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Le sfide alla sicurezza nella fascia saheliana: una storia che ci riguarda

Written by Nicoletta Pirozzi Thursday, 28 April 2016 15:49 Print

Dalla fine del regime di Gheddafi in Libia, nella fascia saheliana si sono sviluppate pericolose connessioni tra gruppi criminali locali e organizzazioni terroristiche, alimentate dalla debolezza dello Stato centrale insieme all’azione spesso inadeguata della comunità internazionale, in primo luogo europea, che hanno portato a un rapido deterioramento della situazione di sicurezza. Quali soluzioni dovrebbe proporre l’Unione europea per sradicare fenomeni di cattiva governance, povertà, corruzione ed emarginazione sociale nei vicini Stati saheliani che hanno un impatto significativo a livello politico, sociale e di sicurezza sui cittadini e sui governi europei?


La fascia saheliana e un territorio variegato e difficile che si estende dalla Mauritania fino all’Eritrea, abbracciando aree desertiche o scarsamente popolate, Stati fragili e minati da conflitti, confini porosi, instabilità cicliche e crisi umanitarie ricorrenti. E stata da sempre la rotta di floridi commerci ma anche di traffici illeciti che in tempi recenti, soprattutto dalla fine del regime del colonnello Gheddafi in Libia, sono rifioriti attraverso reti criminali e terroristiche che lucrano su beni di consumo, risorse naturali, droga, armi e perfino esseri umani.

I paesi compresi nella regione del Sahel sono legati agli Stati europei da un passato coloniale; ad esempio, i paesi dell’Africa occidentale, dal Senegal al Ciad, alla Francia, l’Eritrea all’Italia e il Sudan alla Gran Bretagna. A oggi, alcuni di questi legami sono mutati in intensi rapporti economici, commerciali, politici e di difesa, soprattutto alimentati dalla Francia rispetto alle sue ex colonie della Françafrique. Gli Stati saheliani sono i vicini dei nostri vicini, e come tali hanno un impatto significativo a livello politico, sociale e di sicurezza sui cittadini e sui governi europei.

La prima sfida e quella demografica e sociale: la popolazione della regione cresce approssimativamente del 3% l’anno ed e destinata a raggiungere i 330 milioni nel 2050 (dai 135 milioni del 2015). Attualmente circa il 60% della popolazione ha meno di 20 anni e il numero dei giovani sarà il doppio nel 2050.1 Questa incredibile espansione demografica (che non ha corrispettivi in altre parti del mondo) e accompagnata da fenomeni di urbanizzazione molto rapidi e poco controllabili, in particolare in Nigeria e Niger, anche se la popolazione resta prevalentemente rurale e versa in condizioni di povertà estrema, soggetta a siccità e carestie. Le uniche fonti significative di guadagno arrivano dallo sfruttamento delle risorse naturali presenti in grandi quantità nel territorio saheliano: idrocarburi (soprattutto petrolio) e minerali (soprattutto uranio e oro). Gli introiti derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali hanno spesso arricchito classi dirigenti colluse con le reti criminali e incapaci di assicurare una differenziazione dell’economia che possa garantire benefici reali per la popolazione. Ovviamente, queste risorse rispondono agli interessi e stimolano gli appetiti anche dei principali attori internazionali nella regione, inclusa la Cina, gli Stati Uniti e i paesi europei, con la Francia e la Spagna in prima linea.

