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Protagoniste nonostante tutto. Il difficile cammino del voto alle donne

Written by Anna Finocchiaro Thursday, 28 April 2016 14:28 Print

A settanta anni dall’introduzione del suffragio universale in Italia è possibile tracciare un bilancio del complesso e intricato cammino compiuto dalle donne per conseguire il diritto di voto. Un percorso non certo ininterrotto e privo di ostacoli verso la vita democratica; tuttavia, le grandi lotte civili di questi anni non sono state infeconde e, nonostante ancora molto debba essere fatto, si può ragionevolmente pensare che costituiscano non solo un patrimonio cui ispirarsi ma la testimonianza dell’irriducibile tensione delle donne italiane a essere, tra molte difficoltà, soggetto protagonista della scena pubblica.

Queste righe sono dedicate a mia nonna
Anna Finocchiaro Geremia, nata nel 1881,
che si laureò prima in Fisica e poi in Matematica,
insegnò nelle scuole superiori, anche assai lontano da casa,
ebbe tre figli maschi e non votò mai,
perché era una donna.

Il suffragio universale venne introdotto in Italia con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, il cosiddetto decreto Bonomi. Non esisteva nessuna assemblea legislativa operante e il Consiglio dei ministri lo approvo senza discussione, dopo avere esaurito i punti all’ordine del giorno relativi al collocamento a riposo dei funzionari civili e militari per ragioni di epurazione. Conteneva tre articoli, dal sommario contenuto: l’articolo 1 riconosceva il voto alle donne, l’articolo 2 ne prevedeva l’iscrizione nelle liste elettorali, l’articolo 3, oltre a prevedere le esclusioni dal diritto di voto, vietava l’iscrizione nelle liste elettorali per le donne che esercitavano il meretricio “fuori dai locali autorizzati”. Potevano votare quelle che lo esercitavano nelle case chiuse. Ma il decreto non comprendeva l’attribuzione alle donne dell’elettorato passivo, che venne introdotto un anno dopo con il decreto n. 74 del 1946 recante “Norme per l’elezione dei deputati all’Assemblea costituente”. Che si fosse trattato di una dimenticanza appare poco plausibile. Assai più plausibile che giocasse una diffidenza profonda nei confronti del riconoscimento alle donne anche dell’elettorato passivo. Ve ne sono tracce nelle molte iniziative femminili di cui la stampa diede notizia.

Dunque, l’introduzione in Italia del suffragio universale, e solo con riguardo all’elettorato attivo, intervenne “alla chetichella”, in un diffuso clima di imbarazzo, tra molte reticenze e certamente fuori da ogni orgogliosa rivendicazione circa il fatto che la nascente Repubblica avesse compiuto cosi un primo, decisivo passo.

Ma il debito con le donne italiane andava comunque saldato. La guerra aveva cambiato la società, caricato le donne di nuove responsabilità, mutato inevitabilmente le relazioni dentro la famiglia. E tante donne avevano partecipato alla Resistenza. La recente storiografia (quasi tutta prodotta da storiche) mostra anche con evidenza come risulti diffusamente sottovalutato il ruolo delle donne resistenti. Il clichè della staffetta, figura pure fondamentale per l’organizzazione partigiana, e in realtà sopravanzato dalle moltissime esperienze di combattenti (circa 35.000). Ormai ricchissima e la documentazione relativa alle vicende personali delle migliaia di arrestate, torturate e condannate, delle centinaia di donne fucilate o morte in combattimento. E dell’eroismo che dimostrarono resistendo anche incinte alle torture, addirittura sterilizzate, comunemente stuprate. Non avevano, peraltro, avuto vita facile neanche nelle formazioni partigiane che vedevano sopravvivere al proprio interno gli stereotipi comuni. Il giornale clandestino “Noi Donne” compiva uno sforzo per dare riconoscimento alla partecipazione bellica femminile, considerato, peraltro, che le donne avrebbero potuto scegliere, a differenza degli uomini, di restare a casa, trovando facilmente lavoro. Pure questo non era bastato ad ammettere le donne al voto per l’elezione degli organismi di governo delle zone liberate. All’indomani del 25 aprile i partigiani vietarono loro di sfilare per le strade nel corso delle manifestazioni che celebravano la vittoria. Avrebbero offuscato l’immagine di serietà dei resistenti poichè giocava tra gli spettatori (solo fra di essi?) lo stereotipo sulla sessualità di donne che avevano scelto di condividere l’esperienza partigiana con tanti uomini. Accettate furono le infermiere, pienamente coerenti con la tradizionale visione della donna e dei suoi compiti.

