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“Cervelli in fuga” e gap tecnologico dell’Italia

Written by Daniela Palma Thursday, 28 April 2016 15:02 Print

Rispetto all’attività di ricerca l’Italia sperimenta un singolare paradosso: pur di fronte alla crescente consapevolezza che essa sia essenziale per la crescita di un’economia avanzata e che quella che viene svolta nel nostro paese sia di buona qualità, viviamo una fase di “fuga” dalla ricerca. Registriamo, in ragione della limitata spesa privata nel settore e dei considerevoli tagli alla spesa pubblica, una sempre minore capacità di produrre alta formazione e nuove conoscenze, che risultano però, comunque, in eccesso rispetto a quanto il nostro sistema produttivo è in grado di assorbire, ancorato com’è a settori a medio-bassa intensità tecnologica.

 

Pochi dubbi sembrano sussistere sul fatto che l’attività di ricerca svolta in Italia sia di ottima qualità. Le conferme ci provengono da più fronti, a partire dai dati sulla produttività scientifica, espressa come rapporto tra numero di pubblicazioni e ammontare delle spese in ricerca,1 per arrivare al riconoscimento delle “eccellenze” nazionali premiate con l’assegnazione dei prestigiosi fondi ERC (European Research Council), 2 che anche quest’anno si sono collocate ai primi posti insieme ai maggiori paesi dell’Unione europea. Ma c’e un’altra faccia della medaglia, non meno nota, che contrasta profondamente con i brillanti risultati degli scienziati italiani e che sta alzando i toni dell’allarme sulle non ottimistiche prospettive di sviluppo della ricerca nel nostro paese. Quest’altra faccia si chiama “fuga” dalla ricerca e ci mostra un paese che, paradossalmente, sta rinunciando a qualcosa che sa fare bene e che per giunta risulta oggi più che mai essenziale per la crescita di un’economia avanzata. Un fenomeno in netto peggioramento e che gli stessi dati sui fondi ERC confermano impietosamente, indicando che tra i titolari italiani del finanziamento in questione c’e una quota crescente di ricercatori che li spende all’estero. E non basta. Perche a dispetto di qualche commento, che vorrebbe ridimensionare l’entità del problema sostenendo che le dinamiche di un mondo globalizzato – quale e quello in cui viviamo – prevedono inevitabilmente che vi sia una fisiologica circolazione dei saperi, le quote ERC spese oltreconfine dall’Italia sono tra le più alte dei paesi europei. Ne i fondi spesi in Italia sono tali da compensare l’emorragia delle uscite, poichè il nostro paese si rivela tra i meno attrattivi.

Questi dati – che attestano l’approfondirsi di un deficit del paese nella capacita di produrre nuove conoscenze – sono d’altra parte consonanti con tutta un’altra serie di risultati (negativi) che l’Italia sta inanellando oramai da tempo sul fronte dell’alta formazione: dalla caduta della spesa pubblica destinata all’università (in controtendenza rispetto agli stessi andamenti della spesa pubblica complessiva al netto degli interessi sul debito, che tra il 2014 e il suo minimo nel 20 aumenta del 10,7%)3 alla precarizzazione del corpo docente (solo il 48,3% e rappresentato da docenti e ricercatori strutturati), a una riduzione delle posizioni di dottorato, che dal 2008 sono scese del 19% con un picco del 38% nel Meridione, per finire con un drammatico crollo delle iscrizioni all’università, che ci porta a essere fanalino di coda per numero di laureati tra i maggiori paesi industrializzati.4