Il senso di frustrazione e di alienazione generato dall’incapacità delle elite locali di garantire sicurezza, sviluppo economico, posti di lavoro, istruzione e sistemi sanitari adeguati ha spinto molti, soprattutto giovani, ad affiliarsi a milizie etniche, gruppi separatisti e movimenti religiosi. Movimenti fondamentalisti e gruppi islamisti hanno trovato terreno fertile sul quale costruire la propria influenza, riaffermando i valori religiosi contro lo Stato secolare e combattendo per l’introduzione della shari‘a. In Nigeria, non a caso, le regioni nordorientali del paese in cui si e radicato Boko Haram (che in dialetto Hausa significa “l’educazione occidentale e vietata”) sono le più povere e quelle con il più alto tasso di analfabetismo. Marginalizzati e scarsamente controllati dalle amministrazioni centrali, gli Stati di Adamawa, Borno e Yobe sono diventati roccaforti del gruppo che ha condotto azioni terroristiche efferate come il rapimento delle 276 giovani studentesse in un villaggio dello Stato del Borno il 14 aprile 2014 oppure la strage di Baga tra il 3 e il 7 gennaio 2015. Sebbene il governo nigeriano, soprattutto grazie al contributo delle truppe fornite dai paesi vicini nella coalizione multinazionale formatasi sotto gli auspici dell’Unione africana e con il supporto della comunità internazionale, sia riuscito a riconquistare il controllo di porzioni considerevoli di territorio, Boko Haram continua a destabilizzare gli Stati del Nord e ha allargato il suo raggio d’azione al Camerun, al Niger e al Ciad.

Già nel maggio del 2014 le Nazioni Unite hanno dichiarato Boko Haram affiliato ad al Qaeda. Nel corso degli anni, le azioni di Boko Haram si sono gradualmente avvicinate a quelle dello Stato Islamico (IS), sia per la ferocia degli attentati terroristici (il rapimento di cittadini stranieri, l’utilizzo di bambine kamikaze), sia per l’obiettivo della graduale creazione di un territorio di riferimento tra la Nigeria e i paesi limitrofi. Inoltre, nel marzo del 2015 il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, ha pubblicamente giurato fedeltà all’IS. Questa evoluzione sembra suggerire che Boko Haram riceva assistenza tecnica e finanziaria da reti terroristiche internazionali e che possa diventare l’avamposto dell’IS in Africa occidentale, rafforzando sempre di più i legami con i gruppi terroristici affiliati all’IS in Libia.

La connessione tra istituzioni statuali deboli, mancato sviluppo, criminalità e radicalizzazione e alla base dell’instabilità della regione, che si e spesso tramutata in conflitti aperti. In Mali, il governo di Bamako si e dimostrato incapace di garantire il controllo politico e militare sul territorio, spesso collaborando con i capi locali e i gruppi terroristici nel Nord del paese in cambio di stabilita. Al contempo, la debolezza dell’economia maliana, insieme alla mancanza di coesione nazionale e alla presenza di forti squilibri tra le varie regioni del paese, ha portato alla ribellione dei gruppi dei Tuareg (popolo nomade berbero che ha subito una doppia colonizzazione, prima dalle elite coloniali e poi da parte di quelle postcoloniali) e all’emergere del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad nel Nord del paese. In questo contesto si sono sviluppate pericolose connessioni tra gruppi criminali locali e organizzazioni islamiche quali Ansar Eddine e il gruppo affiliato del Movimento Islamico dell’Azawad (MIA), oppure organizzazioni terroristiche come Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQUIM). La situazione esplosiva si e creata con la caduta del regime di Gheddafi in Libia, che fino a quel momento aveva garantito ingenti investimenti in Mali e sviluppato forti legami con la popolazione Tuareg. Allo scoppio della crisi libica nel 2011, l’arrivo di combattenti e armi nel Nord del Mali si e saldato con le rivendicazioni separatiste dei Tuareg e ha aperto la strada alla ribellione che ne e seguita.

