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La crisi libica nel contesto regionale: dinamiche, attori e prospettive

Written by Silvia Colombo Wednesday, 14 October 2015 15:28 Print

Le ripercussioni della crisi libica si propagano ben oltre i confini del paese nordafricano e investono gli Stati vicini, in primo luogo Egitto e Tunisia – dove si estendono le attività terroristiche dello Stato Islamico e degli altri gruppi jihadisti che si addestrano in Libia –, per arrivare in Europa, dove è in corso una gravissima crisi migratoria, che ha proprio sulle coste libiche uno dei suoi epicentri. Il rischio, qualora l’esito del debole processo negoziale condotto dalle Nazioni Unite non sia positivo, è che la Libia diventi uno Stato fallito, mettendo a repentaglio la sicurezza dell’intera regione.

Mentre l’Unione europea affronta la più grave crisi migratoria di sempre con un numero crescente di vittime (circa 2500 dall’inizio dell’anno) tra i migranti che ogni giorno tentano di attraversare il Mar Mediterraneo via mare o di superare le barriere ai confini orientali dell’Unione lungo la rotta balcanica, i riflettori sono nuovamente puntati sulla Libia. Il paese rappresenta uno dei focolai di crisi più critici nel Mediterraneo come conseguenza dell’instabilità politica e delle minacce alla sicurezza legate all’emergere e al consolidarsi di reti jihadiste che controllano alcune aree costiere. Il conflitto libico è espressione di una serie di interessi spesso contrastanti detenuti da milizie, brigate e tribù in lotta nella situazione di vuoto di potere creata dalla caduta di Gheddafi. Il debole processo negoziale che dovrebbe portare alla creazione di nuove istituzioni condivise e, in ultima istanza, al consolidamento di un governo centrale in grado di arrestare la proliferazione dei gruppi terroristici e delle organizzazioni criminali che stanno sfruttando il caos e l’instabilità nel paese non sembra decollare. In questo contesto, trovare una soluzione alla crisi libica non è soltanto cruciale per la stabilità della regione, ma è allo stesso tem- po funzione della comprensione e gestione delle dinamiche regionali di conflitto e competizione che permeano il Mediterraneo allargato.

CRISI POLITICO-ISTITUZIONALE LIBICA E SICUREZZA REGIONALE: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Il conflitto interno tra due centri di potere, ognuno dei quali controlla città, tribù e milizie armate, che si contendono la legittimità e l’autorità in un paese privo di istituzioni efficienti, rappresenta il cuore del problema politico-istituzionale libico ed è la manifestazione di profonde lacerazioni e conflitti a livello sociale. Il governo espressione della Camera dei rappresentanti eletta nel giugno 2014 e con sede a Tobruk gode della legittimità internazionale formulata sulla base del solo risultato delle elezioni. Quello che siede nell’ex capitale, Tripoli, è stato nominato dal rinato Congresso nazionale generale, nuovamente attivo dopo che i membri della Camera dei rappresentanti hanno abbandonato la città. La dicotomia islamisti vs. laici si gioca in questo campo. Pur con differenze e sfumature all’interno di entrambi gli schieramenti, il governo di Tripoli viene normalmente associato a componenti più o meno moderate dell’islamismo locale, mentre quello con sede nella parte orientale del paese, al confine con l’Egitto, ha fatto della lotta contro l’islamismo – di qualsiasi natura e sotto ogni incarnazione – il proprio obiettivo e la propria ragion d’essere. Questa situazione di paralisi politica, scarsamente mitigata dall’accordo raggiunto a metà luglio per la creazione di un governo di unità nazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite, ha favorito la proliferazione di gruppi militanti islamisti di natura estremista e determinato una condizione da alcuni autori definita come sintomo dell’esistenza di un semi-failed state. La crescita e il radicamento di tali gruppi, che hanno comunque potuto contare su un terreno estremamente fertile data la presenza in città come Sirte e Nawfiliya di gruppi pre-esistenti, sono stati profondamente influenzati dalla significativa presenza di combattenti (foreign fighters) libici in Siria (circa 5000 persone) che hanno fatto ritorno in patria e hanno iniziato a condurre campagne di reclutamento e azioni violente a partire dalla città di Derna. Le ripercussioni della crisi libica superano, tuttavia, i confini del paese, estendendosi a tutta la regione. Alcuni terroristi libici che hanno combattuto in Siria e sono rientrati nel paese sono stati infatti protagonisti di attacchi in Tunisia e Algeria. Il recente attentato a Sousse, in Tunisia, dove un terrorista addestrato in Libia ha ucciso 38 turisti è un chiaro esempio di come la mancanza di autorità statale e di sicurezza in questo paese rappresenti una minaccia per gli Stati limitrofi dove rischiano di attivarsi cellule terroristiche dormienti. Ad esempio, i gruppi armati tuareg in fuga dalla Libia si sono organizzati a formare la spina dorsale del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (MNLA) che punta all’autodeterminazione e all’indipendenza delle province settentrionali del Mali ed è in guerra con l’esercito nazionale.

