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La Gran Bretagna protagonista in Europa

Written by Redazione Thursday, 01 November 2001 02:00 Print

Tony Blair è stato tra coloro che si sono spesi con il maggiore impegno per la costruzione di una vasta coalizione anti-terrorismo. Forte della convinzione che sia giusto, e non solo inevitabile, neutralizzare la minaccia terroristica con una iniziativa il più ampiamente condivisa dalla comunità internazionale, il leader britannico ha lavorato per estendere molto oltre i confini tradizionali dell’Occidente il consenso alla risposta ai fatti dell’11 settembre. Italianieuropei lo ha intervistato alla fine di ottobre, in un colloquio che muove dagli scenari internazionali per giungere ai temi della sinistra europea e dell’innovazione della cultura politica del riformismo.

 

ItalianiEuropei intervista Tony Blair

Tony Blair è stato tra coloro che si sono spesi con il maggiore impegno per la costruzione di una vasta coalizione anti-terrorismo. Forte della convinzione che sia giusto, e non solo inevitabile, neutralizzare la minaccia terroristica con una iniziativa il più ampiamente condivisa dalla comunità internazionale, il leader britannico ha lavorato per estendere molto oltre i confini tradizionali dell’Occidente il consenso alla risposta ai fatti dell’11 settembre. Italianieuropei lo ha intervistato alla fine di ottobre, in un colloquio che muove dagli scenari internazionali per giungere ai temi della sinistra europea e dell’innovazione della cultura politica del riformismo.

Una delle difficoltà maggiori di questa crisi internazionale sembra consistere nel definirne i contorni. L’attacco terroristico dell’11 settembre si è rivolto anche contro i nostri valori di apertura e tolleranza, contro la nostra consuetudine al dialogo tra le culture e le religioni. Come possiamo evitare il rischio che l’emergenza si trasformi in uno «scontro di civiltà»?

Per quanto mi riguarda non ci troviamo affatto di fronte ad uno scontro di civiltà. Ciò in cui siamo impegnati è una lotta per sconfiggere il terrorismo internazionale. Certo, questa lotta comporta l’adozione di azioni militari contro i terroristi e contro coloro che ad essi offrono riparo e ospitalità. Ma allo stesso tempo essa richiede il dispiegamento di un ampio numero di iniziative di altro tipo, sia nel campo della sicurezza che in quello dell’intervento umanitario. Ma se nella comunità internazionale non esiste alcuna volontà di fomentare lo scontro di civiltà, l’obiettivo di Bin Laden e della sua rete terroristica è precisamente quello di scatenare l’odio tra le religioni e tra i popoli. La nostra lotta non è diretta contro l’Islam. Il nostro scopo è sradicare il terrorismo, che costituisce una minaccia rivolta contro le basi fondamentali della nostra vita civile, e difendere i valori più preziosi di cui disponiamo. Per questi stessi valori noi intervenimmo nel 1999 a difesa di una popolazione a larga maggioranza musulmana, contro una dittatura che violava metodicamente i diritti umani fondamentali. La nostra lotta è dunque rivolta contro il terrorismo internazionale, dovunque esso si renda visibile. Abbiamo intenzione di adottare le misure più rigorose per rafforzare la nostra sicurezza. Ma sono convinto della possibilità di conciliare una maggiore sicurezza con il dovuto rispetto per le libertà civili. obbiamo avere sempre ben chiaro in mente che il terrorismo costituisce in assoluto la più grave minaccia ai valori democratici che ci animano. Non esiste un’alternativa all’azione: dobbiamo agire per difendere la pace e la giustizia. Non lo stiamo facendo a cuor leggero. Ricorrere all’uso della forza non è mai una cosa facile. Ma ci rendiamo perfettamente conto della minaccia molto più grave che il terrorismo costituisce per le fondamenta della nostra comunità civile.

Cosa pensa della tesi di coloro che imputano all’Europa un minore impegno nell’emergenza internazionale, anche a causa della preoccupazione di suscitare la reazione delle grandi comunità musulmane esistenti sul nostro continente?

