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La comunicazione che fa bene. Il messaggio di Francesco ai moderni

Written by Mario Morcellini Wednesday, 16 December 2015 17:02 Print

Fondata su una solida base di complicità empatica, e declinata attraverso parole lontane dalla retorica dei discorsi pontifici ma in grado di provocare risonanza interiore, la comunicazione di Bergoglio riesce a farsi largo nel cuore di quei soggetti prevenuti e un po’ inariditi che sono i moderni. Li riconcilia, prima ancora che con la Chiesa cattolica, con un sentimento religioso, da sottrarre alla dimensione individuale e privata, trasformandola in un fatto profondamente sociale, quasi prefigurando una nuova civiltà fondata sull’apertura.

La vertenza/comunicazione è stata una caratteristica dimensione su cui il mondo moderno ha interrogato i papi, a partire dalla seconda metà del secolo scorso. I predecessori di quest’ultima fase storica (prendendo le mosse da Pio XII, che inaugura Radio Vaticana, ma più chiaramente da Roncalli in poi) avevano fatto della separatezza, della distanza dalle masse e quasi inacessibilità agli occhi dei fedeli, una cifra distintiva di una figura non a caso definita ieratica. Solo a partire dalla seconda metà del Novecento, la Chiesa ha avvertito il bisogno di rimarginare la ferita della distanza con la società e con il cambiamento. Se quest’ultima ha fatto della comunicazione il suo canone di riferimento, la Chiesa cattolica non poteva non tentare di sdoganare comportamenti e posture autoreferenziali che in precedenza sarebbero stati percepiti come cedimento alla modernità.

In quest’ottica, papa Roncalli è stato probabilmente il segno di una radicale frattura con il passato, paradossalmente proprio a partire dall’artificio di una comunicazione popolare e vicina agli uomini. La centralità della potenza della comunicazione è diventata, da quel momento in poi, una delle dimensioni fondamentali su cui i papi sono stati sistematica- mente scrutinati nell’areopago dei media e delle tecnologie. Possiamo tranquillamente dire che hanno vinto una battaglia che li ha resi – nel complicato mercato della comunicazione – riconoscibili e al tempo stesso diversi dagli altri soggetti apicali su cui ossessivamente si concentra il palcoscenico dell’attenzione dei moderni. In altre parole, i papi hanno vinto (persino più della Chiesa e della stessa religione) la difficile sfida della comunicazione.

Non c’è bisogno di dire che Wojtyla è stato più rappresentativo nella direzione di riannodare i fili della modernità comunicativa con il “secolo”, a partire da quella impagabile gag del “se sbaglio mi corrigerete”. È stato, come ho volutamente scritto in un libro/dvd collettivo a lui dedicato, il “Papa dei gesti”, perché ha fatto della comunicazione una personale disputa sui sacramenti, nel senso di considerarla quasi un corollario inestricabilmente connesso alla posizione di capo del cattolicesimo.

Non era dunque facile, per il papa ora regnante (e c’è da scommettere che lui non apprezzerebbe questo lessico), inventarsi una cifra comunicativa altrettanto moderna e, al tempo stesso, tutt’altro che coincidente con l’imitazione dei predecessori. Dove possiamo rintracciare la cifra distintiva nel suo stile di comunicazione? Una prima risposta consiste nella parola stile, ma forse più acutamente dovremmo chiamarla personalità spirituale. Stiamo parlando della postura dell’uomo, perché la gestione del corpo è ovviamente decisiva per la proiezione con cui un soggetto si offre agli occhi del mondo. Si può addirittura dire che il modo in cui egli intensamente vive la comunicazione a partire dal corpo è già il primo tagliando di un’interazione che permette atti successivi, conseguenti alla forza delle parole.

Qui la riflessione si fa impegnativa, perché il nuovo papa che si presenta al balcone in quel tramonto romano del 13 marzo 2013 è tutt’altro che giovane e il corpo, di norma, diventa una componente favorevole alla comunicazione anche visiva se può contare sulla forza performativa di una età non avanzata. Dunque, non siamo di fronte a una drammaturgia studiata in cui la forza fisica diventa un attributo della performance comunicativa. È invece la forza delle parole, la capacità di scegliere quelle in grado di provocare risonanza interiore, la discontinuità rispetto al protocollo della retorica dei discorsi pontifici, l’assoluta individualità del personaggio a costruire un’esperienza della comunicazione che ha immediatamente convocato intorno a lui mondi diversi. Si parte, naturalmente, dal popolo della fede per arrivare velocemente agli agnostici, agli intellettuali e opinion leader, fino agli operatori della comunicazione, che avremmo potuto attenderci meno pronti a sottoporsi all’appeal delle parole del papa. E già quest’ultimo termine è una concessione eccessiva alle imposizioni linguistiche della modernità; forzandole per un attimo, potremmo definirla una fascinazione che attraversa la dimensione emozionale di ognuno di noi e si apre però ai contenuti della ragione e alla successiva sfida dell’azione.

