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La sfida web per l’università

Written by Mauro Calise Wednesday, 14 October 2015 14:45 Print

I MOOC, corsi universitari online diffusi gratuitamente da prestigiosi atenei, stanno rivoluzionando il sistema didattico, nel format e nel modello di business. Rendendo l’insegnamento più flessibile, più interattivo e molto più accessibile. Di fronte ai costi crescenti dell’accademia tradizionale e a una straordinaria pressione demografica del mercato globale dell’education, i MOOC sembrano destinati a diventare una disruptive innovation, anche grazie alla loro sinergia con le generazioni digitali. In questa rivoluzione culturale, l’Italia ha le carte e i bit in regola per giocare un ruolo di battistrada.

Per l’e-learning sta succedendo come per l’e-democracy. Una lunga – a volte anche noiosa – gestazione. E poi, la rivoluzione. Gli esperti di politica online hanno passato vent’anni a discettare sul ritorno del modello ateniese, la polis elettronica e le nuove pratiche deliberative. Ma non si è andati oltre i convegni beneauguranti, le pubblicazioni autocelebranti e qualche best practice locale in una township supercablata. Poi, è arrivato Obama, con i tre milioni di MoveOn trasformati in un esercito virtuale al servizio del fundraising. Mobilitando una rete diffusa di simpatizzanti partecipanti e, soprattutto, paganti. Col risultato di profilare e dialogare, su scala individuale e di massa, con la base dei sostenitori. E, al tempo stesso, riversando nel buco nero del tubo catodico le ingentissime somme necessarie a battere la concorrenza. Microtargeting e broadcasting, e la politica online è decollata. Ci ha pensato poi Beppe Grillo a perfezionare il palinsesto, trasformando una sinergia organizzativa in un partito di tipo “cybercratico”. Un mix tra movimenti civici, panopticon web e spettacolarizzazione televisiva old-style di cui può vantare il copyright (oltre che molti milioni di voti). Da cui, due lezioni di metodo. Il cambiamento tecnologico segue poco i percorsi che tracciamo sulla scorta dell’esperienza pregressa. E non lo fa in modo lineare, ma per salti. Avviso ai naviganti dell’e-learning: ci attendono grosse sorprese, e quelle – enormi – degli ultimi anni non sono che l’anteprima dell’ennesima – Christensen docet disruptive innovation.

Dividerò questo mio intervento in tre parti. Nella prima presenterò una rapida panoramica del ciclone MOOC, il formato dei corsi universitari Massive Open Online Courses che sta mettendo a soqquadro il sistema universitario globale. Nella seconda illustrerò Federica, la piattaforma di corsi e-learning più avanzata in Italia che sta facendo da battistrada anche in Europa. Nella parte conclusiva, mi soffermerò sulle principali criticità di questa sfida decisiva per il nostro futuro. Ma che rischiamo di perdere, per quel mix di resistenze corporative e ignavia politica che caratterizza, in tanti settori, il Belpaese.

TO MOOC OR NOT TO MOOC

Sono passati meno di tre anni da quando il “New York Times” definì il 2012 come «the year of the MOOC» cominciando a presentarli al grande pubblico.1 La rete permetteva da tempo di avere corsi online ad ampio seguito, sperimentati nel nome dell’open social learning. Le risorse scientifiche libere in rete, le OER (Open Educational Resources), e l’esperienza dell’OpenCourseWare del MIT avevano già dimostrato che i contenuti scientifici prodotti dalle migliori università americane potevano essere distribuiti gratuitamente in rete e che questo generava interesse non solo negli studenti ma anche nel mondo del lifelong learning. Ma i MOOC rappresentano un salto di quantità/qualità, presentandosi con un corso strutturato, una classe virtuale potenzialmente infinita e la possibilità di ottenere una certificazione del percorso formativo.

Il successo prorompente dei MOOC nasce anche dalla crisi in cui versa il sistema universitario. Clay Shirky paragona la crescita dei MOOC e il loro impatto sull’higher education a «un fulmine su un albero marcio».2 Siamo di fronte a un nuovo format didattico che non si limita alla distribuzione di conoscenza in rete. Se ne accorge il guru della Harvard Business School, Clayton Christensen, che li definisce fin da subito una disruptive innovation, identificandoli come una tecnologia dirompente nel settore dell’education, non solo per il modello pedagogico. Il paradig ma del mutamento organizzativo della disruptive innovation individua nei MOOC il punto di impatto che genera l’ampliamento globale del pubblico di studenti, ma anche il ripensamento del modello di business dell’education: con una contaminazione tra pubblico e privato, in house e online, profit e no profit, studenti e professionisti: «Tutte le rotture condividono un modello, quelle relative alle nuove tecnologie devono prima competere contro il mancato esaurimento delle vecchie tecnologie (…). Non esistono grandi cambiamenti che procedono linearmente verso il futuro. Ma quando si osserva il fenomeno da una prospettiva logaritmica i dati suggeriscono che dal 2019 circa il 50% dei corsi di formazione superiore sarà impartito online. In altre parole, tra pochi anni, dopo un lungo periodo di incubazione, il mondo inizierà a spostarsi rapidamente verso una prospettiva studente-centrica basata sulle tecnologie online».3

