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L'Europa giusta

Written by Peter Mandelson Thursday, 01 November 2001 02:00 Print

In questo articolo cercherò di chiarire, muovendo da una prospettiva europeista, in quale direzione ritengo che il processo unitario europeo debba avanzare, e sulla base di quali principi dovremmo ripensare le istituzioni europee affinché siano all’altezza delle sfide future. Si pensi, innanzi tutto, alla realtà economica che si delinea oggi nella nuova era della globalizzazione. Viviamo in un mondo di capitali mobili e rapida diffusione di tecnologia, dove benessere e crescita dipendono dall’esistenza di condizioni economiche che siano il più favorevoli possibile agli investimenti. I governi contribuiscono a realizzare tale contesto offrendo all’impresa accesso illimitato a vasti mercati; dandole la possibilità di massimizzare economie di scala e di scopo, e garantendo stabilità economica in un’area geografica sufficientemente ampia in cui realizzare investimenti e crescita.

 

In questo articolo cercherò di chiarire, muovendo da una prospettiva europeista, in quale direzione ritengo che il processo unitario europeo debba avanzare, e sulla base di quali principi dovremmo ripensare le istituzioni europee affinché siano all’altezza delle sfide future. Si pensi, innanzi tutto, alla realtà economica che si delinea oggi nella nuova era della globalizzazione. Viviamo in un mondo di capitali mobili e rapida diffusione di tecnologia, dove benessere e crescita dipendono dall’esistenza di condizioni economiche che siano il più favorevoli possibile agli investimenti. I governi contribuiscono a realizzare tale contesto offrendo all’impresa accesso illimitato a vasti mercati; dandole la possibilità di massimizzare economie di scala e di scopo, e garantendo stabilità economica in un’area geografica sufficientemente ampia in cui realizzare investimenti e crescita.

Il risultato più rilevante finora conseguito dall’Unione europea è stato proprio la creazione di un mercato unico di dimensioni imponenti che ha raggiunto un notevole grado di integrazione economica al suo interno. All’origine di questi sviluppi vi sono fattori che nulla hanno a che vedere con la globalizzazione. Monnet e i suoi alleati optarono per l’integrazione economica come motore di un’Europa unita negli anni Quaranta e Cinquanta, mossi dalla convinzione che l’eliminazione di barriere protezionistiche tra le diverse economie nazionali avrebbe impedito per sempre il pericolo di nuove guerre in Europa. Un’impresa coraggiosa che oggi ci potrà sembrare scontata, ma che allora sembrò a molti un’utopia. Ed è un bene che l’Europa si sia incamminata già da allora in questa direzione. Se ciò non fosse accaduto, un tale processo avrebbe comunque preso avvio sulla spinta della globalizzazione. Le fortune dell’Europa ebbero inizio negli anni Cinquanta con la creazione dell’Unione doganale che prevedeva una riduzione e la successiva eliminazione delle tariffe doganali. Tale obiettivo fu poi pienamente realizzato negli anni Ottanta con la creazione di un Mercato unico che decretò la fine della miriadi di leggi nazionali, concorrenziali fra loro, che regolavano che cosa si potesse produrre, come produrlo, come confezionarlo e come pubblicizzarlo. Negli anni Novanta l’Europa portò poi a compimento il Mercato unico con la creazione della Moneta unica, la quale, d’un sol colpo, elimina i rischi di cambio insiti in una qualsiasi operazione di investimento all’interno della zona dell’Euro. Per tali ragioni ritengo che la decisione di non prendere parte all’Euro andrebbe contro gli interessi della Gran Bretagna, dal momento che l’Euro, sempre che siano raggiunte le condizioni economiche opportune, sarà in grado di ridurre i prezzi al consumatore, garantire prestiti più facili e vantaggiosi per le piccole imprese, agevolare gli scambi commerciali, incentivare gli investimenti sul territorio nazionale e creare posti di lavoro.