Non sono d’accordo. Le risposte venute sia dall’Europa che dagli Stati Uniti sono state ponderate e incisive. Una delle cose che mi hanno impressionato di più è stata la solidarietà venuta dall’Unione europea agli Stati uniti dopo l’11 settembre. Molti sono i paesi europei che hanno offerto il proprio impegno militare a sostegno degli Stati Uniti nella grande coalizione internazionale che è stata costruita per combattere il terrorismo. E per quanto riguarda le comunità musulmane in Europa, la verità è che la grande maggioranza dei musulmani condanna senza alcuna esitazione le atrocità dell’11 settembre e il loro carattere del tutto conflittuale con i principi dell’Islam.

Ma tuttavia esiste il rischio che anche nei paesi europei vi siano rappresaglie terroristiche legate alla campagna in corso in Afghanistan. In che modo è possibile rispondere ai timori esistenti a questo proposito nelle nostre società?

In questa situazione è inevitabile che nella popolazione vi sia una forte preoccupazione per il rischio di eventuali rappresaglie terroristiche. Ma al momento non disponiamo di elementi certi per sostenere che tale preoccupazione sia fondata. In ogni caso dopo i fatti dell’11 settembre non vi era alternativa all’adozione di risposte precise. Scegliere di non reagire avrebbe reso ancora più grave la situazione, perché i terroristi avrebbero assistito ad una manifestazione di impotenza della comunità internazionale anche di fronte ad attacchi così straordinariamente efferati. Naturalmente abbiamo il dovere di essere vigili e di mantenere alto il livello dell’attenzione. E la scelta di  rafforzare la nostra sicurezza è senza dubbio la più ragionevole e prudente.

Quali saranno le conseguenze di quanto sta avvenendo sull’architettura di sicurezza europea, guardando sia al futuro dell’Alleanza atlantica che a quello della Difesa comune europea?

Il mio auspicio è rivolto al rafforzamento dell’alleanza tra Europa e Stati Uniti, sulla base dei valori che condividiamo e dei nostri comuni obiettivi strategici. Sono convinto che la Gran Bretagna, in virtù della posizione che occupa nei confronti dell’Europa e degli Stati Uniti, possa svolgere un ruolo fondamentale nel cementare questa alleanza. Ciò che abbiamo visto nelle scorse settimane non ha affatto diminuito l’importanza della NATO. Al contrario, la pronta ed efficace reazione agli eventi dell’11 settembre venuta dalla NATO – e penso anche al riferimento all’articolo quinto, fatto per la prima volta nella storia– dimostra tutto il rilievo che l’Alleanza atlantica continua ad avere nei confronti delle nuove minacce alla sicurezza. La NATO non dovrebbe essere considerata come una polizza assicurativa, da tener chiusa in qualche cassetto nell’eventualità del tutto remota di dover fronteggiare una difficoltà imprevista. La NATO deve essere una alleanza vitale, dove sia possibile incarnare l’altrettanto vitale partnership transatlantica nel campo della sicurezza. Dobbiamo sottolineare che la NATO non è più uno strumento «per tener sotto i tedeschi e fuori i russi», per citare una battuta degli anni Cinquanta. Ho ammirato la capacità mostrata dal Cancelliere Schröder nel far sì che la Germania sapesse assumersi responsabilità internazionali sempre più ampie. Così come ammiro in modo particolare il ruolo positivo che il Presidente Putin sta svolgendo in questa crisi. La NATO continua ad essere una vitale garanzia di sicurezza collettiva per l’Europa, sostenuta dall’impegno statunitense verso il nostro continente.

Il progetto statunitense di «scudo spaziale» ha suscitato reazioni diversificate tra i governi europei. E oggi la questione è percepita in termini ancora diversi, anche se non meno controversi: alcuni ne sostengono con ancora più forza la necessità, altri sottolineano che l’attacco dell’11 settembre non avrebbe potuto essere sventato nemmeno da un sistema di difesa antimissile. Qual è la sua opinione al riguardo?

Io ho sostenuto più volte, e molto prima dell’11 settembre, che l’Europa doveva guardare alla questione dello scudo spaziale in modo lucido e razionale. Oggi, dopo i fatti che conosciamo, abbiamo una coscienza molto più chiara delle nuove minacce di fronte alle quali ci troviamo. Alcuni ritengono che proprio l’11 settembre abbia dimostrato l’inutilità di un sistema di difesa antimissile, perché anche un tale sistema non sarebbe stato sufficiente a bloccare gli attacchi terroristici. Dall’altro lato, non c’è dubbio che se persone come Bin Laden o come coloro che ne condividono le prospettive estremistiche potessero disporre di armi nucleari e di opportuni vettori missilistici, essi non esiterebbero ad usarli non appena ne avessero occasione. D’altra parte ritengo del tutto inevitabile che l’opinione pubblica statunitense pretenda oggi l’adozione degli strumenti di protezione in assoluto più avanzati contro i rischi del terrorismo. Ed ecco quindi perché oggi, ancora una volta, dobbiamo discutere della questione dello scudo spaziale in modo lucido e razionale.