L’Egitto è il paese limitrofo in cui l’impatto del controllo di alcune città libiche da parte dei terroristi del sedicente Stato Islamico è maggiore. Oltre agli scontri e alle attività criminali e di reclutamento che avvengono al confine occidentale del paese, i terroristi libici nel febbraio 2015 hanno decapitato 21 cittadini copti egiziani, scatenando forti reazioni da parte del Cairo e pressioni sulla comunità internazionale a favore di un intervento militare in Libia. Inoltre, il ritorno massiccio di cittadini egiziani nel paese pone ulteriori problemi socioeconomici e di sicurezza alle autorità del paese, impegnate a combattere la propria guerra contro i gruppi armati nel Sinai. La prospettiva che la Libia diventi uno Stato fallito rappresenta una minaccia non trascurabile per il governo del Cairo. La Tunisia è il secondo paese più colpito dalla crisi libica. La minaccia terroristica che ha origine in Libia rende, infatti, il paese vulnerabile a potenziali attacchi che Tunisi non è per il momento ancora in grado di fronteggiare pienamente, come dimostrato dagli episodi di violenza che hanno avuto luogo nel 2015, a causa della debolezza e disorganizzazione delle proprie forze di sicurezza. Il rischio di infiltrazioni da parte dei combattenti dello Stato Islamico libico è molto elevato data la predisposizione di gruppi armati locali quali Ansar al-Sharia e Uqba ibn Nafi. Prova ne è anche l’aumento del numero di tunisini combattenti in Siria e in Iraq a 3800 membri secondo le stime fornite dal ministero dell’Interno tunisino. Non è improbabile che molti di loro torneranno nel proprio paese. Sempre secondo alcune stime dell’Interno tunisino, in Libia vi sono attualmente almeno 1500 combattenti tunisini, addestrati e armati, pronti a rientrare in Tunisia attraverso il confine tra i due paesi che si estende per circa 500 km ed è in gran parte fuori dal controllo delle autorità statali. In questo contesto, le autorità tunisine sono estremamente attente nel trattare la crisi libica, mantenendo una posizione politica equidistante da entrambe le parti per timore che i propri cittadini che lavorano in Libia siano oggetto di attacchi. Un ulteriore elemento di vulnerabilità è rappresentato dal rischio che l’escalation del conflitto in Libia spinga centinaia di migliaia di civili a migrare verso la Tunisia, come già successo nel 2011 durante la campagna militare della NATO contro Gheddafi. La Tunisia, infatti, non è oggi in grado di sopportare a oltranza il peso economico e sociale dei quasi due milioni di libici presenti sul proprio territorio.