Come socialdemocratico i miei obiettivi non possono che essere lavoro, benessere e giustizia sociale. Per garantire e accrescere il nostro benessere nella realtà di oggi abbiamo bisogno di fare parte di realtà economiche più vaste. Più il processo d’integrazione economica europea avanzerà, maggiori saranno i vantaggi che ne trarremo tutti. Per questo tutti i partiti socialdemocratici dovrebbero sostenere il programma di riforme economiche concordato a Lisbona, che sta tuttavia incontrando davanti a sé ostacoli critici. L’Europa avrebbe bisogno di mercati dei beni più aperti, di un mercato finanziario più integrato e di una più ampia flessibilità nel mercato del lavoro. Necessitiamo di maggiore spirito di iniziativa, di leggi per le imprese meno soffocanti e di una maggiore capacità di compenetrare ricerca scientifica e mondo produttivo. Sono ancora numerosi i limiti presenti nei meccanismi decisionali dell’Unione europea le cui istituzioni e procedure operative andrebbero riviste. La situazione politica di alcuni Stati membri, in modo particolare Francia e Germania, fa da ostacolo al processo di riforme. Paesi abituati a uno stato sociale consolidato, sono restii a imboccare, nonostante siano afflitti da un tasso di disoccupazione relativamente alto, la via di un modello di scarsa attrattiva e per alcuni versi fallimentare che identificano con quello americano. Dobbiamo convincere coloro che nutrono tali timori che gli obiettivi delle riforme economiche al momento oggetto di discussione non sono neoliberisti né anglosassoni; che la Terza Via promossa da Tony Blair non è estranea alla tradizione europea, né tantomeno un sottoprodotto del thatcherismo; ma piuttosto un nuovo autentico progetto di modernizzazione della socialdemocrazia europea che ambisce a combinare dinamismo economico e coesione sociale. Troppi socialisti europei sembrano non comprendere appieno il New Labour. È nostro compito dunque cercare di convincere il resto degli europei, spesso scettici nei nostri confronti, della portata delle riforme sociali che da anni stiamo realizzando in Gran Bretagna, il cui fine è quello di riportare i nostri servizi pubblici a standard europei; di colmare ingiustizie e disparità nel mercato del lavoro; e di ripensare il sistema fiscale, così come quello dei sussidi, in modo tale da garantire a un numero più alto possibile di cittadini un lavoro retribuito dignitosamente.Il motivo per cui come socialdemocratico sostengo la necessità di riforme economiche deriva dalla convinzione che tali riforme, se applicate nel contesto più ampio dell’Unione europea, possano essere in grado di incentivare la nascita di nuovi posti di lavoro e ridurre l’inaccettabile ingiustizia della disoccupazione. In tutta l’Unione europea ci sono ancora quattordici milioni di disoccupati – un milione e settecentomila di questi sono giovani disoccupati da sei mesi; cinque milioni disoccupati da più di un anno. Offrire un posto di lavoro a tutti coloro che vi aspirano – compresi giovani, genitori single, e disabili – rimane un presupposto fondamentale per qualsiasi progetto di giustizia sociale. D’altra parte è anche necessario tenere presente che vi sono numerose lezioni che possiamo apprendere gli uni dagli altri nel modernizzare i nostri Welfare e migliorare i servizi pubblici. Se la Gran Bretagna avesse cercato già nei decenni passati di portare il proprio servizio pubblico al passo di quelli europei, non ci troveremmo oggi di fronte a quella che sembra un’enorme montagna da scalare. I partiti socialdemocratici dovrebbero quindi abbracciare il processo di riforme economiche e sostenere una maggiore integrazione dei mercati. Il nostro compito sarà di garantire che a un maggiore dinamismo economico si accompagni anche una maggiore giustizia sociale e che siano rispettati parametri soddisfacenti di equità sociale, rispetto per l’ambiente e difesa dei consumatori. Su questo terreno i partiti socialdemocratici dovranno essere in grado di contrastare le argomentazioni avanzate dalla sinistra radicale che oggi propone nuove forme di protezionismo sociale e ambientale come l’unico mezzo per combattere la globalizzazione – percepita come una minaccia – le ingiustizie e le disparità generate dal modello americano.