In tutto questo quadro c’e pero anche qualcosa che non torna: mettendo insieme un’offerta di alta formazione che continua a prosciugarsi con un processo di “fuga dei cervelli” divenuto oramai la cifra distintiva del nostro sistema della ricerca,5 sembrerebbe, al contrario, che della prima si riscontri un eccesso e che l’Italia debba assestarsi su livelli (ulteriormente) più bassi. Peccato che sullo sfondo vada anche crescendo l’allarme sull’insufficienza della spesa pubblica destinata alla ricerca (considerata nel suo complesso e dunque comprendente anche quella destinata agli Enti pubblici di ricerca, sottoposti a pesanti e crescenti tagli dei bilanci) e che in tale insufficienza sia riconosciuta una parte rilevante della difficoltà del paese di essere competitivo e di generare opportunità di crescita. Un confronto tra l’economia dell’Italia e quella dei maggiori paesi europei (e industrializzati in genere) mostra infatti da anni l’esistenza di una vera e propria forbice nella dinamica di crescita del PIL pro capite, forbice che non accenna a diminuire nemmeno nel periodo che interessa la crisi internazionale.6 La crisi italiana, quale e quella che sempre più drammaticamente stiamo sperimentando (e che non lascia attualmente presagire immediati spiragli), finisce cosi con l’essere il portato di due livelli di crisi: quello internazionale e quello determinato da una debolezza strutturale della competitività nazionale collegata a una scarsa capacita di innovazione del sistema produttivo. E a nulla sono valse le politiche tese a incidere su una diminuzione del costo del lavoro. Mentre lo stimolo alla crescita della domanda si concentra su produzioni ad alto valore aggiunto in settori “ad alta intensità di conoscenza”, nei settori tradizionali – dove la competitività di prezzo e dominante – ha prevalso infatti la concorrenza dei paesi emergenti.7 Se a ciò si aggiunge che gli stessi paesi emergenti (Cina in testa) hanno col tempo allargato la propria base industriale incrementando la quota di produzioni high-tech e dando soprattutto vita a una politica autonoma di investimenti pubblici (con enfasi sulla ricerca) che ha consentito di ridimensionare il ruolo degli investimenti delle economie occidentali trainanti nella prima fase dello sviluppo, e facile comprendere come la competitività dell’Italia sia ulteriormente regredita e sia destinata a peggiorare in assenza di interventi che incidano sulla natura della specializzazione produttiva.8

Una valutazione complessiva dell’entità della spesa in ricerca dell’Italia sul PIL mostra chiaramente come il divario più significativo con le maggiori economie industriali si concentri nella spesa effettuata dalle imprese (BERD, Business Enterprise Research and Development). 9 Questa evidenza sembrerebbe apparentemente ridimensionare quell’insufficienza riconosciuta alla spesa in ricerca pubblica e giustificare l’attenzione dedicata al potenziamento della ricerca industriale attraverso politiche di incentivazione fiscale. Sennonchè la maggior parte (ma diciamo pure la quasi totalità) degli analisti manca di rilevare che la particolare insufficienza della spesa in ricerca delle imprese italiane non e dovuta a una qualche minore capacita di queste ultime di fare attività di ricerca (che andrebbe pertanto incentivata), quanto al fatto che nei settori a medio-bassa intensità tecnologica in cui e concentrata l’attività produttiva la spesa in ricerca e più bassa di quella relativa ai settori a medio-alta intensità tecnologica. Un dato che e intrinseco alla natura dei settori e che indica l’importanza di guardare al profilo della specializzazione produttiva di ciascun paese al fine di emettere una valutazione sull’ammontare della spesa in ricerca dell’industria. Ne consegue che il gap strutturale che caratterizza la spesa in ricerca delle imprese italiane rispetto alla media europea dipende dall’elevata quota di imprese presenti nei settori tradizionali, che determinano un ammontare complessivo significativamente più basso di quello che si otterrebbe se, a parità di intensità di ricerca per ciascun settore produttivo, vi fosse una maggiore quota di imprese in settori a medio-alta intensità tecnologica. Non stupisce, dunque, che da tempo numerosi e autorevoli studi abbiano dimostrato l’inefficacia delle politiche di incentivazione fiscale delle spese in ricerca.10 Ne e immaginabile che la sola dimensione media delle imprese – come spesso si lascia intendere – sia di per se responsabile di tale scarsa entità. La prevalenza di imprese nei settori tradizionali a medio-bassa tecnologia sottende infatti anche una minore dimensione media di impresa, ed e cosi che persino l’auspicabile aumento di tale dimensione deve essere considerato nella prospettiva di una significativa modifica della specializzazione produttiva in direzione di settori a più elevato contenuto tecnologico. Quanto la bassa intensità tecnologica della nostra struttura produttiva condizioni la domanda di forza lavoro con alta formazione, innescando a sua volta una pressione al ribasso sulla spesa pubblica in ricerca (e dunque mostrando come tutta l’entità della spesa in ricerca del paese vada contraendosi lungo un circuito vizioso che interessa l’interazione negativa tra la componente pubblica e quella privata), ce lo confermano con forza le statistiche europee sull’occupazione di personale altamente qualificato in settori a elevata qualificazione scientifica. Se si considera infatti la quota dei laureati occupati in settori a elevata qualificazione scientifica sul totale generale degli occupati, spicca immediatamente la posizione di retrovia del nostro paese in Europa (Figura 1). Allo stesso tempo, se il medesimo numero di laureati occupati in settori a elevata qualificazione scientifica viene rapportato al totale dei laureati la posizione dell’Italia si ribalta, mostrando che il numero dei laureati appare sostanzialmente allineato alla domanda che ne fa il sistema produttivo (Figura 2). Se anzichè dirigersi verso settori ad alta intensità tecnologica l’industria italiana rimane ancorata a settori a medio-bassa intensità tecnologica nei quali tenta di competere (perdendo, come detto sopra, competitività a livello complessivo), il risultato non potrà chiaramente essere altro che quello di “dismettere” laureati, che, ancorchè pochi, diventeranno ridondanti rispetto alla domanda effettiva. E saranno costretti alla fuga.