I MOOC sembrano diventare la panacea di tutti i mali del settore riuscendo ad agganciare anche il mercato della formazione specialistica. Le multinazionali – come Google e Microsoft – decidono di erogare direttamente corsi MOOC producendoli e distribuendoli in proprio. I MOOC aggregator più importanti – come Coursera e edX – implementano funzionalità per integrare il proprio profilo LinkedIn e si muovono verso certificazioni riconosciute non solo dagli atenei ma anche dalle aziende, garantendo a queste ultime un nuovo strumento di reclutamento e agli studenti un’ulteriore possibilità di progredire nel mondo del lavoro. Il target dei MOOC cambia, si segmenta, si differenzia, diventa composto anche da professionisti, come evidenzia uno studio della Bill and Melinda Gates Foundation. I MOOC diventano anche uno strumento nella sfida per l’eldorado della rete, i big data: «Si stanno formando comunità di ricerca internazionali che studiano il data mining nell’education e i learning analytics e che sviluppano metodi per l’estrazione e la modellazione del crescente numero di dati disponibili sull’apprendimento degli studenti».4

Il 2015 si apre con 20 milioni di studenti iscritti a più di 2000 corsi MOOC, erogati da piattaforme di tutto il mondo, non solo nordameri cane, ma anche europee, brasiliane, indiane. È presto per una valutazione dei risultati. I tradizionali criteri di successo e insuccesso non possono valere evidentemente per un formato didattico totalmente innovativo: «Applicare i tradizionali metri di paragone relativi alla formazione superiore rispetto ai MOOC è del tutto fuorviante. I MOOC sono un pacchetto formativo del tutto diverso e hanno bisogno di metodi di giudizio del tutto diversi, metodi che ancora non sappiamo come costruire».5 Resta il fatto che i MOOC sono molto vicini ai modelli di apprendimento delle nuove generazioni: «Il 2014 segna il primo anno in cui la Generazione Z, ovvero coloro nati dal 1995, entra nelle università. Questi ragazzi sono la generazione più digitalmente preparata, globalmente connessa e con la maggiore istruzione della storia. Non solo hanno a disposizione il maggior numero di istituzioni per scegliere la propria formazione, dalle università tradizionali ai college privati, ma hanno soprattutto più modi di poter studiare, da quelli online a quelli on campus, e più opzioni di corso, di quanti se ne siano mai avuti fino a oggi».6

MADE IN ITALY

In un contesto in evoluzione rapidissima, stenta a prendere forma – tanto per cambiare – una risposta europea. I paesi maggiori procedono in ordine sparso, con la Francia che cerca l’ennesima occasione per rinverdire i fasti della francofonia, l’Inghilterra che resta nel solco della propria consolidata tradizione di open university (che, come le public schools, è una iniziativa privata), la Germania che lascia – poco – spazio a una start up a capitale misto, la Spagna che, con Telefonica, aspirerebbe ai numeri dell’immenso mercato “latinos”. E l’Unione europea che lancia qualche meritevole iniziativa pilota (la principale, EMMA, è a conduzione italiana: European Multiple MOOC Aggregator).7 Ma, quanto a numeri, il baricentro resta ancora americano. Con un rischio di colonizzazione culturale che non può essere sottovalutato.