Togliatti e De Gasperi, che insieme avevano voluto l’emanazione del decreto, agirono forzando sull’esitazione manifestata dal Partito liberale, che, insieme alla Democrazia del lavoro, componeva il governo, formato solo da quattro dei sei partiti del CLN. Entrambi sapevano che avrebbero dovuto fare i conti con la diffidenza, o addirittura la contrarietà che, seppure per opposte ragioni, albergava nella base dei due partiti. La loro scelta era inevitabilmente legata alla strategia di organizzazione del consenso dei due partiti di massa, ma entrambi i segretari di partito percepivano con inquietudine la imprevedibilità degli effetti dell’ingresso delle donne sulla scena pubblica, che raddoppiava il numero degli aventi diritto al voto, peraltro alla vigilia di consultazioni elettorali (ma anche del referendum istituzionale) cosi gravide di significato e cosi incidenti sul futuro della Repubblica.

Pesava l’incognita della cosiddetta “impreparazione delle donne alla politica”, e addirittura il fraintendimento che quel diritto le donne italiane non l’avessero mai richiesto, mai invocato con un gesto, appunto, politico. Certo influiva l’analfabetismo fascista, che aveva ben curato di cancellare ogni memoria della storia delle rivendicazioni femminili sul punto. Quello stesso regime fascista che aveva promosso, con le sue organizzazioni, una “politicizzazione senza cittadinanza” delle donne italiane, fondata sul grande riconoscimento del ruolo materno in una visione comunitaria. In modo analogo, peraltro, si era comportato il nazismo. In ogni caso, anche nell’articolo che su “l’Unita” salutava con entusiasmo il decreto Bonomi (mentre “Il Popolo” ne dava, insieme ad altri giornali, dimessamente la notizia) trapelava la preoccupazione per gli esiti potenzialmente negativi di quella impreparazione.

La storica esclusione delle donne dalla sfera della politica e delle istituzioni, e dunque la loro inaffidabilità in ordine agli orientamenti di voto, era, alla vigilia della Repubblica, pienamente inserita in una idea comune: che non fosse concepibile, e prevedibile, un’autonomia di ciascuna donna nella scelta elettorale. Cosi, mentre il PCI temeva un condizionamento derivante, oltre che da vincoli familiari, anche da una influenza della Chiesa nelle (con le) sue organizzazioni (peraltro l’Azione cattolica era attiva già dagli anni Trenta), la DC temeva i condizionamenti che potevano derivare da un vincolo familiare con uomini politicizzati (padre, marito, figli, fratelli) o, addirittura, militanti.

Potrei argomentare – e lo faro – che la realtà delle donne italiane del 1945 mostrava segnali interessanti in grado di contestare – non certo di smentire totalmente – quella visione. Ma qui mi preme sottolineare che il diritto di voto in realtà veniva attribuito a soggetti, le donne, appunto, che, riconosciute (e quindi definite) nella loro dimensione familiare tradizionale, e dunque privata, non avevano identità nella sfera pubblica. Basterà ricordare quali fossero le previsioni del codice civile del 1942, come diversamente venisse previsto l’adulterio maschile e femminile e come la soggezione maritale, pure formalmente abolita nel 1919, resistesse nella cultura del paese e incidesse sulla liberta femminile in ambito economico e sociale, e come il codice civile del 1942 facesse esclusivo riferimento alla “patria potestà”. Le donne del dopoguerra, dunque, non erano considerate “individui”, cioè soggetti liberi da condizionamenti familiari (ma anche sessisti) e, perciò, non incarnavano l’archetipo dell’individuo, soggetto attivo di liberta, doveri e diritti, che contraddistingueva gli uomini. Alle donne italiane – ed e questa una specificità rispetto ad altri paesi europei – risultava (e risulta) inapplicabile la teoria di Thomas Humphrey Marshall, che fa riferimento alla successione storica dei diritti: civili, politici e sociali. Basti riflettere sul fatto che, per restare ai diritti sociali, essi sono esistiti anche prima del riconoscimento dei diritti politici, sia pure nella forma della tutela della maternità e della famiglia, piuttosto che come diritti individuali della madre. Questo, peraltro, a conferma che il sistema tradizionale di welfare e storicamente stato incentrato sulla figura del lavoratore maschio, capofamiglia, e sugli strumenti di tutela delle donne in quanto madri, piuttosto che sulla individualità femminile e sulla promozione della sua indipendenza e liberta.

Tutto questo non fu senza conseguenze. Innanzitutto attribuì un valore assolutamente simbolico al diritto di voto, primo legame tra sfera privata e sfera pubblica delle donne italiane. In secondo luogo, la segretezza del voto, l’essere per la prima volta assolutamente libere – perche appunto coperte dalla segretezza della cabina elettorale – regalo alle prime votanti un vero e proprio “stordimento da liberta”. Nell’analisi di Stein Rokkan la situazione e assai bene descritta ≪L’adulto (in questo caso l’adulta n.d.r.) e tagliato fuori da tutti i suoi ruoli nei sistemi di subordinazione propri della famiglia, del quartiere, dell’organizzazione di lavoro, della chiesa, delle associazioni civiche, ed e indotto ad agire esclusivamente nel ruolo astratto di cittadino appartenente al sistema politico nel suo complesso≫.