Anche l’Algeria è considerata un paese ad alto rischio a causa dell’espansione dello Stato Islamico in Libia, nonostante la migliore preparazione e la maggiore disponibilità in termini di risorse economiche e militari di cui gode il proprio esercito. L’Algeria si trova esposta soprattutto per quanto riguarda la mancanza di controllo del triangolo desertico che collega il paese a Tunisia e Libia e che è ricco di risorse energetiche, il cui controllo e sfruttamento forniscono possibilità di sviluppo ai terroristi e alle reti criminali. Detto ciò, le autorità algerine hanno finora espresso una forte resistenza a qualunque tipo di intervento militare in Libia, contrastando così le pressioni del Cairo in suo favore. Infine, la Libia rappresenta la porta di passaggio verso il Mediterraneo e l’Europa anche per quei paesi che costituiscono la cintura del Sahel. Mali, Niger e Ciad soffrono, infatti, di profondi problemi di sottosviluppo economico che alimentano ripetute crisi politiche e instabilità. A questo si devono aggiungere le sfide alla sicurezza che derivano dalla crisi libica e dall’incapacità delle autorità centrali di controllare i confini meridionali del paese dove fioriscono traffici illeciti, compresa la tratta di esseri umani. Parole chiare sono state spese in questo senso dal presidente del Ciad Idriss Déby, il quale, in un’intervista rilasciata nel giugno 2013 al quotidiano francese “Le Figaro”, ammoniva che i gruppi armati avevano trovato un punto di appoggio nel Sud della Libia e Nord del Mali con lo scopo di creare campi di addestramento e condurre azioni terroristiche su un’area estesa. In termini generali, molti leader dei paesi del Sahel puntano il dito contro l’intervento militare della NATO che non è stato seguito da un adeguato processo di ricostruzione e di pacificazione.

IL RUOLO DEGLI ATTORI REGIONALI NEL CONFLITTO LIBICO

Questa rapida panoramica mostra chiaramente come la crisi libica abbia profonde implicazioni per la sicurezza e la stabilità della regione mediterranea. Mentre i paesi dell’area puntano sulla sicurezza dei confini per contrastare il proliferare delle minacce, paesi vicini e lontani hanno adottato diverse strategie politiche rispetto alla questione libica. Una fitta rete di alleanze e conflitti regionali ha avuto un ruolo importante nell’ostacolare la risoluzione di questa crisi. In questo senso, essa è ormai divenuta una guerra per procura tra agguerriti attori regionali in lizza per acquisire influenza in una paese chiave per la stabilità di tutta la regione all’indomani delle primavere arabe. La dimensione regionale della crisi appare dunque centrale non soltanto per la piena comprensione del fenomeno ma anche per una risoluzione del problema.

Entrambe le fazioni politiche in lotta, pur con notevoli differenze di intensità, hanno infatti beneficiato di flussi di denaro, armi e sostegno diplomatico. Mentre Qatar, Sudan e Turchia si sono schierati dalla parte di Tripoli – uniti nel proprio intento dalla comune politica di sostegno agli islamisti al potere nella regione, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono legati a Tobruk nella lotta a tutto campo contro gli stessi islamisti, tanto in Libia quanto nei rispettivi paesi. La competizione per l’egemonia regionale tra Qatar e Arabia Saudita, venuta a galla nel 2013 soprattutto all’indomani della deposizione del presidente egiziano islamista Morsi, ha tenuto in ostaggio il processo negoziale in Libia e, in generale, lo sviluppo politico del Mediterraneo. Il recente summit straordinario della Lega Araba, convocato su richiesta del Parlamento di Tobruk per discutere della necessità di combattere il terrorismo, ha mostrato le persistenti divisioni all’interno della compagine dei paesi arabi nell’affrontare tale questione.

In conclusione, le speranze suscitate dall’esito del fragile negoziato delle Nazioni Unite per una pacificazione del paese e, con essa, per una sua stabilizzazione appaiono appese a due condizioni imprescindibili che riguardano anche il ruolo degli attori regionali nella crisi libica. Da una parte, tutte le fazioni libiche devono trovarsi su un piano di parità. Fino a quando il governo di Tobruk potrà contare sul riconoscimento internazionale e su una discreta quantità di armi provenienti dai propri alleati regionali, non avrà alcun incentivo a condividere il potere e ad attuare politiche inclusive. Inoltre, la legittimità di cui è investito il governo di Tobruk non è tuttora stata accompagnata dall’assunzione di piena responsabilità circa il governo del paese. L’attuale emergenza migratoria è una dimostrazione del fatto che non ha senso dare legittimità esclusiva a un governo inefficiente e per di più collocato a 1000 km di distanza dal fulcro della crisi stessa che si trova nella parte ovest del paese. Dall’altra, i partner regionali della Libia, in primo luogo l’Egitto, e con essi i paesi occidentali devono mantenere una posizione quanto più neutrale, evitando, ad esempio, di sostenere il dialogo a parole e contemporaneamente fornire armi e sostegno politico alle fazioni in campo, in quanto tale comportamento non rappresenta un incentivo alla condivisione del potere e alla pacificazione.

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