Alcune di queste dimensioni sono già piccoli miracoli presi uno per uno, e nel caso che stiamo descrivendo sono, invece, successi in serie. Il papa dei segni è allora un uomo che attiva una sua lingua per farsi largo nel cuore di soggetti ormai prevenuti e un po’ inariditi come i moderni. E quel “buonasera” risuonerà a lungo per la sua capacità di costruire un ponte tra una Chiesa vissuta troppo spesso come tradizione (se non addirittura museo) e gli incerti e doloranti uomini della modernità.

Questo è dunque il papa che il cuore del nostro tempo attendeva. Una fantastica lapide nel Duomo di Orvieto evoca la teoria della pienezza dei tempi: cum advenit sacri temporis plenitudo. Tradotto nel nostro volgare, vuol dire che Francesco è arrivato quando serviva, nel momento in cui il suo magistero comunicativo poteva diventare una forma di riconciliazione del sentimento religioso, prima ancora che della Chiesa cattolica, con le passioni e le aspettative esagerate dei tempi moderni. E tutto questo avviene senza cadere nel proselitismo, e dunque nel bisogno di convertire a una ditta religiosa invece che a un’altra.

La conversione (nel fantastico significato antico di questa parola) è solo quella della mente e del cuore, in una direzione in cui la sorgente di valori umanistici è rilegittimata fuori da qualunque euforia per la grandezza della tradizione giudaico-cristiana (che spesso ha mascherato una non detta opzione eurocentrica), per sfumare verso una piattaforma aperta alla multireligiosità e addirittura alla coesistenza multiculturale. Così la comunicazione diventa possibile e sostenibile con tutti. Ecco perché il titolo di questo contributo si incentra sulla comunicazione che fa bene. Anzitutto alla Chiesa, a partire dalla consapevolezza intellettuale che la religione è un fatto intimamente sociale, e dunque comunicativo. Nel nostro tempo, l’esternazione in pubblico dello spirito religioso è sostan- zialmente censurata o comunque mal digerita come pressione ideologica e indebita performance sull’altro. Ma questa è l’anticamera della sua liquidazione, perché, privata di qualunque viralità e potere di contagio, essa viene amputata di quella dimensione decisiva della vita degli uomini che è dare e lasciare segni, influire sugli altri, con-vivere in società. Se la religione è privatizzata, come rischiosamente è avvenuto nel passato recente, scivola nel solipsismo e diventa la variante più aberrante di quello tsunami del tempo moderno che è l’individualismo. Ebbene, nelle cornici dominanti della comunicazione secolarizzata vediamo continuamente scorrere sulla scena stili di vita e progetti di esistenza che sembrano aver rottamato i conti con la fede e con il sentimento religioso. Impossibile non accorgersi di questa dissonanza senza chiamare in causa l’euforia delle promesse del progetto moderno, in forza di cui l’uomo nuovo (ancora una volta) si sarebbe finalmente emancipato da tutti i dogmi della tradizione e dalle credenze infondate. Il paradosso però è che proprio l’esuberante progetto moderno è ormai attraversato da una crisi irreversibile che ha messo a nudo le promesse mancate della secolarizzazione e della modernità, regalando al nostro tempo sensazioni sempre più pressanti di smarrimento e di precarizzazione della vita. Il modo in cui le certezze del passato hanno dovuto cedere il posto a un clima devastante di incertezza aiuta anche a rimettere in discussione quanto sia stata acritica l’occupazione unilaterale dell’immaginario dei moderni in forza di cui il clima culturale è formattato sulla pubblicità e sulla comunicazione dell’hic et nunc: un presente assoluto che alimenta la percezione che la nostra è la “terra desolata”, secondo la poetica definizione di Eliot. Ebbene, la forza comunicativa di Francesco parte proprio dalla sua capacità di parlare ai moderni senza dover attaccare gli eccessi della secolarizzazione, perché le macerie provocate dalla fine dei miti della modernità hanno lasciato tracce in ognuno di noi, solo che ci fermiamo a pensare.