In Italia si avverte, finalmente, qualche segnale di riscossa. Nell’ultima programmazione triennale, il ministero dell’Istruzione ha inserito incentivi per i corsi di formazione a distanza. C’è un documento della CRUI (la Conferenza dei rettori delle università italiane) che comincia a prendere atto del problema. Ci sono vari atenei che si sforzano di entrare in partita. E c’è Federica Web Learning, l’esperienza maturata in sette anni di sperimentazione e innovazione presso l’Università di Napoli “Federico II”. Grazie a un contributo regionale di fondi strutturali europei, l’ateneo napoletano ha sviluppato una piattaforma che offre oltre 300 corsi universitari in modalità e-learning. E, da questa primavera, ha varcato la frontiera dei MOOC, con una nuova batteria di contenuti online, arricchita da una maggiore componente multimediale e interattiva, che spaziano dai fondamentali di base ai temi di particolare attrattiva per l’opinione pubblica. La nuova piattaforma, www.federica.eu, aperta a contributi di docenti di altri atenei e istituti di ricerca su un modello di apprendimento web intensive, va oltre il tradizionale corso online, realizzando un ambiente didattico virtuale integrato: organizzazione delle lezioni in unità didattiche ciascuna delle quali introdotta da una presentazione video del docente, ampio utilizzo dell’elemento testuale nelle lezioni, offerta di nuclei disciplinari pluri-corso, potenziamento di riferimenti a risorse e materiali di approfondimento presenti in rete (web linking selezionato), interoperabilità e sinergia con l’editoria elettronica qualificata (come la joint venture con la manualistica del Mulino). Con Federica MOOC si amplia anche la platea degli utenti. I destinatari dei corsi non riguardano più solo il mondo della scuola, ma anche la formazione permanente e il mercato del lavoro. Con una diffusione social che consente di realizzare classi virtuali con dinamiche inedite di condivisione e verifica.

Tra gli asset principali di Federica, fin dagli esordi, c’è la sua interfaccia, un prototipo di integrazione seamless tra diversi contenuti disciplinari e vari canali multimediali. L’interfaccia di Federica rappresenta, per design e usabilità, un nuovo standard per la divulgazione di contenuti culturali multipurpose. Accanto all’interfaccia semplice e user-friendly, un altro asset strategico di Federica è la sua flessibilità. Molti progetti di informatizzazione della didattica si scontrano con la rigidità degli investimenti iniziali: che si tratti della disponibilità dei docenti, del know-how professionale, dell’impianto della piattaforma, delle incertezze sulle direttrici da prendere. Federica, anche grazie al lavoro costante di analisi e benchmarking delle esperienze internazionali, ha scelto un approccio graduale, flessibile, scalabile. Le diverse componenti di un insegnamento in e-learning possono essere modulate per step successivi. È il modello building-blocks. Alla base, come elemento comune e indispensabile, ci sono i testi che riassumono i contenuti di ogni lezione. Il secondo mattone sono i link, i riferimenti alle fonti, documenti, filmati che sono a portata di click nella galassia in espansione di internet. Il terzo mattone è l’audio. Il commento vocale che il docente può aggiungere alle singole slide, o a un gruppo di esse. È un’integrazione preziosissima. Nella nostra società video-centrica tendiamo a dare la massima importanza alla trasmissione televisiva delle informazioni. Ma, se si tratta di contenuti di studio, un commento audio accurato può risultare non meno efficace ed essere più facilmente fruibile in condizioni di mobilità. Come attestano il milione di download dei podcast di Federica dal portale internazionale iTunes U.

Infine, last not least, la componente video. La tele-lezione, per avere buoni risultati, deve migliorare l’ambiente di apprendimento. Una sfida che richiede un format adeguato. A Federica è stato elaborato un format che integra in modalità seamless le videolectures dei docenti con i materiali di studio e con l’interazione di gruppo degli studenti. L’organizzazione dei video per unità didattiche consente una fruizione flessibile, con la possibilità per lo studente di concentrare e organizzare meglio il proprio studio. A questo scopo, il tool multimediale PLEIN (Personal Learning Environment Interactive Navigator) consente di tenere sotto controllo il proprio percorso di apprendimento, condividere con i compagni osservazioni e annotazioni, personalizzare i propri testi di studio. Completamente gratuita, frutto del lavoro di venti giovani professionisti della rete, Federica Web Learning rappresenta un laboratorio dell’innovazione della didattica pubblica nel settore dell’alta formazione. Aperto a quanti – utenti, studiosi, istituzioni – credono che siamo solo agli inizi della trasformazione digitale della galassia universitaria.

HIC RHODUS

Come con tutte le rivoluzioni che investono mondi vitali e consolidati, il fronte messo in discussione dai MOOC è vasto e articolato. E solo con una presa di coscienza diffusa e informata si può sperare di selezionare i nodi che è più agevole sciogliere. Il primo equivoco da smontare riguarda la contrapposizione culturale tra modelli di apprendimento. Gli stereotipi di quanti continuano a ripetere candidamente che preferisco no gesso e lavagna, il rapporto face-to-face con gli studenti e tutti gli ineguagliabili vantaggi della didattica del “beltempochefu”. Dimenticando di aggiungere che i costi di questo secolare modello sono oramai insopportabili, perfino per le grandi e più prestigiose università americane, visto che sono state proprio loro ad aprire il vaso di pandora dei MOOC. Per cercare un nuovo modello compatibile con le spinte globali verso un’alta formazione di qualità, ma a basso costo.