L’atteggiamento del Regno Unito verso l’Unione europea è apparso storicamente ondivago. Oggi, come definirebbe la posizione britannica verso il processo di integrazione e verso i progetti di riforma istituzionale dell’Unione?

Non credo che si possa parlare di un atteggiamento ondivago. Se si esclude il periodo nel quale Edward Heath condusse il Regno Unito nella Comunità europea, nei primi anni Settanta, la maggior parte dei governi britannici ha partecipato all’impresa europea in termini che è più corretto definire quanto meno riluttanti. Fatta eccezione per il mercato unico, il tipico comportamento seguito dalla Gran Bretagna è consistito nel rimanere a bordo campo ad osservare i progetti europei messi a punto dai nostri partner continentali; nel cercare di convincersi che quei progetti non avevano niente di positivo o che comunque non avrebbero portato ad alcuno sviluppo reale; nel rifiutare di farsi coinvolgere al loro avvio, salvo poi accodarsi dieci o vent’anni dopo quando ormai erano stati altri a definire le regole e le procedure. Io ho cercato, sin dal primo momento in cui ho assunto la responsabilità di Primo ministro, di modificare questo atteggiamento. Oggi la Gran Bretagna è all’avanguardia su molte delle principali questioni europee. Alla fine del 1998, a Saint Malo, abbiamo promosso insieme alla Francia un’iniziativa nel campo della difesa che alla luce di quanto abbiamo di fronte in campo strategico appare quanto mai fondamentale. Siamo tra i paesi più attivi nel sostenere la cooperazione europea in materia di giustizia e di affari interni, così come stiamo lavorando con il massimo impegno per quelle riforme economiche volte a creare entro il 2010 l’Europa della piena occupazione e dell’inclusione sociale, secondo quanto decidemmo lo scorso anno al vertice di Lisbona. Ma vedo anche che la Gran Bretagna sta svolgendo un ruolo molto costruttivo nel porre le basi per l’imminente confronto sul futuro dell’Unione europea: un confronto che già oggi appare ben indirizzato, come appare dal recente appello per un «risveglio dell’Europa» firmato tra gli altri da Giuliano Amato, Roy Jenkins e Felipe Gonzales. Il mio ruolo di Primo ministro è quello di convincere l’opinione pubblica britannica di qualcosa in cui credo fermamente: la Gran Bretagna non ha niente da temere, e molto da guadagnare, dall’impresa europea.

Il partito laburista si trova per la prima volta a governare il paese per la seconda legislatura consecutiva. Ritiene che tale continuità possa dare maggior forza alla vostra posizione sulla moneta unica?

La nostra posizione sull’Euro è molto chiara. Noi condividiamo il principio stesso della moneta unica. E crediamo che la Gran Bretagna ricaverebbe enormi benefici dall’essere tra quei paesi che la adotteranno. Ma i criteri economici per l’adesione all’Euro sono fondamentali. Ed è questa la ragione per cui i cinque parametri che sono stati fissati dall’Unione europea devono essere rispettati. Nel corso del primo biennio di questo mio secondo mandato di governo valuteremo se i riscontri economici sono stati a questo proposito positivi. Se così sarà, ci faremo forti delle nostre convinzioni e chiameremo il popolo britannico ad esprimersi su questo argomento con un referendum.

È opinione diffusa che il «motore franco-tedesco» dell’Unione europea abbia perso molta della sua energia e che si stiano profilando altri assi privilegiati tra paesi membri. Quale sarà l’atteggiamento della Gran Bretagna di fronte all’apparente vuoto di leadership nel processo di integrazione?