Il colpo di Stato del marzo 2012 da parte delle truppe maliane dispiegate nel Nord del paese per sedare la rivolta si e trasformato presto in una insorgenza islamista dopo la dichiarazione di indipendenza della regione dell’Azawad nell’aprile del 2012. La debolezza dello Stato centrale, insieme all’inazione della comunità internazionale, in primo luogo europea, ha generato un rapido deterioramento della situazione di sicurezza, portando all’avanzata dei gruppi jihadisti fino a 600 km dalla capitale Bamako nel gennaio del 2013 e determinando l’intervento delle truppe francesi sul terreno. Sebbene i combattimenti siano stati fermati e il delicato processo di pace abbia portato alla firma di accordi tra il governo e i ribelli Tuareg nel giugno del 2015, tutte le condizioni di instabilità che hanno dato avvio al conflitto sono ancora presenti nel paese, a cominciare dall’esistenza di gruppi islamisti che continuano a seminare morte (dopo l’attentato all’hotel Radisson Blu di Bamako del 20 novembre 2015, l’ultima azione sanguinaria e stata condotta il 25 marzo scorso).

La situazione di sicurezza resta precaria anche nella parte orientale della fascia saheliana, ad esempio in Sudan e Sudan del Sud. Dopo una guerra civile durata più di trent’anni, l’accordo globale di pace concluso tra il governo di Khartum e il Sudan’s People Liberation Movement ha lasciato una serie di questioni irrisolte relative alla cittadinanza, alla gestione delle risorse petrolifere e dei confini, in particolare del distretto di Abyei, ricco di risorse naturali. Il Sudan del Sud e diventato uno Stato indipendente nel 2011, a seguito di un referendum popolare, ma nel dicembre 2013 la rivalità politica fra il presidente in carica Salva Kiir e il numero due del regime, il vicepresidente Riek Machar, e degenerata in una vera e propria guerra civile. Nell’agosto del 2015 le parti hanno sottoscritto l’accordo per la soluzione del conflitto, frutto soprattutto dell’intenso lavoro negoziale dell’Intergovernmental Authority for Development (IGAD), ma l’attuazione dell’accordo continua a subire forti ritardi. Si sono già verificate ripetute violazioni del cessate il fuoco e la formazione del governo transitorio di unita nazionale prevista entro il 22 gennaio scorso non ha ancora avuto luogo. La guerra ha provocato migliaia di morti e oltre due milioni di rifugiati, con conseguenze significative in termini di migrazioni nei paesi vicini e verso l’Europa.

È opportuno sottolineare che la regione del Sahel e un corridoio di transito per milioni di migranti, sia per coloro che sono spinti dalla promessa di condizioni sociali ed economiche migliori, sia per coloro che fuggono da conflitti aperti oppure da regimi repressivi. L’Eritrea, ad esempio, dal 1993 e sotto il giogo del regime autoritario di Isaias Afewerki, che impone ai suoi cittadini condizioni inaccettabili in termini di rispetto dei diritti civili e delle liberta fondamentali e sta portando il paese a un progressivo impoverimento. Da questo scappano i circa 5000 eritrei che ogni mese si rifugiano nei paesi vicini o partono alla volta dell’Europa attraverso il deserto del Sahel e il Mediterraneo. Gli Stati Uniti e i paesi europei hanno reagito attraverso un approccio prevalentemente di sicurezza per contrastare le minacce criminali e jihadiste provenienti dalla regione, aumentando la propria presenza militare e le operazioni antiterrorismo, e contemporaneamente rafforzando gli sforzi per proteggere i confini meridionali dell’Europa.2 In particolare, gli Stati Uniti hanno lanciato nel 2005 la Trans-Sahara Counterterrorism Partnership con l’intento di sostenere i governi della regione nella lotta al terrorismo e dal 2007 hanno attivato un comando militare per l’Africa (United States Africa Command-AFRICOM). Inoltre, basi di droni americani sono ubicate ad Agadez (Niger) e N’Djamena (Ciad) con finalità di ricognizione e sorveglianza. La Francia e sempre stata il paese europeo più deciso nel lanciare interventi militari nella regione, come l’operazione Serval del gennaio 2013 in Mali e l’operazione Barkhane avviata nell’agosto del 2014 in Ciad e composta da circa 3000 militari dispiegati anche in Niger, Burkina Faso, Mali e Mauritania.