In linea con quanto Giovanni Paolo II aveva già aperto, inaugurando un vero e proprio varco nella dottrina sociale della Chiesa, l’attuale pontefice continua il cammino nel solco dell’apertura. Un atteggiamento in cui non c’è spazio per squalificare le irregolarità e la mappa infinita delle storie personali o relazionali vissute dai moderni: in ciascuno Francesco vede solo persone da accogliere, conoscere, invitare a far parte di una comunità e a restarvi, senza che nessuno si senta messo alla porta. Francesco risponde alle domande che la modernità pone e lo fa senza sconti per la Chiesa stessa, ma senza commettere l’errore di attaccarla dall’esterno. Una riprova di questa forza viene dall’attualità delle scorse settimane, con una sobria capacità di gestire una comunicazione di crisi. È sembrato per un attimo che ci fosse qualche esitazione nella tempestività di risposta del papa allo scandalismo così caro a un giornalismo sempre più incerto a interpretare la sua missione di inchiesta. Ma tutto questo si è dissipato esercitando il diritto di parola dalla finestra sul mondo, con una straordinaria capacità di prendere atto che gli scandali della Chiesa sono la principale giustificazione storica di una riforma religiosa non fatta di parole, e senza nessuna subalternità all’incattivimento dei pamphlet giornalistici e delle inchieste. E in questo scenario si comprende meglio persino la domanda così spesso ricorrente tra i bene informati e nel “cortile dei gentili” – quasi spontanea in persone che credono di assistere in prima fila a un videogame della storia – strutturata semplicisticamente sull’interrogativo “Ce la farà?”. Fa venire in mente una chiara risposta: finora, una Chiesa che ha vissuto una fase storica così accidentata ce l’ha fatta a offrirsi come un’istituzione che si autoriforma sotto gli occhi di tutti. Quante altre istituzioni del nostro tempo possono dire altrettanto?

Un esempio mirabile di lucidità nella graduazione dell’impegno riformatore è stato sotto gli occhi di tutti con l’annuncio e la progettazione di un Sinodo straordinario sulla famiglia. È importante partire dalla parola annuncio, perché già una dichiarazione di interesse per l’istituto più compromesso dalla modernità, come la famiglia quale stabile configurazione istituzionale degli affetti, è stato rapidamente adottato dai media e dal dibattito pubblico entro un’aspettativa (per alcuni diventata una preoccupazione apocalittica) di cambiamenti epocali rispetto alle rigidità del passato. La narrazione del Sinodo è stata poi caratterizzata da uno strabismo paradossale: da un lato un’ossessiva mediatizzazione tutta avvitata intorno alla descrizione di conflitti irreparabili e partiti precostituiti, l’un contro l’altro armati, con il prevedibile contorno di lettere e dichiarazioni giornalistiche. Dall’altro, la dinamica reale delle parole depositate nei documenti finali, che indicano un mix di straordinario rinnovamento dell’attenzione verso tutte le figure e declinazioni dell’affettività, senza però regalare i preannunciati strappi della dottrina reclamati dalle curve giornalistiche. Anche qui, a ben vedere, la novità che resta è quella di una vicenda tutta giocata nel segno della trasparenza, ma senza che questo significhi una sottomissione ai decibel gridati del giornalismo e alle loro sfide di parole.

Retrospettivamente, diventa pienamente comprensibile e persino profetica l’invenzione di un Giubileo straordinario dedicato a una parola da troppo tempo abbandonata persino nel lessico cristiano. Chiede misericordia in prima istanza alla Chiesa stessa perché sappia – o impari di nuovo – a viverla al proprio interno, a darne testimonianza ai propri fedeli e a proiettarla, poi, coerentemente verso l’esterno. E questa attenzione estrema a non schierare le sue parole solo per i fedeli, che configura questa dialettica continua tra interno ed esterno della Chiesa, è un modo per interrogare e aggiornare la dottrina e i fondamenti costituitivi della fede: una strategia sofisticata di intransigenza sui principi, in cui l’impasto tra antico e moderno scioglie finalmente l’estremismo di una visione manichea. È un papa di provocante attualità, che si misura con le passioni del nostro mondo, senza però pagare il pizzo alla modernità di maniera. Sembra l’interpretazione concreta di un passaggio spettacolare della liturgia per i diaconi, quando il celebrante è tenuto a pronunciare, alzando la voce (una circostanza abbastanza irrituale): «credi sempre ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni».

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