Gli argomenti che finora sono stati avanzati a favore del processo di riforme economiche sono troppo ristretti nella loro prospettiva. Sono stati sottolineati i vantaggi di mercati più aperti, concorrenziali e liberalizzati in linea con gli orientamenti del liberismo classico consolidatosi in Europa negli anni Novanta. La maggiore attrattiva per i partiti socialdemocratici nell’accettare alcuni elementi del modello liberista risiede nella promessa di posti di lavoro. Ma questi nuovi posti di lavoro garantiranno una maggiore giustizia sociale? Si tratta di una domanda cui è d’obbligo dare una risposta, soprattutto considerando l’ostilità crescente dell’opinione pubblica nei confronti della globalizzazione. Per questa ragione trovo che sia necessario sottolineare la necessità che l’Europa possieda anche una dimensione sociale. Il governo britannico può essere sembrato cauto relativamente alla questione di una «Europa sociale»; infatti, nel momento stesso in cui sta portando avanti un vasto programma di riforme a livello nazionale, si è mostrato in più occasioni scettico rispetto ad altre misure analoghe realizzate in Europa. A questo punto diventa fondamentale chiarire la posizione britannica, affinché la sinistra europea possa sostenere a partire dal prossimo vertice di Barcellona in poi un programma ispirato alla necessità di una maggiore liberalizzazione. Partendo dal presupposto che l’Europa non può essere concepita unicamente come un’area di scambio, è importante che questa si faccia promotrice di una serie di valori attraverso misure politiche concrete. Ciò che dovremmo cercare di fare è promuovere politiche sociali equilibrate e sostenibili; e non rifiutare aprioristicamente tutto ciò che sembra minacciare i nostri assetti nazionali. Non dovremmo temere misure legislative che garantiscano standard minimi nelle condizioni di lavoro, a patto che tali leggi non frappongano ostacoli eccessivi all’occupazione, siano in grado di coniugare i bisogni del mercato del lavoro così come è oggi strutturato, e non soffochino le imprese con un’eccessiva regolamentazione. Dovremmo rispettare i parametri che determinano le politiche dei paesi membri relativamente a questioni come la riforma delle pensioni o il problema dell’esclusone sociale. Ora che la Gran Bretagna si è resa disponibile a una «Direttiva di informazione e consultazione», dopo che questa è stata notevolmente modificata, dovremmo farci promotori di una definizione concordata del concetto di partenariato sociale.

Allo stesso tempo dovremmo continuare a opporci a proposte di legge che implichino una regolamentazione troppo rigida per il mondo imprenditoriale o misure di intervento che fanno spesso da ostacolo all’innovazione o impongono costi insopportabili per le imprese, soprattutto le piccole imprese. È dunque importante che chi come noi sta promuovendo in questo momento un programma di riforme economiche, si ponga di fronte ai propri partner non come neoliberista incline a una deregulation indiscriminata, ma piuttosto come sincero promotore della modernizzazione del modello sociale europeo. Vorrei pertanto che tale filosofia di modernizzazione economica e sociale fosse in grado di ispirare una nuova iniziativa europea, capace di catturare l’immaginazione dell’opinione pubblica, che verrebbe a fondarsi su due convinzioni largamente condivise dalla socialdemocrazia europea. Innanzitutto l’idea di una crescita economica che sia rispettosa dell’ambiente, un’idea di cui è importante che l’Europa, essendo una delle aree più ricche del mondo, si faccia l’indiscussa promotrice. In secondo luogo, la convinzione che, dal momento che la risorsa più importante di cui disponiamo sono le conoscenze e le competenze della nostra popolazione, crescita economica e giustizia sociale possano essere coniugabili proprio investendo in tali competenze. L’Europa, in altre parole, dovrebbe trasformarsi da Mercato unico di beni e servizi in «Economia unica di sviluppo sostenibile e della conoscenza».

Ma come sarà possibile trasformare tali idee in un progetto politico concreto? Cinquant’anni fa il problema ambientale maggiore era costituito dallo smog. Affrontammo allora tale questione a livello nazionale con un serie di leggi antismog e promuovendo il passaggio dal carbone ai gas naturali. Oggi la minaccia ambientale che desta maggiore preoccupazione è il surriscaldamento dell’atmosfera. Ed è stato solo grazie a un accordo raggiunto a livello europeo, grazie al quale si stabilivano parametri comuni di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, che è stato possibile firmare l’accordo di Kyoto. Ora dobbiamo tenere fede al nostro impegno a favore di uno sviluppo sostenibile, per il quale sono indispensabili idee nuove e coraggiose capaci di ripensare radicalmente il sistema dei trasporti in direzione di una graduale sostituzione dei mezzi di strada con quelli ferroviari, sia per le merci che per i passeggeri; procedendo, per esempio, a una maggiore integrazione del sistema ferroviario europeo. Va da sé che tutto ciò richiederebbe un pacchetto di misure innovative di maggiore liberalizzazione transnazionale, così come un sistema misto di investimenti pubblici e privati. Uno sviluppo sostenibile necessiterebbe anche di un accordo vincolante per tutti i paesi membri dell’Unione europea che regolasse la produzione di elettricità attraverso fonti di energia alternative, oltre a un accordo per un’imposta europea comune sull’energia industriale. In molti hanno espresso giuste riserve riguardo a un’eccessiva armonizzazione fiscale in Europa. Qualsiasi proposta in direzione di una maggiore armonizzazione del sistema fiscale che provenga da un cittadino britannico, specie se un ex ministro come io sono, è un atto di coraggio. Ma una maggiore armonizzazione del sistema fiscale in materia ambientale si fonda su valide ragioni sia di principio che di mero interesse nazionale, dal momento che la tassa Climate Change Levy pone le imprese britanniche di fronte a un serio problema di concorrenzialità. Sarebbe poi un’ulteriore prova della serietà con cui l’Europa intende attenersi agli accordi di Kyoto. I proventi di questa tassa «verde» europea dovrebbero a mio parere essere investiti nella promozione dell’economia della conoscenza; così come quelli che saremo in grado di risparmiare una volta che l’Unione europea avrà portato a termine la riforma di politiche comuni ormai datate come la Politica agricola comune.