Non ho alcuna intenzione di ridimensionare il significato dell’asse franco-tedesco. Esso ha avuto un ruolo fondamentale nel fare dell’Unione europea ciò che essa è oggi, ovvero uno dei più eccezionali traguardi storici raggiunti nel secolo appena concluso. Per la mia generazione, e per la generazione dei miei figli, è ormai del tutto inconcepibile anche solo l’idea che il mio paese possa essere in guerra con un altro paese europeo: si tratta di qualcosa di assolutamente straordinario, sul quale mi trovo spesso a riflettere e soprattutto in questo difficile periodo. Ma condivido lo spirito della vostra domanda. Via via che l’Unione europea si evolve e si allarga, l’Europa si arricchisce di elementi diversi dall’asse franco-tedesco. Sono molto orgoglioso, ad esempio, della cooperazione svolta nel campo delle riforme economiche tra Spagna e Gran Bretagna. Anche perché, lo ripeto, il mio paese ha assunto un ruolo di primo piano in questo settore. Così come è stata molto intensa la cooperazione tra la Gran Bretagna e l’Italia nei settori relativi al programma di Lisbona. Da questo punto di vista molto può venire anche dai paesi più piccoli dell’Unione europea. Guardiamo per esempio allo straordinario ruolo che sta svolgendo il Primo ministro belga Guy Verhofstadt, come presidente di turno dell’Unione europea, in questa crisi internazionale. Oppure al modo estremamente brillante in cui Antonio Guterres ha gestito, durante la presidenza portoghese dell’Unione, la definizione del fondamentale programma di Lisbona. Con l’allargamento dell’Unione la rete delle relazioni sta diventando sempre più complessa. Non credo che questa rete si svilupperà secondo un preciso modello: gli Stati membri lavoreranno insieme laddove vi siano questioni di comune interesse e in relazione al tipo di questione sul tappeto.

Le prossime tappe dell’allargamento esporranno le frontiere dell’Unione europea a nuovi e più significativi flussi di immigrazione. D’altra parte, dopo l’11 settembre la questione della prevenzione del terrorismo richiede una gestione più rigorosa delle politiche di sicurezza interna. In che modo ritiene che possa essere rafforzata la cooperazione europea in materia di «terzo pilastro», ovvero nel campo della giustizia e degli affari interni?

Anch’io credo che il campo della giustizia e degli affari interni – immigrazione, controllo delle frontiere, politiche dell’asilo e della sicurezza interna – sia destinato ad essere fondamentale nei prossimi anni. Nel quadro del trattato di Amsterdam la Gran Bretagna si avvale di uno status flessibile, non essendo parte del sistema di Schengen e continuando a gestire il controllo delle proprie frontiere. Al momento questo ci soddisfa, ma allo stesso tempo non ci impedisce di assumere responsabilità di primo piano su altre questioni in materia di giustizia e affari interni. La Gran Bretagna si è già impegnata, e ben prima dell’11 settembre, per potenziare la definizione di un approccio comune europeo al tema dell’asilo politico. Lo riteniamo un atto necessario, per evitare che tutti i paesi europei si trovino di fronte a traffici illeciti anche nel campo delle richieste di asilo politico. Subito dopo l’11 settembre ci siamo attivati con il massimo impegno per giungere al riconoscimento reciproco dei mandati di cattura e dei provvedimenti di confisca delle risorse finanziarie utilizzate dalle reti terroristiche. Abbiamo richiesto misure molto più incisive nella cooperazione di polizia e di servizi di intelligence. E con l’allargamento dell’Unione, la questione di un confine comune vero e proprio diventerà fondamentale: per quanto riguarda la Gran Bretagna, noi non abbiamo alcuna prevenzione ideologica relativa al modo in cui questo problema ormai condiviso dovrà essere affrontato. Non ho dubbi che su materie come queste il futuro ci condurrà a rafforzare la cooperazione reciproca e l’integrazione europea.

In passato la cosiddetta «relazione particolare» tra Stati uniti e Gran Bretagna ha comportato, tra l’altro, una contaminazione politica e culturale tra il new labour e i «nuovi democratici» americani. Vi sono novità da registrare a questo proposito, guardando al nuovo atteggiamento dell’amministrazione Bush e all’attivismo britannico in seno all’Unione europea?

