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Non solo differenze nelle Chiese di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco

Written by Antonio Menniti Ippolito Wednesday, 16 December 2015 17:01 Print

Con la salita al soglio pontificio di Francesco prosegue la lunga serie dei papi non italiani inaugurata da Giovanni Paolo II e, con ciò, il percorso di una Chiesa dai tratti sempre più globali e segnata dallo spiccato leaderismo della figura del pontefice. Una leadership più evidente e forte comporta il rischio di divisioni e contrasti che hanno segnato e segnano in modo marcato il percorso della Chiesa di oggi.

Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Tre personalità del tutto diverse con un punto in comune tanto scontato quanto meritevole di approfondimento: solo al tempo del trasferimento del papato ad Avignone, per sette decenni del Trecento, il papato è stato più a lungo retto da non italiani. Sono passati infatti quasi quarant’anni da quella sera dell’autunno del 1978 che vide Giovanni Paolo II apparire a sorpresa sulla loggia delle benedizioni di San Pietro. Il “corrigetemi” che pronunciò fece colpo anche e soprattutto perché era dal 1522, con Adriano VI da Utrecht, che un cardinale d’oltralpe non diveniva vescovo di Roma.

Intendiamoci, Chiesa in mano “forestiera” non significa Chiesa affidata a un polacco, poi a un tedesco e infine a un argentino, ma significa in primo luogo Chiesa non italiana. Alla morte di Giovanni Paolo II anche sull’“Avvenire” apparvero interventi che auspicavano la nomina di un italiano e con ciò il recupero della centralità della penisola nella Chiesa di Roma. Ciò non avvenne e gli effetti di dinamiche già avviate dal papa polacco entro gli equilibri della Santa Sede andarono a consolidarsi. È vero che già Pio XII dopo la conclusione del conflitto mondiale aveva assegnato il 73% delle berrette cardinalizie a non italiani, e che Paolo VI, sulla scia del Concilio Vaticano II aveva individuato tra forestieri un numero di cardinali minore solo di qualche decimale, ma Giovanni Paolo II portò la percentuale di “stranieri” al 77%, Benedetto XVI consolidò la tendenza sfiorando il 70% (e la sua creazione di cardinali del novembre 2012, non riguardò affatto italiani) e Bergoglio con le sue 39 nomine tocca il 74% di non italiani. Sono settant’anni che il Collegio cardinalizio è insomma in maggioranza composto da forestieri (non necessariamente più illuminati e capaci degli italiani) e sono quarant’anni, come si è detto, che il pontefice eletto non è nato nella penisola.