In maniera analoga alla creazione negli anni passati di fondi regionali e di coesione, si dovrebbe riflettere oggi sull’opportunità di dare vita a: un fondo europeo per l’alfabetizzazione e l’istruzione permanente della popolazione adulta; finanziamenti destinati alla creazione di collegamenti transnazionali online fra scuole, che incentivino l’apprendimento di lingue straniere; corsi di informatica per i disoccupati; finanziamenti intesi a rafforzare la ricerca e la cooperazione scientifica fra le diverse università europee. In un contesto di crescente globalizzazione come quello odierno credo fermamente che sia nell’interesse dell’Europa farsi promotrice di una sempre maggiore apertura dei mercati e degli scambi contrastando la minaccia di tendenze protezionistiche mai scomparse. Basti pensare in quale situazione ci troveremmo oggi se l’UE non ci riunisse in un’unica Europa, permettendoci di esprimere una posizione comune su tutte le questioni a cui ho già accennato. Ci troveremmo di fronte a un insieme di interessi nazionali divergenti e a paesi sgomitanti l’uno con l’altro per far prevalere il proprio interesse specifico. Nessuno di questi avrebbe la forza e il potere di intavolare negoziati con l’amministrazione statunitense e le potenti lobby protezioniste presenti all’interno del Congresso; né tantomeno di riuscire a esercitare una qualche influenza su questioni importanti come l’ammissione della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio o l’avvio, quanto mai urgente, di un nuovo round  di negoziati mondiali sul commercio.So bene che non tutti i paesi membri dell’Unione professano il liberoscambismo in uguale maniera. E tuttavia, è un dato di fatto che l’Unione stessa, attraverso la Commissione, sia sempre stata a riguardo determinata nel respingere resistenze sia interne che esterne. Basti pensare ai risultati ottenuti in quest’area – in cui l’Europa agisce con una voce sola – rispetto a tutta una serie di altre questioni sempre di natura economica che i singoli Stati gestiscono ancora indipendentemente attraverso strumenti come il G8. Mi riferisco a questioni come la riforma degli istituti di credito internazionali necessaria per riuscire a gestire in modo più efficace eventuali future crisi finanziarie, o l’abolizione del debito pubblico per paesi molto indebitati. Su questi temi i paesi europei non sono stati in grado di appianare le loro divergenze di indirizzo, con la conseguenza che il peso dell’Europa sulla scena mondiale resta indubbiamente limitato. Si pensi anche al caso del Fondo monetario internazionale o della Banca mondiale. Le politiche approntate da tali istituti dipendono molto di più dal Congresso e dall’amministrazione americana che da indirizzi concordati con i partner europei. Proprio riguardo a tali questioni la sfida della globalizzazione impone all’Europa un passo in avanti in direzione di una maggiore integrazione per poter far sentire maggiormente la propria voce. La stessa logica ha valore rispetto al problema della criminalità che pone i paesi membri dell’Unione di fronte a sfide che vanno oltre i poteri di intervento dei singoli Stati nazionali. Cinquant’anni fa la minaccia maggiore per l’ordine e la sicurezza interna era rappresentata dalla crescita di gruppi criminali organizzati, soprattutto nelle realtà urbane; le minacce di oggi sono il terrorismo e il traffico di droga, la cui diffusione e organizzazione travalicano i confini nazionali. Solo grazie a una stretta cooperazione fra i paesi membri – che deve vedere coinvolti anche gli Stati Uniti – l’Europa ha qualche speranza di successo. La risposta europea ai tragici fatti dell’11 settembre conferma la necessità di una maggiore coesione su questioni importanti come il controllo delle frontiere, i mandati di arresto e di estradizione.