Nutro il più profondo rispetto per il modo in cui il Presidente Bush sta gestendo questa crisi. Non sono certo un repubblicano, ma so riconoscere un vero amico. Ed egli ha saputo mostrare una capacità di leadership in grado di portare vantaggio non solo agli Stati uniti ma anche all’Europa e al resto del mondo. Naturalmente, nel campo della politica interna, esiste un’affinità ideale tra il new labour e i «nuovi democratici» statunitensi. Abbiamo imparato molto dalla loro esperienza. Ma altrettanto abbiamo imparato dal modo in cui i nostri partner europei hanno affrontato le grandi questioni sociali: basta guardare, ad esempio, all’esperienza fatta dalla Danimarca, dall’Olanda e dalla Svezia nella definizione di politiche impegnative per il mercato del lavoro e di nuove e specifiche versioni del welfare. La Gran Bretagna può apprendere ancora molto dall’Europa per ciò che concerne la gestione più efficace dei servizi pubblici.

Come valuta l’atteggiamento dell’opinione pubblica britannica nei confronti dello Stato sociale, dopo i mutamenti che lei è riuscito ad introdurvi?

Credo che la società britannica abbia sempre avuto una dedizione molto forte nei confronti dei principi di equità e giustizia sociale. Il consenso di cui ha goduto Margaret Thatcher nel corso degli anni Ottanta non era affatto motivato dal rifiuto di questi principi. Si trattava, piuttosto, della sensazione che non vi fosse alcuna alternativa di governo capace di gestire con efficacia l’economia nazionale. La gente non è stupida. Ed è ben consapevole del fatto che se non si è in grado di governare l’economia in modo assennato, le possibilità di creare una società più giusta e più equa sono sensibilmente ridotte. Il grande problema del partito laburista è stato esattamente questo. La gente non rifiutava i nostri ideali, ma più semplicemente pensava che noi non fossimo all’altezza dei compiti del governo. Il new labour ha cambiato completamente questo scenario. Ora sono i conservatori ad essere il partito dell’opposizione, ovvero quello che assomiglia sempre di più al partito dell’opposizione perenne. Il fatto che noi governiamo per la seconda volta di seguito non significa che la società britannica ha deciso di tornare al vecchio welfare state così come esso era un tempo. I nostri cittadini vogliono un servizio pubblico di alta qualità, ma che allo stesso tempo sappia rispondere alle esigenze collettive di responsabilità e ricettività. Ecco perché stiamo riformando il nostro servizio pubblico attraverso una politica volta sia ad aumentare in modo significativo gli investimenti statali sia a realizzare un ambizioso programma di modernizzazione e innovazione.

La sinistra europea è alle prese con il rafforzamento delle forme e delle pratiche del suo lavoro comune. Quali prospettive vede a questo proposito per il prossimo futuro?

Credo che il 2002 sarà un anno molto impegnativo per la sinistra europea. Avremo elezioni in Francia, Germania, Svezia e Olanda. Se le cose non andassero per il verso giusto, ci troveremmo di fronte ad una clamorosa svolta a destra in Europa. È dunque fondamentale che la sinistra sia capace di articolare una risposta efficace all’attuale rallentamento dell’economia. Ciò rende ancora più urgente la necessità di procedere sulla strada delle riforme. Perché non è affatto una buona idea quella di provare a vincere le elezioni con partiti schiacciati a sinistra su posizioni di rifiuto dell’innovazione. Ciò di cui la sinistra ha bisogno è lavorare per politiche che coniughino innovazione, maggiori opportunità e giustizia sociale. Un passaggio fondamentale in questo senso sarà la capacità di mantenere anche al vertice europeo di Barcellona, nel primo semestre dell’anno prossimo, un forte impegno europeo sul terreno dell’innovazione economica e sociale.

Dopo il 1979 il partito laburista britannico dovette affrontare un lungo e difficile periodo di crisi politica, subito dopo la sconfitta per opera dei conservatori. Un periodo che si tradusse anche in una forte innovazione programmatica e culturale. Vede qualche parallelo possibile con la situazione della sinistra italiana?

È sempre rischioso ricercare somiglianze o parallelismi tra paesi e circostanze così diverse. Ma in ogni caso credo che uno dei fattori decisivi del successo del new labour sia stata la nostra capacità di unificare il partito sulla base di un chiaro programma di modernizzazione economica e sociale. La mia convinzione, in termini molto generali, è che la sinistra italiana dovrebbe fare qualcosa di simile. Non si tratta solo di mettere insieme un’alleanza elettorale tra le forze progressiste e di sinistra. Ciò di cui ha bisogno l’opinione pubblica è la convinzione che la sinistra possa promuovere un programma unitario, dove lo sviluppo economico e la giustizia sociale possano avanzare in parallelo.

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