Non v’è dubbio che questo vada interpretato come una rivendicazione di forza da parte di una Chiesa divenuta negli ultimi decenni assai più global di quanto non fosse in precedenza. I pontefici furono infatti a lungo italiani perché con questi, originari di un’area disunita e debole, non si rischiava di compromettere equilibri complessivi molto delicati. In una pagina lucidissima Gramsci scrisse della «nazionalizzazione della Chiesa in Italia (…), certamente dovuta a necessità interna di difesa e sviluppo della Chiesa e della sua indipendenza di fronte alle varie monarchie europee». Fu qualcosa di «imposto, non proposto: la Chiesa si nazionalizza in Italia in forme ben diverse da ciò che avviene in Francia col gallicanesimo ecc. In Italia la Chiesa si nazionalizza in modo “italiano”, perché deve nello stesso tempo rimanere universale: intanto nazionalizza il suo personale dirigente e questo vede sempre più l’aspetto della funzione storica dell’Italia come sede del papato». Con l’elezione straordinaria di Giovanni Paolo II e col suo papato fortemente monarchico, almeno fino a quando la salute lo sostenne, la Chiesa romana si è proiettata con forza inusitata nel mondo, anche tra l’altro col sostegno del nuovo codice di diritto canonico del 1983 che le ha conferito ulteriori strumenti per recuperare centralità nel quadro però mutato dal Concilio Vaticano II. La Chiesa degli ultimi tre papi è anzitutto, dunque, non italiana, e forse al di là di alcuni circoli curiali o di qualche nostalgico nessuno auspica che lo torni a essere. Questa Chiesa global ha condotto come non mai, soprattutto con Giovanni Paolo II, il papato romano al centro della realtà cattolica. In modo spettacolare, e in linea con quanto avveniva nel mondo politico laico, il pontefice romano è divenuto leader e si è posto al centro della scena. Dai papi, e dai sovrani, “nascosti” dell’età più antica, si è passati all’opposto: alla spettacolarizzazione, alle ripetute interviste, agli incontri pubblici pieni di baci e abbracci, alla sperimentazione di abbigliamento ora innovativo (si ricordi l’incredibile manto in lurex con cui Wojtyla inaugurò l’anno santo), ora nostalgico (Benedetto XVI recuperò, con la mantelletta e le scarpe rosse e una volta addirittura col camauro, l’abbigliamento dei pontefici più antichi). A modo suo Bergoglio non è da meno, e questa impronta spettacolare data al papato sembra essere ormai diventata una caratteristica essenziale dell’ufficio (e non è un caso che sia esplosa di recente la discutibilissima tendenza di canonizzare i pontefici). Papa leader, dunque, e sempre più “padrone” della sua Chiesa, anche se poi la centralità romana alimenta ovviamente forti tensioni in molte “periferie”. Con Giovanni Paolo II si è ad esempio portato a compimento l’assai lungo processo teso ad acquisire il pieno controllo sulla nomina dei vescovi, designati spesso ancora nel Novecento avanzato da una pluralità di soggetti, soprattutto dai governi: alcuni rappresentanti di Chiese del Nord Europa parlarono allora addirittura di restaurazione (in modo peraltro storicamente inesatto), fatto è che con tale strumento Wojtyla ha contribuito a costruire una gerarchia libera in America Latina da simpatie per la teologia della liberazione o immune in altre aree del mondo da diverse pericolose inclinazioni. Allo stesso modo Giovanni Paolo II è arrivato a influire sulle diverse Conferenze episcopali. Il primo papa forestiero ha messo insomma come non mai Roma al centro del sistema. Tutti i dossier dovevano arrivare in Vaticano, anche se poi questo poteva mostrarsi spesso non in grado di gestirli. Roma al centro, dunque, anche grazie al prestigio acquisito dal papa per il contributo dato al crollo dei regimi comunisti, in una dialettica col mondo e con le Chiese del mondo non priva di contraddizioni, nel corso del lungo pontificato del papa polacco. Alle aperture, alle offerte di dialogo ecumenico che si sono spinte a tratti anche a proporre una riformulazione dell’ufficio papale, sono venuti a contrapporsi (e la ricerca storica un giorno chiarirà la fondatezza della battuta di Giovanni Miccoli che scrisse che con i guai di salute di Giovanni Paolo II venne a crearsi una situazione per cui alla sua morte Benedetto XVI successe non a Wojtyla ma al cardinale Ratzinger) documenti di fatto a esse collidenti come le lettere apostoliche “Ad tuendam fidem” (1998) sulla professione di fede; “Apostolos suos” (1998) tesa a contenere le Conferenze episcopali; e la dichiarazione “Dominus Jesus” della Congregazione per la dottrina della fede con cui nel 2000 si ribadì “l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa”, quella di Roma, ovviamente.

Tanti pontificati in uno insomma, lungo il regno di Wojtyla, ancora in gran parte da interpretare – a meno di non accontentarsi dei cliché cantati in coro dalla maggior parte dei vaticanisti. Ma più che mai il suo tempo indica come analizzare l’operato di un papa significhi in realtà riflettere su un complessivo sistema di governo e non su un uomo solo al comando: si pensi al ruolo che ebbero Ruini e, ovviamente, Joseph Ratzinger.