Il mio impegno per l’Europa va ben oltre mere considerazioni di natura economica; e riflette piuttosto una sincera e profonda adesione a valori come l’internazionalismo, uno dei fondamenti della tradizione socialdemocratica europea. L’anno scorso in Gran Bretagna abbiamo festeggiato il centesimo anniversario del Partito laburista, i cui fondatori erano senza ombra di dubbio internazionalisti che credevano fermamente nella fratellanza del genere umano; in quanto socialdemocratici ritenevano inoltre che la giustizia sociale non potesse prescindere dal rispetto della democrazia e dei diritti umani. Pensiamo solo ai risultati raggiunti oggi dall’Unione europea: la riconciliazione fra la Francia e la Germania; la definitiva rimozione del rischio di un conflitto fra Stati europei occidentali; un’Europa libera che dopo il crollo dell’«impero sovietico» è destinata a contare ventisette paesi membri e forse qualcuno di più in futuro. Tutti i paesi candidati all’ammissione nell’UE sono democrazie impegnate nella difesa e nella promozione dei diritti umani; e a favore di un modello economico sociale che aspira a combinare un’economia di libero mercato con valori di giustizia sociale. Tali nazioni hanno riconquistato la loro indipendenza grazie all’impegno degli americani nei confronti dell’Europa e la loro vittoria finale della guerra fredda. Ma parliamoci chiaro: è stata l’aspirazione ultima di riuscire a entrare a far parte dell’Unione che ha costituito un incentivo importante perché queste si mantenessero sul selciato della democrazia e della giustizia sociale.Tuttavia l’Europa è molto di più che una garanzia rispetto a valori che riteniamo irrinunciabili; è anche uno strumento d’azione indispensabile per problemi di natura politica che travalicano le frontiere nazionali. Rispetto a questioni come lo sviluppo sostenibile, le politiche di cooperazione con i paesi in via sviluppo come l’Africa, le nostre aspirazioni per un mondo più giusto sarebbero difficilmente realizzabili se non potessimo contare sulla forza dell’Unione Europea. Con questo non voglio dire che l’UE nella sua forma attuale corrisponda appieno all’Europa che auspico di vedere realizzata. L’Europa è ancora troppo protezionista, per esempio relativamente all’importazione di prodotti agricoli dai paesi in via di sviluppo; sconta inoltre gravi inefficienze e mancanze nella gestione dei programmi di sviluppo e cooperazione. Sono anche certo che l’impegno con cui cercheremo di realizzare gli obiettivi propostici con la firma degli accordi di Kyoto sarà contraddistinto da discussioni e ambiguità. Siamo poi ancora lontani dall’esserci dotati di organismi militari con cui intervenire in modo efficace in situazioni di crisi e di conflitto. Tutte queste sono critiche giuste; e tuttavia non vedo una via migliore per promuovere gli impegni internazionali che sono alla base della nostra politica, né un modo per rendere più incisivo il ruolo dei nostri paesi nel mondo moderno. Immaginate quali prospettive per la democrazia, la pace e la sicurezza vi potrebbero essere oggi in Europa se non fosse esistita l’Unione Europea. Cosa ne sarebbe stato dell’Europa, senza la UE, posta di fronte a sfide come quella del conflitto nei Balcani e della pulizia etnica? Si consideri per esempio la guerra del Kossovo. Il nostro successo in quel caso è dipeso dalla superiorità dell’aviazione americana. Ma pensate forse che gli Stati Uniti sarebbero mai stati disposti a spendere miliardi di dollari per una minuscola provincia sconosciuta nei Balcani se non dietro alle pressioni dei suoi alleati europei? E che l’impegno americano avrebbe tenuto se l’unità e la coesione europea fossero venute meno? Sappiamo bene che è nostro dovere, in ogni singolo paese membro, farci promotori del progetto europeo; e questo con convinzione e bandendo ogni ambiguità. Tuttavia, valga per tutti l’esempio della Gran Bretagna in cui, sebbene ci sia accordo sulla necessità di «più Europa», la retorica pubblica rimane sulla difensiva. Insistiamo sul fatto che tutto ciò comporterà una rinuncia solo minima della nostra sovranità nazionale, invece di ricordare i vantaggi del mettere insieme diverse sovranità nazionali per affrontare problemi che le singole nazioni non sono oggi in grado di risolvere agendo separatamente. Credo, ad esempio, che all’interno dell’area dell’Euro una Banca centrale indipendente prenderebbe migliori decisioni in materia di tassi di interesse, quanto meglio fosse in grado di  comprendere la posizione delle autorità di politica economica alle quali si rapporta. In assenza di ciò, la Banca centrale europea è destinata ad adottare un atteggiamento estremamente cauto. Certo una maggiore chiarezza necessiterebbe di una maggiore disponibilità da parte dei singoli ministri economici e finanziari a condividere le proprie previsioni e ipotesi di programmazione economica in modo tale da riuscire a elaborare un quadro comune europeo prima di decidere le rispettive leggi finanziarie a livello nazionale. Sarebbe inoltre necessario un organo indipendente – la Commissione – con poteri di valutazione e controllo sulle cifre di disavanzo indicate e sul fatto che i paesi membri si attengano alle regole del gioco. Finché ciò non potrà essere realizzato tutte le misure prese saranno inficiate da forti limiti, implicando interessi più alti e una crescita economica più lenta. La creazione di una figura di «Alto rappresentante per gli affari economici per la UE» – equivalente di figure analoghe già esistenti per la Politica estera e la sicurezza – avrebbe sicuramente il potere di rafforzare il contesto politico necessario per il successo della moneta unica, dando anche un contributo notevole alla presenza e all’influenza dell’Europa nell’economia internazionale. La concorrenza fiscale ha prodotto negli ultimi anni indubbi benefici stimolando una serie di riforme nei paesi membri a vantaggio di imprese e occupazione. Ma è chiaro che vanno posti alcuni limiti alla corsa a una riduzione delle imposte, soprattutto per quello che riguarda le aliquote delle imposte sui consumi e di quelle sulle imprese, se si crede, in quanto socialdemocratici, che i governi debbano pur sempre contare su un gettito pubblico con cui finanziare servizi pubblici irrinunciabili. Per quello che riguarda la realizzazione di un apparato di difesa comune, i progetti di cooperazione europea, anche se significativi dal punto di vista produttivo, non hanno finora prodotto risultati eclatanti soprattutto in rapporto alle spese sostenute a causa delle lunghe trattative tra i singoli Stati membri preoccupati di salvaguardare le diverse priorità militari e di garantire un’equa spartizione dei costi. Continuando così sarà difficile ottenere dei risultati di rilievo. La scelta è semplice: accrescere le importazioni dagli Stati Uniti, ma questo comporterebbe un prezzo troppo alto dal punto di vista del nostro apparato produttivo; o elaborare programmi comuni europei di produzione che prescindano da specifici interessi nazionali e ottemperino invece al comune interesse europeo. Certo questo comporterà un’ulteriore riduzione della sovranità nazionale in quella che è un’area estremamente delicata. Ma non vedo altra soluzione che possa rendere l’iniziativa di difesa europea effettiva, tenendo conto dei vincoli presenti a livello nazionale sui capitoli di spesa militare.