È questo il terreno sul quale va impostata la discussione. Come mantenere elevati gli standard dell’offerta didattica, cercando anzi di migliorarli approfittando delle immense risorse oggi presenti in rete. Sapendo che non esiste, nella realtà, la dicotomia online contro on-site. Che il nostro mondo, la nostra mente funzionano ormai da tempo in modalità blended. E che muoveremo comunque verso format di integrazione, supporto, interazione sempre più diffusi, in cui la vera posta in gioco non è pedagogica, ma politica: è il primato dell’università pubblica, i suoi elevati standard culturali, la sua mission universalistica. Se questa sfida non viene giocata con determinazione, e a tutto campo, c’è il rischio di una progressiva perdita di centralità da parte dell’alta formazione statale. A vantaggio di due concorrenti che appaiono sempre più invadenti. Il primo sono le università telematiche, che continuano ad accumulare profitti e a elargire crediti, utilizzando pragmaticamente ogni varco tecnologico, insieme a quelli legislativi spalancati da scelte ministeriali contestate ma mai – neppure a sinistra – rinnegate. Il secondo concorrente è l’armata, invisibile ma sempre più palpabile, degli atenei internazionali. Crollate ormai le barriere linguistiche, con i MOOC sono state superate, in pochi mesi, anche quelle fisiche. Ci si può consolare constatando che, al momento, si tratta ancora di una offerta mirata prevalentemente al segmento postuniversitario e frazionata su troppi obiettivi formativi. Ma non occorrerà molto tempo per avere la prima organica offerta di lauree online chiavi – anzi, chiavetta – in mano da parte dei grandi brand che detengono ancora il primato dell’education di qualità. E a quel punto molti nostri atenei rischieranno di trovarsi disoccupati.

Tutto ciò, in un mercato dell’education globale alle prese con una straordinaria pressione demografica. Attualmente ci sono 165 milioni di studenti nel segmento universitario. Nei prossimi dieci anni se ne aggiungeranno altri cento milioni. Per soddisfare questa richiesta, ogni settimana dovrebbero aprire quattro nuovi campus di dimensioni medie (trentamila studenti).8 Non è difficile immaginare che una parte rilevante di questa domanda verrà soddisfatta con soluzioni telematiche. Con il rischio di uno scadimento della qualità culturale e di una crescente privatizzazione di un segmento vitale per la crescita democratica. Ma anche con la opportunità eccezionale di ridefinire un sistema formativo che è rimasto, negli ultimi due secoli, sostanzialmente estraneo – e spesso ostile – all’innovazione tecnologica. E sempre più lontano dalla vera e propria mutazione genetica delle generazioni digitali. La sfida, oggi, non è attardarsi a dibattere sui pro e i contro di un cambiamento che è stato già troppo a lungo esorcizzato. Ma sforzarsi di immaginare, e creare, l’università del futuro: con molte meno pareti – sia fisiche che accademiche – e molta più fiducia nella mente aperta dei giovani.


[1] L. Pappano, The Year of the MOOC, in “The New York Times”, 2 novembre 2012, disponibile su www.nytimes.com/2012/11/04/education/edlife/massive-open-onlinecourses-are-multiplying-at-a-rapid-pace.html?_r=0

[2] C. Shirky, Your Massively Open Offline College Is Broken, in “The Awl”, 7 febbraio 2013, disponibile su www.theawl.com/2013/02/how-to-save-college

[3] C. M. Christensen, M. B. Horn, C. W. Johnson, Disrupting Class: How Disruptive Innovation Will Change the Way the World Learns, McGraw-Hill, New York 2008, citato in J. Farmer, MOOCs: A Disruptive Innovation or Not?, in “e-Literate”, 14 agosto 2013, disponibile su mfeldstein.com/moocs-a-disruptive-innovation-or-not/.

[4] R. Baker, Big Data in Education, Coursera, disponibile su www.coursetalk.com/providers/coursera/courses/big-data-in-education

[5] K. Devlin, MOOCs and the Myths of Dropout Rates and Certification, in “The Huffington Post”, 3 febbraio 2013, disponibile su www.huffingtonpost.com/dr-keith-devlin/moocs-and-the-myths-of-dr_b_2785808.html

[6] M. Williams, Studying in 2014: Could Online Courses Become the New Norm?, Careerfaqs, 18 agosto 2014, disponibile su www.careerfaqs.com.au/news/news-andviews/studying-in-2014-could-online-courses-become-the-new-norm/

[7] Si veda il sito platform.europeanmoocs.eu/

[8] D. Jansen, R. Schuwer, Institutional MOOC Strategies in Europe, EADTU, febbraio 2015, disponibile su www.eadtu.eu/documents/Publications/OEenM/Institutional_MOOC_strategies_in_Europe.pdf

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