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Bergoglio, l’Europa, i migranti

Written by Marco Impagliazzo Wednesday, 16 December 2015 17:02 Print

Molto nitida è la posizione che papa Francesco ha in più occasioni assunto rispetto al dramma degli sbarchi e al fenomeno epocale dei movimenti di migranti: una posizione di netta condanna dell’indifferenza, soprattutto degli europei, rispetto alla morte e al dolore di chi, fuggendo, affronta viaggi e traversate nella più totale insicurezza; ma anche di esortazione all’accoglienza, all’integrazione e alla valorizzazione di chi è riuscito ad approdare in Europa e a questo continente stanco può dare una opportunità di rinascita e di recupero delle sue vere radici.


UN APPELLO DA STRASBURGO

«Non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un grande cimitero! ». Era il 25 novembre del 20 , un anno fa, quando nell’aula del Parlamento europeo di Strasburgo sono risuonate queste parole di papa Francesco. Il suo intervento si rivolgeva a un’assemblea composita e rappresentativa di tutte le posizioni politiche continentali, comprese quelle più euroscettiche che hanno fatto del rifiuto dell’accoglienza ai rifugiati e della denuncia della pretesa “invasione” dal Sud il proprio cavallo di battaglia. «È necessario affrontare insieme la questione migratoria» continuava il papa, fornendo una prima indicazione politica in un momento in cui non vi era, tra i ventotto Stati membri, grande propensione a farsi carico in maniera comune della questione. Per il papa, invece, trovare “insieme” le soluzioni è decisivo, in quanto la “assenza di coordinamento” incentiva “soluzioni particolaristiche” che hanno una duplice conseguenza: favorire il “lavoro schiavo” e provocare “continue tensioni sociali”. Entrambe queste piaghe, nella visione bergogliana, non rappresentano un esito inevitabile ma costituiscono il prodotto della mancanza di “legislazioni adeguate” in grado di «tutelare i diritti dei cittadini europei e garantire al tempo stesso l’accoglienza dei migranti».

L’altra urgenza che dovrebbe inquietare e muovere l’Unione è quella di diffondere pace e sviluppo. Riproporre l’“identità culturale europea” significa oggi adottare “politiche corrette, coraggiose e concrete” perché i paesi di provenienza di chi abbandona la propria terra conoscano sviluppo economico e sociale e “superino i conflitti interni” che rappresentano la “causa principale di tale fenomeno”. L’azione di pacificazione e la ricerca di vie di riconciliazione possibili in situazioni come quelle siriana, eritrea, somala, nigeriana è dunque secondo il vescovo di Roma una priorità che l’Unione deve porsi, con, evidentemente, maggiore impegno rispetto a quanto fatto finora. È infatti ancora possibile assistere a «politiche di interesse che aumentano e alimentano tali conflitti».1


UN CONTINUUM DI INTERVENTI

Le parole innanzi al Parlamento europeo si inseriscono in una lunga serie di interventi, gesti e dichiarazioni con cui Francesco ha inteso indirizzare il pensiero e l’azione dei fedeli cattolici – e di tutti – verso un fenomeno che, come molti riconoscono, costituisce una delle sfide epocali del nuovo secolo, assieme a quelle dell’invecchiamento della popolazione e del cambiamento climatico.2 Ripercorrendo i principali pronunciamenti di Bergoglio sul dramma degli sbarchi e dei movimenti di migranti, emerge una visione molto nitida che è divenuta un tratto caratterizzante del suo magistero sociale e pastorale. Tutti se ne sono accorti da una scelta, quella di Lampedusa, quale meta del primo viaggio in Italia. Un gesto eloquente, inedito, incentrato su un forte richiamo alla responsabilità: «“Dov’è il tuo fratello?”, la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! (…) Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare. “Dov’è il tuo fratello?”. Chi è il responsabile di questo sangue?».3

In quell’8 luglio del 2013 Francesco parlò di “globalizzazione dell’indifferenza”, stigmatizzando come inaccettabile il modo di recepire stancamente le notizie di naufragio e l’incapacità a reagire dell’europeo che vive in “bolle di sapone”, immerso in una «cultura del benessere che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri»; «ci siamo abituati – diceva – alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto».4

Di fronte al traffico di esseri umani e alle traversate organizzate in totale insicurezza, la priorità è salvare le vite. Per questo, con un messaggio inusuale, parlando alla folla presente in piazza San Pietro domenica 10 settembre 20 Bergoglio ha definito la missione Mare nostrum, oggetto di critiche e ripensamenti, «opera ammirevole in favore di tanti fratelli in cerca di speranza». Il suo dispiegamento costituirebbe «una delle più avanzate politiche nei confronti dei migranti». L’esperienza successiva ha mostrato come quella missione, che ha salvato molte vite, non abbia rappresentato un incentivo alle partenze,5 che seguono dinamiche dipendenti da altri fattori. E nell’idea del papa su questo versante non devono esservi dubbi: la protezione di chi affronta il “viaggio della morte” è responsabilità degli europei, dei singoli, delle realtà associative, delle istituzioni rappresentative e di governo.