Quali implicazioni avranno le proposte che ho illustrato per il futuro delle istituzioni europee? In sintesi, quello che sarebbe auspicabile è un’Europa più concentrata su obiettivi precisi in cui, anche se si finisse per fare di meno, ciò che viene fatto sia fatto meglio. A questo aggiungo che sarebbe auspicabile muoversi in direzione di riforme che rendano l’azione dell’Europa a livello internazionale più efficace. In realtà tutti sanno che una maggiore legittimazione della UE dipenderà più dai risultati concreti che questa sarà in grado di conseguire che dall’introduzione di maggiore democrazia e trasparenza. Nel linguaggio «europeo» ciò significa una riforma del metodo comunitario per quello che riguarda il primo «pilastro» dell’Unione. Che è cosa diversa dalla questione di come rendere più efficaci le politiche estera, di sicurezza e difesa afferente al secondo «pilastro» dove prevale un approccio intergovernativo. La Commissione gioca un ruolo fondamentale nel realizzare provvedimenti legislativi concreti rivolti ai cittadini dell’Unione ed è importante che continui a farlo. Dico questo in contrapposizione alle considerazioni, apparentemente suggestive, elaborate a riguardo in ambienti francesi secondo cui, mentre negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra vi sarebbe stato bisogno di una Commissione dai poteri forti con cui superare le diffidenze ereditate dal clima di guerra, ora questo bisogno sarebbe venuto meno, dal momento che gli Stati membri hanno ormai sviluppato un maggiore spirito di collaborazione. Tutto ciò non mi trova affatto d’accordo. È indubbio che tale spirito sia venuto consolidandosi; rimane tuttavia altrettanto indubbio che i processi decisionali sono ben lontani dall’avere raggiunto un ideale di perfezione. Al contrario, considerati i passi avanti realizzati dal processo unitario europeo rispetto ad allora e la maggiore complessità che oggi contraddistingue il mondo, abbiamo ancor più bisogno di prima di un organismo imparziale capace di focalizzarsi su quelli che sono gli interessi comuni europei ed elaborare proposte che tengano conto di una visione d’insieme e allo stesso tempo dei singoli punti di vista nazionali. Il ruolo della Commissione, sia come organo di regolamentazione che di indicazione dei parametri di riferimento, è di fatto cresciuto e non diminuito. L’obiettivo che dovremmo porci nel ripensare l’assetto istituzionale dell’Unione europea è quello di dare vita a una Commissione che sia più «europea» e meno un’istituzione dove barattare posizioni di potere e in cui ogni Stato cerca di favorire priorità nazionali in competizione con quelle degli altri Stati membri. A mio parere la Commissione diverrà più «europea» quando verrà meno la regola per cui a ogni paese membro deve essere assegnato un commissario. E una volta che ciò accadrà si dovrà agire con determinazione per un ulteriore ridimensionamento numerico della Commissione. Io non vedo in quest’ultima il futuro «governo» dell’Europa, ma un organismo indipendente e incisivo, capace di rappresentare l’interesse collettivo europeo, nel rispetto dei parametri indicati dai singoli capi di governo dei paesi appartenenti all’UE.

