serie incognite – che essa si accinge a compiere.

La scelta dell’allargamento, come vera e propria unificazione storica, nel segno della pace, della democrazia, dei diritti fondamentali, del rispetto delle diversità, dello scambio più ricco tra le culture, assume in questo momento un significato ancora più grande oltre i confini dell’Europa. Meno che mai può essere revocata in dubbio: occorre affrontarne con una determinazione finora mancata tutte le implicazioni. La scelta di una strategia di sviluppo durevole, delineata a Lisbona per l’Unione dei quindici, e più in generale il binomio competitività-solidarietà, possono considerarsi un «modello» economico e sociale valido come punto di riferimento (l’uso del termine «modello» non deve suscitare fraintendimenti) sul piano globale e in particolar modo per paesi in via di sviluppo? In questo senso va rimotivato l’impegno a dare il massimo seguito e impulso alla strategia di Lisbona. Nessuno di noi si nasconde, naturalmente, lo scarto che da più parti può esserci contestato tra le ambizioni fin qui prospettate e le condizioni reali dell’Unione, il suo grado effettivo di affermazione, o le sue visibili potenzialità, come «attore globale». È facile giudicare velleitario, se non utopistico, il ruolo che per l’Unione viene – non solo, ovviamente, dall’autore di questo articolo – disegnato oggi. Ma quel che conta è porre il problema delle responsabilità a cui storicamente, e in una fase cruciale come quella attuale, è chiamata l’Europa, e puntare sulla carica straordinaria che anche sul piano della volontà politica può trarre l’impresa europea da una drammatica congiunzione di dati obiettivi e di avvenimenti traumatici. Non sarebbe la prima volta per quell’impresa, che prese avvio cinquant’anni orsono, compiere balzi in avanti per la forza di simili sollecitazioni. Un balzo in avanti è indispensabile anche sul piano istituzionale, superando la filosofia ormai esaurita dei «piccoli passi». Nessuno degli obiettivi che si propongono o ripropongono in un contesto così duramente segnato dall’11 settembre potrà essere raggiunto senza che si metta ordine nelle istituzioni dell’Unione e si garantisca, ben più di quanto non si sia pensato di farlo col Trattato di Nizza, l’efficacia dei meccanismi decisionali. Ma non si tratta solo di questo.L’attenzione va richiamata su altri due aspetti essenziali. In primo luogo già i temi indicati, «tra gli altri», come oggetto del dibattito sull’avvenire dell’Unione e della preparazione di una nuova Conferenza intergovernativa, sono soltanto in apparenza puramente istituzionali. Dietro ciascuno di quei quattro temi – dalla «ripartizione delle competenze» alla «semplificazione» dei Trattati – è facile intravedere i termini della discussione sostanziale su 
quel che vogliamo fare insieme  in quanto Unione destinata ad abbracciare presto fino a 27 Stati membri. Ancor più alla luce dello spostamento di accento – cui ci sollecita il confronto col terrorismo internazionale e col suo complesso retroterra – verso le responsabilità globali dell’Europa, l’organismo che avrà il compito di elaborare coerenti proposte per la Conferenza intergovernativa non potrà ignorare le problematiche relative a una conseguente riformulazione o rimotivazione delle priorità, dei progetti e delle politiche dell’Unione. La Convenzione, se questo è l’organismo che sta per nascere, dovrà occuparsene al fine di farvi corrispondere le scelte istituzionali e le revisioni dei Trattati. Tanto più che restano da definire, come polemicamente si fa da varie parti notare, «le finalità della grande Europa», senza tralasciare il capitolo delle cooperazioni rafforzate – lo si leghi o no all’ipotesi di un’avanguardia – e cioè una possibile distinzione tra «quel che vogliamo fare insieme tutti» e quel che possono promuovere di più avanzato alcuni. In secondo luogo, sono profondamente convinto che non si possa separare il discorso su «quel che vogliamo fare insieme» dal «come farlo», con quali istituzioni, attraverso quali sforzi per dare una più chiara e coerente fisionomia all’Unione: pur tenendo conto delle preoccupazioni di quanti esitano a inoltrarsi in un confronto sulla «forma ultima», sull’«assetto conclusivo» della costruzione europea, così come in una disputa tra Federazione e Confederazione. E ho con la stessa convinzione più volte posto come ineludibile il problema di «più democrazia» nell’Unione. 