È L’INTEGRAZIONE LA VIA PER LA CONVIVENZA

Una precisa linea di pensiero riguarda anche le politiche da intraprendere verso quanti sono riusciti ad approdare nel Vecchio continente. Tale orientamento muove dalla convinzione che la presenza di questo particolare “altro da sé” nelle società europee rappresenta un fattore di arricchimento, una chance, se accompagnata da una politica di integrazione e valorizzazione. Da avviare indipendentemente dall’appartenenza culturale, religiosa, etnica dello straniero. L’altro non deve spaventare, anche se di religione musulmana, anche se povero. Lo si evince, ad esempio, nelle affermazioni rivolte agli ospiti di una struttura romana di prima accoglienza, il Centro Astalli, visitata da Francesco nei primi mesi di pontificato, nel settembre 2013, poco dopo il viaggio a Lampedusa: «Ognuno di voi, cari amici, porta una storia di vita che ci parla di drammi, di guerre, di conflitti, spesso legati alle politiche internazionali. Ma ognuno di voi porta soprattutto una ricchezza umana e religiosa, una ricchezza da accogliere, non da temere. Molti di voi sono musulmani, di altre religioni; venite da vari paesi, da situazioni diverse. Non dobbiamo avere paura delle differenze! La fraternità ci fa scoprire che sono una ricchezza, un dono per tutti!».6

Il tema è di stretta attualità, visto che i muri e le barriere che sono stati edificati dapprima al confine ungherese e poi altrove nel tentativo di bloccare il “passaggio a est” sono stati motivati anche con esigenze di “difesa della cristianità”, sollevate, tra gli altri, dai capi di governo di Ungheria, Slovacchia e Polonia. Un richiamo che ha trovato rispondenza presso alcuni vescovi, come quello di Szeged.7 La Chiesa ungherese si è mostrata timida verso la linea dura del governo e di quanti invocano una vocazione ungherese di baluardo europeo nei confronti dell’Islam, in un capogiro storico che accomuna l’avanzata ottomana dell’età moderna ai fatti di oggi. Ma all’Est la religione è, in molti scenari, cemento dell’identità nazionale. In Polonia l’episcopato ha invitato ad aprirsi ai rifugiati ma con molte cautele, come quelle espresse dal presidente del Consiglio di amministrazione sociale, il vescovo Kupny, secondo il quale i rifugiati cristiani sarebbero da preferire perché si troverebbero molto meglio nel paese rispetto ai musulmani.8 I paesi dell’Europa orientale temono insomma l’islamizzazione, osservando le tendenze demografiche.

Non sembra che queste preoccupazioni trovino rispondenza in Francesco. Di ritorno dal viaggio pastorale negli Stati Uniti, conversando con i giornalisti egli ha dichiarato: «Sapete come finiscono i muri, tutti. Tutti i muri crollano: oggi, domani o dopo cent’anni. Il muro non è una solu zione». Aggiungendo che: «In questo momento l’Europa è in difficoltà, dobbiamo essere intelligenti, non è facile trovare soluzioni. Ma con il dialogo fra paesi bisogna trovarle».9 La preoccupazione di Francesco non è dunque quella di distinguere tra “buoni” e “cattivi”, “utili” e “inutili”, “profughi” ed “economici”, cristiani e musulmani, anche se nell’appello all’accoglienza rivolto a tutte le comunità religiose d’Europa in settembre egli ha proposto di ospitare delle famiglie e non dei singoli, proprio perché, come ha specificato, non vi sia rischio di infiltrazione da parte di individui collusi con la violenza terrorista. Il problema ruota piuttosto attorno a un termine che compare in quasi tutte le sue prese di posizione: dignità. È la dignità della persona che deve essere preservata e promossa, anzitutto aiutando il migrante a integrarsi attraverso l’apprendimento della lingua e l’offerta di impieghi garantiti dagli stessi diritti riconosciuti alla maggioranza: «La sola accoglienza non basta. Non basta dare un panino se non è accompagnato dalla possibilità di imparare a camminare con le proprie gambe. La carità che lascia il povero così com’è non è sufficiente. La misericordia vera, quella che Dio ci dona e ci insegna, chiede la giustizia, chiede che il povero trovi la strada per non essere più tale. Chiede – e lo chiede a noi Chiesa, a noi città di Roma, alle istituzioni – che nessuno debba più avere bisogno di una mensa, di un alloggio di fortuna, di un servizio di assistenza legale per vedere riconosciuto il proprio diritto a vivere e a lavorare, a essere pienamente persona. Adam [autore di una precedente testimonianza] ha detto: “Noi rifugiati abbiamo il dovere di fare del nostro meglio per essere integrati in Italia”. E questo è un diritto: l’integrazione! E Carol ha detto: “I siriani in Europa sentono la grande responsabilità di non essere un peso, vogliamo sentirci parte attiva di una nuova società”. Anche questo è un diritto! Ecco, questa responsabilità è la base etica, è la forza per costruire insieme. Mi domando: noi accompagniamo questo cammino?».10