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Essere tra gli ultimi nelle classifiche dei laureati e continuare a constatare una continua e sempre più accentuata emorragia di competenze qualificate non appare dunque più come un incomprensibile paradosso.

L’economia della conoscenza, che ha segnato sempre più profondamente le traiettorie dello sviluppo delle economie industrializzate negli ultimi trenta anni, e sta consolidando il decollo di quelle dei paesi di nuova industrializzazione, non e semplicemente venuta a far parte delle politiche dell’Italia. Via via che il sistema produttivo ha dovuto fare i conti con crescenti difficoltà competitive le risposte sono state ricercate nella svalutazione del cambio e, subentrati i vincoli dell’euro, nella deflazione del costo del lavoro, dimenticando che la domanda si dirigeva su produzioni a più elevato contenuto tecnologico. L’Italia ha cosi finito per deflazionare il suo sistema della conoscenza, arrivando (paradossalmente) a dimostrare lo “spreco” dell’investimento nella ricerca pubblica mentre i suoi maggiori vicini di casa – anche in periodi di austerità – ne hanno incrementato la consistenza. Oggi che questa insufficienza si avverte con più forte preoccupazione, non sembra tuttavia essere mutata la filosofia di fondo. Il salto nell’innovazione auspicato per l’economia italiana sarebbe quello di far funziona- re meglio il sistema produttivo attraverso gli incentivi alla ricerca e il mero miglioramento delle connessioni tra università ed enti di ricerca e sistema produttivo. Soluzione destinata evidentemente a fallire se non si interviene sul profilo della specializzazione produttiva attraverso opportune politiche industriali di riqualificazione e di potenziamento di settori innovativi. Sarebbe invece quanto mai necessario riprendere il filo di questo discorso e prevedere – stante l’innegabile urgenza di stanziare risorse finanziarie che non siano più a un livello di sotto-criticità – un inedito coordinamento tra politiche della ricerca e politiche industriali, pena lo scontro con la dura realtà di un PIL che cresce meno di quello che dovrebbe e di un debito sempre più insostenibile di cui l’Europa chiederà il redde rationem.

 


 

[1] G. Lipari, La performance della ricerca scientifica italiana, in “Roars”, 7 gennaio 2014.

[2] Si veda il sito dello European Research Council.

[3] P. Greco, Ricerca e formazione: in sette anni i tagli più profondi, in “Roars”, 30 agosto 2015.

[4] D. Delle Side, Fuga dall’Università ovvero quando i dati dovrebbero far riflettere, in “Roars”, 23 aprile 2015; G. De Nicolao, Laureati: Italia ultima in Europa. Il Meridione peggio della Turchia, in “Roars”, 16 gennaio 2015.

[5] Istat, Rapporto annuale 2015.

[6] G. Toniolo, V. Visco (a cura di), Il declino economico dell’Italia. Cause e rimedi, Bruno Mondadori, Milano 2004; S. Ferrari, Crisi internazionale e crisi nazionale, in “Moneta e Credito”, 257/2012, pp. 49-58.

[7] P. Bianchi, La rincorsa frenata, il Mulino, Bologna 2013.

[8] S. Lucarelli, D. Palma, R. Romano, Quando gli investimenti rappresentano un vincolo. Contributo alla discussione sulla crisi italiana nella crisi internazionale, in “Moneta e Credito”, 262/2013, pp. 169-205.

[9] D. Palma, Niente Europa senza ricerca e innovazione, l’imperativo dei paesi mediterranei, in “Aspeniaonline”, 21 luglio 2014.

[10] G. de Blasio, F. Lotti (a cura di), La valutazione degli aiuti alle imprese, il Mulino, Bologna 2008.

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