Maria Bellonci cosi descrive l’emozione del suo primo voto: ≪E un fatto interiore, come quello del 2 giugno, quando di sera, in una cabina di legno povero e con in mano un lapis e due schede, mi trovai all’improvviso di fronte a me, cittadino. Confesso che mi manco il cuore e mi venne l’impulso di fuggire (...). Mi parve di essere solo in quel momento immersa in una corrente limpida di verità; e il gesto che stavo per fare, e che avrebbe avuto una conseguenza diretta, mi sgomentava. Fu un momento di smarrimento: lo risolsi accettandolo, riconoscendolo, e la mia idea ritorno mia, come rassicurandomi≫. Questo elemento, insieme all’obbligatorietà del voto (introdotta pur senza mai esplicitarlo a riparo di un temuto astensionismo femminile), produsse l’inaspettato risultato di una partecipazione di massa delle donne al voto del 2 giugno. Il grado di affluenza alle urne dell’elettorato femminile (52,2% dell’intero elettorato) fu dell’89%, quello maschile dell’89,2%. Ancora, dal 1946 al 1958, diversamente da quanto accadeva negli altri paesi europei, l’astensionismo femminile si mostro inferiore a quello maschile. Inaspettato successo ebbero anche le candidature femminili.

Ma che voto era quello delle donne italiane? La lettura del voto declinata per genere rimane difficile per la ragione, ad esempio, che, a differenza di altri paesi, le schede per gli elettori e per le elettrici non sono di colore diverso. Ciò nonostante, e sulla scorta di studi essenzialmente fondati sui dati Doxa, appare plausibile che sino agli anni Sessanta l’elettorato femminile si sia orientato più favorevolmente verso la DC, spostandosi progressivamente a favore del PCI sino al risultato del maggio 1976, che vide salire sino al 27% la vetta di consensi femminili al PCI (era il 6% nel 1960). Non va sottovalutato, in questo quadro, che il voto femminile andava secolarizzandosi, specie nelle aree urbane, in ragione dei profondi mutamenti sociali che investivano il ruolo delle donne e, in particolare, l’ampliamento del loro accesso al lavoro all’esterno. In questo senso, il voto alla DC era più un voto conservatore che un voto “religioso”. Di questa secolarizzazione fu specchio evidente il risultato del referendum sul divorzio. In presenza, come si diceva, della indistinguibilità per genere del voto, Maria Weber, nel compiere la prima indagine sistematica sui comportamenti dell’elettorato femminile in Italia (pubblicato dal Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi nel 1977), adopero come campioni, sia pure imperfetti dal punto di vista della rappresentatività, i reparti maternità di alcune importanti città italiane, e quelli dei seggi in cui votavano suore.

Vale la pena di citare il risultato del referendum sul divorzio nei seggi di Torino e Ivrea, in cui votarono due interi conventi di suore. A Torino, il “no” prevalse con l’88,39% contro l’11,11% di “si” (39 schede nulle). A Ivrea il “no” prevalse con il 54,11% dei voti contro il 45,89% dei “si” (23 schede nulle). Questo risultato non deve sbalordire. Le altissime percentuali di successo dei “no” nei reparti maternità confermavano un dato di secolarizzazione del voto femminile tanto più evidente quanto più il quesito referendario atteneva a quella sfera “privata” che ulteriormente legittimava una scelta libera e autonoma. Da quel 1° febbraio del 1945 sono trascorsi settanta anni. Anni in cui i partiti e le istituzioni democratiche non sono stati in grado di corrispondere pienamente allo straordinario protagonismo sociale delle donne italiane e di cogliere il potenziale politico della loro presenza, e della qualità politica della loro proposta. Ma certo quel protagonismo e quel potenziale hanno comunque cambiato il paese.

Per tracciare un bilancio finale, a oggi, di quale sia il rapporto tra donne e politica nei giorni di questo anniversario, mi sono giovata del lavoro prezioso di Nando Pagnoncelli e di Ipsos, che ringrazio. Lo studio rivela che le donne italiane sembrano essere meno coinvolte degli uomini dalla politica. In particolare, alle elezioni europee del 2014 ha votato il 57% delle donne a fronte del 61% degli uomini e, sulla base dei dati Ipsos 2014 e 2015 emerge che si dichiara intenzionato a votare alle prossime elezioni politiche il 71% delle donne, contro il 75% degli uomini. Ma le analisi Ipsos evidenziano alcune variabili, oltre a quella territoriale, in grado di annullare, se non addirittura invertire, tali differenze di genere rispetto alla lontananza delle donne dalla politica: età e, soprattutto, titolo di studio. Nelle fasce di popolazione più giovani e in quelle più istruite, infatti, le differenze tra uomini e donne si annullano (ad esempio tra i pensionati con alto titolo di studio) e in alcuni casi, come quello emblematico dei giovani che vivono soli, tali differenze si ribaltano, con le donne single giovani più vicine alla politica rispetto agli uomini single loro coetanei. Un dato che molto dice alla politica, e che testimonia dell’irriducibile tensione delle donne italiane a essere, tra le molte difficoltà, soggetto protagonista della scena pubblica.

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