La maggior parte dei nostri partner europei ritiene che al processo di allargamento dovrà corrispondere una riforma del metodo comunitario in direzione di un suo maggiore rafforzamento. Essi hanno più volte espresso la propria preoccupazione che un’Unione a ventisette paesi membri cadrebbe nella paralisi più totale e nell’impossibilità di riuscire a raggiungere, mantenendo un approccio intergovernativo, una qualsiasi decisione efficace. Ma, a mio parere, tale sviluppo peggiorerà anche la già insoddisfacente divisione di poteri all’interno del sistema europeo. A detta di molti osservatori che da tempo studiano i meccanismi di funzionamento dell’Unione, la preoccupazione non dovrebbe essere quella della rappresentatività dei singoli Stati membri ma piuttosto l’eccessivo coinvolgimento di questi nello sviluppo ed elaborazione di politiche che dovrebbero essere prerogativa della Commissione. La mancanza di chiarezza tra i ruoli del Consiglio e la Commissione è all’origine di continue tensioni latenti, con il risultato che la Commissione è sempre portata a sfruttare più che può i suoi poteri formali, anche quando si rende conto dell’assenza di ragioni sufficientemente forti per le proprie azioni e decisioni. Allo stesso tempo mentre gli Stati membri tendono a interferire in modo eccessivo in quelle che dovrebbero essere prerogative e responsabilità della Commissione europea, il Consiglio in tutte le sue diramazioni ministeriali è spesso carente nell’indicare chiari indirizzi alla luce dei quali la Commissione dovrebbe muoversi. La vera ragione per cui si dovrebbe rafforzare il ruolo del Consiglio europeo è che ciò aiuterà a risolvere la mancanza di chiarezza oggi esistente fra le posizioni dei singoli Stati membri e la Commissione. E non dico questo perché fautore di un approccio intergovernativo. Desidero soltanto che il Consiglio europeo si trasformi in un organismo più strategico, capace di indicare le priorità politiche in modo chiaro: dando alla Commissione obiettivi più definiti e imponendo indirizzi più precisi, capaci di andare oltre il groviglio di interessi burocratici e politici divergenti che al momento contraddistinguono il «Consiglio dei ministri».