Innanzitutto perché il diffondersi, nelle nostre opinioni pubbliche, di fenomeni di disaffezione, di delusione e di diffidenza verso lo sviluppo dell’Unione non si spiega solo con tutto quel che risulta carente o non convincente nell’azione dell’Unione, nelle sue politiche concrete, nelle sue risposte a domande e aspettative molteplici; si spiega anche con un senso di estraniazione, con una difficoltà grave di comprensione e di partecipazione in quanto cittadini, con un timore di impotenza dinanzi a decisioni che calino dall’alto, non influenzabili e non controllabili. Il che rimanda precisamente a un deficit di circuiti democratici che è anche deficit di legittimità democratica.

Perciò la risposta al malessere che è venuto crescendo tra i cittadini, la soluzione al problema di un recupero di convincimenti e di consensi europeistici, non possono venire solo da politiche più efficaci e persuasive: non si può teorizzare – lo si è notato in un fine scritto di Andreas Maurer1 – una output legitimacy, una legittimità assicurata dalla bontà del prodotto che si offre. Bisogna battere le strade, indicate soprattutto dal Parlamento europeo, di una decisa parlamentarizzazione (con riferimento, sia chiaro, anche ai Parlamenti nazionali) e costituzionalizzazione dell’Unione. Se fino a ieri l’idea di una Costituzione europea scaturiva dall’esigenza di una rifondazione simbolica e istituzionale nello storico momento del passaggio alla grande Europa unita, oggi essa si impone come contributo al dialogo su una globalizzazione che comprenda la dimensione dei diritti e della democrazia. L’Europa deve poter offrire anche un «modello» di democrazia sovranazionale. Si tocca qui un punto nevralgico della costruzione europea. Siamo impegnati nel dibattito critico sulla tendenza in atto a una deriva intergovernativa – che ha trovato la sua più evidente manifestazione nella dilatazione del ruolo del Consiglio europeo – e alla mortificazione del metodo comunitario, sul ruolo della Commissione e sul nodo del governo dell’Europa integrata. Ma deve nello stesso tempo affrontarsi in modo esplicito il dissenso di fondo che sordamente permane e pesa sul tema di una democrazia che si affermi anche sul piano sovranazionale: troppi ritengono ancora cha la democrazia possa vivere solo nel quadro nazionale – in condizioni, peraltro, di crescente sofferenza dinanzi agli sviluppi della costruzione europea – e dunque un serio chiarimento si impone.

È ora di puntare, s’intende, non solo sul ruolo del Parlamento europeo e su un’effettiva caratterizzazione democratica dei rapporti tra le istituzioni dell’Unione, ma sullo sviluppo – al livello europeo – di nuovi attori politici (autentici partiti europei), di più sistematiche relazioni con tutte le espressioni della società civile, di consistenti spazi di comunicazione e di dibattito pubblico, di reali possibilità di accesso e di pronunciamento per i cittadini. È questa la via da percorrere anche per integrare e rivitalizzare i sistemi democratici degli Stati nazionali. È questo uno dei contributi maggiori che l’Europa possa dare alla ricerca di un governo della globalizzazione che si qualifichi come democratico, sia pure per approssimazioni successive e attraverso parziali, significative esperienze sovranazionali. Ci si può aspettare che una politica nutrita di memoria storica e provvista di lungimiranza proceda in questa direzione?

 

Bibliografia

1 A. Maurer, National Parliaments after Amsterdam: Adaptation, Re-Calibration and Europeanisation by process, Paper for Working Group Meeting, XXIVth COSAC, April 8-9 2001.

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