“Accompagnare il cammino dell’integrazione”. Ecco la strada indicata da Francesco ai cristiani e ai volontari, così come alle istituzioni: «Invito soprattutto i governanti e i legislatori e l’intera comunità internazionale a considerare la realtà delle persone forzatamente sradicate con iniziative efficaci e nuovi approcci per tutelare la loro dignità, migliorare la loro qualità di vita e far fronte alle sfide che emergono da forme moderne di persecuzione, di oppressione e di schiavitù. Si tratta, sottolineo, di persone umane, che fanno appello alla solidarietà e all’assistenza, che hanno bisogno di interventi urgenti, ma anche e soprattutto di comprensione e di bontà».11


CONTRO OGNI CHIUSURA

L’“invasione che non c’è”12 è dunque una chance per un’Europa “stanca” e “invecchiata”, che fa di chi non produce, e in particolare dei bambini e degli anziani, uno “scarto”. «L’Europa è stanca. Dobbiamo aiutarla a ringiovanire, a trovare le sue radici. È vero: ha rinnegato le sue radici. Ma dobbiamo aiutarla a ritrovarle», affermava il papa nel discorso alla Comunità di Sant’Egidio, il 15 giugno 20 .13

Il convincimento di Bergoglio è che accoglienza e solidarietà possano ridare vigore e motivo all’Europa, ai suoi cittadini, al “sogno europeo” che ha donato al continente settant’anni di pace. È maturata così la proposta lanciata con semplicità dalla piazza lo scorso 6 settembre, e poi ribadita in più occasioni, come nell’intervista a una emittente radiofonica portoghese: «Ogni parrocchia, ogni istituto religioso, ogni monastero accolga una famiglia. Una famiglia, non una persona (...). È vero che le condizioni di sicurezza non sono le stesse di altre epoche. Ma una famiglia, con garanzie di sicurezza in modo che non ci siano infiltrazioni di altro tipo perché è vero che abbiamo a 400 chilometri dalla Sicilia una guerriglia terrorista estremamente crudele. Quando dico che una parrocchia accolga una famiglia non dico che devono vivere nella canonica, nella casa parrocchiale, ma che tutta la comunità parrocchiale veda se c’è un luogo, un luogo del collegio o, nel peggiore dei casi, che venga accolta in un appartamento modesto per questa famiglia, perciò che abbiano un tetto, che siano accolti e che li si integri nella comunità parrocchiale».

Se si pensa che solo in Italia le parrocchie sono più di 25.000, e che a esse vanno aggiunte le congregazioni religiose e gli istituti di vita consacrata, si può avere un’idea delle ricadute pratiche – almeno in teoria – dell’invito bergogliano: si realizzerebbe così un’accoglienza diffusa, distribuita, capillare, poco visibile e attaccabile, “democratica” e in se stessa promotrice di integrazione. Una proposta intelligente e dirompente, che ha suscitato qualche entusiasmo ma pure molti inviti alla prudenza in chi ha temuto un’accoglienza troppo spontanea. Come noto, infatti, si è avviata una gestione centralizzata dell’ospitalità, sotto la guida a livello diocesano degli uffici Caritas. Francesco, che pure ha il senso dell’istituzione, punta soprattutto a una mobilitazione di popolo e a un cambio di mentalità, non solo a un coinvolgimento istituzionale. Ha inteso superare, con il suo “appello al popolo” del 6 settembre, incertezze e disorientamenti, senza usare troppe mediazioni. Una proposta concreta è venuta dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Federazione delle Chiese evangeliche italiane di creare corridoi umanitari, a partire da paesi come il Marocco e il Libano, concedendo visti umanitari a migranti che ne hanno il diritto per evitare i viaggi della morte nel Mediterraneo o sulla rotta Turchia-Grecia-Balcani. Una forte collaborazione tra cattolici ed evangelici sul piano dell’accoglienza è anche verificabile in Germania e altri paesi del Nord Europa.