L’Unione europea ha adottato un approccio più inclusivo e multidimensionale alla regione del Sahel, in primo luogo attraverso la Strategia per la sicurezza e lo sviluppo nel Sahel del marzo 2011, nella quale si identificano i fattori di instabilità in atto e le loro interconnessioni, e si predispongono diversi strumenti per affrontarli. In particolare, si riconosce l’impatto negativo di conflitti interni e della minaccia terroristica sia sullo sviluppo delle popolazioni locali che sulla sicurezza europea. Le linee d’azione che vengono identificate sono quattro: a) sviluppo, good governance e risoluzione dei conflitti; b) azioni politiche e diplomatiche; c) sicurezza e Stato di diritto; d) lotta all’estremismo violento e alla radicalizzazione. L’UE ha destinato ingenti risorse allo sviluppo della regione e ha allocato 5 miliardi di euro per il periodo 2014-20.3 Nel 2013 e stato nominato un rappresentante speciale dell’UE per il Sahel e attualmente l’UE e presente nella regione con una missione militare (EUTM Mali) e due missioni civili (EUCAP Sahel Mali ed EUCAP Sahel Niger), che si occupano del sostegno alle forze militari e di sicurezza locali. Per fronteggiare il fenomeno migratorio, sono stati avviati il Processo di Rabat nel 2006, che coinvolge l’UE e i paesi dell’Africa occidentale, centrale e mediterranea, e il Processo di Khartum nel 2014, ovvero l’iniziativa UE-Corno d’Africa (con il coinvolgimento di Egitto e Libia) lanciata nel corso del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’UE.

Tuttavia, la Strategia ha avuto un’attuazione soltanto parziale, dovuta sia alle inefficienze europee che all’atteggiamento di sospetto dei governi locali verso pratiche ritenute più rispondenti agli interessi europei che a quelli della regione e ancorati a logiche post-coloniali. Il ruolo preminente e la strategia interventista adottata dalla Francia non hanno aiutato l’UE ad accreditarsi come attore super partes nelle dinamiche soprattutto della regione dell’Africa occidentale. Un nuovo approccio europeo e in generale della comunità internazionale dovrebbe basarsi sul rafforzamento delle azioni rivolte a incidere sulle cause profonde della instabilità dell’area, in primo luogo il sostegno alle autorità statuali e alla società civile per sradicare fenomeni di cattiva governance, povertà, corruzione ed emarginazione sociale. Un’amministrazione pubblica responsabile, trasparente ed efficace sta alla base di ogni strategia di sviluppo di lungo periodo e di prevenzione di conflittualità e di tendenze alla radicalizzazione. Il cruciale supporto offerto dall’Europa in termini di aiuto umanitario e di cooperazione allo sviluppo deve essere accompagnato da azioni politiche di portata regionale, che si basino su una comprensione delle dinamiche geopolitiche in atto e coinvolgano attori chiave a livello regionale (Algeria, Nigeria, Etiopia, ma anche organizzazioni regionali come Economic Community of West African States-ECOWAS, IGAD e Unione africana) e internazionale (Stati Uniti, Cina, Turchia, paesi del Golfo, ma anche le Nazioni Unite). Soprattutto, l’UE dovrà essere in grado di proporre un modello di stabilizzazione e sviluppo credibile per la regione, da attuare attraverso una politica estera unitaria, in modo da trasmettere ai partner locali il senso di una cooperazione davvero mirata al raggiungimento di obiettivi condivisi di pace, di resilienza sociale e di cooperazione.

 


 

[1] J. F. May, J.-P. Guengant, T. R. Brooke, Demographic Challenges of the Sahel, in “Population Reference Bureau”, gennaio 2015.

[2] International Crisis Group, The Central Sahel: A Perfect Sandstorm, Africa Report n. 227, 25 giugno 2015.

[3] European Union External Action, The European Union and the Sahel – Fact Sheet.

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