Benedetto XVI, appunto. I rari papi teologi, quelli spirituali, meno propensi al governo, hanno di norma creato situazioni complicate. Si pensi a Benedetto XIII (1724-30), personalità quasi mistica, che affidò il governo della Chiesa a un discutibile manipolo di uomini che lo seguiva da tempo, capitanati dal cardinale Niccolò Coscia, che causò uno dei più grandi scandali della Chiesa romana e i cui componenti, alla morte del pontefice, ebbero seri problemi con la giustizia. Uomo di scrivania, Ratzinger, in sofferenza negli incontri di massa cui era comunque obbligato. Autore instancabile, e venerato da una schiera di “atei devoti”, la sua serie su Gesù costituisce un unicum, tant’è ch’egli stesso si premurò di specificare che l’opera era stata scritta da Joseph Ratzinger e non da Benedetto XVI: una operazione comunque ardita e basti ricordare la recensione critica che dedicò al primo volume il cardinale Carlo Maria Martini. Da papa, Benedetto XVI ha preso forti e coraggiose posizioni su alcuni dossier controversi, in primo luogo quello riguardante gli scandali sessuali e la spaventosa questione della pedofilia. Questo ha fatto correggendo l’antico atteggiamento della Chiesa teso soprattutto a coprire questi scandali e a punirne i responsabili essenzialmente con la sola sanzione del trasferimento. Nel suo magistero si è dedicato a una serie di interventi soprattutto di natura dottrinale e liturgica e ha sostenuto la rilettura depotenziata del Concilio Vaticano II che è stato per lui tappa dell’antico percorso della Chiesa di Roma e non momento di discontinuità. Tale posizione gli ha consentito l’apertura con gli scismatici lefebvriani e anche l’emanazione del motu proprio che ha assecondato le nostalgie per il messale in latino di Pio V. Ha ribadito la specificità della Chiesa di Roma in linea con la citata dichiarazione “Dominus Jesus”, e posto al centro del suo insegnamento l’idea della fede come ragione («la fede cattolica è (…) ragionevole e nutre fiducia anche nella ragione umana») che, unita alla condanna del relativismo, ha rafforzato una idea dei diritti naturali non negoziabili da imporre con convinzione anche ai non credenti e alle politiche governative: in tal modo la sua è stata la Chiesa dei “no”. Il pontificato di Benedetto XVI si è caratterizzato per una serie di incidenti come l’intervento a Ratisbona nel 2006 che fu avvertito come provocatorio da settori dell’Islam e come la “scoperta” del negazionismo di un vescovo lefebvriano di pochissimo seguita alla sua apertura nei confronti della comunità san Pio X. Altre sue scelte hanno provocato dissenso e disagio: la citata apertura al messale in latino (e la Santa Sede si lamentò dei tanti che nel corpo della Chiesa boicottarono il motu proprio), e, per continuare con una serie quasi casuale di esempi, la scelta talvolta operata di celebrare fronte all’altare e non più rivolto ai fedeli, o l’indicazione di modificare la promessa di salvezza di Cristo come non più destinata a tutti ma a molti. Molti incidenti sono stati addebitati a suoi collaboratori, in primo luogo al criticatissimo Segretario di Stato Tarcisio Bertone, suo antico collaboratore, che durante il pontificato ha potuto rivendicare una libertà d’azione che si è rivelato poi incapace di sostenere favorendo con ciò il gravissimo e sotto certi aspetti ancora oscuro scandalo di rivelazioni che ha portato all’imprigionamento del maggiordomo del papa o, ancora, tutti gli scandali legati allo IOR. Le dimissioni di Benedetto XVI hanno scosso uno scenario già caratterizzato da un’aria di rovina se non di catastrofe.

E poi è venuto Francesco, di cui si dirà poco o nulla, visto che tutti gli altri autori di questo numero di “Italianieuropei” dedicano già attenzione alla sua figura. Come inserire il suo pontificato in questa serie di papi più recenti? Mi sia consentita una battuta. Il popolarissimo pontefice Giovanni Paolo II non ha lasciato inconsolabili, perché a raccoglierne l’eredità è stato il cardinale Ratzinger che prometteva continuità di governo e magistero, almeno per alcuni e più limitati aspetti. Benedetto XVI di inconsolabili ne ha lasciati moltissimi e di accaniti, tanto è che l’attività di Francesco viene spesso descritta da tanti avversari nel mondo cattolico in Italia e altrove, si pensi agli Stati Uniti, con ostilità manifesta, se non addirittura con scherno, elemento inedito almeno in queste forme. Cosa accadrà dopo Bergoglio? Stando alle logiche in cui si è sempre mossa la vicenda dei papi e la loro successione, anche lui sembrerebbe destinato a lasciare dietro di sé inconsolabili, ma nel fronte opposto a quelli di Ratzinger. O forse no, e la sua Chiesa della misericordia, in cui il ruolo del pontefice romano è ben rappresentato da quella immagine della piramide rovesciata ch’egli ha offerto nei lavori del recente Sinodo della famiglia, potrà rafforzarsi con un successore ispirato alla sua azione. Fermo restando che il dibattito sul Concilio Vaticano II come cosa nuova o come compimento di quello tridentino e del Vaticano I è ancora sorprendentemente intenso e a tratti aspro dopo cinquant’anni dalla sua conclusione, il che non è un buon segno. Le varie anime della Chiesa sono dunque ancora lontane dal riconciliarsi (e si contrappongono del resto tra loro da un paio di millenni, in un ciclo inesauribile di riforme e controriforme) e le considerazioni sul significato di singoli papati sono possibili solo all’interno di periodizzazioni assai più ampie di quella, pur lunga, costituita da questa serie ormai quarantennale di papi non italiani. Ce lo testimonia, nel tempo del Vaticano II, Paolo VI, quando avvertì come le necessarie riforme non si sarebbero attuate senza il sostegno delle Chiese periferiche ma anche senza quello del potente apparato curiale: «altrimenti (…) un papa bolla e l’altro sbolla, e non vorrei che chi verrà dopo di me riportasse ogni cosa allo statu quo». La realtà del papato e delle Chiese è incredibilmente complessa. E ogni istante del tempo che si svolge davanti ai nostri occhi lo conferma sistematicamente.

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