Va ricordato come Bergoglio sia figlio di emigrati. Proviene da quell’Argentina la cui identità è frutto dell’integrazione di successive ondate migratorie. Ha sperimentato di persona come la sintesi etnica sia possibile nella società. Per questo, come ha notato Andrea Riccardi, il papa «ha parlato alle comunità, chiedendo a ognuna di accogliere i profughi: non integrano le strutture, ma le comunità». 14 L’integrazione si fa nelle comunità, questa è l’idea di Bergoglio. I suoi ultimi interventi si sono intrecciati – e hanno rafforzato – un nuovo atteggiamento dei cittadini europei, protagonisti di impreviste azioni di solidarietà, conseguenza dell’emozione provocata dalle immagini del piccolo Aylan. Del resto, per Francesco, nella chiusura c’è la morte per l’Europa: «La famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa; questo non è Dio, è il nostro peccato».15



 

[1] Discorso del Santo Padre Francesco al Parlamento europeo, 25 novembre 2014. Questa citazione, come le precedenti e le successive del papa, sono tutte disponibili sul sito www.vatican.va, a cui si rimanda.

[2] Tra i molti studi che analizzano il pontificato di Bergoglio si veda M. Franco, Il Vaticano secondo Francesco, Mondadori, Milano 2015; A. Giovagnoli (a cura di), L’umanesimo di papa Francesco. Per una cultura dell’incontro, Vita e Pensiero, Milano 2015; A. Riccardi, La sorpresa di papa Francesco. Crisi e futuro della Chiesa, Mondadori, Milano 2013.

[3] Omelia del Santo Padre Francesco, 8 luglio 2013.

[4] Ibidem.

[5] Ciò è confermato dall’aumento di partenze verificatosi in corrispondenza dell’avvio di Triton, una missione dalle caratteristiche nettamente diverse dalla precedente, indirizzata primariamente al pattugliamento delle frontiere e a scoraggiare gli sbarchi.

[6] Discorso del Santo Padre Francesco, 10 settembre 2013.

[7] In dichiarazioni riportate dal “Washington Post” (poi smentite) questi avrebbe affermato che il papa non comprende l’Ungheria e che i rifugiati sono immigrati economici.

[8] Recenti sondaggi indicano che il 56% dei polacchi vuole che l’ingresso nel paese venga concesso solo agli immigrati ucraini, armeni o bielorussi.

[9] Conferenza stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno dagli Stati Uniti d’America, 28 settembre 2015.

[10] Discorso del Santo Padre Francesco, 10 settembre 2013.

[11] Discorso del Santo Padre ai partecipanti alla plenaria del pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, 24 maggio 2013.

[12] M. Impagliazzo, L’invasione che non c’è, in “Limes”, 6/2015, pp. 137-48. Rimando a quel contributo e in generale al volume tematico di “Limes” per i dati aggiornati che ridimensionano l’allarme circa una “invasione” dal Sud e mostrano i benefici economici e sociali prodotti dai flussi migratori, ben maggiori dei risvolti negativi.

[13] Così il papa durante la visita nella basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma: «Si scartano gli anziani, con atteggiamenti dietro ai quali c’è un’eutanasia nascosta, una forma di eutanasia. Non servono, e quello che non serve si scarta. Quello che non produce si scarta. E oggi la crisi è tanto grande che si scartano i giovani: quando pensiamo a questi 75 milioni di giovani dai 25 anni in giù, che sono “né-né”: né lavoro, né studio. Sono senza. Succede oggi, in questa Europa stanca. In questa Europa che si è stancata; non è invecchiata, no, è stanca».

[14] A. Riccardi, Accogliere e integrare: la visione di Francesco, in “Corriere della Sera”, 21 settembre 2015.

[15] Le parole del Papa alla recita dell’Angelus, 6 settembre 2015.

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