Come rafforzare in pratica il ruolo del Consiglio europeo? Personalmente sono a favore della creazione di un Consiglio di coordinamento di rappresentanti emanazione dal Consiglio europeo. Le dimensioni e l’effettivo funzionamento di tale organismo andrebbero discussi. Ma sono convinto che è ciò di cui abbiamo bisogno per portare avanti processi come quelli avviati a Lisbona: i dossier ivi prodotti sono troppo articolati e complessi perché il Consiglio europeo possa farsene carico. E tuttavia, la loro suddivisione in un numero elevato di sottogruppi ministeriali del Consiglio comporta una considerevole perdita di slancio e di chiarezza di obiettivi. Sono inoltre a favore dell’introduzione di una maggiore flessibilità, affinché il Consiglio europeo possa collegialmente decidere di volta in volta, su singole istanze, di optare per una procedura decisionale veloce passando dalla regola dell’unanimità a quella della maggioranza qualificata. Si pensi per esempio a questioni urgenti come la necessità di una maggiore omogeneizzazione del diritto sulla richiesta d’asilo politico o di completare il pacchetto di misure comune europeo per la lotta al terrorismo in seguito agli orrori dell’11 settembre. L’assenza di un sistema di voto a maggioranza qualificata potrebbe comportare tempi infiniti che stridono con l’urgenza con cui ci viene chiesto di operare. Abbiamo inoltre bisogno di nuovi meccanismi attraverso i quali garantire che l’Europa si concentri su compiti che è tenuta a svolgere al meglio piuttosto che disperdersi su leggi e questioni che non necessitano decisioni al livello europeo. A mio parere, chi può meglio esprimere un giudizio sulla «sussidiarietà e proporzionalità» delle singole questioni indicando quali dovrebbero essere le priorità su cui concentrarsi sono i deputati dei singoli Parlamenti nazionali. Si tratta di usare l’immaginazione per pensare a come rafforzare il loro ruolo a Bruxelles – se non per mezzo di una seconda Camera, almeno attraverso un qualsiasi altro meccanismo che conferisca loro poteri maggiori per decidere sull’opportunità o meno che singole leggi europee entrino in vigore.

Ma ciò che ritengo sarebbe ancora di maggiore importanza è un rafforzamento del Consiglio europeo che migliori l’efficacia dell’azione dell’Europa in aree che i singoli leader democraticamente eletti presenti in Europa abbiano di volta in volta indicato come prioritarie. Secondo il mio modello istituzionale il Consiglio possiede una legittimità democratica fondata sul fatto di essere composto da rappresentanti di governi eletti democraticamente, di cui Commissione e Parlamento sono privi. Non risolveremo il problema della carenza di legittimità del Parlamento europeo attribuendogli maggiori poteri. Per due decenni abbiamo sperimentato questa soluzione per ovviare al «deficit democratico», ma non ha funzionato: infatti, a una crescita dei poteri del Parlamento hanno fatto riscontro il crescente disinteresse dell’opinione pubblica e un declino dell’affluenza alle urne alle elezioni europee in tutta l’Unione. Riconosco inoltre l’esistenza di un problema serio nel rapporto fra Commissione e Parlamento. Ma non è quello generalmente indicato dai più. A mio parere, a seguito dell’esperienza Santer, la Commissione subisce oggi un controllo troppo stretto da parte del Parlamento. E, nonostante questo, gran parte degli europeisti convinti vogliono erroneamente rafforzare il potere del Parlamento sulla Commissione, dando al primo il potere di eleggerne il Presidente. Questo non farebbe altro che creare una spaccatura all’interno della Commissione fra Destra e Sinistra rendendo impossibile per alcuni governi degli Stati membri identificarsi con la figura del Presidente. Ritengo sia di gran lunga preferibile mantenere la natura non politicamente caratterizzata della Commissione.

Ciò non vuol dire che la Commissione non debba concepirsi come organo politico in senso lato. Al contrario, è auspicabile che essa, e in particolare il suo Presidente, offrano in futuro una leadership più politica, nel senso ampio del termine, all’intera impresa europea. Da questo punto di vista è compito della Commissione svolgere un ruolo propulsivo e di volano: sia che ciò avvenga fornendo al Consiglio un’agenda di proposte più precisa e svolgendo un importante lavoro preparatorio che favorisca accordi più rapidi; sia che avvenga invece contribuendo a creare un clima di consenso intorno a singole proposte, sfruttando la rete di contatti con i governi degli Stati membri. Uno dei compiti del Consiglio è quello di offrire all’opinione pubblica una visione di lungo periodo e un senso di ciò che viene deciso a suo nome e per suo conto. Purtroppo, quel misto di pragmatismo, passione e idealità presente nella generazione passata è assente nei leader europei di oggi. Ritengo che il vero europeismo non debba misurarsi nella creazione di nuove istituzioni a carattere federalista, bensì nel riuscire concretamente a far funzionare l’integrazione europea a vantaggio di tutti: è su questo che i cittadini valuteranno i nostri sforzi. Per questo motivo penso che chiarezza e coerenza negli indirizzi politici e nelle riforme istituzionali proposte, e soprattutto efficienza nei nostri meccanismi decisionali, siano la ricetta del nostro successo; non dimenticando però l’importanza della presenza di una leadership politica forte, senza cui l’Europa non potrà mai ritornare ad avere la carica ideale e la spinta propulsiva del passato.

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